Serie A 2013-14 - Juventus


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Il Racconto


IL FILM: LA CARICA DEI 102
Sono i botti (pesanti) del mercato in uscita a finanziare le operazioni più importanti: il Napoli cede Cavani al Psg per 64,5 milioni, la Roma Marquinhos agli stessi francesi per 31,4 e Lamela al Tottenham per 30, la Fiorentina Jovetic al Manchester City per 26. Così il Napoli ne spende 37 per avere Higuain dal Real Madrid, la Roma 16,5 per Strootman dal PSV Eindhoven e 13,5 per Benatia dall’Udinese, la Fiorentina 15,5 per Gomez dal Bayern Monaco. Al via è la Roma di Rudi Garcia a prendere lo steccato con dieci vittorie di fila (nuovo record per la Serie A), che la portano in testa con 5 punti su Juventus e Napoli. I quattro pareggi consecutivi che seguono rallentano i giallorossi e la Juventus ne approfitta per tornare a comandare la classifica, con un’andatura che si fa presto insostenibile per gli inseguitori. I bianconeri di Conte battendo proprio la Roma il 5 gennaio 2014 sono campioni d’inverno con un turno di anticipo. Al giro di boa hanno già 8 punti sui giallorossi e 10 sul Napoli. Il loro distacco dalla Roma raggiunge 14 punti alla ventisettesima giornata e non basta il passo falso di Napoli alla trentunesima a scalfirne l’immagine di rullo compressore del torneo. Il 5 maggio i bianconeri sono campioni d’Italia con due turni di anticipo. Chiuderanno alla quota record di 102 punti, con ben 17 lunghezze sulla Roma e 24 sul Napoli. In coda, staccatosi il Livorno, è lotta accesa che si chiude alla penultima giornata, quando Bologna e Catania fanno matematicamente compagnia ai toscani nella caduta in B.

I CAMPIONI: QUELL’ULTIMO CONTE
La Juventus è ormai una corazzata che ha bisogno solo di ritocchi per continuare a solcare i mari dello scudetto. In estate arrivano tre acquisti, il centravanti argentino Tevez per 9 milioni dal Manchester City, il difensore centrale Ogbonna dal Torino per 12 e l’altro centravanti Llorente, svincolato dall’Athletic Bilbao; ad essi si aggiunge il ritorno del terzino Motta dal prestito al Bologna. Viene così colmata alla grande l’unica lacuna – una certa sterilità offensiva – emersa nell’ultima stagione, grazie ai guizzi e alla grinta di Tevez, ben completata dalla fisicità e dal gioco aereo dello spagnolo. Ogbonna offre invece un’alternativa ai tre big intoccabili della retroguardia. Conte dunque propone Buffon in porta, blindato dalla collaudatissima BBC (Barzagli, Bonucci e Chiellini); a centrocampo, Lichtsteiner e Asamoah ai lati del trio Vidal-Pirlo-Pogba con l’alternativa Marchisio titolare aggiunto; in attacco, Tevez e Llorente, cui i poco impiegati Vucinic, Giovinco e Quagliarella, con l’aggiunta di Osvaldo, in arrivo a gennaio in prestito dal Southampton, fungono da rincalzi. Grazie alla prolificità dei nuovi finalizzatori, la squadra, dopo il rodaggio iniziale, assume in campionato un ritmo di marcia insostenibile per la concorrenza, mirabilmente mescolando qualità, grinta ed efficacia. Unico difetto, le persistenti difficoltà fuori dai confini, con l’eliminazione al primo turno in Champions League e quella in semifinale in Europa League. Imprevedibilmente, questo straordinario scudetto da record chiuderà l’era di Antonio Conte, il tecnico capace di riportare la Juventus al tricolore.

