Il Betis “basco” che conquistò la Liga


Il Racconto

Il 1928 è l’anno della svolta per il calcio spagnolo: si introduce il professionismo e si crea una Lega nazionale per determinare il campione della nazione iberica, fino a quel momento corrispondente al vincitore della coppa nazionale. Ne nasce una lunga diatriba tra “minimalistas”, che vogliono la partecipazione soltanto di dieci squadre, e “maximalistas” che vorrebbero una Primera División allargata. Vincono i primi, la Liga che formalmente ancora oggi è ricordata come l’edizione 1928-29 ma si è svolta interamente nel 1929 è composta da dieci compagini. Quasi tutte arrivano dal Nord, quattro sono basche, tre di Barcellona e c’è il Santander, fanno eccezione le due madrilene, Real e Athletic. Il Racing, in particolare, arriva a giocare la prima Liga dopo avere vinto un torneo di qualificazione a eliminazione diretta, sbarazzandosi in sequenza le due squadre di Siviglia, il Real Betis e il Siviglia. Il primo campionato lo vince il Barcellona, e il Racing, ultimo, disputa uno spareggio con il Siviglia campione di Segunda División e resta in Primera. L’anno successivo il titolo va a Bilbao e l’Athletic di Madrid retrocede lasciando il posto a un’altra basca, l’Alavés. A Bilbao festeggiano anche nel ’31 e nel ’34, inframmezzati dalle prime vittorie del Madrid, non più Real in quanto nel frattempo il re Alfonso XIII è andato in esilio e si è insediata la Seconda Repubblica. In un clima politico molto pesante, il calcio va avanti e nell’estate del 1932 per la prima volta un club andaluso è campione in Segunda e guadagna l’accesso in cima alla piramide calcistica. È il Betis Balompié, ovviamente anch’esso senza più l’onorificenza reale che l’aveva contraddistinto fin dal 1915. La squadra in realtà è frutto di una fusione avvenuta nel 1914 tra il Sevilla Balompié (termine spagnolo che sta per calcio, poi abbandonato per l’anglicismo fútbol), fondato dagli studenti del Politecnico andaluso nel 1907, e il Betis F.C. (dalla regione Hispania Baetica, il nome dato all’Andalusia dei romani), nato due anni dopo da una scissione di alcuni soci del Siviglia, considerato club troppo di élite.

Proprio da questo ambiente arriva colui che dal 1928 è presidente betico: di famiglia sevillista, di medici, di destra, Ignacio Sánchez Mejías è un intellettuale di estrema sinistra, ex torero che è sceso nell’arena perché nella Spagna di quel tempo è l’unico modo per diventare eroi. Drammaturgo, attore di cinema, giocatore di polo e pilota automobilistico, SánchezMejías porta il Betis in Primera e mette in piedi una squadra di tutto rispetto. Dopo una grande Coppa della Repubblica nel 1931, persa in finale contro l’Athletic Bilbao, nel 1932 dal Real Oviedo arriva un allenatore irlandese, Patrick O’Connell, per tutti Paddy. Da calciatore è stato capitano del Manchester United nel 1915, dopo avere giocato nello Sheffield Wednesday e nello Hull City. O’Connell, che durante gli anni allo United aveva lavorato in una fabbrica di automobili vicino a Old Trafford, è stato scovato dal Racing Santander mentre si trova nella costa nord-est dell’Inghilterra, nella città mineraria di Ashington, dove fa il giocatore allenatore. Non è soddisfatto del lavoro, e approfitta della conoscenza degli spagnoli che sono lì per lavoro nelle miniere di ferro e carbone per cercare un ingaggio nella Penisola Iberica. O’Connell è un allenatore innovativo, si mette maglia e pantaloncini e dirige dal campo di allenamento, quando i colleghi sono soliti restare seduti fuori dal terreno di gioco. È attento alla fase difensiva, e ciò rappresenta una novità per il calcio dell’epoca, specialmente in Spagna. Un quinto e un quarto posto nei primi due anni nella massima serie, su dieci partecipanti, sono un buon risultato, condito con la prima presenza di un betico in nazionale.

