Serie A 2011-12 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: IL CONTE E MAX
L’estate vive di botti non proprio memorabili: la Roma versa 18 milioni all’Espanyol per Osvaldo, ne incamera 15 dalla Juventus per Vucinic e li spende per Lamela del River Plate, il Napoli prende per la stessa cifra Inler dall’Udinese. Il campionato in compenso comincia dalla seconda giornata, la prima essendo stata rinviata per via di uno sciopero dei calciatori. Motivo? Non è ancora stato rinnovato il contratto collettivo. Quando ciò accadrà, il 5 settembre, non si noteranno grandi differenze col vecchio e insomma, pochi a quel punto avranno capito. Dopo l’exploit iniziale dell’Udinese di Guidolin, è la Juventus a farsi avanti, balzando in testa da sola alla nona giornata dopo cinque anni. I bianconeri il 22 gennaio 2012 al giro di boa sono campioni d’inverno, con un punto sul Milan e 3 sull’Udinese. Nel turno successivo battono i friulani e da quel momento è duello tricolore con i rossoneri di Max Allegri. Questi ultimi raggiungono i rivali (contando il recupero di Bologna-Juventus) alla ventitreesima giornata, poi lo scontro diretto finisce in parità tra le polemiche per un gol fantasma di Muntari non convalidato. Nel turno successivo il Milan prende il volo. Il suo vantaggio arriva fino a 4 punti, poi dal 17 marzo a Firenze i bianconeri infilano otto vittorie consecutive che li portano a riprendersi la vetta solitaria alla trentunesima giornata. Una settimana più tardi il turno di campionato viene rinviato per la morte improvvisa in campo di Piermario Morosini durante Pescara-Livorno di Serie B. La Juventus conquista lo scudetto il 6 maggio, con una giornata di anticipo, approfittando della caduta dei rivali nel derby. Chiuderà con 4 punti sui rossoneri, mentre in coda al Cesena, da tempo staccato sul fondo, si aggiungono nella caduta in B Novara e Lecce.

I CAMPIONI: RE E REGIA
Aria nuova, in casa Juventus. Innanzitutto il ritorno di Antonio Conte in veste di allenatore, poi un mercato spumeggiante, in cui la gestione Agnelli-Marotta, oltre all’acquisto-top Vucinic, spende 10,5 milioni per Lichtsteiner dalla Lazio, 10,2 per Vidal dal Bayer Leverkusen, 10 per Elia dall’Amburgo, 7,5 per il riscatto di Pepe dall’Udinese, 3 per la comproprietà di Giaccherini dal Cesena, 0,5 per il prestito di Estigarribia dal Newell’s Old Boys; l’acquisto più prezioso, Pirlo dal Milan, arriva a costo zero, così come Pazienza dal Napoli. Infine, l’8 settembre 2011, in tempo per l’avvio del torneo, l’inaugurazione, con un’amichevole dal sapore storico contro il Notts County, del nuovo impianto di proprietà: lo Juventus Stadium ha una capienza di 41.000 spettatori e vita autonoma tutta la settimana grazie a museo storico e centro commerciale. Dopo una dura preparazione estiva, il tecnico prova ad applicare il suo classico 4-2-4, con Lichtsteiner, Barzagli, Chiellini e Estigarribia o De Ceglie o Grosso in difesa davanti a Buffon; Marchisio e Pirlo mediani; Pepe e Vucinic esterni, Matri e Del Piero punte centrali. La squadra non decolla e allora dal quinto turno col Catania decide di cambiare, fissando in Pirlo il perno centrale di una formidabile mediana a tre col combattente Vidal e l’eclettico Marchisio. Due le possibilità: difesa a quattro (Lichtsteiner, Barzagli, Bonucci e Chiellini) oppure a tre (Barzagli, Bonucci e Chiellini), nel qual caso si aggiungono a centrocampo gli esterni Lichtsteiner e De Ceglie. In attacco, rispettivamente formula tre con Pepe, Matri e Vucinic oppure a due con Matri e Vucinic. Quagliarella e Del Piero (di cui il 18 ottobre 2011 Agnelli annuncia l’addio a fine stagione) sono le alternative di lusso. La sontuosa regia di Pirlo e il carisma trascinante di Conte fanno volare la squadra, blindata in difesa e formidabile in mezzo al campo, arricchita a gennaio dagli arrivi di Padoin dall’Atalanta per 5 milioni, dal prestito di Caceres (1,5) dal Siviglia e da quello di Borriello (1) dalla Roma. Fino al sospirato ritorno al tricolore.

