La morte di Escobar


Il Racconto

Qualche giorno prima della morte un autogol di Andrés aveva condannato la nazionale di calcio colombiana allenata da Pacho Maturana all’inaspettata eliminazione nel primo turno dei mondiali di USA 94. Le storie incrociate dei due Escobar e della fulminea ascesa – e altrettanto rapida, oltre che rovinosa, caduta – del calcio colombiano di fine anni ottanta e inizi degli anni novanta, dovuto anche al fiume di soldi del narcotraffico, vengono raccontate meravigliosamente in uno splendido documentario ESPN del 2010, The two Escobars. Oggi la Colombia calcistica vive un periodo d’oro, con i vari Falcao, James Rodriguez, Guarin, Cuadrado, Jackson Martinez diventati giocatori importanti in diverse squadre europee e una nazionale che in molti dicono giocherà da protagonista il prossimo mondiale del 2014, esattamente vent’anni dopo la burrascosa e fallimentare partecipazione a USA 1994. Forse in pochi ricordano quella Colombia e pensano che i cafeteros di oggi siano la nazionale colombiana più forte. Venticinque anni fa era molto diverso.

Il 17 Dicembre del 1989 il favoritissimo Milan di Arrigo Sacchi giocava a Tokyo la finale di coppa intercontinentale contro una quasi sconosciuta squadra colombiana, campione della coppa libertadores: l’Internacional di Medellin. In Europa pochi conoscevano i colombiani e quasi tutti si aspettavano una comoda vittoria dei campioni europei. Ma la partita andò molto diversamente dalle previsioni e il Milan vinse solo grazie a una punizione di Evani alla fine dei supplementari, dopo una gara estremamente tattica tra due squadre che giocavano specularmente, entrambe raccolte in pochi metri di campo. La differenza sulla carta a favore del Milan non si vide, grazie agli accorgimenti tattici dell’allenatore colombiano Francisco Maturana, una sorta di Sacchi latino-americano, e grazie alla qualità della rosa a disposizione del mister, con giocatori che si rivelarono molto forti, come per esempio il pittoresco portiere Renè Higuita, Leonel Alvarez, il giovane difensore Andrés Escobar, Chonto Herrera, Gomez. Da dove saltava fuori questa squadra colombiana? Di solito in coppa intercontinentale giocavano squadre brasiliane, argentine, uruguaiane. Quell’anno era toccato invece a una squadra della città di Medellin, allora già tristemente famosa per la violenza e il narcotraffico, non per il calcio d’élite. Una squadra che vinse inaspettatamente la Coppa Libertadores e arrivò a sfiorare la vittoria contro il grande Milan di Sacchi. Maturana fu l’artefice del decollo del calcio colombiano e sicuramente la generazione di giovani calciatori di gran livello emersa nella seconda metà degli anni ottanta fu altrettanto fondamentale. Eppure ci fu un altro fattore decisivo, probabilmente, nell’ascesa del calcio colombiano: il narcotraffico. Non c’è niente di nuovo, i soldi che girano nel mondo del calcio sono davvero tanti, sarebbe davvero ingenuo pensare che si tratti di un mondo immune all’illegalità.

