Lo squadrone che tremare il mondo fa


Il Racconto

Come spesso capita nei regimi autoritari, è sempre facile uscire dalle grazie del dittatore di turno. È quel che accade a Leandro Arpinati, “boss” del calcio italiano e patron del Bologna Sportiva, la polisportiva a cui il Bologna calcio viene annesso nel 1928, con il segretario di Arpinati, Gianni Bonaveri, a presiedere la sezione calcistica. Nel 1934 Arpinati, nemico giurato del nuovo segretario del PNF Starace, che lo definisce Il pontefice nero, finisce in disgrazia, espulso dal partito fascista. All’inizio dell’anno, il Bologna Sportiva viene sciolto e viene nominato commissario un semisconosciuto industriale tessile di Reggio Emilia, dalla battuta pronta e dall’eloquio non proprio forbito: Renato Dall’Ara. Il Bologna di Arpinati, tutto sommato, è stata una squadra vincente: scudetto 1925 dopo un’infinita finale a nord con il Genoa, scudetto 1929, l’ultimo prima del girone unico, vinto in finale col Torino, e vittoria prestigiosa nel 1932 della Mitropa Cup, senza disputare la finale per la squalifica delle semifinaliste Juventus e Sparta Praga, per incidenti.

Quando Dall’Ara prende in mano la gestione del Bologna, siamo nel pieno della famosa cinquina juventina, in cui la principale avversaria dei bianconeri è l’Ambrosiana del Divino Meazza. Il Bologna, però,nel settembre 1934 conquista nuovamente la coppa Mitropa dopo un cammino esaltante tra le mura amiche: 6-1 al Rapid Vienna del capitano della nazionale austriaca Smistik, 5-1 al Ferencvaros di Sarosi e Toldi, 5-1 in finale all’Admira Vienna. Carlo Reguzzoni è l’artefice del successo europeo con 10 gol in 8 partite. Dall’Ara ha ereditato una buona squadra, ma va detto che sono tempi in cui i contratti sono annuali e a ogni fine di stagione bisogna rinegoziarli. Colui che nel frattempo da Commissario è diventato Presidente del Bologna non è un grande intenditore di calcio, ma un ottimo negoziatore. Passa per tirchio, ma è oculato e davvero tenace. In una frase passata alla storia e infarcita di latino maccheronico, ebbe a dire “Per le questioni tecniche chiedete all’allenatore, fa lui, fiat lux, per il resto ci siamo qui noi, sine qua non”.

Tra la fine del campionato 1933-34 e la Coppa Mitropa si sono disputati anche i mondiali in Italia, con gli azzurri campioni grazie al gol in finale del rossoblu Angelo Schiavio, Anzléin per gli amici, figlio di commercianti tessili, in dettaglio quel che fa all’ingrosso il suo nuovo presidente. Nonostante la notorietà e superati i 30 anni, Schiavio dà ancora una mano al negozio di famiglia. Il mercato dei rossoblu si risolve ben presto, con il ritorno dall’Uruguay di Rafael Sansone, la cui rimpatriata al Peñarol è durata un solo anno, viaggia invece in senso opposto Francisco Occhiuzzi. Sono gli anni delle frontiere chiuse, tranne che per gli oriundi, brasiliani, uruguayani e argentini di discendenza italiana. La prima stagione completa con Dall’Ara presidente non è all’altezza delle attese, al termine del girone di andata, con la Fiorentina sorprendentemente campione d’inverno i felsinei sono a metà classifica con 15 punti. Senza l’infortunato Reguzzoni, non c’è nessun bolognese in classifica dei marcatori. A fine marzo, inoltre, lascia la squadra Francisco Fedullo, tornato in Uruguay presumibilmente per il timore di essere arruolato nella possibile guerra che Mussolini vuole dichiarare all’Etiopia. Andandosene a contratto in corso, Fedullo si rende colpevole di una grossa irregolarità, tuttavia l’anno successivo tornerà, dicendo che è stata la morte del padre a riportarlo in Sudamerica. Il Bologna incamera 15 punti anche nel ritorno e chiude una stagione travagliata, senza infamia e senza lode, anche se il successo europeo è un grosso stimolo a fare meglio.

