Bert Trautmann, da giovane hitleriano a eroe di FA Cup


Il Racconto

La storia che andiamo a raccontarvi è una storia che sarebbe riduttivo definire di calcio, è molto di più; inizia a Brema, Freie Hansestadt (città libera anseatica) il 22 ottobre 1923. Siamo nella Germania di Weimar, sconfitta e umiliata dal Trattato di Versailles che ha posto fine alla Prima Guerra Mondiale, in un’economia depressa, dove il marco non vale più di carta straccia e c’è da fare la coda per avere lo scarso cibo nei negozi. Quel giorno, esattamente nella Wischusenstrasse, nasce Bernhard Carl Trautmann, figlio di Carl, un lavoratore della Kali Chemie, industria chimica del porto di Brema e di Frieda Elster che, nonostante sia più istruita del marito e di classe sociale superiore (il padre aveva un’azienda di carpenteria), è casalinga. Sono anni davvero tremendi e la situazione economica della Germania, insieme a un sentimento patriottico nato appunto dall’umiliazione della sconfitta e dall’occupazione francese della Ruhr, permette l’ascesa del NSDAP. Il partito nazista guidato da Adolf Hitler sfrutta il malcontento per prendere il potere, anche con la violenza su socialisti, comunisti e soprattutto ebrei, identificati dal Führer, così è chiamato Hitler, come il male assoluto e la causa della situazione drammatica tedesca.

Carl non è un fervente nazista, anzi, pur avendo combattuto due anni nelle trincee della Grande Guerra ha idee piuttosto moderate, ma quando l’iscrizione al partito diventa conditio sine qua non per mantenere il posto di lavoro non esita a iscriversi, avendo quattro bocche da sfamare compresa la sua, visto che nel 1926 è nato anche il secondo figlio Karl-Heinz. Berni, come viene chiamato affettuosamente il primogenito, cresce sano, alto, biondo e con gli occhi azzurri: è insomma il prototipo dell’arianesimo. Come se non bastasse, è portato per lo sport ed eccelle nel calcio, dove è mediano, nell’atletica leggera, nella pallamano e nel vӧlkerball, la palla prigioniera, lo sport preferito dal regime. Non che ci sia grande possibilità di dire di no, ma nel 1933, quando il nazismo sale al potere e Berni ha 10 anni, diventa un Pimpfe, vale a dire un componente dei Deutsches Jungvolk, la sezione della gioventù hitleriana che comprende i più giovani, dai 10 ai 14 anni. Ai ragazzi tedeschi, oltre alla partecipazione ad attività fisiche e militaristiche, viene fatto un vero e proprio lavaggio del cervello allo scopo di creare soldati pronti a morire per il proprio Führer. Un esercito che alla fine della guerra sarà di otto milioni, persone che non hanno conosciuto altro che la disciplina marziale, il totalitarismo, la lotta contro un nemico da sterminare. Ovviamente però, in quel 1933 la vita quotidiana va avanti e Berni continua ad andare a scuola e, durante l’estate, trascorre un paio di mesi dagli zii a Hamelin, località famosa per essere l’ambientazione della leggenda del Pifferaio magico.