I RIVALI: RUDI ALLA META
La Roma vive un’estate complicata. Il barometro del tifo segna tempesta: la delusione del derby perso in finale di Coppa Italia si appesantisce con le cessioni eccellenti operate dal genio di Walter Sabatini (oltre ai già citati Lamela e Marquinhos, anche Osvaldo, al Southampton per 15,1 milioni). Sembra una smobilitazione e i toni dello stesso mago del mercato sono di prostrazione: «Siamo troppo tristi per celebrare, ma se compri un ragazzo a 4,5 milioni e lo vendi a 31 devi comunque stappare lo spumante, ma il mio stato d’animo è di piombo. Abbiamo venduto un brandello di futuro, anche se non il futuro. La Roma ha una perdita di 30 milioni l’anno che va ripianata, perché il rapporto costi-ricavi è sbagliato». Antonello Venditti se ne fa interprete augurandosi che il proprio inno giallorosso non garrisca più come una bandiera dagli altoparlanti dell’Olimpico: «Per amare la Roma non basta acquistarla, bisogna viverla, sentirla sulla pelle. Non è un “brand”, ci vuole rispetto». La scelta del nuovo allenatore si riduce a un derby francese, che Rudi Garcia vince su Laurent Blanc e per i tifosi è un nuovo colpo al cuore, ricordando il difficile ambientamento dell’ultimo tecnico> di scuola straniera, Luis Enrique. Garcia, 49 anni, vincitore col Lille di un titolo e una Coppa nazionali, ha a disposizione un bel po’ di volti nuovi: Sabatini ha aggiunto a Strootman e Benatia gli attaccanti Ljajic dalla Fiorentina (11 milioni) e Gervinho dall’Arsenal (8), il difensore Jedvay dalla Dinamo Zagabria (5), i portieri De Sancis dal Napoli (0,5) e Skorupski dal Gornik (0,89), più Maicon dal Manchester City a costo zero e il riscatto del giovane Caprari (2) di ritorno dal Pescara. Il tecnico lavora a fari spenti in questo clima cupo e al via presenta una Roma tutta nuova: De Sanctis in porta, Maicon, Benatia, Castan e Balzaretti in difesa, Pjanic, De Rossi e Strootman a centrocampo e in avanti Florenzi, Totti e Gervinho. La partenza è col botto: una luminaria di gioco e gol che rade al suolo ogni avversario per i dieci turni iniziali (punteggio complessivo: 24-1). I tifosi si stropicciano gli occhi: davanti a una difesa impenetrabile, un Totti da fantascienza con tocchi di prima fa viaggiare a mille l’attacco, cui l’inafferrabile Gervinho offre serpentine spacca-difese mentre Florenzi si scopre goleador di fascia. «Abbiamo riportato la chiesa al centro del villaggio» sintetizza Garcia, mobilitando un proverbio delle sue parti per spiegare che ora le cose stanno tornando a posto. E l’obiettivo, del tutto imprevedibile, è ora lo scudetto. Poi arriva la frenata dei quattro pareggi e la batosta a casa della devastante Juve di Conte, ma i tifosi sono riconquistati, tanto più che a gennaio Sabatini porta in giallorosso Nainggolan, in prestito dal Cagliari per 3 milioni, a sostituire Bradley che se ne va al Toronto per 7,3. L’inseguimento alla Juve continua, anche se troppo da lontano, e alla fine resta un secondo posto che significa ritorno in Champions League, in un clima del tutto rasserenato.

