Il trionfo del Super-Depor


Il Racconto

Tra drammi calcistici famosi come il 5 maggio dell’Inter o il sorpasso dell’Arsenal sul Liverpool nel 1989, pochi ricordano la Liga 1994, quando si è arrivati all’ultima giornata col Deportivo La Coruña a +2 sul Barcellona. Stadio Riazor, 14 maggio, il Depor non riesce a passare col Valencia che non ha niente da perdere ma che, nel paese dei premi a vincere legali, ha forse da guadagnare. Ai Brancoazuis serve la vittoria per conquistare il titolo e al minuto 89, quando anche il più ottimista dei tifosi si è divorato le unghie, Bebeto lancia Nando, ex di turno e nativo proprio di Valencia. Il laterale trova un prezioso fallo per l’intervento di Serer, anch’egli valenciano ma cresciuto proprio nel Barça e l’arbitro, il famoso Lopez Nieto, concede il rigore. I biancazzurri esultano, quelli del Valencia sembra stiano perdendo l’occasione della vita, per quanto si disperano. Il rigorista è Donato, solo che Arsenio l’ha sostituito un quarto d’ora prima. Tutti cercano Bebeto, ma sul dischetto va Miroslav Djukic perché il brasiliano, nelle settimane precedenti, ha sbagliato due rigori. In porta c’è il secondo del Valencia, Gonzalez, ma non dà tranquillità: il titolare Sempere è stato espulso per fallo da ultimo uomo la settimana prima e Gonzalez ha parato il rigore conseguente. Djukic prende la rincorsa qualche centimetro fuori dall’area, ma esce un tiraccio e così Gonzalez può bloccare ed esultare. I galiziani vengono svegliati dal sogno sul più bello, quelli del Valencia hanno ricevuto qualche milione di pesetas sull’autostrada a metà strada con Barcellona, tornando a casa per dividere il malloppo come nei migliori film noir. Almeno secondo la leggenda.

Il titolo va al Barça per differenza reti, il Depor è secondo come nel 1950. Una mazzata che abbatterebbe un colosso, figuriamoci chi non ha mai vinto e non sa se riavrà una seconda occasione, anche se dopo la crisi societaria del 1988 e il rischio retrocessione in Segunda B, con l’elezione a presidente di Augusto César Lendoiro la squadra è arrivata al vertice. Nel 1995 i galiziani vincono il loro primo titolo, la Coppa del Re, in finale proprio contro il Valencia e Arsenio lascia con un successo ma con ancora il groppo in gola per il titolo sfumato l’anno prima. In Liga è ancora secondo, perdendo alla terz’ultima in casa del Real che ottiene così la matematica vittoria. Nell’estate del 1998 arriva sulla panchina del Depor il cinquantenne Javier Iruretagoyena, per tutti Irureta, basco di Irun, ex giocatore dell’Atletico Madrid finalista di Coppa campioni 1974, e del Bilbao. Da allenatore siede sulle panchine di Oviedo (con cui va in Coppa UEFA), Athletic, Real Sociedad. Viene strappato agli antichi rivali del Celta, dove vince il premio di Allenatore dell’anno sia di Don Balón che di El País, ottenendo un’altra qualificazione alla Coppa UEFA. Resta un solo anno, perché gli hanno fatto un contratto annuale, grave errore. Irureta giunge al sesto posto al suo primo anno al Riazor, un punto sotto la squadra di Vigo appena lasciata, e sembra che qualcosa manchi in fase realizzativa. Allora dalle Canarie nell’estate 1999 sbarca in Galizia una giovane punta olandese: il suo nome è Roy Makaay e nonostante i suoi 14 gol non è riuscito a salvare il Tenerife. È un boccone ambito per le grandi, ma il Real preferisce strapagare un giovanissimo Anelka, che sarà sbolognato al PSG dopo una stagione fallimentare. L’altro arrivo di rilievo è Víctor Sánchez, prodotto della Cantera Merengue che con dodici reti ha salvato il Santander.