Berni termina la scuola a 14 anni, l’anno dopo la Germania occupa i Sudeti e porta a compimento l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. Nel 1939 viene dichiarata la guerra, e la Germania firma con l’Unione Sovietica il Patto von Ribbentropp-Molotov di non aggressione, che comporta tra l’altro la divisione della Polonia e che ben presto i tedeschi non rispetteranno. Il diciassettenne Berni decide di arruolarsi nella Luftwaffe, il suo sogno è pilotare gli aerei ma non ha la formazione necessaria e viene pertanto preso per occuparsi di trasmissioni radio. La madre lo vorrebbe a casa, ma di fronte a tanta determinazione è costretta a firmare insieme al marito l’autorizzazione. Berni, ormai diventato Bernd, decide poi di entrare nel reparto dei paracadutisti per combattere i partigiani ucraini e, quando le cose si mettono male sul fronte orientale, tutto il contingente si sposta a ovest. «Mi sono arruolato volontario a 17 anni. Ero un paracadutista. Ho combattuto tre anni in Russia. Ero in Francia dopo il D-day, ero sulle Ardenne. Sono stato catturato nel marzo 1945, e portato in Inghilterra come prigioniero di guerra. È lì che ha avuto inizio la mia educazione, a 22 anni, in Inghilterra.»: questa è la frase famosa di Trautmann, detta in un’intervista. «Hello Fritz, fancy a cup of tea?» (Ciao Fritz, ti va una tazza di tè?») è invece la frase pronunciata dal soldato inglese che lo cattura mentre cerca di tornare in patria, dopo che della sua divisione sono sopravvissuti in novanta su oltre mille. Dopo una breve detenzione in Belgio, è portato a Kempton Park, dove viene fatto un primo screening dei prigionieri e Trautmann, come paracadutista volontario, viene classificato come di categoria C, un “nero”, un aderente al nazismo da rieducare, anche se poi sarà declassato a categoria B. Non è raro invece vedere in questi campi, in posizione di comando, tedeschi che si erano opposti a Hitler, preferibilmente ebrei. Bert, come viene chiamato ora per agevolare la pronuncia degli inglesi, arriva al Campo 50 di Ashton-in-Makerfield, Distretto di Wigan, nella Greater Manchester. Qui i POWs (Prisoners of War) sono sottoposti al lavaggio del cervello opposto a quello subito negli anni del nazismo, vengono “educati” alla democrazia, mostrando loro film sui campi di concentramento e le altre nefandezze di Hitler e soci.

Sono comunque trattati umanamente. Per questo, l’ancor giovane Bert cerca di ringraziare gli inglesi nell’unico modo che sa, giocando a calcio a scopo benefico, il che non significa che non ci metta impegno, anzi: contro il “nemico” di sempre, Trautmann non si risparmia, da buon mediano le dà e le prende. Un giorno, le prende un po’ troppo e si fa male. «È meglio se esci.» gli dice l’arbitro, «Non se ne parla nemmeno.» risponde Bert. L’arbitro gli chiede se può almeno andare tra i pali, e Bert accetta il compromesso: è il momento in cui nasce uno dei portieri più forti del suo tempo. Gli incontri tra prigionieri e squadre locali vedono aumentare sempre più il numero degli spettatori, molti padri sono stupiti dalla passione delle loro figlie per il calcio, ma loro sono più interessate al bel tedescone che ora gioca in porta. Ha uno stile innovativo, è coraggioso, arriva fino al limite dell’area in uscita e rilancia il contropiede, spesso con lunghi lanci con le mani, eredità del suo passato da pallamanista. Le ragazze, dicevamo. Trautmann è timido, sta sulle sue, quando gli altri tedeschi escono preferisce ascoltare tutto lo sport possibile alla radio, nella cantina del caseggiato a cui è stato assegnato. Ma ben presto Bert si innamora di un’inglesina, Marion, con lei ha una figlia che viene chiamata Freda, stessa pronuncia ma grafia diversa del nome della madre del ragazzo. Che decide di rimanere in Inghilterra, nonostante tutto, ma nel piccolo paese dove vive Marion si sente chiuso, e la lascia.

