Serie A 2010-11 - Milan


Il Racconto


IL FILM: TIFO DI SBARRAMENTO
Parte il campionato della tessera del tifoso, documento che contiene i dati personali, senza il quale non si può sottoscrivere un abbonamento né seguire la squadra in trasferta. È anche la prima volta dell’erba sintetica, nello stadio del Novara, neopromosso in A. Il mercato vive dei sussulti del Milan, che prende Ibrahimovic in prestito dal Barcellona con obbligo di riscatto a 24 milioni e poi Robinho dal Manchester City per 18. Il primo exploit è della Lazio, sola in testa alla sesta giornata. Resiste per quattro turni, poi il Milan sorpassa all’undicesima e a poco a poco consolida il primato, fino a vincere il titolo d’inverno il 6 gennaio 2011 con un turno di anticipo. Girerà la boa con 4 lunghezze sul Napoli e 6 sulla Lazio. Il 3 febbraio 2011 la Roma diventa “americana”: il 60 per cento delle azioni passa a Thomas DiBenedetto, bostoniano di origini italiane che guida una cordata a stelle e strisce, mentre il 40 resta a Unicredit. Nel girone di ritorno il vantaggio dei rossoneri si allarga a cinque punti, poi al Napoli alla ventisettesima giornata si sostituisce come inseguitrice l’Inter, vivificata dalla cura Leonardo. Al trentesimo turno la sconfitta del Milan a Palermo porta i “cugini” a due soli punti: sette giorni dopo i rossoneri li travolgono nel derby, scalzandoli dalla corsa al vertice. Torna sotto il Napoli, per arenarsi nella sconfitta casalinga con l’Udinese. Il 28 aprile Sergio Campana lascia dopo 43 anni la presidenza del sindacato calciatori, sostituito pochi giorni dopo da Damiano Tommasi. Il Milan si aggiudica il titolo l’8 maggio, con due turni di anticipo. Chiuderà con sei punti sull’Inter e 12 sul Napoli. Risolta anzitempo anche la lotta di coda: presto staccatosi il Bari, vanno a fargli compagnia nella caduta in B prima il Brescia, poi, al penultimo turno, la Sampdoria.

I CAMPIONI: RIVOLUZIONE MAXISTA
È il Milan a spezzare il dominio dell’Inter. Uscito di scena Mourinho, Berlusconi e Galliani inscenano un finale di mercato incandescente. Gli arrivi milionari di Ibrahimovic e Robinho si aggiungono a quelli del difensore Papastathopoulos (4,5 milioni al Genoa) e del centrocampista Kevin Prince Boateng (3 milioni per il prestito dal lo stesso Genoa, che lo ha appena acquistato dal Portsmouth per 5,7). In panchina si siede Massimiliano Allegri, reduce da due felici stagioni al Cagliari dopo aver portato in B il Sassuolo. Il suo Milan iniziale ha una difesa d’acciaio con Abbiati in porta, Abate (o Bonera), Nesta, Thiago Silva e Antonini (o Zambrotta), mentre il resto è un cantiere aperto: Pirlo è la chiave centrale di un centrocampo a tre in cui negli altri due posti ruotano Gattuso, Boateng e Seedorf, alle spalle di un tridente offensivo con Ibrahimovic centravanti, Ronaldinho e Pato o Robinho in appoggio. Una squadra dipendente dagli estri assai mutevoli di Ronaldinho. Sconfitto in casa dalla Juventus, Allegri decide per la rivoluzione: largo ai mediani, fuori l’ex Barça. Davanti alla difesa piazza Gattuso, Ambrosini e Flamini a coprire le spalle a Seedorf o all’estemporaneo Boateng, trequartista dalla potenza devastante, con Ibra e Robinho o Pato in attacco. Pirlo è in panchina, rientra ma si infortuna a dicembre e Galliani e Braida a gennaio oltre a sbarazzarsi di Ronaldinho (al Flamengo per 3 milioni) e a imbarcare Cassano in rotta con la Samp (3,3 milioni) pescano il quasi trentaquattrenne Mark Van Bommel: ceduto dal Bayern a titolo gratuito, diventa a spese di Flamini il nuovo perno centrale, sbrigativo in chiusura e rapido nel rilancio. Il Milan targato Max (Allegri) vola, per Pirlo non ci sarà più posto, se non dalla panchina, e quando la vena sottoporta di Ibra si inaridisce, ecco accendersi nella fase finale quelle di Pato e Robinho a chiudere il discorso-scudetto.