Il campionato del 1935 va alla Juventus, che completa così la sua “manita”. I bianconeri, che hanno avuto pure una serie di vicissitudini, dalla cacciata di Carcano all’addio del grande Mumo Orsi, in contemporanea con quello di Fedullo, chiudono il campionato in testa all’ultima giornata, grazie allo scivolone dell’Ambrosiana Inter a Roma contro la Lazio, vincitrice per 4-2, stesso punteggio del famoso 5 maggio 2002. L’estate del ‘35 è però proficua per Dall’Ara: arriva dal Novara un nuovo allenatore, l’ungherese Árpád Weisz, a proseguire la tradizione danubiana sulla panchina bolognese. Inoltre, nella stessa nave di Fedullo (la motonave Oceania), insieme al vice-allenatore Pascucci, arriva dal Nacional Montevideo un ventitreenne uruguayano, Miguel Angel Andreolo, subito italianizzato in Michele. La squadra messa in mano a Weisz ha tutte le possibilità di farcela, anche perché la Juventus ha perso in un incidente aereo il presidente Edoardo Agnelli, in ammaraggio a Genova, a bordo di un idrovolante guidato dall’asso Arturo Ferrarin, che ne esce illeso.Il club torinese ne risente, in più c’è stato l’addio di Orsi. Il Bologna deve certamente guardarsi ancora dai nerazzurri di Peppin Meazza, anch’essi con un nuovo allenatore ungherese: Gyula Feldmann, ex Palermo. Ci sarebbe anche la Roma, ma gli oriundi, temendo ancora la possibilità di un arruolamento per la guerra d’Etiopia, si danno alla fuga.

Il Bologna inizia benissimo, con un filotto di quattro vittorie. Davanti all’esperto portiere Gianni, detto “Gatto magico”, non c’è più Monzeglio, passato alla Roma dove, oltre a giocare a calcio, potrà insegnare tennis ai figli di Mussolini, di cui è diventato amico durante il mondiale. Si dice che Monzeglio abbia fatto qualche scambio con la racchetta anche col Duce in persona. Per rimpiazzarlo, il Bologna trova la soluzione casereccia, con il ventenne Dino Fiorini promosso in prima squadra definitivamente: intuizione di Weisz, che può annoverare la scoperta di un certo Meazza, insomma uno che ci capisce. Andreolo si rende subito protagonista, è un mediano di qualità, ha tiro (segna spesso su punizione) e carisma: sembra proprio che Dall’Ara abbia pescato il jolly. E poco importa se – parafrasando in anticipo Fred Buscaglione – ha il whisky facile. Davanti, Sansone, Fedullo, Schiavio e Reguzzoni realizzano nove reti, inceppandosi solo alla quinta giornata, con lo 0-0 di Torino, sponda Juve: senza Fedullo, sono fortunati in quanto l’arbitro non vede un rigore per i bianconeri. Quella che impressiona però è la retroguardia, con Gianni che resta quasi 600’ minuti imbattuto fino al gol preso a San Siro dal milanista Arnoni che non influisce, visto che il Bologna vince ugualmente. Ora al secondo posto si fa vivo il Torino, che arriva a -2 ma poi perde in casa con la Lazio, mentre il Bologna perde il primo punto casalingo con l’Alessandria. Lo scontro diretto che va in scena al mitico Filadelfia si risolve senza reti, e il Bologna mantiene i 3 punti di vantaggio. Buon risultato, il Bologna che termina in dieci per l’infortunio del terzino Montesanto, mentre per i granata esordisce Raffaele Vallone, detto Raf, che diventerà famoso come giornalista prima, e come attore poi. È un campionato combattuto, in cui il Bologna trova anche giornate no come quella che lo porta a perdere in casa con la Bari (come veniva chiamata all’epoca) e poi a Palermo. Pareggiando a Trieste, il Bologna perde anche il primo posto, a favore della Juventus che sembra avere reagito bene alle disavventure.