IL TOP: LA LEGGE DEL PIÙ FUERTE
La grinta, la “fame” ma anche la rabbiosa gioia del pallone che Carlos Tevez sprigiona sul campo partono da lontano. Dal barrio “Fuerte Apache” (nome ufficiale: Esercito delle Ande), dove ha vissuto una infanzia difficile, come quando a quattro anni, solo in casa coi fratelli, si rovesciò addosso una teiera di acqua bollente riportandone una lunga cicatrice. Il pallone, già da allora, sui campetti pietrosi delle periferie povere di Buenos Aires, era la via d’uscita da una vita pericolosa. Cominciò nel Santa Clara, poi passò all’Old Boys e a quattordici anni entrò nelle giovanili del Boca. La sua fama crebbe in fretta, a 15 anni con l’Argentina Under 16 segnò il gol della vittoria contro la Francia con una straordinaria rovesciata. Giocava trequartista o seconda punta, alle spalle di Maxi Lopez. Nel 2001 esordiva in prima squadra e l’Argentina si accorgeva di lui. Divenne idolo del Boca, a vent’anni aveva già vinto un torneo di Apertura e una Copa Libertadores. A dicembre 2003, appena guarito da un grave infortunio (stiramento al legamento crociato del ginocchio sinistro), sfidò le regole della Federazione rinunciando al Mondiale Under 20 negli Emirati arabi per poter giocare a Yokohama contro il Milan nella Coppa Intercontinentale e ci volle una sentenza del giudice del lavoro per “liberarlo” dal divieto di scendere in campo inflittogli dalla Federcalcio argentina. Poi il rapporto si incrinò per accuse di notti brave e dolce vita, e nel dicembre 2004 l’attaccante venne ceduto al Corinthians per 14,7 milioni. Vinceva il campionato nel 2005 e arrivava il gran salto in Europa: nel 2006 era al West Ham, l’anno dopo al Manchester United, dove faceva collezione di trofei prima di rompere con Ferguson e passare ai “cugini” del City. Qui ha rotto e ricucito col tecnico, Roberto Mancini, e insomma, i burrascosi precedenti invitano a qualche cautela quando sbarca, per un prezzo decisamente modico, a casa Juve. Come non detto: affamato di pallone e gloria secondo il miglior teorema di Conte, diventa il trascinatore dell’attacco: dribbling mozzafiato, cattiveria agonistica, efficacia sotto rete. Con un centravanti così, la Juve incendia le aree di rigore e se ne esalta anche il panzer Llorente. Molto del record di punti della Signora parte dai tratti da indio di questo indiavolato campione.

IL FLOP: PANCAROTTA
C’è un po’ di tutto, nel Milan 2013-14. Una campagna estiva fallimentare, incentrata sul ritorno dello svincolato Kakà, a 31 anni irrimediabilmente stropicciato dall’avventura Real, e di quello di Matri, cresciuto nelle giovanili rossonere e ora in arrivo dalla Juventus per 11 milioni, col contorno di Saponara dall’Empoli (3,8 per la metà), Poli dalla Sampdoria (1,3 per la metà), Silvestre in prestito dall’Inter (0,75) ed Emanuelson, di ritorno dal prestito al Fulham. Le difficoltà di Allegri a mettere in campo una squadra competitiva – Abbiati in porta, Abate, Zapata, Mexes ed Emanuelson in difesa, Poli, De Jong, Muntari e Montolivo a centrocampo, Balotelli e Robinho in attacco, dopo che una microfrattura al piede sinistro ha tolto di mezzo di nuovo El Shaarawy e Kakà ha dimostrato di non reggere più il campo – portano a un avvio disastroso di stagione. Poi, la crisi dirigenziale: a novembre la consigliera Barbara Berlusconi, figlia del proprietario e presidente onorario Silvio, spara a zero sullo storico vicepresidente e amministratore delegato Adriano Galliani, che si dimette, ma viene riportato in sella da una salvifica cena ad Arcore, dopo la quale il patron salomonicamente affida la creatura rossonera a una diarchia di amministratori delegati: Adriano con delega al settore sportivo, Barbara con quella a tutto il resto. Infine, il valzer delle panchine: sconfitto in casa del Sassuolo terzultimo in classifica, a gennaio Allegri viene silurato e sostituito da Clarence Seedorf, convinto a lasciare il Botafogo, con cui sta spendendo gli ultimi spiccioli di carriera, da un contratto d’oro: 2,5 milioni netti a stagione fino al 2016 per inventarsi allenatore (ovviamente con deroga). Sul desco trova gli arrivi, tutti a costo zero, del mercato suppletivo: il ferrovecchio Essien dal Chelsea, il peperino Honda dal Cska, il difensore Rami dal Valencia e il cavallone Taarabt dal Queens Park Rangers, via Fulham. La squadra sembra impennarsi, poi una frase infelice riferita da un capo tifoso («Seedorf ci ha detto che non vuole tre quarti di questa squadra») e l’insoddisfazione tattica di Berlusconi per il modulo a una punta mandano in disgrazia il nuovo profeta della panchina, che, affiancato dal “tutor” Galliani, chiude a un malinconico settimo posto, dicendo addio all’Europa. Una fredda mail del 9 giugno chiude (assieme a una liquidazione milionaria) la breve parentesi di Seedorf, che lascia un Milan in macerie due anni dopo l’ultimo scudetto.