I RIVALI: EDINSON E LEONARDO
È innanzitutto il Napoli contrastare la marcia travolgente del Milan. Il presidente Aurelio De Laurentiis punta in alto e il diesse Riccardo Bigon si scatena al mercato: il capolavoro è l’ingaggio di Edinson Cavani – giovane uruguaiano a torto impiegato come seconda punta dal Palermo – per 17 milioni, gran parte dei quali (15) incassati dalla cessione di Quagliarella alla Juventus. Il resto risulta meno brillante: l’interno argentino José Ernesto Sosa dal Bayern Monaco per 2 milioni, il giovane attaccante Dumitru (“il nuovo Balotelli”) in comproprietà per 1,5 dall’Empoli, il mediano Yebda in prestito dal Benfica. Mazzarri resta fedele al suo modulo, con De Sanctis in porta, Campagnaro (o Grava), Paolo Cannavaro e Aronica (o Campagnaro) in difesa, Maggio, Pazienza, Gargano e Dossena a centrocampo, Hamsik e il dribblatore Lavezzi trequartisti alle spalle di Cavani. La squadra si impenna subito, grazie alla vena realizzativa di quest’ultimo, che da prima punta segna a raffica. Lavezzi è un incursore spesso micidiale, Hamsik garantisce iniziative e gol, ma il centrocampo difetta di qualità. I mediani sono puri faticatori, Yebda e Sosa deludono e poco viene aggiunto a gennaio con gli innesti del difensore Ruiz dall’Espanyol (6 milioni più la seconda metà di Datolo) e dell’attaccante Mascara dal Catania (1,3). La carenza di qualità della manovra rende velleitaria la corsa al titolo, anche se consente un piazzamento-Champions League che significa ingresso definitivo tra i grandi. Per una squadra solo cinque anni prima in C1, un’impresa straordinaria. Quando il Napoli declina, ci prova l’Inter. Moratti sostituisce Mourinho (il Real deve pagare una penale di 10 milioni per estinguerne il contratto nerazzurro) con lo spagnolo Rafa Benitez, reduce da notevoli stagioni nel Liverpool, e resta fermo sul mercato, a parte il riscatto dal Parma di Biabiany (4,5 milioni) e l’arrivo di un baby di talento, Coutinho, dal Vasco da Gama (1). Benitez cambia il modulo e davanti a Julio Cesar piazza Maicon, Lucio, Samuel (Cordoba dopo il grave infortunio) e Chivu; Zanetti e Cambiasso sono i mediani; Biabiany o Pandev, Sneijder e Eto’o i trequartisti, con Stankovic alternativa di lusso, alle spalle di Milito. Quando questi si infortuna, il camerunense diventa prima punta, col guizzante Coutinho a sinistra. È un’Inter che conquista la Supercoppa italiana e poi a dicembre, già squassata da polemiche e infortuni, trionfa al Mondiale per club. Il polemico Benitez viene silurato e al suo posto arriva, tra le proteste del tifo, l’ex milanista Leonardo. A questi Moratti concede un dispendioso mercato di gennaio: Pazzini dalla Sampdoria (12 milioni e Biabiany, valutato 7), Ranocchia dal Genoa (12,5), Nagatomo dal Cesena (6), più il prestito di Kharja, sempre dal Genoa. Il nuovo tecnico rilancia il recuperato Thiago Motta a centrocampo, lancia Ranocchia in difesa e la formula “fantasia” (già sperimentata in rossonero) a centrocampo: Zanetti diventa terzino sinistro, i mediani Cambiasso e Thiago Motta proteggono Pandev, Sneijder ed Eto’o alle spalle di Pazzini. La rimonta si infrange nel derby, quando la diga difensiva crolla. A fine stagione arriva comunque l’ennesima Coppa Italia, a completare un “minitriplete” tutt’altro che da buttare.