È Simón Lecue, basco di Arrigorriaga ed ex Alavés, a scendere in campo in una partita che ha segnato la storia delle Furie Rosse: il 3-1 al Brasile nel mondiale 1934, sul terreno del “Ferraris” di Genova. Arrivato per 16.000 pesetas, andrà al Madrid per 50.000, guadagnandosi il soprannome di Niño de Oro per il trasferimento record. Lecue gioca poi nella ripetizione della partita con l’Italia, che la Spagna perde 1-0 tra le polemiche. Nell’agosto del 1934, il presidente Sánchez Mejías decide di tornare nell’arena di Manzanares, per sostituire il torero Domingo Ortega. Deve affrontare Granadino, piccolo, mansueto e dalle corna sottili, che però lo colpisce nella coscia mentre sta per iniziare una difficile manovra con la stampella. Sánchez Mejías non vuole essere operato nella piccola e fatiscente infermeria di Manzanares, e chiede il trasferimento a Madrid, ma l’ambulanza arriva dopo diverse ore. Due giorni dopo viene dichiarata la cancrena, e il presidente del Betis muore la mattina del 13 agosto. Secondo la leggenda, cercava una morte eroica: «Sánchez Mejías, stanco di vivere e di vedere il mondo, riapparì per morire sotto le corna di un toro. Non concepiva altro tipo di morte, ed ebbe quella che lui desiderava.» scrive Domingo Delgado de la Cámara. Federico García Lorca gli dedica l’elegia “Llanto por Ignacio Sánchez Mejías” in cui ogni verso è intercalato dalla famosissima frase «A las cinco de la tarde», alle cinque della sera, che verrà ripresa da più parti, con adattamenti e recitazioni da parte di attori famosi.

Oltre al dolore per una morte così drammatica quanto romantica, ci sono dubbi sulla tenuta del club e della squadra, per cui alla vigilia del settimo campionato di Primera División il Betis è considerato molto indietro nei pronostici rispetto alle solite rivali: Madrid, Barcellona e Bilbao, vale a dire le uniche ad avere vinto finora iltitolo. Le squadre sono passate da dieci a dodici, per un totale di 22 incontri,l’esordio è da brividi, a Chamartin contro il Madrid. I biancoverdi, che devono i loro colori al Celtic Glasgow, grazie a Manuel Ramos Asensio uno dei primi capitani del Betis che aveva studiato in Scozia, hanno un gioco molto coeso. A Madrid i Blancos non riescono a pungere, nemmeno dopo avere subito il gol del canario Rancél, che ribatte in rete il tiro di Unamuno respinto dal “Divino”, Ricardo Zamora. Anzi, è solo grazie ai terzini Quesada e Quincoces se il Madrid non subisce un passivo peggiore. La seconda giornata vede in programma Betis-Barcellona, e qui le cose sembrano mettersi a posto col vantaggio azulgranadi Reich, ma dopo un solo minuto Saro lancia ancora Rancél, che batte il portiere ospite. Nella ripresa arriva il 2-1 del Betis con Timimi, al secolo Pedro González Sánchez, uno dei “senatori” del clubnonostante i 23 anni. Arrivato daLas Palmas dove giocava con i campioni locali del Victoria di Gran Canaria, dopo avere giocato amichevoli a Siviglia è stato notato e messo sotto contratto dai dirigenti del Betis. Con quattro punti e una vittoria anche tra le mura amiche del Campo del Patronato Obrero, i Verdiblancos sono in testa ma non convincono la critica.