I RIVALI: IELLA SENZ’ANIMA
Il Milan punta al bis-scudetto con un mercato al risparmio: 6,8 milioni (più la metà del giovane Merkel) al Genoa per El Shaarawy, 500mila euro per Nocerino dal Palermo, cui si aggiungono Aquilani in prestito dal Liverpool e Mexes a parametro zero dalla Roma, come Taiwo dall’Olympique Marsiglia. Allegri parte vincendo la Supercoppa italiana sull’Inter con la formazione che ha vinto il titolo, poi in campionato inietta nel centrocampo la qualità di Aquilani e la sostanza di Nocerino. Il suo nuovo Milan prevede Abbiati in porta, Abate, Nesta e poi Bonera, Thiago Silva e Zambrotta o Antonini in difesa, Nocerino, Van Bommel, Aquilani e Seedorf ad alternarsi in tre a centrocampo dietro al trequartista Boateng e alle punte Ibrahimovic e Cassano o Robinho. La sfortuna lo bersaglia: oltre alla lesione al legamento crociato del ginocchio destro che ha fermato Flamini in precampionato, oltre ai malanni ricorrenti di Nesta e Pato, deve assorbire quelli di Cassano, operato d’urgenza al cuore a novembre e in campo solo ad aprile, e di Gattuso, fermato da settembre a marzo da un raro problema agli occhi. A gennaio si cerca di risolvere il problema del terzino sinistro con l’ingaggio per 1,5 milioni di Mesbah dal Lecce e per centrocampo e attacco arrivano in prestito Muntari dall’Inter e, per 500mila euro, Maxi Lopez dal Catania. La squadra finalmente acquista stabilità, Nocerino stupisce per l’inedita efficacia in zona gol, Ibrahimovic si estrania dal gioco ma quando vi rientra è letale e Aquilani pare un ottimo dopo-Pirlo. Il Milan vola in testa e duella con la Juve per il titolo, ma i problemi alla coscia sinistra che affliggono Boateng e quelli alla caviglia destra dello stesso Aquilani, aggiunti all’assenza di Cassano, a lungo andare piegano le gambe al gioco e il “gol fantasma” di Muntari alla Juve alimenta il nervosismo fino alla resa finale. Resta l’amaro in bocca: il potenziale era da scudetto.

IL TOP: VITTORIA DI PIRLO
Andrea Pirlo, inutile girarci intorno, sembrava finito. Decentrato a interno da Allegri nell’ultimo Milan, ne era stato emarginato da un grave infortunio muscolare, tanto che i più ormai lo collocavano nel girone dei “bolliti”. A 32 anni sembrava impossibile anche a lui, che ricorderà quei giorni: «Quando abbiamo parlato del mio contratto, mi hanno proposto il rinnovo per un anno. Io chiedevo un triennale perché ero più giovane degli altri giocatori in scadenza, ma il vero motivo del mio trasferimento è stato un altro: Allegri voleva piazzare davanti alla difesa Ambrosini o Van Bommel e io avrei dovuto cambiare ruolo. Allora ho detto: no, grazie e ho scelto la Juve, che mi offriva motivazioni importanti. Non è stata una questione economica, il Milan ha deciso che non servivo più. L’ho capito subito durante quel colloquio. Nel mio ruolo Allegri preferiva altri giocatori». Quando è arrivato alla Juve a parametro zero, qualche commentatore ha storto il naso: come avrebbe fatto ad adattarsi ai ritmi di Conte, al suo calcio tutto velocità e muscoli, e a quel 4-2-4 che pretende dai due mediani fiato e interdizione più che raffinate rapsodie? Appena è sceso in campo, si è capito che l’arrivo in bianconero ha funzionato come un elisir di giovinezza: il ragazzo Pirlo ha ritrovato stimoli nuovi e una voglia di rivincita che gli consegna in campo la bacchetta del regista. E tutto cambia. La Juve diventa finalmente una macchina da calcio, Conte è ben felice di mutare modulo per costruirlo attorno ai tocchi sapienti, alle imbucate “no look”, alle invenzioni a lunga gittata di questo fuoriclasse capace di semplificare e rendere efficace ogni azione grazie a un’arte raffinata. Trotterellando a centrocampo come un signore che passa di lì per caso e manda i compagni in gol, intercetta traiettorie e infila punizioni, Pirlo restituisce ai tifosi bianconeri lo scudetto. Poi si veste d’azzurro e va a insegnare calcio dalla cattedra degli Europei: quando infila il “cucchiaio” del rigore all’Inghilterra sembra di sentire gli applausi scrosciare da ogni parte del mondo.