Mentre lavora come autista di un sergente, che deve ispezionare i vari campi per verificare la condizione dei prigionieri, trova un ingaggio nel St. Helens Town, squadra di Non-League dell’area metropolitana di Liverpool: siamo nell’estate del 1948, quella delle Olimpiadi di Londra. Lì oltre a giocare bene, si inserisce nell’ambiente, in squadra c’è anche Bill Twist, che aveva firmato per il Liverpool prima di essere mandato a combattere in Egitto. Trautmann gioca e nel frattempo, fermatosi volontariamente almeno un anno in più rispetto al termine della prigionia, lascia la fattoria e trova lavoro come artificiere per disinnescare le bombe di guerra. Pericoloso, ma remunerativo. Intanto, nei campi della Liverpool County Combination, la categoria in cui gioca il St. Helens, le aree piccole sono paludi di sabbie mobili, e al termine della stagione la maglia di lana del portiere, dopo infiniti lavaggi, è di un colore indefinito. Di guanti non se ne parla, alcuni li usano – sempre di lana e con le dita tagliate - ma Trautmann, venuto via dall’Ucraina coi geloni alle mani e alle orecchie, nemmeno li prende in considerazione. Il pallone è di pelle dura, con le cuciture, una volta Bert prende una pallonata sul volto restando a terra un paio di minuti, per poi rialzarsi e proseguire. Nonostante i disagi, sul campo le cose vanno bene e qualcuno delle categorie superiori comincia a parlare di lui. Fuori dal campo, Trautmann familiarizza con Jack Friar, segretario del club che lo invita a cena per Natale, ma la figlia Margaret, di 18 anni, va al cinema col fidanzato perché odia i tedeschi. Non la pensano così i tifosi che, sapendo della partenza di Bert per ritrovare la famiglia a Brema, gli regalano un enorme pacco di derrate alimentari – così pesante che anche un “marcantonio” come Trautmann dovrà cercare aiuto per il trasporto - e cinquanta sterline, commuovendo il portierone. A casa, le cose non vanno benissimo: il fratello e il padre sono disoccupati, il vecchio Carl paga lo scotto dell’iscrizione al partito nazista, lui che aveva sempre votato per partiti di centro, la madre è depressa. Ma per Bert ormai la vita è in Inghilterra.

Nel 1949, accadono diverse cose: Bert viene trasferito per lavoro a Bristol, dove trova alcuni tedeschi conosciuti nel campo di prigionia che lo invitano a giocare con loro nel Bristol City, ma Trautmann è leale al St. Helens e vorrebbe tornare. Ci riesce grazie a Friar che contatta un parlamentare locale, torna all’unità artificieri di Huyton, va a vivere in casa del dirigente e mette incinta l’ormai non più ostile Margaret, che sposerà nel marzo del 1950. La fama del “Jerry goalie”, il portiere tedesco (Jerry è abbreviazione di German) è ormai nazionale e il suo nome è sul taccuino dei dirigenti di Bolton, Everton, Burnley, Doncaster e, da fine settembre, anche del Manchester City, che ha il problema di sostituire la leggenda Frank Swift. “Big Swiftie” ha ormai 36 anni (morirà nel 1958 nel disastro aereo di Monaco, in cui era al seguito del Manchester United come giornalista) e gioca part-time solo perché ancora non se ne trova il sostituto. Un’eredità difficile, la sua, anche se inizialmente la strada di Trautmann sembra dover andare in direzione Burnley: Friar ha negoziato con i dirigenti della squadra anche un posto di lavoro nel National Coal Board locale per Bert, dato che i giocatori stranieri non solo non possono essere professionisti, ma devono avere un mezzo di sostentamento per vivere nel Regno, restrizione che finirà nel 1952. Tuttavia, il 6 ottobre 1949 c’è un incontro segreto tra i dirigenti del St. Helens e quelli del City, mentre Friar è fuori città per lavoro. Quando torna, è tardi: Trautmann ha firmato per il City, nonostante Friar gli avesse detto di non chiudere con nessuno senza di lui. «Ora che ti sei fatto il letto – gli dice – non ti resta che dormirci sopra.» La voce si sparge e la numerosa comunità ebraica di Manchester, formatasi prima della Grande Guerra e rimpolpatasi di tedeschi sfuggiti al nazismo, è furiosa. Il Manchester Evening News e il Manchester Evening Chronicle vengono invasi da lettere e telefonate di protesta, la gente scende in piazza, vuole boicottare il club e a Maine Road si urla il «Nazista!» e «Criminale di guerra!» per evitare l’ingaggio del tedesco.