Nemmeno lo 0-3 conquistato in casa dell’Arenas de Getxo fa cambiare idea ai giornalisti, che parlano in ogni caso di dominio dei baschi. A proposito di baschi, abbiamo detto della componente canaria della squadra, ma nell’undici che si va delineando come quello “tipo” ci sono ben sei giocatori che vengono dalPays Vasco. Il primo è il portiere Urquiaga, ottimo nelle uscite e prestante fisicamente. Durante la guerra civile, come molti suoi compatrioti favorevoli alla repubblica, fuggirà in Messico, dove giocherà nel CF Asturias prima di essere protagonista nella vittoria del primo titolo nazionale dei “Tiburones Rojos” di Veracruz. Morirà nel luglio 1965 a Bilbao a soli 55 anni, dove da due anni è tornato a vivere, ma la sua morte desta più commozione nel paese centroamericano che in patria. Il terzetto difensivo «Made in Euskadi» è completato dai terzini Aedo e Areso. Il primo ha una traiettoria simile a quella di Urquiaga: nazionalista basco di sinistra (del partito ANV), andrà in Messico per giocare nel CD Euskadi, che altro non è che la nazionale basca in esilio, e poi nel Real Club de España, ma giocherà anche un paio di partite nel River Plate, nel 1940. Forte interditore, vince dovunque vada. Resterà in Messico fino alla morte, nel 1988, tornando in patria nel 1979 per essere premiato con Areso. «Estar lejos no es estar ausente» dirà nell’occasione, stare lontano non significa essere assente.  Areso, invece, andrà al Barcellona un anno prima di iniziare la stessa trafila, proseguendo in Argentina, dove morirà nel 2002. E pensare che i suoi non volevano farlo giocare a calcio.

Di Lecue, abbiamo già detto come fosse il primo betico a finire in nazionale e poi al Madrid. A differenza degli altri baschi, resta in Spagna e diventa uno dei migliori interni sinistri dell’epoca. A Madrid vince una sola Liga, nel 1944, e una coppa nel 1936, ovviamente non uscendo dal paese la sua carriera è spezzata in due dalla guerra civile. «Se qualcuno ti minaccia dimmelo, che ci penso io» è quel che Lecue si sente spesso dire dal suo concittadino (di Arrigorriaga, cittadina che ha visto anche i natali del tennista Berasategui) Larrinoa, mediano di sostanza con un grande stacco di testa che può dare filo da torcere ai portieri in uscita. Arriva dal Santander, è stato preso dopo un incontro all’hotel Excelsior con due dirigenti biancoverdi su input di O’Connell che lo aveva già avuto un anno in Cantabria. Ultimo ma non meno importante, il capitano del club, il giocatore di spicco della squadra, Vitorio Unamuno Ibarzabal, classe 1909, sempre presente in Primera con la maglia del Bilbao, da cui il Betis lo prende nell’estate del 1933. È il capitano, un attaccante di quelli coraggiosi degli albori e dei primi anni del professionismo, di quelli generosi, che si buttano su ogni pallone con la stessa grinta di un mediano. Quando arriva al Betis è già affermatissimo, ha vinto due campionati e quattro coppe di Spagna, anche se la stagione ’31-32 non l’ha praticamente giocata per infortunio. Passa al Betis per 25.000 pesetas, e dopo la guerra tornerà al Bilbao, dove riuscirà a vincere addirittura un titolo di “Pichichi”, il capocannoniere della Liga. Saro, altro attaccante, è di Valladolid ma la sua formazione calcistica è basca, cinque le stagioni all’Arenas de Getxo prima di arrivare a Siviglia, dove sarà uno dei pochi a restare anche dopo la guerra, anche in Segunda División.