IL FLOP: GASP LACRIMOGENO
Ha vinto tanto. L’Inter, nelle ultime stagioni e Moratti dopo le turbolenze del dopo-Mourinho è pronto a voltare pagina. Ingaggia un tecnico da tempo sulla cresta dell’onda, Gian Piero Gasperini, e gli mette a disposizione una squadra con parecchie novità: arrivano il trequartista Alvarez del Velez Sarsfield per 11,5 milioni, Nagatomo dal Cesena (8), Forlan dall’Atletico Madrid (5), Viviano dal Bologna (4,7 per il riscatto), Jonathan dal Santos (4,5), Castaignos dal Feyenoord (3), Zarate in prestito dalla Lazio (2,7), il giovane Tassi, considerato il nuovo Roby Baggio, in comproprietà dal Brescia (2,5), Poli in prestito dalla Sampdoria (1). Gasperini prova a imporre il suo credo tattico, basato sulla difesa a tre, e a tutto l’ambiente sembra un’eresia. Perde male il derby di Supercoppa italiana col Milan dopo il vantaggio su punizione di Sneijder, poi perde Eto’o, ansioso di raddoppiare i suoi guadagni all’Anzhi: il club russo versa a Moratti 27 milioni, garantendogli la novità di un mercato in attivo. Incurante dei mugugni, Gasp affronta il campionato con Julio Cesar in porta, Lucio, Samuel e Zanetti in retroguardia, Jonathan, Cambiasso, Sneijder e Nagatomo a centrocampo, Zarate, Milito e Forlan in attacco. Gli dice male: sconfitta a Palermo. Allora cambia e contro il Trabzonspor per l’esordio in Champions presenta a San Siro la difesa a quattro – Jonathan, Lucio, Ranocchia e Nagatomo – più Zanetti, Cambiasso, Obi e il trequartista Sneijder al servizio di Pazzini e Zarate. La squadra, molle e ferma, perde di misura. Si torna a tre in camponato, prima con la Roma, ed è nulla di fatto a San Siro, poi a Novara, dove i nerazzurri cedono di schianto. Un pari e quattro sconfitte nelle prime cinque uscite. L’impressione è che i ragazzi non facciano molto per sostenere le idee del tecnico e Moratti si convince: fuori l’eretico. Dalla quinta giornata ci prova Claudio Ranieri, che promette: «Se troveremo il feeling giusto, faremo belle cose». Il feeling resta ben nascosto nonostante il ritorno alla difesa a quattro e allora ecco altri innesti a gennaio: Juan Jesus dall’Internacional (4 milioni), Guarin in prestito dal Porto (1,5), Livaja in comproprietà dal Cesena (1,5) e Palombo in prestito dalla Sampdoria (1,5). Tutto inutile. Il 26 marzo, dopo una secca sconfitta a casa Juventus, con la squadra ottava in classifica, Moratti caccia anche Ranieri, affidandosi al giovane Andrea Stramaccioni, che ha condotto la Primavera a vincere la NextGen (la Champions dei giovani) in finale a Londra sull’Ajax. Non andrà molto meglio. L’Inter chiude sesta una stagione fallimentare e almeno due fatti di mercato sono inequivocabili: Forlan è ormai al capolinea, mentre il lento Alvarez è tutt’altro che il “Ricky maravilla” annunciato. Come sempre, le fortune – e soprattutto le sfortune – delle squadre le fanno innanzitutto le qualità dei giocatori.