La stagione inizia con una sconfitta, simbolica ma pesante per l’orgoglio e il campanile al Trofeo Teresa Herrera, 3-1 col Celta. Per la stampa gli Azules potrebbero essere i primi galiziani a conquistare la Liga, specie dopo il 3-0 al Real, sempre in amichevole. È calcio d’agosto, ma c’è preoccupazione anche per gli attriti tra Flavio Conceição, arrivato in ritardo dal Brasile, e il club. L’argentino Gabriel Schürrer poi si lamenta di Irureta, che non premierebbe il lavoro dei giocatori. Sono anche gli strascichi dell’annata precedente, ma le premesse non sono buone in vista dell’esordio nella Liga, in casa con l’Alavés. I baschi passano in vantaggio dopo soli 12 minuti, zittendo il Riazor, ma Roy Makaay si presenta al suo nuovo pubblico con una tripletta e un assist a Djalminha. Il 4-1 è ottimo, ma Irureta non è contento della parte finale: «Dovevamo attaccare per cercare il quinto gol» dichiara. Due mentalità diverse, Djalminha e Irureta: il bel gioco contro il risultato, non c’è molto feeling calcistico tra loro, ma entrambi vogliono portare il primo titolo in Galizia. Il fantasista è figlio d’arte: il padre, Djalma Dias, è stato difensore della Seleção e narra la leggenda che nel 1987, a 17 anni, Djalminha viene chiamato dal padre a completare una squadra di veterani e fa vedere numeri incredibili, oscurando Pelé. Tornando al campionato, grossa sorpresa in testa, dove alla quarta c’è a punteggio pieno il Rayo Vallecano di Juande Ramos, ma il Depor è uscito indenne dal Bernabeu.

 Quella sera di fine estate, Djalminha segna con una botta da fuori, il Real sembra “matato” ma scatta il “braccino” e Raúl pareggia nei minuti finali. Per il Depor è una maledizione, al Bernabeu ha vinto solo nel 1955. Djalminha è ancora oggi considerato uno dei giocatori più spettacolari della storia della Liga, ma è discontinuo: in casa contro il Numancia, il brasiliano si fa parare un rigore dall’uruguayano Nuñez, che avrebbe potuto portare in parità una partita poi terminata 0-2. Una prima svolta avviene in ottobre, quando al Riazor arriva il Barcellona di van Gaal. Una sconfitta vorrebbe già dire otto punti di distacco dai Blaugrana ma quel giorno, davanti a un Riazor esaurito, di fronte a campioni come Guardiola, Figo e Rivaldo, ci pensa ancora una volta il ragazzone olandese, segnando dopo un minuto e al quarto d’ora, giusto per far capire ai Culés che aria tira. Il Barcellona accorcia con Rivaldo, ma non è sufficiente, il Depor si rifà sotto e al comando c’è nuovamente il Rayo. Col Real che sembra fuori dai giochi ben presto, e il Barça che annaspa dopo un buon inizio, il Deportivo impiega due giornate per trovare la vetta insieme al Celta. A Oviedo si fa male Makaay, ma decide Djalminha dal dischetto e due settimane dopo, con l’olandese ancora fuori, si scatena il suo sostituto Pauleta. Nativo delle Azzorre, passato alla storia come primo portoghese a indossare la maglia della nazionale senza avere mai giocato nella massima serie del suo paese, sigla una tripletta al Siviglia. Finisce 5-2, con un rigore per parte e con l’espulsione del portiere Brancoazuis, il camerunese Jacques Songo’o. Poco male, perché l’altro portiere è il ceco Pavel Kouba, arrivato in Galizia nell’estate del 1996 dopo un grande europeo.

Come detto, Songo’o viene espulso a cinque minuti dalla fine, il Siviglia trasforma il rigore con Flavio Conceição in porta, ma un minuto dopo Pauleta trasforma un altro penalty. Il condominio col Celta non dura moltissimo, ma è più forte la rivalità dei Gallegos con le “grandi” di Spagna rispetto a quella tra Deportivo e Celta. «Spero che alla fine vinca il Celta – dichiara una rappresentante della peña celtista di Madrid – ma se non può essere il Celta preferisco una squadra galiziana e non il Madrid o il Barcellona, in questo caso il Deportivo.» Del resto, la Liga è stata finora vinta da squadre castigliane, catalane, basche, valenciane e andaluse, ma mai da una galiziana. Alla tredicesima, il Depor batte la rivelazione Rayo, partendo a razzo, andando sul 3-0, che al 49’ diventa 3-2. Il Vallecano, nonostante lo sforzo finale, non riesce ad agguantare un pareggio che meriterebbe. Il Numancia toglie e poi dà, dopo la vittoria a La Coruña batte anche il Celta. Da questo punto, i Brancoazuis non lasceranno più la vetta della classifica, nonostante ciò non ci sarà la matematica certezza fino all’ultima giornata. Quando tutto il mondo festeggia il nuovo millennio, il Depor chiude il 1999 a +6 sul Saragozza, perdendo proprio in casa degli aragonesi. Il vantaggio pochi giorni prima era addirittura di otto lunghezze sul Celta, dopo il derby vinto 1-0 con il diagonale sinistro di “Turu” Flores, l’attaccante argentino con la passione per la musica. È l’apoteosi, nonostante i puristi ricordino come tra i ventisei utilizzati nessuno sia nato o cresciuto in Galizia. Lo spogliatoio del Deportivo è però unito e il contingente brasiliano organizza incontri a base di churrasco, cui partecipa tutta la squadra. I festeggiamenti per Y2K fanno male, il Depor è punito dal Santander di bomber Salva Ballesta, passato alla storia per i gol (a fine anno sarà Pichichi) e per le sue idee ultranazionaliste.