Palermo non è fatale solo per il Bologna, ci perde anche la Juve e alla prima di ritorno in testa c’è un terzetto, con le due citate c’è il Torino. I granata perdono il derby, ma riacciuffano la vetta alla giornata successiva. Con tanto equilibrio, gli scontri diretti diventano importanti e il Bologna, grazie a una girata di Schiavio e a un gol di Ottani batte la Juve, a cui non basta il gol di Gabetto. Persa di vista l’Ambrosiana-Inter, si rifà sotto anche la Roma, in un campionato che cambia leader quasi ogni domenica. A sette giornate dalla fine, le torinesi e il Bologna guidano con 30 punti, a tre lunghezze i giallorossi. Bologna-Torino finisce 2-0 con un rigore di Reguzzoni e un gol di Maini e c’è il sorpasso, con sei squadre in sei punti, in fila indiana. La partita dei rossoblu è stata preparata in ritiro in quota, il solo Schiavio è rimasto in città per seguire i suoi affari, cosa impensabile oggi. Il Bologna mantiene il vantaggio fino a una giornata dalla fine, quando deve affrontare – il giorno della proclamazione a Imperatore d’Etiopia di Vittorio Emanuele III - al Littoriale la Triestina ormai appagata da una grande annata, chiusa al sesto posto. La partita si rivela una passerella finale, con Andreolo che apre con una punizione e chiude, con un tiro da fuori deviato da Rocco, lo score. La Roma, protagonista di un gran finale, resta a un punto, il Toro a -2, l’Ambrosiana, mai veramente in lotta, a -4. Solo quinti i campioni in carica. Il Littoriale – stadio costruito da Arpinati – festeggia con fazzoletti e bandiere, solo Dall’Ara se ne sta in un angolino, in lacrime, e non perché deve pagare il premio-scudetto, per la commozione. Alla fine, anche lui si è fatto prendere dalla passione per il calcio.

Con lo scudetto sulle maglie, che in quegli anni è un tricolore col fascio littorio, il Bologna rinnova parzialmente: dopo 346 presenze tra i pali, lascia il calcio Mario Gianni (che, in disaccordo ante-litteram con Gino Paoli, si dedica all’impiego in banca), al suo posto l’ex ambrosianista Ceresoli, appena uscito da guai fisici. Dal Napoli arriva la punta Busoni, Schiavio alla fine ha deciso di dedicarsi agli affari di famiglia, anche se giocherà un paio di partite nel finale. La Mitropa va male, la squadra di Weisz esce al primo turno. L’allenatore ungherese è un innovatore, insieme al giornalista Molinari ha scritto “Il giuoco del calcio”, manuale recentemente ripubblicato. Non c’è molto da spendere, le sanzioni della Società delle Nazioni per la guerra in Etiopia – benché tolte dopo non molto – si fanno sentire. La Serie A comunque si preannuncia combattuta, a rinforzarsi soprattutto è stata la Lazio, che si contende con la Roma non solo la supremazia cittadina, ma la palma della prima romana a vincere lo scudetto. Anche questa volta per il Bologna è un’annata di vertice, ma la sconfitta di misura – e di rigore – in casa del Milan al termine del girone d’andata permette alla Lazio di sopravanzare i rossoblu di due punti. La stampa critica Weisz, ma la società lo difende.  I biancazzurri, anch’essi a guida ungherese, l’ex giocatore della Juve Jozsef Violak (italianizzato in Viola), hanno dal canto loro costruito un buon edificio intorno al bomber, sua maestà Silvio Piola. Il vercellese e il suo compare d’attacco Busani finiranno il campionato con 36 reti in due, delle 56 totali dei biancocelesti, ma basteranno? Il quasi omonimo Busoni e il solito Reguzzoni invece segnano la metà dei gol bolognesi.