IL TOP: IL MAGO SILVA
È stata irta di difficoltà, la strada di Thiago Silva verso il successo. Nato a Rio de Janeiro il 22 settembre 1984, cresciuto nelle giovanili della Fluminense, ha giocato in terza serie nell’RS Futebol, da cui ha fatto il gran salto a vent’anni nella Juventude, nella massima categoria. Qui l’allenatore Ivo Wortmann lo arretrava da “volante” (mediano davanti alla difesa) a difensore centrale e il rendimento si impennava, procurandogli l’ingaggio del Porto nel gennaio 2005. Attraversato l’oceano, comincivano i guai: prima un infortunio, poi problemi respiratori lo tenevano fermo e sei mesi dopo arrivava la cessione in prestito alla Dinamo Mosca; nella capitale russa gli veniva diagnosticata la tubercolosi con annesso intervento chirurgico. Dopo un anno di stop, ripartiva da capo nel 2006 dal Fluminense e qui si affermava con tre tornei di alto livello. Il Milan lo acquistava nel dicembre 2008 per 10 milioni e lo faceva ambientare a Milanello per sei mesi, causa posti extracomunitari già occupati. Un periodo prezioso, a studiare con Paolo Maldini, di cui avrebbe raccolto il testimone, a imparare la lingua e capire il nostro calcio. Impostosi subito per qualità di tocco e rapidità nel breve, nella sua seconda stagione italiana Thiago Silva cementa con Nesta una coppia di centrali di formidabile classe e affiatamento. Uno dei segreti dell’exploit del nuovo Milan di Allegri, che perde Pirlo nel momento chiave della stagione sostituendolo con un mediano di interdizione – Van Bommel – è proprio la capacità di Thiago Silva di tornare al passato, fungendo da primo motore della manovra, tanto da giocare un paio di partite (contro Cesena e Lazio) da centrocampista puro.

IL FLOP: BUCHI DELNERI
Parte la Juventus del nuovo corso. Andrea Agnelli è il presidente, la coppia-boom della Sampdoria (Giuseppe Marotta e Fabio Paratici) gestisce il mercato senza badare a spese: arrivano Bonucci dal Bari per 15,5 milioni, Krasic dal CSKA Mosca per 15, Quagliarella dal Napoli per 15, Martinez dal Catania per 12, Pepe in prestito dall’Udinese per 2,6, Rinaudo e Traoré in prestito rispettivamente dal Napoli per 600mila euro e dall’Arsenal per 500mila. L’ultimo oggetto del desiderio, Di Natale dell’Udinese, oppone invece il gran rifiuto. La squadra è affidata all’altro protagonista dei botti doriani: Gigi Delneri. Questi resta fedele al 4-4-2 scegliendo Buffon in porta, Motta, Bonucci, Chiellini e De Ceglie o Grygera (poi Grosso) in difesa, Krasic, Felipe Melo, Marchisio (poi Aquilani) e Pepe (poi Marchisio) a centrocampo e Quagliarella e l’eterno Del Piero in attacco. L’avvio è incerto, poi la squadra prende a viaggiare sulle montagne russe. Un dato sembra certo: Milos Krasic, angelo biondo della fascia destra, è un satanasso, quando parte in dribbling in progressione travolge ogni ostacolo. La vetta resta a portata, perlomeno fino a gennaio, il gennaio terribile: il giorno della Befana, l’impegno casalingo col Parma costa il ginocchio destro a Quagliarella (rottura del legamento crociato anteriore, stagione finita) e un pesante rovescio (1-4). Lo 0-3 di tre giorni più tardi a Napoli cancella le residue illusioni: questa squadra non va. Krasic è diventato inoffensivo come un paracarro e la difesa imbarca acqua. L’intervento sul mercato è pesante: arrivano Matri dal Cagliari per una valutazione complessiva di 20,5 milioni, Toni in prestito dal Genoa e dal Wolsfburg viene fatto rientrare in Italia il “mondiale” Barzagli per 300mila euro. Il 20 febbraio la Juve perde a Lecce e Andrea Agnelli commenta: «C’è forte rammarico per questa sconfitta: dopo la gara i giocatori non si sono nemmeno dovuti fare la doccia». Tutto qui. Il resto è un vivacchiare fino all’avvilente settimo posto finale, che preclude persino l’ingresso in Europa. Una volta di più, è tutto da rifare.