Il titolo di campione d’inverno arriva dopo un pari al Montjuïc, casa dell’Espanyol dopo la demolizione del Sarriá, uno 0-0 in cui prevale la paura di perdere. Irureta confida nel Celta, ma il Barcellona espugna Vigo e il Saragozza batte il Valencia: le due squadre sono rispettivamente a -4 e -3. Solo i pareggi delle rivali permettono al Deportivo di restare solo in testa anche dopo la sconfitta in casa dell’Alavés. Gennaio è un mese maledetto, dopo la vittoria sul Betis arriva la dolorosa batosta in casa del modesto Valladolid. Per fortuna dietro non corrono, la vetta solitaria rimane, con le rivali a due punti e il Real Madrid a quattro, prima dello scontro diretto. Il 2 novembre 1991 il Real si è imposto al Riazor per 3-0, da lì è iniziata una lunga serie di vittorie deportiviste. Il 6 febbraio 2000 il presidente blanco Sanz è in Galizia a inaugurare una peña madridista dal nome profetico, “Costa da morte”. Un presagio oscuro per le Merengues, una partita con meno pressioni per il Depor, vista la sconfitta del Barcellona. Con Makaay unica punta, Irureta punta sull’estro di Djalminha e il brasiliano lo ripaga: al 6’ si avvicina al limite dell’area madridista, ed effettua una sorta di trick da freestyler, con la palla che viene alzata di tacco e scavalca gli avversari. Gli spagnoli la chiamano “Lambreta”, quella di Djalminha è stata votata dai lettori del quotidiano “Marca” come la più bella di sempre. L’azione non porta al gol perché Victor si vede stoppare il tiro, ma nel prosieguo il cross dello stesso Victor è trasformato in gol da Makaay. Al 18’ no-look di Djalminha per il solito Victor, Roberto Carlos lo stende e si becca il giallo, la punizione mancina di Djalminha è al bacio, il giovane Casillas è battuto e non sono trascorsi nemmeno venti minuti. Il pubblico si stropiccia gli occhi davanti alla classe del brasiliano.

Djalminha dice che l’ispiratore della “Lambreta” è un giocatore NBA, Jason Williams, che nelle penetrazioni a canestro nasconde sempre la palla dietro la schiena. Intanto, Morientes accorcia, ma il Deportivo torna negli spogliatoi all’intervallo tra gli applausi dei tifosi. Il vento dell’Oceano che lambisce il Riazor si abbatte sul Real nel secondo tempo. Solo tre minuti e il trio delle meraviglie Djalminha-Makaay-Victor porta l’ex di turno solo davanti a Casillas. Il laterale fa un tocco di troppo ma il suo tiro termina in fondo al sacco. Nel finale si scatena il “Turu” Flores con una doppietta e Hierro contiene il passivo sul 5-2. Óscar Zárate sul “Mundo Deportivo” scrive: «Il Depor ne ha fatti cinque, ma avrebbero potuto essere dieci.» Le madrilene sono arbitre del titolo e l’Atletico, che a fine stagione retrocederà, ferma il Saragozza. Ora i punti di vantaggio sono quattro, le giornate alla fine però ancora troppe e lo spettro di Djukic aleggia sul Riazor. La Liga 1999-2000 sembra però una gara a “ciapanò”, quando una perde le altre non vincono. La sconfitta col Numancia passa alla storia per il gol di Songo’o nel recupero, ingiustamente annullato da Pérez Lasa per presunto fallo sul “collega” Urroz. Tutti però sembrano volere il titolo del Super Depor, vittorioso sul Bilbao mentre dietro continuano a scambiarsi di posto: Barça, Saragozza, Alavés, a metà marzo quando il Depor perde 2-1 al Camp Nou ancora i Culé a -2. La squadra di Irureta si trova anche a subire un sorpasso momentaneo, prima di giocare nel posticipo per tornare in vetta, poi un grosso mattone sulla vittoria finale dei galiziani ce lo mette Samuel Eto’o, il 19enne che il Real ha lasciato andare al Maiorca segna una doppietta al Camp Nou nel 3-0 al Barcellona. Il “Mundo Deportivo” titola «Ducha Fría» anche se van Gaal continua a pensare che non sia impossibile vincere la Liga.

