Apocalisse Brasile 1950


Il Racconto

Alla conferenza FIFA di Lussemburgo del 25 luglio 1946, il Brasile fu scelto per l'organizzazione dei mondiali del 1950, dopo che era stato l'unico Paese a candidarsi. Gli Stati europei, infatti, visto lo stato di prostrazione in cui versava il vecchio continente al termine della seconda guerra mondiale, preferirono astenersi dal presentare candidature. In Brasile il calcio era già di gran lunga lo sport più popolare. Tuttavia, a dispetto della passione dei suoi tifosi, la nazionale brasiliana non aveva ancora conseguito grandi risultati: 3 trofei continentali (tutti quanti vinti in casa e solo al termine di uno spareggio) e diverse delusioni nei precedenti campionati del mondo.

Eliminata al primo turno sia in Uruguay ai mondiali del 1930 che in Italia ai mondiali del 1934, fu nei mondiali francesi del 1938 che la Seleção rimediò quella che sino ad allora era stata la sua più cocente delusione: giunto alla semifinale di Marsiglia contro l'Italia di Vittorio Pozzo e Giuseppe Meazza, il Brasile era così convinto di vincere (al punto che aveva acquistato i biglietti aerei per Parigi con largo anticipo) che il commissario tecnico Adhemar Pimenta fece riposare la sua stella Leônidas, escludendolo dalla formazione titolare. A vincere furono invece gli azzurri (per 2-1), avviandosi (in treno) a Parigi verso il loro secondo titolo mondiale, mentre per i sudamericani la delusione fu grande. Il mondiale casalingo del 1950, durante il quale la nazionale bianca (all'epoca la divisa brasiliana consisteva in un completo con casacca e calzoncini bianchi) avrebbe avuto dalla sua il pubblico, rappresentava la giusta occasione per aggiudicarsi la Coppa Rimet.

La fiducia dei brasiliani si poggiava, oltre che sul fattore campo, anche sull'elevato livello della nazionale brasiliana del tempo: negli anni Quaranta, celebri calciatori come Barbosa, Friaça, Zizinho, Jair, Chico e Ademir erano entrati nel giro della Seleção, allenata, dal 1945, dall'ex-centrocampista del Flamengo Flávio Costa. Costa aveva costruito la nazionale brasiliana che, nell'edizione casalinga del 1949, era riuscita a vincere, a 27 anni dall'ultima affermazione, il Campeonato Sudamericano (corrispondente all'attuale Coppa America).

In quel torneo, disputatosi con un girone all'italiana, il Brasile aveva vinto le prime sei partite consecutive, superando quasi sempre le avversarie con diversi goal di scarto: all'esordio, i brasiliani avevano battuto l'Ecuador per 9-1, ripetendosi poi con la Bolivia (10-1), il Cile (2-1), la Colombia (5-0), il Perù (7-1) e l'Uruguay (5-1). Al termine della penultima giornata, il Brasile si trovava primo in classifica con 12 punti, 2 in più del Paraguay, con cui avrebbe dovuto giocare, l'8 maggio 1949 all'Estádio São Januário di Rio de Janeiro, la partita finale. Un pareggio sarebbe stato, dunque, sufficiente per vincere il titolo continentale, ma i brasiliani furono sconfitti dai paraguaiani, che uscirono vittoriosi per 2-1. Le squadre giunsero a pari punti (12) e si affrontarono, l'11 maggio, in uno spareggio, ove il Brasile suggellò la vittoria del torneo con il risultato di 7-0. Lo spareggio contro il Paraguay fu l'ultima partita della nazionale brasiliana del 1949. L'anno seguente, il Brasile disputò una serie di tornei e partite amichevoli in preparazione della rassegna mondiale. Il 6 maggio 1950, a poco più di un mese e mezzo dall'avvio del torneo, la Seleção affrontò, nella Coppa Rio Branco, l'Uruguay allo Stadio Pacaembu di San Paolo, uscendo battuta per 4-3.