In Colombia il narcotraffico iniziò a interessarsi di calcio negli anni settanta, soprattutto per il riciclaggio di denaro sporco. Nei due decenni successivi le grandi organizzazioni colombiane leader del traffico di droga mondiale diventarono addirittura vere e proprie protagoniste del calcio colombiano. Uno dei primi esempi fu quello del presidente del Nacional di Medellin Hernan Botero, che nel 1984 venne estradato negli Stati Uniti, dove venne condannato per riciclaggio di denaro legato al traffico internazionale di cocaina. Gli anni ottanta videro la vera e propria esplosione del cosiddetto “narcofútbol”, con i principali cartelli della droga colombiani coinvolti nella proprietà dei più importanti team del loro paese. I fratelli Rodriguez Orejela, per esempio, capi del cartello di Calì, erano i proprietari dell’America di Calì. E poi c’era il narcotrafficante probabilmente più famoso di sempre, Pablo Escobar Gaviria, di Medellin, che negli anni ottanta era stato addirittura inserito nella classifica degli uomini più ricchi del mondo dalla rivista Forbes. Escobar finanziava le squadre di Medellin, compreso quel Nacional che arrivò nel 1989 a 1 minuto dal costringere il grande Milan di Sacchi ai rigori nella finale di coppa intercontinentale. Ora, si può discutere sull’opinione di molti che pensano che il calcio colombiano ebbe quel boom solo per il fiume di soldi proveniente dal narcotraffico. Ma la verità è che semplicemente coincisero una gran generazione di calciatori e un grande allenatore, oltre che, innegabilmente, una marea di soldi che permise ai maggiori club colombiani di tenere i calciatori migliori pagando stipendi molto elevati e anche di acquistare qualche straniero di livello. A questo bisogna aggiungere la tolleranza delle autorità colombiane nei confronti di Escobar e degli altri druglords, dovuta alla corruzione che toccava praticamente ogni settore della società colombiana. Eppure già a fine anni ottanta le cose avevano preso una brutta piega: nel 1988 un arbitro venne sequestrato e rilasciato poche ore dopo essere stato minacciato di morte. L’anno dopo l’arbitro Alvaro Ortega venne assassinato dopo una partita nella quale annullò un gol all’Indipendente di Medellin. Pochi giorni dopo il governo colombiano decise di annullare quel campionato: era stata oltrepassata una linea di non ritorno.

Nel frattempo Pablo Escobar continuava a guadagnare montagne di soldi con il suo impero della droga e del terrore, rimanendo però amatissimo dalla povera gente di Medellin per via del suo “impegno sociale” a favore degli abitanti quartieri dai quali proveniva, dove faceva costruire scuole, campi di calcio e addirittura nuovi barrios per dare un tetto a coloro che vivevano per strada e che vagavano tra i rifiuti della città colombiana. A nessuno di loro importava più di tanto che quei soldi Escobar li avesse fatti ammazzando spietatamente migliaia di persone, per costoro rimaneva una sorta di Robin Hood latino-americano. Non per il governo però, che concluse un accordo per l’estradizione del narcotrafficante verso gli Stati Uniti. Escobar si fece eleggere al parlamento colombiano e non venne estradato, ma le violenze dovute al narcotraffico non facevano che aumentare. Ministri, candidati presidenti, poliziotti, persone comuni, saltarono in aria o vennero spazzate via dabarrio pablo escobar squadre di killer armati sino ai denti. Il governo colombiano ripartì con la procedura di estradizione ma Escobar, forte di migliaia e migliaia di fedeli “soldati”, iniziò una violenta e sanguinosa guerra con lo stato che all’inizio degli anni novanta portò la Colombia a essere probabilmente il paese più violento al mondo. Dopo un compromesso con il governo, Escobar si consegnò alle forze dell’ordine per farsi imprigionare in un carcere di lusso fatto costruire apposta da lui stesso, la Catedral, dove era tutto fuorché prigioniero. Riuscì addirittura a far venire lassù al carcere mezza nazionale colombiana di calcio per una partitella, nel 1993, prima del mondiale americano dove i colombiani erano dati per favoriti. C’erano Higuita, Asprilla, Herrera, Valderrama, e anche Andrés Escobar, a malincuore – dice la sorella -.

Nel frattempo, la nazionale colombiana aveva fatto passi da gigante. Già nel 1990 in Italia i colombiani si qualificarono al secondo turno, dove però vennero eliminati dal Camerun dell’eterno Roger Milla, in una partita segnata da un clamoroso errore di René Higuita, che aveva cercato di dribblare Milla a tre quarti campo. Un classico dell’estroso portiere di Medellin, già famosissimo, che poi tutti ricorderanno per questa incredibile prodezza. Malgrado tutto, i colombiani continuavano a crescere inarrestabili. Le qualificazioni per i mondiali di Usa 1994 furono indimenticabili, soprattutto la decisiva e straordinaria partita giocata a Buenos Aires contro l’Argentina, che vide i colombiani battere i rivali con un devastante 0-5. Un’autentica lezione di calcio e una squadra che tutti mettevano tra le favorite a quel mondiale. Un raggio di luce nella notte della società colombiana, che si trovava immersa in un’assurda spirale di violenza e morte che sembrava infinita e senza speranza. Quella squadra era la faccia buona della devastata Colombia degli anni novanta e tutti riponevano grandi speranze in Higuita e compagni. Che comunque non rifiutarono quella chiamata di Pablo Escobar e si recarono alla Catedral a giocare con il narcotrafficante, anche se di nascosto. Ma tutti sapevano della partita, anche se facevano finta di nulla. Poco tempo dopo quella partita René Higuita finì in prigione accusato di aver preso soldi per aver fatto da mediatore in un sequestro di persona. Lui disse che venne imprigionato per via della sua vicinanza a Pablo Escobar, mai negata. Ma tant’è, El Loco Higuita non poté partecipare ai mondiali americani.

