Gol di Chinaglia - Serie A 12 Maggio 1974 - Lazio-Foggia 1-0


Eccolo dunque, lo scudetto numero uno. Quello da sempre aspettato, sofferto. Una creatura dell’allenatore Tommaso Maestrelli. Il presidente del trionfo si chiamava Umberto Lenzini, un romano “de core”. Un laziale vero. Insieme avevano riunito un gruppo di giocatori di livello medio (se si fa eccezione per Chinaglia che aveva già raggiunto la nazionale maggiore pur giocando in serie B). L’onesto portiere Pulici, gli onesti e tosti difensori Wilson e Oddi, i terzini Martini e Petrelli. Il centrocampo schierava gli indefessi Re Cecconi e Frustalupi (quello col cognome emblematico). L’attacco vantava Long John, supportato sulle fasce da Garlaschelli e Nanni e poi il talentino nascente, l’astro che avrebbe illuminato le domeniche dell’Olimpico, un Beccalossi ante litteram: Vincenzo D’Amico. Tecnicamente micidiale, dribbling a saltare l’avversario, uomo assist e rifinitore di una precisione certosina.

C’è un fatto, però. Che verrà fuori solo dopo, o solo da voci di corridoio, da “si dice” giornalistici. La Lazio veniva descritta come una squadra di teste calde. Di clan in lotta fra loro. Un gruppo per niente unito che poteva vanificare l’ottimo lavoro fatto sul campo (e fuori) dall’allenatore. Erano divisi in due bande. Da un lato quelli che stavano con Re Cecconi e Martini, dall’altra i fedeli di Long John e del napoletano Wilson. Certa stampa di sinistra attaccava la squadra, sosteneva che i giocatori giravano armati e amavano fare i paracadutisti. Dall’interno invece giravano voci di un gruppo compatto che si autotassava per sostenere le spese della lavanderia, del guardiano del centro allenamenti a Tor di Quinto, perfino del magazziniere. Qualcun altro, non la stampa di sinistra, diceva che i due clan si sfidavano durante le partitelle di allenamento; in quell’occasione, più di quanto accadesse la domenica, si indossavano i parastinchi.

Ma torneremo sulle teste calde, adesso però spostiamoci sul campo. Dopo un buon avvio di campionato, la Lazio balzò in testa vincendo a Verona nell’ultima giornata prima di Natale. I biancazzurri vinsero il titolo di campioni d’inverno a fine gennaio, nonostante la sconfitta in casa col Torino e l’infortunio grave di Re Cecconi. Nel prosieguo fu un testa a testa con la Juventus distanziata sempre di tre punti. I bianconeri vennero superati all’Olimpico in una sfida spettacolare, il 17 febbraio, per 3-1. La Lazio chiuse 2-0 il primo tempo, con gol di Garlaschelli al 6’ e Chinaglia al 30’ su punizione. Poi l’arbitro Pazzino inventò un rigore su Gentile all’inizio della ripresa (fallo nettamente fuori area) e Cuccureddu se lo fece parare da Pulici. Ma la gara si risolse con altri due rigori. Poco dopo, un nuovo fallo su Altafini provoca un altro penalty che viene trasformato da Anastasi. Al 22’ Chinaglia si procura e trasforma il rigore della vittoria finale per 3-1, costringendo Morini al fallo sul margine sinistro dell’area.

Torniamo alle teste calde. Pare che quando si perdeva o quando le cose non andavano per il verso giusto, i soliti passionari negli spogliatoi scatenassero un putiferio. Così quando il 15 aprile, alla fine del primo tempo, la Lazio perdeva 2-0 in casa col Verona, Maestrelli decise di non mandare la sua squadra al riposo. Li tenne, fra la sorpresa del pubblico dell’Olimpico, sul campo. I fuochi che sarebbero esplosi fra compagni nel chiuso di quattro mura si indirizzarono così contro gli avversari quando tornarono in campo. La Lazio vinse 4-2 e l’allenatore dimostrò ancora una volta di saper compiere i miracoli.

Ed eccoci alla penultima di campionato. La domenica prima un brivido aveva percorso le schiene di tutti i laziali. La squadra di Maestrelli era stata sconfitta a Torino da una doppietta di Paolo Pulici, contemporaneamente, negli ultimi minuti, Pierino Prati, centravanti giallorosso, aveva segnato il gol con cui gli odiati cugini romanisti avevano sconfitto 3-2 l’inseguitrice Juventus all’Olimpico. Ai biancazzurri serviva la vittoria per aggiudicarsi matematicamente il titolo.

L’attesa per quell’evento da giocare in casa era tremenda. Fu un rigore a regalare lo scudetto alla Lazio. Long John lo tirò freddamente. Deciso e coraggioso, come sempre. Non sbagliò. Il Foggia non riuscì a pareggiare (e quell’anno retrocesse). L’invasione di campo finale suggellò un cammino davvero impervio. Fu un trionfo ma anche un momento per scaricare una tensione terribile. Il difensore laziale Petrelli negli spogliatoi svenne. D’Amico disse che non riuscì a gustarsi la gioia dell’attimo.

Giorgione vinse il titolo di capocannoniere con 24 reti, battendo Boninsegna. Fu il successo di una squadra e di un gruppo fuori dagli schemi. Di teste calde, appunto. Una specie di “sporca dozzina” che purtroppo, fuori dal campo, fece ancora parlare di sé. Il 18 gennaio del 1977 il centrocampista Luciano Re Cecconi entrò in una gioielleria con un amico, il calciatore Ghedin e un profumiere, Giorgio Fraticcioli. Erano a Collina Fleming, quartiere bene romano. Il gioielliere era un amico di Fraticcioli, si chiamava Bruno Tabocchini. Re Cecconi pensò bene di mimare la scena di una finta rapina, entrando nel negozio col bavero alzato, la mano in tasca a dissimulare una pistola. Tabocchini però era stato già rapinato due volte, non conosceva Re Cecconi. Terrorizzato, tirò fuori la sua Walther calibro 7.65 e sparò. Il calciatore, colpito in pieno petto, morì nel giro di mezz’ora.

Tratto da 101 GOL CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA DEL CALCIO ITALIANO



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Il rigore di ChinagliaLa formazione della Lazio 1973-74


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