I brasiliani seppero risollevarsi: nelle sei seguenti amichevoli il Brasile colse cinque vittorie contro il Paraguay (2-0), l'Uruguay (3-2 e 1-0), la selezione dello Stato del Rio Grande do Sul (6-4) e quella giovanile dello Stato di San Paolo (4-3), oltre ad un pareggio, in un'altra partita, contro il Paraguay (3-3). La Seleção pareva pronta per il mondiale, ove era stata sorteggiata nel gruppo 1 contro Messico, Jugoslavia e Svizzera.

Il torneo sarebbe iniziato il 24 giugno e la partita inaugurale avrebbe visto proprio i padroni di casa del Brasile scendere in campo contro il Messico: teatro di questa e di gran parte delle altre partite della nazionale di casa sarebbe stato lo Stadio Mário Filho, meglio noto come Maracanã, costruito appositamente per la manifestazione e, all'epoca, l'impianto calcistico più grande del mondo (quasi 200.000 posti di capienza).
Sostenuti in ogni partita dal tifo di decine di migliaia di spettatori, i brasiliani vinsero agevolmente il girone, superando al Maracanã il Messico per 4-0 e la Jugoslavia per 2-0; l'unica partita che non riuscirono a vincere fu quella contro la Svizzera, che fermò i brasiliani con un pareggio per 2-2 allo Stadio Pacaembu di San Paolo. L'opinione pubblica brasiliana non prestò più di tanta attenzione al pari, sia perché il Brasile era privo, nella partita contro gli elvetici, di calciatori importanti (Danilo, Bigode, Jair, Chico e Zizinho), sia perché avrebbe giocato tutte le rimanenti partite al Maracanã, ove la Seleção sembrava imbattibile.

Tra l'altro, l'eliminazione al primo turno delle altre due favorite, l'Italia (battuta dalla Svezia) campione in carica e l'Inghilterra (sconfitta, contro ogni pronostico, per 1-0 dagli Stati Uniti e poi anche dalla Spagna), sembrò spianare ulteriormente la strada ai brasiliani per la vittoria finale. Quello del 1950 fu l'unico mondiale in cui il titolo venne assegnato non con una finale in gara unica, ma al termine di un girone finale all'italiana tra le nazionali che avevano vinto i quattro gironi che costituivano la prima fase del torneo; la prima classificata del girone finale si sarebbe aggiudicata il titolo mondiale.

Nel girone finale, gli avversari del Brasile furono la Svezia, la Spagna e l'Uruguay. Le due formazioni europee - come già detto - avevano eliminato a sorpresa, rispettivamente, Italia e Inghilterra. L'Uruguay, dal canto suo, era giunto al girone finale in modo alquanto fortunoso: sorteggiato nel girone eliminatorio con Bolivia e Francia (quest'ultima invitata in sostituzione di Turchia e Scozia, qualificatesi e successivamente rinunciatarie), il ritiro dei transalpini aveva trasformato il primo turno in una gara unica contro i modesti boliviani, battuti agevolmente per 8-0.

Il Brasile esordì nel girone finale al Maracanã, il 9 luglio alle ore 15.00, contro la Svezia. Oltre 138.000 spettatori trovarono posto sulle tribune del grande stadio, dando vita a un caldissimo tifo: ampio fu il ricorso, da parte della torcida brasiliana, a materiale pirotecnico, con tanto di petardi lanciati contro i calciatori svedesi (come lamentato, in una successiva intervista, da Nacka Skoglund). La gara, comunque, non ebbe storia: il Brasile vinse per 7-1, con quattro goal di Ademir, una doppietta di Chico e una rete di Maneca, mentre la Svezia (capace di segnare appena un goal con Andersson), surclassata dal gioco sudamericano, non entrò mai in partita.