IL GIALLO: PACCO DONI
Il campionato si è da poco concluso quando esplode un nuovo scandalo-scommesse. L’avvio della vicenda è singolare: alcuni giocatori della Cremonese – Lega Pro – si sono sentiti male nel secondo tempo della partita vinta con la Paganese. Gli esami dei reperti organici ne rivelavano l’intossicazione da un tranquillante, il “Minias”, somministrato a loro insaputa per favorire la squadra avversaria. Il club lombardo sporgeva denuncia e le indagini avviate dalla Procura della Repubblica di Cremona conducevano al portiere della Cremonese, Marco Paoloni (poi assolto in sede penale nel 2019 dall’accusa specifica), il cui telefono veniva messo sotto controllo. Le conversazioni intercettate facevano emergere un vasto giro di scommesse illecite attorno a partite di calcio, gran parte delle quali nelle serie minori. Una serie di arresti eccellenti metteva a rumore per l’ennesima volta il mondo del calcio. Quanto alla Serie A, risultava coinvolto Cristiano Doni dell’Atalanta e in particolare il tentativo di addomesticare la partita casalinga col Piacenza del 19 marzo 2011, oggetto di scommesse. Mentre si aprono nuovi filoni di indagine da parte della Procura di Cremona, l’Atalanta viene condannata per responsabilità oggettiva a 6 punti di penalizzazione da scontare nel campionato 2011-12, mentre Doni viene squalificato per tre anni e mezzo e in pratica chiude la carriera.

LA RIVELAZIONE: SALTO DI QUALITÀ
Aveva assaggiato l’Italia nel 2006, Edinson Cavani, diciannovenne attaccante del Danubio eliminato al primo turno del Torneo di Viareggio. Il Treviso chiedeva informazioni: costava un milione, l’Inter non accettava di dividere la spesa a mezzo e non se ne faceva niente. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2007, il Palermo doveva sborsare 4,7 milioni per fargli varcare l’oceano. Tre anni dopo, nell’estate del 2010, il Napoli scommette quasi il quadruplo, 17 milioni, per portarlo sotto il Vesuvio. Sembra una follia. Cavani è stato impiegato a Palermo perlopiù da attaccante esterno di manovra, un cavallone capelli al vento un po’ sterile sotto porta che Tabarez ha portato al Mondiale e impiegato come riserva del concittadino Suarez (anche Edi è nato a Salto, il 14 febbraio 1987) e di Forlan senza ricavarne particolari lampi. Bene. Mazzarri affida al ragazzo la maglia di centravanti e lo manda in campo a Boras a fine agosto in Europa League contro l’Elfsborg: l’esordiente infila due gol decidendo la partita. È solo l’inizio. Perché questo attaccante che sembra indemoniato ha un feeling particolare con la porta avversaria. Altro che seconda punta. Edinson Cavani, fisico asciutto di filo di ferro (1,84 per 74 chili), bracca il gol come un animale schiumante rabbia, dribbla scarno, tocca il pallone a colpi e legnate più che a carezze, parte di scatto, si accende nella corsa come un puledro focoso e poi tira e tira ancora e semina gol. E se il risultato non si sblocca, come nella partita prenatalizia contro il Lecce al San Paolo, allora cerca il pallone sulla trequarti, lo abbranca, scarta per abbozzare una finta, lo allontana leggermente e poi colpisce: un tracciante esplosivo che gonfia la rete avversaria e sembra volerla staccare dai supporti. Il pubblico impazzisce, come quando stende la Juve con una tripletta. Altro che seconda punta: questo Cavani è un centravanti di valore mondiale.

LA SARACINESCA: LAUREATO IN FISICO
Emiliano Viviano è un ragazzone esuberante, nato a Firenze il 1° dicembre 1985, cresciuto a pane e calcio a Borgo Peretola, per vocazione attaccante finché un giorno, mancando il portiere nella sua squadra, la Firenze Ovest, fu sistemato tra i pali e non ne uscì più. Col tempo il fisico del ruolo (1,95 per 88 chili) lo ha aiutato a emergere, è passato alle giovanili della Fiorentina, la squadra del cuore, dove da tifoso della curva Fiesole ha ammirato Toldo eleggendolo a modello. Nel 2002 il fallimento della Fiorentina lo porta nelle giovanili del Brescia. A diciotto anni va a farsi le ossa nel Cesena, in B, con cui debutta tra i professionisti. L’anno dopo comincia a prendersi la porta del Brescia, sempre tra i cadetti, che diventa tutta sua nel 2006-07. In azzurro gioca il Mondiale Under 20, l’Europeo Under 21, le Olimpiadi a Pechino, poi nel 2009 l’Inter ne acquista la metà per 3,5 milioni; l’altra metà la prende il Bologna (2 milioni in contanti, più il prestito di Della Rocca). Il primo anno di A è da campione: formidabile per presenza scenica, reattivo e potente (il suo rinvio arriva facilmente ai limiti dell’area avversaria), ha il colpo d’occhio e il coraggio nelle uscite dei grandi, tanto che a fine stagione Prandelli avvia la ricostruzione del dopo-Mondiale in azzurro facendolo esordire contro la Costa d’Avorio e poi promuovendolo come vice-Buffon. In questo campionato si conferma come la grande novità tra i numeri uno del campionato. E a fine stagione l’Inter ne riscatterà dal Bologna la comproprietà, salvo poi perderlo quasi subito per un grave infortunio al ginocchio sinistro in allenamento.

