La vite parallele di Palotai e Daina, calciatori e arbitri


Il Racconto

A chi, come il sottoscritto, ha abbondantemente raggiunto gli “anta” e segue il calcio fin da bambino, i nomi degli arbitri Károly Palotai e André Daina non sono certo sconosciuti. Ce li immaginiamo ancora pronunciati col vocione di Bruno Pizzul o con la flemma del grande Nando Martellini, in una delle tante partite di coppe europee o della nazionale, che per noi ragazzini cresciuti negli anni ’70 e ’80 erano l’unica possibilità di vedere del calcio in diretta TV. Ungherese uno, svizzero l’altro, uno del 1935 e l’altro di cinque anni più giovane, hanno una caratteristica in comune e due vite che si sono svolte più o meno allo stesso modo. Entrambi, infatti, prima di diventare arbitri internazionali, sono stati calciatori professionisti, entrambi hanno disputato incontri della massima serie del loro paese (Palotai ha anche giocato all’estero, a dire il vero), di coppe europee, e hanno vestito qualche volta la maglia della propria nazionale.

Károly Palotai è da poco scomparso, il 3 febbraio scorso all’età di 82 anni ed è stato ricordato, ma non come avrebbe meritato. Ci ha lasciato dopo quella che con un eufemismo i giornalisti chiamano “una lunga malattia”, a dicembre era stato ricoverato in una struttura per malati terminali, dopo un peggioramento. Non ha così fatto in tempo a vedere quello che sarà il remake di una delle più importanti partite da lui arbitrate, la seconda finale di Coppa dei campioni nel 1981 tra Liverpool e Real Madrid. E dire che nel 1965, undici anni prima della sua prima finale tra Bayern e Saint-Étienne ci è arrivato vicino, non con la giacchetta nera ma con la maglia del Vasas ETO di Györ, squadra della città capoluogo del Transdanubio Occidentale. La semifinale della coppa, che verrà vinta dall’Inter si gioca però al Nepstadion, lo stadio del popolo della capitale ungherese - facendo tra l’altro cadere molti ancora oggi nell’equivoco che si trattasse del più titolato Vasas di Budapest - e l’avversario è il Benfica. La partita termina 1-0 per i portoghesi, che bissano il successo al ritorno in terra lusitana per 4-0. Palotai gioca entrambe le gare, e se ci pensiamo adesso ha dell’incredibile, provate a immaginare uno qualsiasi dei giocatori scesi in campo da poco nelle semifinali di Champions, e pensate che tra una decina d’anni arbitri la finale. Impossibile.

Riavvolgiamo però il nastro della storia di Palotai. Károly nasce nel quartiere di Erszébethely a Békécsaba, sud-est ungherese, l’11 settembre 1935. Ha un fratello, János, di sette anni più grande, che gioca a calcio come portiere e comincia ad avere un discreto successo tanto che nel 1951, a 23 anni, lascia la cittadina natale e gioca due stagioni nello Szegedi Honvéd. È una squadra esordiente nella massima serie magiara, capace di arrivare al primo colpo in decima posizione. János rimane anche nei due anni successivi, a quei tempi il torneo ungherese si disputa in stagioni che coincidono con l’anno solare, ma nel 1954 va a vestire la maglia del Györi Vasas, dove rimane fino al 1956. Nel 1955 Károly, ormai ventenne, dopo avere esordito nella squadra della propria città, il Békécsaba Elöre, che ai tempi è in seconda divisione, raggiunge il fratello a Györ e lo segue poi nell’avventura tedesca insieme a un altro compagno, Antal Pálffi. A Friburgo li accoglie una squalifica per l’espatrio, ma poi insieme al lavoro alla Siemens per Károly c’è un posto nel centrocampo del Freiburger FC, squadra che nel 1907 ha vinto il campionato tedesco in finale con il Viktoria 89 Berlino, e nelle cui file militava un portiere magiaro, Paul Gilly-Goldberger. La squadra è modesta e arriva ultima nell’Oberliga Süd (la Bundesliga deve ancora nascere e il campione tedesco esce dalle finali nazionali), retrocede e si mantiene a metà classifica nella seconda divisione locale.