IL GIALLO: CHIAVE DI RIVOLTA
Succede a Bologna e succede dopo l’ennesima giornata-no: domenica 15 dicembre 2013 la pericolante squadra rossoblù (penultima in classifica) si arrende senza condizioni a Firenze, nel “derby dell’Appennino”, vinto dai viola 3-0. La situazione si fa sempre più grave e il presidente, Albano Guaraldi, decide, probabilmente d’accordo con l’allenatore Pioli, di preparare la successiva partita-chiave casalinga col Genoa in ritiro per quattro giorni in una struttura nei pressi di Roma. Nel tardo pomeriggio di lunedì 16, un pullman giunge alla sede del Bologna, a Casteldebole, per prelevare la squadra. L’attesa però si rivela vana. A un certo punto un dirigente del club spiega all’autista che può pure tornare indietro, i programmi sono cambiati. Cosa è accaduto? Una “voce di dentro” racconta che una delegazione di otto giocatori, tra cui i “big” Diamanti, Perez e Kone, dopo aver incontrato una decina di tifosi rossoblù, ha comunicato alla società l’intenzione di non accettare il ritiro. Alcuni giocatori avrebbero alzato la voce, criticando espressamente l’operato del tecnico. Anziché imporre la propria volontà, la dirigenza a quel punto – racconta ancora la “talpa” – ha preso atto: la partita col Genoa si preparerà a Casteldebole come quelle precedenti. La conclusione sembra scontata: Pioli è stato delegittimato. Il giorno dopo, Alessandro Diamanti, capitano della squadra, si ribella: «Nessun ammutinamento, nessuna rivolta, come qualcuno sui giornali di oggi ha fantasiosamente sostenuto: remiamo tutti dalla stessa parte. Abbiamo chiesto di poter preparare a Casteldebole una partita tanto delicata come quella di domenica prossima contro il Genoa, utilizzando le nostre strutture, certamente più adeguate di quelle che avremmo trovato in un altro centro tecnico. Quella di ieri è stata un’assunzione di responsabilità da parte nostra, tanto che abbiamo chiesto espressamente di poter svolgere gli allenamenti davanti ai nostri tifosi, che potranno esprimerci direttamente il loro sostegno o le loro critiche. Non vogliamo nasconderci, non vogliamo scappare: siamo consapevoli del momento difficile e vogliamo continuare a lavorare col massimo impegno come abbiamo sempre fatto. La società ha compreso le nostre intenzioni e ha accettato le nostre richieste». Il Bologna vincerà la partita col Genoa portandosi in zona salvezza, ma dopo la sosta natalizia la sconfitta a Catania sarà fatale a Pioli, esonerato e sostituito da Ballardini con la squadra ancora al sicuro. Poche settimane più tardi sarà retrocessione in B.