Il 13 luglio alle ore 15.00, il Brasile scese nuovamente in campo al Maracanã, stavolta contro la Spagna. Di fronte a oltre 150.000 spettatori, il copione si ripeté: un'autorete di Parra, una doppietta di Chico e un goal a testa di Jair, Zizinho e Ademir fissarono il punteggio sul 6-1 per il Brasile (la rete spagnola fu siglata da Igoa). Alla vigilia dell'ultima partita, in programma il 16 luglio contro l'Uruguay, il Brasile era a punteggio pieno, imbattuto e, nel solo girone finale, con 13 goal segnati e solo 2 subiti. In classifica, era seguito proprio dagli uruguaiani, che, nelle precedenti sfide, avevano pareggiato (2-2) contro la Spagna e vinto a fatica (3-2, con marcatura decisiva realizzata all'84°) contro la Svezia, dopo che in entrambe le partite la Celeste stava soccombendo 2-1.

I 3 punti in classifica, contro i 4 del Brasile, consentivano ancora agli uruguaiani di poter sperare, in quanto una vittoria avrebbe permesso loro di sopravanzare i padroni di casa. Al Brasile, invece, bastava il pareggio: ma sembrava avere poco senso parlare di pareggio per la favoritissima squadra carioca per la quale, considerato l'ampio scarto di goal con cui aveva vinto le prime due partite del girone finale, l'ultima gara pareva essere una mera formalità prima di conquistare la Coppa Rimet, anche in considerazione del modo tortuoso con cui l'Olimpica era riuscita a presentarsi all'appuntamento decisivo.

Forti di quelle che più che speranze parevano certezze, i brasiliani affrontarono la vigilia con grande giubilo, come se la Seleção avesse già vinto. Per le vie del Paese si incontravano ovunque caroselli di tifosi festanti, mentre il mattino del 16 per le strade di Rio de Janeiro fu pure improvvisato un carnevale. In tutto il Brasile, furono vendute oltre 500.000 magliette con la scritta "Brasil campeão 1950" (Brasile campione 1950).
La stampa brasiliana uscì con titoli celebrativi già il giorno della partita. Sulla prima pagina dell'edizione del 16 luglio del popolare quotidiano carioca "Diário do Rio" si leggeva: «O Brasil vencerá» (il Brasile vincerà) e «A Copa será nossa» (la Coppa sarà nostra). "O Mundo" pubblicò in prima pagina la foto della squadra brasiliana sovrastata dal titolo "Estes são os campeões do mundo" (questi sono i campioni del mondo).
Dall’altra parte, i calciatori uruguaiani ben sapevano dell'estrema difficoltà del match che li attendeva. Sconfiggere il Brasile (imbattuto, fino a quel momento, al mondiale del 1950), oltretutto al Maracanã, sembrava pura utopia. D'altro canto, però, la Celeste poteva vantare alcuni calciatori di alto livello, dal portiere Máspoli al capitano Varela, dal regista di centrocampo Schiaffino alla punta Ghiggia.

Il giorno della partita, l'esterno del Maracanã appariva tappezzato con cartelloni recanti la scritta "Homenagem aos campeões do mundo" (Omaggio ai campioni del mondo).
Lo stadio era esaurito in ogni ordine di posto. Gli spettatori paganti risultarono ufficialmente 173.850, quelli presenti 199.854, ancor oggi un record imbattuto. Appena un centinaio di essi erano tifosi uruguaiani. Per il resto, le decine di migliaia di tifosi locali animarono un'accesissima torcida, con bandiere, striscioni e gli immancabili petardi, alcuni dei quali lanciati, durante il riscaldamento, contro i calciatori uruguaiani, al fine di infastidirli.
La partita era in programma alle ore 15.00. Prima del fischio d'inizio, con le squadre già schierate a centrocampo, prese la parola il generale Ângelo Mendes de Morais, prefetto del Distretto Federale, il quale pronunciò un breve discorso emblematico della certezza che i brasiliani riponevano nella vittoria della propria nazionale:

« Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che avete rivali in tutto l'emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori! »