Trautmann non sa che fare, Jack Friar gli consiglia di tenere un basso profilo, sguardo a terra in attesa che passi la tempesta: avrà ragione. «Ogni membro della Comunità Ebraica ha diritto alla propria opinione, ma non c’è alcuna azione concertata per boicottare il Manchester City. Nonostante le terribili crudeltà che abbiamo subito dai tedeschi, non dobbiamo pensare di punire ogni tedesco che non è stato coinvolto in quei crimini di odio razziale. Se questo calciatore è una brava persona, non c’è nulla di male nel farlo giocare. Ogni caso fa storia a sé.» Non sono le parole di uno qualunque, ma sono tratte da una lettera scritta da Alexander Altmann, rabbino comunale di Manchester, al Manchester Evening Chronicle. Di fatto, mettono i titoli di coda alle polemiche, anche se qualche fischio o insulto isolato arriverà a Bert fino a fine carriera. «Tutte le volte che ho pensato a quelle parole, ho pianto» dirà Trautmann. Rimane un altro scoglio molto duro da superare, l’accoglienza dei compagni. E qui il capitano Eric Westwood, reduce dalla Normandia sul fronte opposto a Trautmann, pronuncia una frase celebre: «Non c’è guerra in questo spogliatoio, ti diamo il benvenuto come va dato a ogni membro dello staff, sentiti a casa e buona fortuna.» A Trautmann si apre il cuore, e dopo alcune apparizioni con le riserve (il suo esordio è una delle partite tra riserve più seguite sugli spalti e dai media nella storia del calcio inglese) conquista il posto tra i pali del Manchester City. A 26 anni, Bernhard (Berni, Bernd e infine Bert) Trautmann fa il suo debutto nel calcio che conta, con Swift che gli dà un unico consiglio: ignora le urla, la folla, concentrati sul campo. Non mancheranno, le urla, per esempio nella sua prima partita a Londra contro il Fulham, da entrambe le tifoserie, peraltro. Solo che alla fine della partita, vista la sua grande prestazione, si tramutano in applausi.

Nel frattempo, Trautmann ha un figlio, John, e diventa amico del bavarese Adolf Dassler, per gli amici Adi e per il mondo fondatore dell’Adidas, di cui Bert è in pratica è il primo testimonial. Ma è sul campo che avvengono le cose più interessanti. Al City arriva un nuovo coach, lo scozzese Les McDowall, che inaugura un nuovo corso con quello che viene chiamato il Revie Plan, dal nome del centravanti Don Revie (futuro manager del Leeds e della nazionale inglese), che prevede un gioco molto offensivo. Per Trautmann significa dover fare quasi il portiere volante, solo che ora non deve più servire i compagni sui piedi ma – come si dice oggi – nello spazio. All’inizio non va benissimo, ma col tempo il sistema si affina. Trautmann non subirà mai meno di 61 gol a campionato, ma è il gioco del City, prima squadra che nel 1957-58 avrà le tre cifre sia nella casella dei gol segnati che di quelli subiti, 104 a 100. In campionato gli Sky Blues non arrivano oltre il quarto posto, ma è in coppa che le cose vanno meglio. FA Cup 1955: il cammino dei Citizens li vede battere i rivali cittadini davanti ai 75.000 di Maine Road con doppietta di Revie, poi sono eliminate Luton e Sunderland. La finale di Wembley è col Newcastle, che dopo un gol al primo giro di orologio e il pareggio subito a fine primo tempo, nella ripresa segna i due gol della vittoria al primo tedesco a giocare una finale, come viene sottolineato. Persa la coppa, per Bert arrivano comunque i complimenti di tutti, anche del Duca di Edimburgo Filippo, il cui casato ha origini tedesche, che lo accoglie nel premiarlo con un «Sehr gut!», molto bene. Blackpool, Southend, Liverpool, Everton e Tottenham sono le squadre eliminate dal City per arrivare l’anno dopo alla sua sesta finale di FA Cup, al cospetto del Birmingham City che, pur essendo alla seconda presenza, è favorito. A parti invertite, il match ha l’andamento dell’anno prima: stavolta i Citizens passano dopo pochi minuti, all’intervallo si va sull’1-1 e la partita finisce 3-1 per la squadra di Manchester, che vince la coppa come aveva predetto il mediano – e capitano - Roy Paul l’anno prima. Trautmann qualche giorno prima della finale è stato eletto calciatore dell’anno della FA, ma in quel pomeriggio si sfiora la tragedia.