Quel 1993 fu probabilmente il peggior anno per la Colombia. Il governo aveva deciso di farla finita con Pablo Escobar in tutti i modi e consegnarlo agli USA, ma il narcotrafficante riuscì a scappare e a vivere per qualche mese da latitante. La violenza nelle strade era persino aumentata, anche grazie all’entrata in gioco de los PEPES, un gruppo paramilitare di assassini avverso al clan di Escobar che usava metodi persino più spietati di quelli di Pablo, sostenuto sia dal governo colombiano che dagli americani con lo scopo di fare fuori il narcotrafficante. Il 2 Dicembre del 1993 Pablo Escobar Gaviria venne ucciso mentre scappava su un tetto di una casa a Medellin. La Colombia continuava a essere nel caos più assoluto. La pressione sui calciatori colombiani era sempre più forte. Erano l’unica speranza per il paese. E i giocatori non potevano non sentire questa pressione, prima di partire per gli Stati Uniti. Andrés Escobar era probabilmente il leader, assieme al Pibe Valderrama, della squadra. Un leader di poche parole, diverso dalla maggior parte dei compagni di squadra, proveniente da un quartiere “normale” e da una famiglia altrettanto “normale”, ma sapeva benissimo che rimanere concentrati quando in Colombia c’era un’autentica guerra era quasi impossibile.

La prima partita del mondiale vide la Colombia affrontare da favorita la Romania di Gica Hagi. Una partita giocata in contropiede dai romeni, che batterono 3-1 i favoriti colombiani con doppietta di Raducioiu e grandissimo gol di Hagi da quasi quaranta metri, che sorprese il sostituto di Higuita Óscar Córdoba. Dopo quella delusione, le cose peggiorarono sempre di più. In teoria c’era ancora la possibilità di qualificarsi al secondo turno, bastava vincere contro i padroni di casa degli Stati Uniti nella prossima partita. Invece le cose precipitarono: dalla Colombia vennero recapitate delle minacce di morte a Maturana e tutti i giocatori, oltre che alle loro famiglie. Il centrocampista Gómez non avrebbe dovuto giocare, altrimenti ci sarebbero state conseguenze letali. Maturana, in lacrime, cedette alle minacce ed escluse Gómez, che quel giorno decise di lasciare il calcio. Oltre a questo, era stato ucciso il fratello dell’altro centrocampista Chonto Herrera, che prima del mondiale era stato anche vittima del sequestro lampo del suo bambino di tre anni. Escobar, a cui era stato ucciso un fratello da adolescente, convinse Herrera a giocare lo stesso contro gli americani, per il bene di tutti.