Come atteso dai pronostici, il primo tempo vide il Brasile, schierato con un offensivo 2-3-4-1, all'attacco della nazionale uruguaiana, seppur senza risultati: nonostante i ripetuti tentativi, infatti, i bianchi non riuscivano a perforare la difesa avversaria, anzi rischiando diverse volte sui contropiede dei celesti.
Nel secondo tempo, la nazionale brasiliana parve partire con il piede giusto: dopo appena 2 minuti il centrocampista Friaça, sfruttando un intervento non impeccabile del portiere uruguaiano Máspoli, portò in vantaggio il Brasile. Il Maracanã esplose di gioia: ormai i tifosi erano convinti del titolo.

L’Uruguay, tuttavia, non si scompose, proseguendo nel suo gioco ordinato, guidato dalla regia di Schiaffino. Al 66’, dopo una rapida progressione sulla fascia, Ghiggia saltò il brasiliano Bigode e servì proprio Schiaffino, che batté Barbosa. Per quanto il pareggio ancora li premiasse, l'inattesa marcatura subìta ebbe ripercussioni negative sul morale dei brasiliani, che smisero pressoché di giocare.
Al 79' Ghiggia, servito da Pérez, superò nuovamente la difesa brasiliana e segnò la rete del clamoroso 2-1 per gli ospiti. Sul Maracanã cadde il silenzio più totale. I calciatori brasiliani tentarono disperatamente di pareggiare, ma ogni loro tentativo fu vano e l'Uruguay realizzò una delle più grandi sorprese della storia del calcio.

Quando l’arbitro Reader fischiò la fine, il clima era surreale. Sugli spalti, decine di persone vennero colte da infarto: talune fonti parlano di almeno 10 morti all'interno dello stadio, oltre che di due spettatori suicidatisi gettandosi dagli spalti.
L'inatteso esito della gara fece saltare i piani di una sontuosa premiazione, ormai programmata da tempo. La Federcalcio brasiliana aveva fatto stampare migliaia di cartoline commemorative e coniare 22 medaglie d'oro, che le massime autorità politiche brasiliane avrebbero dovuto consegnare ai propri calciatori.
Era previsto che si formasse un'imponente guardia d'onore, composta da due file di guardie, dall'uscita del tunnel al centro del terreno di gioco, attraverso la quale sarebbero dovuti passare i rappresentanti del governo carioca e il presidente della FIFA, Jules Rimet. Quest'ultimo avrebbe dovuto consegnare la coppa nelle mani del capitano della nazionale vincitrice (ovviamente il Brasile, secondo le attese). Lo stesso Rimet aveva scritto, durante la partita, un discorso in lingua portoghese, al fine di omaggiare la nazionale verdeoro.
Al termine della partita, le autorità brasiliane abbandonarono lo stadio, lasciando il solo Rimet a premiare gli uruguaiani. La guardia d'onore non si formò (le guardie erano tutte in lacrime) e il presidente della FIFA si ritrovò in mezzo alla confusione, tra i disperati brasiliani e i trepidanti uruguaiani, con la coppa in mano: scorto il capitano dell'Uruguay Varela, Rimet si limitò a consegnargli la coppa e a stringergli la mano, ma non riuscì a dirgli neppure una parola di congratulazioni per la vittoria mondiale della sua nazionale.