Minuto 75: Trautmann esce su Murphy, ma il ginocchio dell’attaccante del Birmingham cozza contro il collo di Bert, che rimane in stato di incoscienza qualche minuto. Rinviene e continua a giocare, anche se avvolto in una nebbia, al punto da non ricordare più nulla dell’incidente e del finale di partita. Fa anche un paio di parate decisive, in una di queste si scontra col compagno Ewing, richiedendo di nuovo l’intervento dei massaggiatori che a quei tempi non hanno altro a disposizione se non una spugna imbevuta di acqua fresca. Quando l’arbitro fischia la fine, gli applausi sono tutti per Trautmann. La vittoria in FA Cup è il top di una carriera che durerà fino a quasi 41 anni, nonostante le lastre qualche giorno dopo la partita siano impietose: frattura di una vertebra e spostamento di altre tre. A Trautmann in ospedale viene detto che non potrà più giocare, anche lui tentenna e vorrebbe smettere, invece si riprende e continua fino al 1964, quando chiude con la sua partita d’addio il 15 aprile, davanti a quasi 60.000 spettatori. La partita è tra una “mista” di Manchester in cui gioca anche Bobby Charlton, opposta a una squadra di star in cui primeggia Sir Stanley Matthews. Nel mezzo, anzi subito dopo la vittoria in coppa, avviene la tragica morte del figlioletto John investito da un’automobile. Bert quel giorno è a Düsseldorf ad assistere a Germania Ovest-Inghilterra, quella nazionale che non lo vedrà mai protagonista poiché non gioca in patria, nonostante le lusinghe dello Schalke. A fine carriera, e a fine matrimonio con Margaret, che gli ha dato altri due figli ma che non si è più ripresa dalla morte del primo, gira il mondo per un progetto tedesco di sviluppo del calcio in quello che allora veniva chiamato “terzo mondo”. Allena tra l’altro in Birmania, dove conosce la seconda moglie Ursula van der Heyde, con la quale il matrimonio durerà dieci anni. Trova finalmente pace in Spagna, a La Llosa vicino a Valencia dove si trasferisce nel 1990 con la terza moglie Marlis, in un bungalow. Rivede la figlia Freda, che è sposata ed è a sua volta madre e nonna, ogni tanto va a Manchester, non si perde una partita del City in TV. Muore a La Llosa il 19 luglio 2013, alle soglie dei novant’anni, dopo una vita intensa che ha quasi sancito la pace tra Regno Unito e Germania, almeno nel calcio: significativo il fatto di avere avuto l’ordine di merito sia tedesco che dell’impero britannico, oltre che essere finito nella Hall of Fame del Museo nazionale del calcio a Urbis, nei pressi di Manchester. E, last but not least, dal 2003 la Trautmann Foundation si pone lo scopo di gettare un ponte tra i due popoli, utilizzando il calcio.

Gabriele Porri



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Trautmann in divisaTrautmann con la maglia del St. HelensTrautmann dopo l'incidente in finaleUna delle ultime foto di Trautmann


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