IL SUPERBOMBER: LEZIONI DI VOLO
Antonio Di Natale fa il bis, dopo aver giurato fedeltà all’Udinese, rifiutando in estate il passaggio alla Juventus. La classe del trequartista, il guizzo dell’animale d’area, l’abilità diabolica nei calci piazzati lo confermano satanasso del gol: con 28 reti è di nuovo re dei cannonieri. A lungo, ai tempi dell’Empoli, quando cominciava finalmente a ingranare, ha festeggiato i gol facendo l’aeroplanino con le braccia tese: era un omaggio all’amico Montella: «I primi mesi in Toscana» ricorda «ho sofferto tanto, ero una testa calda, ’na capa tosta, non rispettavo le regole: fu Vincenzo a mettermi in riga». A Empoli lo aveva portato Fabrizio Lucchesi. «Da ragazzino dovevo aiutare mio padre, eravamo cinque fratelli: facevo tanti mestieri per guadagnare, da piccoli trasporti a meccanico. Un giorno mi chiamò Vincenzo D’Amato, lo stesso che scoprì Montella, mi disse che c’era il provino con l’Empoli. Montella lo conoscevo bene: era stato lui a regalarmi i primi scarpini. A otto anni da Pomigliano con la famiglia ero andato a vivere a Castelcisterna, vicino a dove sono i suoi. Quando arrivai a Empoli, Vincenzo era all’ultimo anno, a fine stagione andò al Genoa. È stato per me più di un amico: è grazie a lui se sono diventato calciatore. I primi tempi in Toscana non furono facili per me che venivo da Napoli e sentivo la mancanza della famiglia. Un giorno ero in un momento nerissimo. Vincenzo mi chiama al telefono e mi dice: “Vuoi diventare un calciatore vero o accontentarti di rincorrere un pallone per strada? Smettila di comportarti da guaglione e vai ad allenarti. E cerca di stare tranquillo, anch’io ho avuto qualche difficoltà all’inizio”. Beh, non finirò mai di ringraziarlo, mi fece capire tante cose». Anche con la Nazionale non è stato tutto rose e fiori: dopo il gol alla Repubblica Ceca del 18 febbraio 2004, Trapattoni lo escluse dagli Europei e per lui si chiusero le porte. Solo Donadoni, due anni e mezzo dopo, al debutto in azzurro lo richiamava, per farne uno degli uomini chiave della squadra.




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



Foto Story

Diciottesimo scudetto del MilanL'ex interista Zlatan Ibrahimović ritorna a Milano dopo un anno a Barcellona, passando a vestire la maglia dei concittadini del Milan.Kevin-Prince Boateng, tra i maggiori protagonisti dello scudetto rossonero.Walter Mazzarri, allenatore del Napoli terzo classificato e tornato ai vertici dopo anni.Giampaolo Pazzini, arrivato all'Inter in gennaio, con 11 gol in 17 gare contribuisce al secondo posto finale dei nerazzurri.Antonio Di Natale, punta dell'Udinese, con 28 reti bissa il titolo di miglior marcatore già fatto suo nella stagione precedente.Allegri guida i rossoneri al trionfoUna formazione della Juventus di del NeriUna formazione della RomaUna formazione della Napoli terzo classificatoLa festa scudetto del MilanUna formazione del Milan campione d'ItaliaUna formazione dell'InterCristiano Doni a processoViviano portiere del BolognaEdinson CavaniIl tecnico interista Benitez e il suo successore Leonardo che esulta dopo il trionfo in Coppa ItaliaUna formazione dell'Udinese che conquista l'accesso ai preliminari di Champions


Video Story



Condividi



Commenta