Mentre János lascia il calcio, con una presenza in nazionale, un 4-1 contro la Cecoslovacchia, Károly torna a Györ e lì da buon centrocampista offensivo diventa uno dei leader della squadra, terminando il secondo passaggio nel Transdanubio (che diventa la sua casa) con 171 partite giocate e 45 reti. Oltre al campionato del 1963, vinto a pari punti con Honved e Ferencvaros grazie alla differenza reti, e la già citata semifinale di Coppa campioni, il suo palmarés è completato da tre coppe ungheresi consecutive dal 1965 al 1967. L’allenatore del Vasas ETO è una stella del calcio ungherese del decennio precedente, Nandor Hidegkuti. Palotai è il capitano della nazionale olimpica che vince l’oro a Tokyo nel 1964, ma salta la finale per infortunio, mentre con il Vasas elimina anche la Fiorentina nella Coppa delle coppe 1966/67. Palotai appende le scarpette al chiodo, anzi no, le tiene ma cambia ruolo. Dalla casacca alla giacchetta nera, i primi corsi arbitrali seguiti quando ancora gioca e mentre i suoi compagni pensano magari ad allenare, ora lo attende una carriera fulminante e luminosa. Al secondo anno già arbitra in Nemzeti Bajokság I, la massima serie, dopo quattro anni è internazionale. Carisma in campo ne aveva da capitano, lo mantiene da arbitro e gli permette di stare fuori dalle polemiche, nonostante debba spesso arbitrare le sue ex squadre. Certo, qualche topica la prende anche lui (un gol inesistente concesso in un Györ-Ferencvaros) ma prosegue la grande tradizione di István Zsolt tra i grandi arbitri ungheresi. I suoi successori sono Sándor Puhl e Viktor Kassai, curiosamente nati esattamente venti e quarant’anni dopo Palotai. Come abbiamo visto, arbitra una finale di Coppa Campioni a soli nove anni dalla fine della carriera da calciatore, rompendo la tradizione che vuole un arbitro della nazione che ospita la finale, tranne quando ovviamente in finale c’è una squadra di casa. In quel 1976 ci sono una tedesca e una francese, e si gioca in Scozia, ma l’arbitro è ungherese. Palotai arbitra tre mondiali, dal 1974 al 1982, la prima partita è un Olanda-Uruguay 2-0, con due gol di Rep, nell’Uruguay giocano Pablo Forlan e Julio Montero, padri rispettivamente di Diego e Paolo. L’ultima è Austria-Francia del secondo turno di Spagna ’82, decisa da Genghini. Arbitra anche lo 0-0 tra Italia e Spagna all’Europeo del 1980, che finisce senza reti a San Siro. Curioso come El Flaco Menotti, prima di Belgio-Argentina che inaugura Spagna ’82, dica espressamente di non volere Palotai, insoddisfatto di come quattro anni prima ha fischiato in Argentina-Brasile, a Rosario nel girone di semifinale. Alla fine, arbitrerà il meno quotato Christov, cecoslovacco.

Palotai appende, stavolta davvero, le scarpette al chiodo nel 1983, lavora per anni come osservatore arbitrale UEFA, che nel 2016 gli conferisce l’Ordine di Merito in diamante, mentre nel 1996 la FIFA l’aveva già premiato con il FIFA Special Award. Negli ultimi anni della sua vita ha abitato a Györ, a chi gli chiedeva cosa facesse rispondeva «Coltivo pomodori». Una parte della sua famiglia è andata in Oregon a produrre vino, un figlio (Bela) a fare il tassista a Monaco di Baviera, mentre l’altro, Zsolt, è diventato un famoso DJ e compositore di musica elettronica, conosciuto in patria come DJ Palotai. Come dicevamo, Palotai se n’è andato il 3 febbraio 2018, nella citta di adozione che gli ha conferito anche la cittadinanza onoraria. Tanti punti di contatto ci sono tra la storia dell’arbitro ungherese e quella di André Daina, classe 1940, origini bergamasche, della Valle Imagna ma natali nella Svizzera Francese, e precisamente nel cantone di Neuchâtel. Lì la famiglia Daina, padre boscaiolo e madre casalinga, è giunta nel giugno del 1930 partendo dal paesino di Berbenno con il primo figlio, Giacomo, di soli tre mesi. Nel giornale locale L’Express si dà conto della naturalizzazione svizzera di André Daina nel novembre 1954, quando ha 14 anni, lo stesso giorno di Giacomo e dell’altro fratello, Roger, nato nel 1936. I più attenti avranno già collegato il nome di Daina alla partita più importante e tragica della sua carriera: la finale di Coppa campioni di Bruxelles tra Juventus e il Liverpool. La tragedia dell’Heysel, il rigore generoso a Boniek, il gol di Platini e il rigore negato agli inglesi. Per Daina è una condanna: nel 1985 ha 45 anni, da allora tutti lo cercano quasi solo per parlare di quella serata e lui è costretto a dare sempre il suo punto di vista: che si doveva giocare per ordine pubblico, che sapeva ma non aveva visto nulla e che non poteva essere scosso come se avesse visto, che gli juventini hanno esagerato nei festeggiamenti. Ma André Daina ha alle spalle, prima della sua vita da arbitro, una discreta carriera di calciatore. A 16 anni gioca coi fratelli nella squadra del paese, il FC Buttes in Terza Lega, ma ben presto spicca il volo verso il FC Cantonal, la seconda squadra di Neuchâtel, che gioca nella Serie B svizzera e ha vinto un titolo nazionale nel 1916.