Il 22 Giugno del 1994 Colombia e Stati Uniti scesero in campo per la seconda partita del girone. I sudamericani erano i favoriti, ma iniziarono comunque molto tesi e nervosi per via di tutto quello che era successo nei giorni precedenti al match. Dopo un paio di occasioni clamorose sprecate da Faustino Asprilla e Rincon, un contropiede degli americani portò a un pericoloso cross rasoterra dalla sinistra che venne intercettato in malo modo a centro area da Andrés Escobar, con la palla a rotolare beffardamente dentro la porta colombiana. Lo sguardo di Escobar dopo l’autogol è quello di un ventisettenne deluso che vede sfuggire dalle mani il sogno di una vita da professionista. I cafeteros tentarono di reagire, ma erano come un pugile suonato che si aggirava barcollante per il ring. Nel secondo tempo un altro contropiede portò al raddoppio degli statunitensi. A nulla valse il gol della bandiera, segnato al novantesimo. La partità finì 2-1 per gli Stati Uniti, condannando la Colombia all’eliminazione al primo turno. Dopo l’inutile terza partita del girone, vinta dai colombiani per 2-0 contro la Svizzera, alcuni giocatori decisero di restare in vacanza, mentre Escobar, con qualche altro compagno, decise di tornare in Colombia, dove si sarebbe dovuto sposare entro qualche settimana con la fidanzata di sempre, Pamela Cascardo. Appena arrivato a Medellin scrisse un articolo per un quotidiano locale dove commentava la precoce eliminazione della nazionale, spiegando l’inaspettata debacle con la mancanza di convinzione e con la forma non al meglio della squadra, ma prometteva il riscatto di un gruppo ancora competitivo e giovane, concludendo l’articolo in questo modo: “A presto. Perché la vita non finisce mica qui”. Pochi giorni dopo Andrés Escobar veniva unnamedammazzato con dodici colpi di pistola all’uscita di un locale di Medellin dalla guardia del corpo dei fratelli Gallón, due esponenti del gruppo dei PEPES coinvolti in diversi traffici illegali. Ci sono diverse versioni dell’accaduto, ma alla fine quella più veritiera parla di una discussione iniziata con insulti per via dell’autogol e finita malissimo. Chonto Herrera, molto amico di Andrés, racconta che gli aveva consigliato di non uscire e stare a casa, ma Escobar non lo ascoltò e decise di uscire lo stesso con un altro gruppo di amici. Il suo assassino, condannato a 45 anni di carcere, è uscito nel 2005 per buona condotta. Il cugino e braccio destro di Pablo Escobar, Jaime Gaviria, afferma nel documentario che se Pablo fosse stato vivo Andrés non sarebbe stato ammazzato come un cane.

L’omicidio del difensore di Medellin, che si diceva potesse passare presto al Milan, fu l’inizio della fine del cosiddetto “Narcofútbol”. La nazionale colombiana si qualificò anche per il mondiale del 1998 in Francia, dove uscì di nuovo al primo turno. Poi riuscì anche a vincere una Coppa America nel 2001, sempre guidata da Francisco Maturana, ma gli anni d’oro sembravano comunque lontani. Lo stesso Maturana ha avuto una carriera probabilmente inferiore alle aspettative, e oggi allena la squadra saudita Al Nassr, dove il preparatore dei portieri è un certo Renè Higuita. La Colombia negli ultimi vent’anni ha fatto passi da gigante nella lotta al narcotraffico, con un costo sociale e umano altissimo. Le cifre date dalle autorità colombiane sono spaventose: sono finite in prigione oltre 800.000 persone per reati connessi al narcotraffico, mentre la coltivazione di foglie di coca è stata ridotta del 70 per cento. Un’autentica guerra costata al governo 10.000 milioni di dollari e la morte di 1785 poliziotti e 10.000 persone, la meta delle quali attribuite a Pablo Escobar. Dopo la sua morte e la fine del cartello di Medellin, il governo riuscì anche a sgominare il cartello di Calì, arrestando i fratelli Rodriguez Orejuela. Era la fine delle grandi organizzazioni narcotrafficanti che dominavano il mercato di cocaina esportandola verso gli Stati Uniti. Il traffico della droga passò in mano ai paramilitari, tra i quali c’erano esponenti dei PEPES come i fratelli Castaño. Piano piano però la pressione del governo e degli Stati Uniti, oltre alla presenza di un gruppo guerrigliero forte come le FARC, portarono all’inevitabile passaggio di consegne della leadership del traffico di droga, che passò agli altrettanto feroci cartelli messicani.

Il calcio colombiano è adesso pulito, girano sicuramente meno soldi e i migliori calciatori vanno a giocare in Europa. Dopo una lunga traversata del deserto sembra che la nuova generazione di talenti di cui parlavamo sopra abbia riportato la nazionale a livelli molto competitivi e tutti si aspettano grandi cose dal prossimo mondiale brasiliano. Sarebbe bello che invece di dedicare un gol a un narcotrafficante, come fece De Avila dopo il gol qualificazione per il mondiale del 1998, stavolta il gol lo dedicassero ad Andrés Escobar.



Foto Story

Andrés Escobar, morto per un autogol.L'autogol che costò caro.Un'azione di Escobar durante il Mondiale.


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