Intanto, dopo cinque giornate il Betis è ancora a punteggio pieno, a +2 su Madrid e Barça. Alla sesta c’è l’Atletico ultimo in classifica, ma arriva una sconfitta per 4-2. Poco male, le inseguitrici perdono 4-1 in trasferta, il Barcellona nel derby e il Madrid a Bilbao. Proprio l’Athletic campione in carica arriva a 8 punti, raggiungendo le inseguitrici. Il dato curioso è che dopo sei giornate e 36 partite, ancora non c’è stato un pareggio. Il primo arriva proprio alla settima, per di più in uno scontro diretto tra seconde, a Barcellona Ventolrá pareggia all’ultimo giro di orologio e il Bilbao, che già pregustava la vittoria, deve tornare nei Paesi Baschi con un solo punto. E così, mentre il Siviglia non riesce a fare un favore ai “cugini” e perde 3-1 col Madrid, il Betis a fatica vince in casa con l’Oviedo. Segna Unamuno su centro di Saro, pareggia Lángara su punizione e Lecue al 73’ realizza il gol della vittoria dopo uno scambio con José Gonzalez Caballero, diciottenne prodotto del vivaio, di Alcalá de Guadaíra, alle porte di Siviglia. Dopo il pareggio in casa con l’Espanyol, il Betis ha un ostacolo difficilissimo: al Patronato arriva il Bilbao, siamo alla fine di gennaio e la squadra di O’Connell comincia ad essere meno sottovalutata. Non ci sono stelle, a parte il citato Unamuno, ma un undici compatto, con un terzetto difensivo quasi insuperabile e lo spirito combattivo dei baschi che, prima di esiliarsi in Messico per la guerra, sono in trasferta in Andalusia per vincere il titolo. Sono uniti, non vivono nel lusso, anzi sono tutti in pensioni modeste come quella famosa delle anziane sorelle Nena e Lola Conde.  Nel “derby” coi campioni in carica, il Betis resiste alla partenza forte degli avversari, poi Lecue a venti minuti dalla fine colpisce: è il gol vittoria che dà il +3 in classifica sul Madrid. La settimana successiva, le soddisfazioni aumentano con la vittoria nel primo derby di Primera, un 3-0 netto ancora una volta firmato da Lecue nella seconda parte del primo tempo, dopo un inizio nervoso da entrambe le parti. La mezzala sinistra segna due gol di classe, e nella ripresa è Adolfo, altro originario delle Canarie, a chiudere sul 3-0. Il Madrid, intanto, ha battuto 8-2 il Barcellona e si candida come principale avversario, tanto che lo scontro diretto al Patronato, dopo il 3-1 sul Santander, diventa per il Betis fondamentale per ambire a un insperato primo titolo.

Per i giornali locali, in città c’è un’attesa paragonabile ai tempi della rivalità tra i toreri Joselito e Belmonte: strade animate, sole e bel tempo nonostante sia ancora inverno, spettatori che arrivano da ogni parte della Spagna. I cancelli del Patronato sono aperti diverse ore prima. Per il Betis, però, c’è da confermare un primo posto che ancora fa storcere il naso ai tanti puristi del bel gioco. O’Connell ha portato solidità difensiva e compattezza di squadra, ed è quello che conta: anche di fronte all’ottimo primo tempo madridista, la retroguardia betica si erge a muro, aiutata dalla mediana. Nella ripresa, il centrocampo del Betis gioca più vicino al quintetto di attacco, che comincia a pressare. L’eroe di giornata è ancora Timimi, che parte in velocità, supera mediani e terzini e da posizione angolatissima con un diagonale rasoterra batte Zamora. Ora i punti di vantaggio sui Blancos son cinque e mancano dieci giornate. Tuttavia, i biancoverdi riescono a dilapidare quasi tutto in tre partite, prendendo un 4-0 in casa del Barcellona e un 3-1 a Valencia, intervallati da un pareggio a reti bianche, in casa con il fanalino di coda Arenas. Il Madrid fa 5 punti su 6 e si assesta a una sola lunghezza dalla vetta, poi per quattro giornate di fila entrambe le squadre fanno punteggio pieno, scavando una fossa tra sé e le altre. A tre giornate dalla fine, il Betis guida a 30 punti, con il Madrid a 29, alla vigilia di una partita difficilissima per i Verdiblancos, la trasferta di Bilbao in casa dei campioni, ormai staccati di dieci lunghezze al quarto posto. L’Athletic si impegna, cerca la vittoria, ha prevalenza sul campo, il Betis si difende, trova il gol con Unamuno che però viene giustamente annullato per fuorigioco. Finisce con un equo 0-0, col pubblico dell’Athletic che applaude i baschi del Betis, mentre il Madrid ha vinto con il Valencia 3-0, agganciando i rivali a quota 31, anche se gli andalusi sono ancora in vantaggio per il “goal average”, il quoziente reti, che darebbe loro il titolo a parità di punti.