Ma abbiano già detto che si gioca a “ciapanò”: il Deportivo perde a Vallecas, la banda di van Gaal ne prende tre a Oviedo ed è a -5 con altrettante partite da giocare. Potrebbero bastare, ma quando il Depor è in viaggio verso Vigo per il derby, i rivali del Barça sono a -2. Nonostante la veloce espulsione del celeste Juanfran, il Depor perde 2-1 e rivede i fantasmi del 1994. Allora fu la squadra di Arsenio a gettare il titolo, stavolta sembra che ci metta molto del suo quella di van Gaal. Sabato 6 maggio 2000 arriva al Camp Nou un tranquillo Rayo, per una partita che dovrebbe portare senza problemi il Barcellona in vetta, anche se solo per una notte. Juan Antonio Pérez Alonso, per tutti Bolo, basco: è una sua doppietta a siglare l’unica vittoria nella storia del Rayo a Barcellona. Tutti per il Depor, quindi. Ma il Depor? Non ne vuole proprio sapere di vincere questa Liga, almeno non senza fiatone. Col Saragozza arriva solo un 2-2 con Djalminha che, quando segna il gol del 2-1, si toglie la maglia dimenticandosi di essere già ammonito. A due giornate dalla fine possono vincere ancora il Depor, a 65, il Barca a 62, Saragozza, Alavés e Valencia a 60. E non è finita, alla penultima il Barcellona viaggia per San Sebastian e il Deportivo a Santander.

Poteva andare diversamente, visto l’andazzo, di un doppio 0-0? Né i catalani, né i galiziani, seguiti da 7000 tifosi al Sardinero, riescono a portare i propri goleador a segno, ma almeno mantengono la porta inviolata. Il titolo si gioca ancora all’ultima, al Depor basta un pareggio ma non si può mai stare tranquilli. Deve lavorare sulla psiche Irureta, ancora una volta ottimista sull’esito finale. Si gioca di venerdì, il 19 maggio 2000, sei anni e cinque giorni sono passati da quel maledetto sabato sera di Djukic. Contro l’Espanyol, Irureta schiera Songo’o in porta, Manuel Pablo, Naybet, Donato e Romero in difesa, Jokanovic, Mauro Silva, Victor e Fran in mezzo, davanti Makaay e Djalminha. Stavolta bastano solo tre minuti e Donato, di testa, batte Mora. Se fossimo in Italia penseremmo che i rivali del Barça si stiano “scansando” per evitare festeggiamenti Blaugrana in città. Ma siamo in Spagna, patria dei premi a vincere, e l’Espanyol vende cara la pelle, anche se non c’è certezza che un premio sia stato “stanziato”. Il centravanti Raul Tamudo cade in area ma Garcia Aranda non ci casca. Makaay raddoppia su cross del canario Manuel Pablo, e al riposo si va sul 2-0, risultato con cui anche al Camp Nou guida il Celta. Ci vorrebbero sei gol in 45’ per ribaltare i giochi e dare il titolo al Barça, tre dei Blaugrana e tre dei concittadini, davvero troppi per un nuovo psicodramma. Ne arrivano solo due infatti, quelli di Kluivert che danno il 2-2 finale al Camp Nou.

Al Riazor il secondo tempo è una corrida, il Depor tiene palla tra gli “olè” del pubblico e quando Garcia Aranda, lo stesso della Coppa del 1995, fischia la fine, il campo vien invaso. Poco importa del record negativo di 11 sconfitte, un titolo è sempre un titolo! Festeggiano tutti e 240.000 gli abitanti di A Coruna (in galiziano), seconda città più piccola ad avere vinto una Liga dopo San Sebastian. Nel pomeriggio di sabato 20 maggio Plaza Maria Pita è invasa da bandiere biancazzurre, la più grande campeggia proprio dal balcone del Palacio Municipal, mentre il pullman scoperto porta i giocatori festanti e tutti con la chioma platino per un “voto” fatto prima dell’ultima partita. Suonano le trombette dei tifosi, risuona agli altoparlanti un classico “We are the Champions”, mentre i protagonisti di quest’avventura unica salgono sulla passerella che li porta nella sede municipale, fin su sulla balconata. A oggi resta l’unico titolo di Liga vinto dai Brancoazuis, che nel loro periodo d’oro hanno collezionato quattro secondi posti e altrettanti terzi, due coppe del Re e imprese europee come quella sul Milan in Champions nel 2004, anno della semifinale persa con il Monaco. Però niente seconda vittoria in Liga. La caduta in disgrazia degli ultimi anni, le retrocessioni, il divario tra Real, Barcellona e in parte Atletico e le altre, porta a pensare che per rivederli festeggiare qualcosa che non sia una promozione in Primera dovrà trascorrere ancora tanto tempo.

Gabriele Porri



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