L’annata è sfortunata, il Cantonal retrocede in Prima Lega, ma rivince subito il campionato e al termine della stagione per il bravo André è pronto il passaggio ai bernesi dello Young Boys. Da sballo l’esordio nella massima serie svizzera, in casa degli zurighesi dello Young Fellows: vittoria 3-1 con doppietta! Un’ottima stagione, quarto posto di squadra e 15 reti finali per lui, portano addirittura Daina in maglia rossocrociata: l’esordio è in amichevole in Marocco, dove arriva una sconfitta per 1-0. In squadra con Daina, il futuro CT della Svizzera, Kobi Kuhn, mentre il CT che lo convoca è niente di meno che Karl Rappan, austriaco ma con una lunga attività in terra elvetica: sua l’invenzione della Coppa Rappan, che diventerà poi Intertoto. La seconda volta in nazionale per l’ancora giovane André arriva in Norvegia, sempre in amichevole. Il selezionatore è Alfredo Foni, ex campione del Mondo azzurro, scudettato con l’Inter e vincitore della Coppa delle Fiere con la Roma da allenatore. Passato al Servette, Daina segna 17 gol ma la squadra arriva terza dietro proprio allo Young Boys e ai campioni del Losanna, e in nazionale gioca ancora nelle due partite di qualificazione mondiale con l’Albania. Siamo al termine della stagione 1964-65, che è anche quella del debutto in una coppa europee, anche qui con gol, stavolta all’Atletico Madrid nell’andata del primo turno di Coppa delle Fiere. Ancora col Servette nella stagione 1966, è secondo in campionato e segna di nuovo in Coppa delle Fiere, un gol all’AIK Solna nei sedicesimi e uno al Monaco 1860 negli ottavi. Nella vita però non c’è solo il calcio e Daina è preso anche dagli studi, e così torna a Neuchatel, stavolta nello Xamax che milita in Divisione Nazionale B. Nel 1969, alla soglia dei trent’anni, torna in A al Losanna, allenato dall’ex interista Vonlanthen, che lo arretra sulla linea dei difensori. La squadra arriva seconda, ma la carriera di Daina è ormai in declino. Tuttavia, André a 31 anni trova un ingaggio da giocatore-allenatore in Prima Lega, terzo livello svizzero, a Yverdon.

Terminata la carriera da calciatore, Daina ha un’ascesa velocissima da arbitro come quella di Palotai: nel 1976, a 36 anni, lo troviamo già a dirigere in massima serie, ed essendosi trasferito nel Cantone di Vaud, può arbitrare anche lo Xamax, sua ex squadra, così come tutte le altre in cui ha giocato. Sembra impossibile oggi, anche in un paese come la Svizzera. Ma da arbitro, Daina sa farsi rispettare, pur mantenendo un’indole gentile; non ha un fisico di stazza, è asciutto e ancora sostanzialmente un atleta, è sempre vicino all’azione. Alla fine degli anni ’70 è già internazionale, in federazione svizzera sperano non sia l’unico ex giocatore a compiere lo stesso percorso. Arbitra Olympiakos-Levski Sofia in Coppa UEFA, e il quarto di Coppa delle Coppe Beveren-Inter. Esordisce in Coppa campioni in Dinamo-Kiev-Malmö, l’anno successivo gli viene affidata la semifinale tra Nottingham-Forest e Ajax e ancora non ha compiuto 40 anni, manca un mese. Daina è ormai lanciato verso una carriera luminosa anche da arbitro, anzi, come Palotai migliore rispetto a quella da calciatore.  Anche nel 1984 gli capita una semifinale di Coppa Campioni, sempre in terra inglese, stavolta tra Liverpool e Dinamo Bucarest. Al termine della stagione, è convocato per gli Europei, dove dirige Francia-Jugoslavia, che termina 3-2. Poi, l’Heysel, il disastro, la partita che forse non si doveva giocare, ma che se non si fosse giocata sarebbe andata peggio in termini di ordine pubblico, il rigore di Platini e più di trent’anni di interviste. Ogni ricorrenza, il decennale, il ventennale (in cui si è giocato Juve-Liverpool in Champions League, ai quarti), i venticinque e i trent’anni da quella partita sono un pretesto per un’intervista. Tornando agli anni ’80, Daina va in Messico, dove arbitra Inghilterra-Polonia del girone F della Coppa del mondo 1986, risolta da una tripletta di Lineker, e termina la carriera nel 1987. André Daina oggi ha 77 anni, è in pensione e, suo malgrado, vive in attesa del prossimo giornalista che lo chiami e gli chieda: “Monsieur Daina? Potrei intervistarla sul disastro dell’Heysel?”

Gabriele Porri



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Daina all'Heysel prima di Juventus-LiverpoolDaina oggiPalotai arbitro a sinistra e giocatore a destra


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