Neppure l'inno nazionale uruguaiano venne suonato dalla banda (com'era invece da programma per omaggiare i neo-campioni del mondo), oltre che per la delusione, anche perché la stessa non era stata fornita della partitura dell'inno uruguaiano, in quanto ritenuta inutile.
Anche gli uruguaiani, nonostante la soddisfazione per la vittoria, furono colpiti dal dramma dei brasiliani. In un'intervista, Juan Alberto Schiaffino affermò come, al fischio finale, fu colto anche da compassione per gli sconfitti: «Lasciammo l'angustia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, versando lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. Ad un certo punto, provai pena per quello che stava accadendo».
Mentre Ghiggia, anni dopo, dirà ironicamente: «A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io». La nazionale uruguaiana, per motivi precauzionali, lasciò immediatamente il Brasile, volando verso Montevideo. Questo non impedì un'aggressione, immediatamente dopo la partita, ai danni di Ghiggia, che dovette rientrare in Uruguay in stampelle.
Il Brasile proclamò tre giorni di lutto nazionale. Molte persone in tutto il Paese, chi per la delusione, chi perché aveva perso tutto scommettendo gran parte dei propri averi sulla vittoria della Seleção, si tolsero la vita: alla fine sarebbero stati certificati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco in tutto il Paese. Ary Barroso, il popolare musicista brasiliano che lavorava anche come radiocronista calcistico e che aveva commentato la finale, decise, poco tempo dopo, di lasciare la professione di giornalista. Il difensore brasiliano Danilo, caduto in una profonda crisi depressiva a causa della sconfitta, tentò il suicidio.
La stampa brasiliana uscì con titoli catastrofici sulla sconfitta (tra gli altri, "Nossa Hiroshima" - la nostra Hiroshima - e "A pior tragédia na história do Brasil" - la peggiore tragedia nella storia del Brasile). Eloquente fu la descrizione che lo scrittore brasiliano José Lins do Rego pubblicò il 18 luglio sul popolare quotidiano sportivo "O Jornal dos sports":

« Ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, lasciare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. Ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. Questo mi ha fatto male al cuore. Tutte le emozioni dei minuti iniziali della partita si sono ridotte a cenere di un fuoco spento. »

I media brasiliani scagliarono roventi critiche sull’allenatore Flávio Costa e su tutti i giocatori, in particolare sul portiere Barbosa. Il commissario tecnico fuggì dal Paese, rifugiandosi in Portogallo. Sarebbe comunque tornato sulla panchina della Seleção, calmatesi le acque, nel 1955. A Barbosa sarebbe toccata la condanna calcistica più grave, venendo accusato, per tutto il resto della propria vita, di essere stato il principale responsabile della sconfitta. Lo stesso estremo difensore brasiliano raccontò, anni dopo, la sua pena: «Se non avessi imparato a contenermi ogni volta che la gente mi rimproverava per il goal (di Ghiggia, n.d.r.), sarei finito presto in carcere o al cimitero». E ancora: «Fu una sera degli anni '80 in un mercato. Richiamò la mia attenzione una signora che mi indicava, mentre diceva a voce alta al suo bambino: "Guarda figlio, quello è l'uomo che fece piangere tutto il Brasile"».
Nel 1993, in un incontro con i calciatori della nazionale brasiliana durante le qualificazioni ai mondiali del 1994, Barbosa commentò sconfortato: «In Brasile la pena più lunga per un crimine è trent'anni di carcere. Io, da quarantatré anni, pago per un crimine che non ho commesso». Barbosa morì nel 2000. Recentemente, il giornalista italo-brasiliano Darwin Pastorin ha proposto di compensarlo dei decenni vissuti ingiustamente come capro espiatorio, ribattezzando il Maracanã, in vista dei mondiali brasiliani del 2014 e delle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, come "Stadio Moacir Barbosa". Il Brasile calcistico tutt’oggi ricorda con estremo dolore quel giorno "tragico", appunto con l’espressione "O Maracanaço".
Ciononostante, proprio a Ghiggia è stato concesso, nel dicembre 2009, l'onore di lasciare le impronte dei propri piedi nella "Calçada da Fama" del Maracanã, la walk of fame riservata ai grandi calciatori protagonisti di memorabili partite disputate nel grande stadio carioca.



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L'Uruguay campione del mondo 1950. Uruguay-Brasile 2-1, Ghiggia sigla la rete della vittoria.Una fase della partita finale.Ghiggia.Le formazioni di Uruguay Brasile.Il portiere brasiliano Barbosa.


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