LA RIVELAZIONE: DOMENICO DI FESTA
A 19 anni Domenico Berardi esordisce in Serie A con una doppia nomea: è il ragazzo prodigio che a 18 anni con i suoi gol ha trascinato il Sassuolo di Di Francesco alla storica promozione nella massima categoria, ma è anche il monello che per godersi appieno la festa ha rifiutato la convocazione per la Nazionale Under 19, buscandosi una giornata di squalifica dalla Figc, in aggiunta a quella di tre giornate rimediata in occasione della finale-promozione contro il Livorno. Nato a Cariati Marina, in provincia di Cosenza, il 1° agosto 1994, ha vissuto di pane e pallone e poi di alcuni clamorosi “no”. Il primo, a dodici anni, quando l’osservatore Calabretta gli propose di firmare per la Juventus e lui rifiutò: troppa paura di lasciare così presto la sua Calabria. Due anni dopo, un poliziotto calabrese di stanza a Ferrara gli organizzava un provino con la Spal, superato a pieni voti, con seguito di rifiuto di firmare e pronto ritorno a casa. Il ragazzo era trequartista mancino di gran talento: fisico asciutto, rapido, con notevole senso del gol. Un peccato che se ne rimanesse ai margini del calcio “vero”. Così a sedici anni, nel 2010, ecco la grande occasione: va a giocare a Modena una partita di calcio a sette col fratello Francesco. Qui lo nota un osservatore del Sassuolo e Berardi diventa neroverde. Due anni dopo è già titolare in B: alla vigilia della partita di Cesena del 27 agosto 2012 con cui si apre il campionato, Eusebio Di Francesco gli chiede se se la sente di giocare dal primo minuto. Lui risponde tranquillo di sì e il ghiaccio si rompe. Gioca attaccante esterno a sinistra, nel turno successivo è già in gol contro il Crotone, poi si stabilizza sull’altra fascia: micidiale su punizione, abile nell’assist grazie alla visione di gioco, ha un tiro secco e preciso. In estate la Juventus ne acquista la comproprietà. In questo campionato, scontato il debito con la giustizia pallonara, le perplessità si sciolgono in fretta e spariscono addirittura quando, il 12 gennaio 2014, con un poker di reti al Milan provoca l’esonero di Max Allegri e getta un seme di speranza per la salvezza dei suoi. A fine torneo, sulla permanenza in A del Sassuolo pesano le sue 16 reti. Un esordio col botto, offuscato dal problema del carattere, che ogni tanto in campo lo tradisce, vedi la gomitata in reazione a Molinaro del Parma, poco dopo l’ingresso in campo, che gli costa, oltre all’espulsione, la cancellazione della convocazione per l’Under 21.

LA SARACINESCA: MATTIA DA LEGARE
Ne ha fatta di strada, Mattia Perin, da quando a 13 anni lasciò il vivaio del Latina per affrontare l’avventura del pallone nelle giovanili della Pistoiese. Il suo bisnonno aveva fatto la Prima guerra mondiale, poi da Vittorio Veneto si era trasferito a Littoria (la futura Latina) attirato dal terreno e dai soldi concessi dal regime nel piano colossale di bonifica delle paludi pontine. Ecco perché con quel cognome di origine veneta Mattia è nato a Latina, il 10 novembre 1992. Ha cominciato presto col calcio, anche perché papà Pierluigi ci aveva provato a suo tempo, mediano fino agli Allievi nazionali del Torino, poi la rinuncia e la militanza nei campionati Amatori. A lui piaceva stare tra i pali, nel 2005 si trasferiva in Toscana per giocare nei Giovanissimi nazionali di Serie C. Vinceva il magone della prima lontananza da casa e un anno dopo, scartato da Empoli e Fiorentina, il vecchio Gino Bondioli lo segnalava al Genoa. In una Primavera da sogno, con Polenta, Cofie, Boakye ed El Shaarawy, vinceva nel 2010 campionato e Supercoppa di categoria. Secco e scattante, un po’ matto con la passione per gli scherzi e la voglia di andare nello spazio, Perin si rivela un gran portiere. Si affaccia in Serie A a 18 anni e poche settimane dopo è già in B, voluto dall’occhio lungo di Rino Foschi al Padova; dodici mesi più tardi è titolare in A nel Pescara, che torna giù ma ha lanciato in orbita il portiere del futuro. Perin torna alla base e in questo campionato Liverani lo lancia subito titolare. La paperissima su Pepito Rossi alla seconda giornata potrebbe bruciarlo. Qualcuno storce il naso, lui tiene duro, il tecnico lo conferma per il derby e sboccia il campione. Spavaldo e sfrontato, ricco di personalità, ha l’agilità e la reattività muscolare dei predestinati. Formidabili le prodezze sui tiri ravvicinati, che lo vedono scattare da un palo all’altro come una molla. Prandelli lo chiama in azzurro, terzo dietro a Buffon e Sirigu.