Derby di Siviglia e Barcellona-Madrid è il succoso programma della penultima giornata. Pronti, via e al Patronato dopo quattro minuti è 1-1 per le reti di Torrontegui e Unamuno. Torna in vantaggio il Siviglia, altro pari - di Lecue su rigore - prima dell’intervallo. A Barcellona, si va al riposo sull’1-0 per i padroni di casa, che nella ripresa dilagano con Ventolrá sugli scudi, poker per lui e 5-0 finale. Al Patronato non ci sono più gol, il Betis va a +1, tutto è rinviato all’ultima, con Racing Santander-Betis e il Madrid contro la già retrocessa Arenas, a Chamartin. Non è un impegno facile per Unamuno e compagni, il presidente cantabrico De Cossio annuncia che darà un premio ai suoi se vinceranno, per evitare qualsiasi sospetto di combine, dato che il Racing è salvo. Si gioca alle 16, il Sardinero è pieno e il Betis, a cui probabilmente basta un pareggio (a meno di una vittoria per 11-0 del Real), mette subito le cose in chiaro. Lecue con un diagonale al 2’ e Unamuno su azione personale al 5’ portano il risultato sul 2-0, facendo inferocire il pubblico del Sardinero che inizia una pañolada urlando «Tongo! Tongo!», che sta per combine. Il Racing punto nell’orgoglio si ravviva un po’, ma Unamuno trova il 3-0, prima che Aedo salvi sulla linea un gol sicuro dei padroni di casa allo scadere di tempo. A nulla vale il 6-1 del Madrid, Caballero e poi ancora Unamuno chiudono il punteggio sul 5-0, ed è la festa per il primo, storico titolo del Betis. La squadra da Santander viaggia alla volta di Bilbao, dove visita la sede dell’Athletic e si porta a casa il trofeo di campione. Solo due giorni dopo, il 30 aprile 1935, si festeggia per le vie di Siviglia col ritorno della squadra sulla Flecha verde¸ il pullman sociale, mezzo di trasporto di tutte le trasferte. Alle celebrazioni partecipa l’alcalde di Siviglia, Isacio Contréras, accetta l’invito anche Ramón Sánchez-Pizjuán, giovane presidente del Siviglia. Si festeggia anche al bar Arzuaga, ad Arrigorriaga, come abbiamo visto città di alcuni protagonisti baschi della vittoria andalusa. Ma come spesso accade, la favola non ha un lieto fine. Come conseguenza della morte di Sánchez Mejías, la squadra viene quasi smantellata. Ci sono partenze eccellenti, tra cui quella di Lecue al Madrid che abbiamo già visto. Dopo il settimo posto nel 1936, la guerra civile fa interrompere il campionato per ben quattro anni. Il Patronato Obrero diventa quartier generale delle truppe fasciste italiane, alla ripresa dell’attività calcistica il Betis è definitivamente ridimensionato, con soli quattro elementi in rosa artefici del primo titolo che, tristemente, è rimasto l’unico nella storia betica.

Gabriele Porri



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Una formazione del Betis campioneCosi ABC sulla vittoria del BetisLa Flecha Verde


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