IL GIALLO: IL FANTASMA ALL’OPERA
Sabato 25 febbraio 2012 si gioca a San Siro la partitissima tra il Milan, in testa di un punto, e la Juventus, seconda ma con la partita di Bologna da recuperare. Nel primo tempo i rossoneri passano con Nocerino, poi sfruttano un calcio d’angolo a favore: batte corto Robinho per Emanuelson, il cui cross viene rinviato da Vidal fuori area: qui di testa Mexes indirizza un proiettile in porta, Buffon compie un miracolo ma da pochi passi Muntari al volo ancora di testa spedisce nell’angolo basso alla sinistra del portiere, che si allunga e smanaccia fuori il pallone già entrato. L’assistente Romagnoli non si muove, l’arbitro Tagliavento non concede la rete tra le proteste dei rossoneri: le riprese televisive evidenziano la sfera dentro di mezzo metro abbondante. Nella ripresa Vucinic fa filtrare un assist al limite dell’area per Matri che infila in rete, ma Romagnoli alza la bandierina e Tagliavento annulla per fuorigioco. Le riprese televisive dimostrano che, se pure di pochi centimetri, Matri era in gioco. Poco dopo, lo stesso attaccante bianconero riuscirà a siglare comunque il pareggio. A fine partita, le polemiche si sprecano. Da parte juventina si mettono sullo stesso piano i due errori, dalla parte opposta si fa notare la differenza tra un fuorigioco inesistente per pochi centimetri e un pallone abbondantemente dentro. Con grande sincerità, Buffon spiega davanti alle telecamere: «Non mi sono accorto che la palla su tiro di Muntari fosse entrata, se l’avessi visto, di sicuro non avrei aiutato l’arbitro». Si levano alti lai su una così netta (per quanto umanissima) ammissione di scarso fair play. Le accuse si sprecano, Conte polemizza duramente. Chi ha ragione? Solo chi invoca una volta di più un supporto tecnologico per eliminare la piaga dei “gol fantasma”. Sarà introdotto nel nostro campionato solo tre anni e mezzo più tardi.

LA RIVELAZIONE: IL PRINCIPINO AZZURRO
Claudio Marchisio è soprannominato dai compagni “il principino” perché quando cominciò a frequentare la prima squadra andava all’allenamento in giacca elegante e mocassini. Nato a Torino il 19 gennaio 1986, entra nella Juventus a sette anni. È un piccolo attaccante, e come tale cresce nelle giovanili bianconere segnando parecchio, fino a quando il suo allenatore Maurizio Schincaglia, rendendosi conto che non diventerà un colosso, decide di sfruttarne la visione di gioco arretrandolo a centrocampo. Il ragazzo evolve come mediano davanti alla difesa, un regista che non disdegna gli inserimenti in avanti e che con la Primavera vince sia il campionato che il Viareggio. Aggregato da Capello alla prima squadra, vi entra a vele spiegate a vent’anni, quando la Juve gioca in B. Segue una stagione di apprendistato a Empoli per assaggiare compiutamente la Serie A ed eccolo di ritorno in bianconero, sempre sottotraccia, sempre pronto a imparare, a inserirsi, a metter becco nel discorso col suo calcio asciutto, concreto, puntuale. In questa stagione, con l’innesto di Pirlo, Marchisio sembrava destinato a partire, ma in estate Conte si è strenuamente opposto e il “principino” ne ha ripagato la fiducia librandosi nel cielo dei migliori interni del campionato, trovando la propria dimensione ideale in un ruolo che ne esalta la completezza: abile in fase di filtro, preciso nel passaggio, eccellente nelle incursioni offensive, che portano 9 gol alla causa dello scudetto. Si scomodano i paralleli con un grande del passato, Marco Tardelli, e la Nazionale per gli Europei ha una colonna in più.

LA SARACINESCA: IL RIGOROSO
Samir Handanovic all’Udinese non è costato nulla. Nato a Lubiana il 14 luglio 1984, ha assaggiato il calcio nel Domzale, con cui ha esordito nella massima serie slovena a 19 anni. Pochi mesi più tardi, notato dalla magistrale organizzazione del club friulano, arrivava in Italia a costo zero. Dopo il fugace esordio in Serie A in bianconero, passava al neopromosso Treviso, ma le prime prove erano da brividi: meglio fargli cambiare aria, così a gennaio veniva ceduto alla Lazio per l’esperto Sereni. In biancoceleste era il terzo dietro Peruzzi e Ballotta e scendeva in campo in una sola occasione, ma stupiva il preparatore Adalberto Grigioni per la costanza e la meticolosità negli allenamenti, al servizio di doti naturali straripanti. L’anno dopo ripartiva dalla B, nel Rimini, ed eccolo al proscenio: il miglior portiere della cadetteria dietro Buffon, abbastanza per tornare all’Udinese, pronto per fare il titolare. Una crescita costante, un mostro di bravura, fisico perfetto per il ruolo (1,93 per 89 chili), riflessi felini, reattività muscolare impressionante, personalità e coraggio nelle uscite e una dote che emerge presto: l’abilità nel neutralizzare i tiri dagli undici metri. Nel campionato 2010-11 ne ha parati sei su otto, record assoluto (il precedente, 5, apparteneva a Giuseppe Moro, Bari 1948-49, Renato Gandolfi, Legnano 1951-52, e Gianluca Marchegiani, Chievo 2003-04). In questa stagione è di nuovo protagonista superbo. E l’Inter in estate lo catturerà per 15 milioni.