IL SUPERBOMBER: CIRO DI BOA
A 24 anni Ciro Immobile tocca la tanto attesa maturità. Lo aspettavano un po’ tutti, da quando folleggiava sul Campo Italia di Sorrento e non era difficile preconizzargli un futuro nel calcio che conta. È nato a Torre Annunziata il 20 febbraio 1990 da Antonio, che aveva giocato a calcio come attaccante senza riuscire a raggiungere il professionismo, e Michela. Dalla scuola calcio Torre Annunziata ’88, il suo maestro Guglielmo Ricciardi lo portò giovanissimo al Sorrento. A 17 anni, dopo uno straordinario campionato Allievi, il ragazzo mobilitava gli osservatori di Milan, Fiorentina e Genoa. Un provino con l’Inter gli disse male e a quel punto arrivò la Juventus: gli osservatori Filardi e Varriale chiesero che il Sorrento lo schierasse con la Berretti in anticipo sull’età, lui si fece valere e Ciro Ferrara, responsabile del vivaio bianconero, lo portò a Vinovo, ad allenarsi a portata di vista dell’idolo personale Del Piero. Due tornei di Viareggio vinti – nel 2009 e 2010, quest’ultimo da miglior giocatore e miglior cannoniere – lo portarono a 20 anni al Siena, in B, per una comparsata agli ordini di Conte, prima di passare a gennaio al Grosseto. Segnava poco, il ragazzo, aveva bisogno di una scossa e questa arriva nell’estate successiva, quando approda al Pescara di Zdenek Zeman. La vicinanza con altri talenti in sboccio come Verratti e Insigne ne fa il trascinatore di una storica promozione a suon di gol. L’anno dopo al Genoa arriva il primo rodaggio in A: tanto movimento, cinque reti. Quando in questa stagione approda al Torino di Gian Piero Ventura, tutto è pronto per il cambio di registro: schierato in coppia offensiva con l’incursore di fascia Cerci, il ragazzo campano realizza 22 reti in 33 gare (senza rigori) e diventa re dei bomber. La svolta di una carriera da predestinato.




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



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Juventus campione d'Italia 2013-14L'argentino Carlos Tévez, chiamato a vestire il n. 10 nella Juventus; l'attaccante contribuisce con 19 reti al trionfo finale dei bianconeri, al loro 30mo scudetto nonché terzo consecutivo della gestione tecnica di Conte.La Fiorentina, per sostituire sul partente Jovetić, punta sul nazionale tedesco Mario Gómez.Higuain nuovo idolo del Napoli.Javier Zanetti, dopo diciannove stagioni con la maglia dell'Inter, si ritira dal calcio giocato; l'argentino è ancora oggi il giocatore straniero con più presenze nella storia del torneo, 615.L'ala offensiva Gervinho è tra i protagonisti della nuova Roma disegnata da Garcia, seconda classificata e al suo record di punti in campionato.Perin saracinesca del torneo.La rivelazione del torneo Domenico Berardi.Ciro Immobile del Torino, capocannoniere con 22 reti; grazie anche al suo score, i granata di Gian Piero Ventura centrano dopo vent'anni l'accesso alle coppe europee.L'allenatore del Milan Clarence Seedorf.L'allenatore della Roma Garcia.18 maggio 2014, la Juventus festeggia lo scudetto.Una formazione della Juventus prima classificata.Una formazione della Roma seconda classificata.Una formazione del Milan ottavo classificato.Una formazione del Napoli terzo classificato.Una formazione della Fiorentina quarta classificata.Una formazione dell'Inter quinta classificata.Una formazione del Parma sesta classificata.


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