IL SUPERBOMBER: IN PUNTA DI PIEDONI
Zlatan Ibrahimovic è tornato in Italia, sulla sponda milanista, dopo le delusioni di Barcellona, e se qualcuno ha pensato alla minestra riscaldata, beh, il campo lo ha subito smentito. In questa sua seconda stagione in rossonero, con lo scudetto sul petto, Zlatan a trent’anni si divincola da ogni limite del passato e tocca livelli assoluti, al culmine di una maturità che gli consente di padroneggiare la materia da fuoriclasse. Spesso si nasconde ai difensori, arretra a centrocampo dilettandosi nell’arte dell’assist, con la quale non solo asseconda la classe di Robinho, ma miracola un insospettabile cultore del gol come Nocerino. Poi però, quando meno te lo aspetti, è lì, pronto a centrare l’obiettivo, con una varietà di colpi e una capacità d’invenzione sotto porta che lo trascina al record personale di reti in campionato. Sono 28 perle che gli fanno vincere di nuovo la classifica cannonieri e regalano spesso stupore per la classe sprigionantesi da quei piedi smisurati, che contraddicono un vecchio principio del calcio, secondo cui sono le taglie piccole a garantire miglior tocco: «Avevo 16 anni» ricorda lui, «tornai dalle vacanze cresciuto di tredici centimetri, ero diventato il più alto a scuola e i piedi erano cresciuti di conseguenza. E non si... erano rovinati: riuscivo a fare le stesse cose di prima. I piedi grandi permettono di arrivare prima sul pallone. E forse alla sensibilità dei miei ha giovato la pratica del taekwondo, che prevede l’uso costante di entrambe le gambe e l’insistenza, a volte saltellandovi, sulle punte dei piedi. Così i miei alluci sono diventati più forti e anche più sensibili».




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Le statistiche del torneo



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Juventus campione d'Italia 2011-12Dopo un decennio a Milano, nell'estate del 2011 Andrea Pirlo passa a vestire la maglia della Juventus; a fine stagione emergerà quale miglior assist man del torneo.Al primo anno sulla panchina della Juventus, Antonio Conte vince lo scudetto con il nuovo record d'imbattibilità stagionale.Il centrocampista Antonio Nocerino, neoacquisto del Milan, in questa stagione si scopre molto prolifico sottoporta con 10 gol.Il cileno Arturo Vidal, rivelazione nella Juventus di nuovo campione d'Italia dopo nove anni.Il Catania di Vincenzo Montella rimane a lungo in lotta per un piazzamento nelle coppe: nonostante una flessione finale, i risultati e il brillante gioco ne fanno tra le sorprese dell'annata.Le 28 reti in 32 gare di Zlatan Ibrahimović, non bastano ai rossoneri per difendere lo scudetto; l'ex interista fa comunque suo il secondo titolo di miglior marcatore della Serie A, divenendo il primo a bissarlo con due club diversi.Roberto Donadoni, da gennaio al Parma, guida i ducali verso un finale di campionato da record.Del Piero e compagni festeggiano lo scudetto.Una formazione della Juventus 2011-12, campione d'Italia.Una formazione del Milan 2011-12 campione uscente e seconda classificata.I tre allenatori che si sono succeduti sulla panchina dell'Inter: Gasperini, Ranieri, Stramaccioni.Una formazione del Inter 2011-12 sesta classificata.Bufon smanaccia fuori il pallone calciato da Muntari che aveva già abbondantemente superato la linea.Matri trafigge Abbiati nella stessa partita, ma l'arbitro Tagliavento annullerà per fuorigioco inesistente.La saracinesca dell'Udinese, Samir Handanovic.Una formazione dell'Udinese 2011-12 terza classificata.Una formazione della Lazio 2011-12 quarta classificata.Una formazione del Napoli 2011-12 quinto classificato.La rivelazione Marchisio esulta dopo il gol al Milan


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