Conquistata la vetta, la Lazio perde due partite su tre, permettendo ai veltri (altro nome dei levrieri, dato ai bolognesi per il loro gioco veloce) di tornare in testa. Lo 0-0 di Roma mantiene inalterato il punteggio, è un Bologna che tiene un passo in trasferta più veloce di quello del Littoriale, che si dice rallentato per l’immissione di carbone e pirite sul terreno prima dell’amichevole con la Germania, mettendo in difficoltà una squadra manovriera e “uruguagia” come quella di Weisz. Dal canto suo, la Lazio che è squadra casalinga perde col Bologna il suo primo punto interno. Da quel momento, i felsinei mantengono sempre la testa, seppur con un vantaggio minimo, che potrebbe aumentare nello scontro diretto col Torino, ora secondo. Al Filadelfia invece termina con un pirotecnico 3-3. Il Bologna esce indenne anche dall’altra trasferta torinese e, a quattro giornate dalla fine, grazie al successo sulla Roma targato Sansone che trasforma di testa un assist di Reguzzoni, il Bologna è a +4. La matematica arriva alla 28.ma, ancora una volta a partecipare alla festa scudetto è la Triestina, sconfitta stavolta 2-0. Non basta però la vittoria del Bologna per festeggiare, stavolta: i tifosi alzeranno i calici nei bar della città, che espongono i risultati delle rivali arrivati nel frattempo. Alla fine, la Lazio conquista il secondo posto con tre punti di distacco, è il secondo successo di fila per Weisz, il terzo con quello sulla panchina ambrosianista del 1930. In pratica, negli anni ‘30, se non vince la Juve, vince Árpád. I rossoblu si impongono anche a livello internazionale, vincendo il Torneo dell’Expo di Parigi: dopo le vittorie con Sochaux e Slavia Praga, è il Chelsea a capitolare per 4-1, con tripletta di uno scatenato Reguzzoni. Non hanno vinto il loro campionato, i Blues, ma è raro vedere gli inglesi perdere con i continentali, e il Bologna ci riesce, prendendosi anche i complimenti dei francesi, coi dissapori tra i due paesi che per un momento vengono accantonati.

Il 1937-38 è un anno di transizione: Schiavio vorrebbe rientrare, gioca qualche partita ma poi deve lasciare per il lavoro. Arrivano dal Sudamerica altri giocatori, ma si riveleranno delle meteore. Nonostante ciò, il Bologna sopperisce a una partenza a handicap e a due giornate dalla fine è terzo, a -2 dalla Juve e a -1 dall’Inter, a pari merito con Milan e l’ormai certezza Triestina. La penultima vede l’Ambrosiana sorprendentemente sorpassare la Juve, battuta a Genova sul campo del Liguria, una sorta di predecessora della Sampdoria, il Bologna a San Siro col Milan va sotto due volte ma recupera, alla penultima è: Ambrosiana 39, Juve 38, Bologna, Milan e Genova 37. C’è lo scontro diretto tra Milan e Juve, ancora tutto è possibile, ma l’Ambrosiana vince a Bari e conquista il suo quarto titolo, mentre il Bologna perde a Livorno e arriva quinto. Come se non bastasse, ci sono le dimissioni forzate per motivi razziali di Weisz, che è ebreo, nonostante abbia fatto battezzare i figli. La panchina, alla sesta giornata della stagione ’38-39, va all’austriaco Felsner. Nel frattempo, l’Italia ha rivinto i mondiali in Francia coi bolognesi Ceresoli, Andreolo e Biavati, inventore del doppio passo, per gradire. Ormai, a ogni vittoria rossoblu, da anni si sente un solo coro: “Il Bologna è lo squadrone che tremare il mondo fa”, ma mai come in questi anni corrisponde alla realtà. Anche nel 1939 il titolo arriva nella città felsinea. Ritiratosi Schiavio, arriva sempre dall’Uruguay Hector Puricelli, detto “Testina d’oro” per l’abilità acrobatica. Biavati, doppio passo, cross, testa di Puricelli, gol: è questo lo schema tipico. L’italo-uruguayano vince la classifica marcatori a pari merito con il milanista Aldo Boffi, l’attacco e la difesa sono i secondi migliori del campionato, il titolo arriva a due giornate dalla fine, ancora una volta fondamentale la vittoria 1-0 a Testaccio sulla Roma, con gol sempre di testa, sempre uruguayano: da Sansone a Puricelli.

Dopo lo scudetto sfumato all’ultima giornata (nel giorno della dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna) con la sconfitta a Milano nello scontro diretto con l’Ambrosiana, che vince così il titolo numero 5 a chiudere un decennio in cui solo i milanesi, la Juve e il Bologna hanno conquistato il titolo nonostante campionati sempre equilibrati, il nuovo decennio comincia con l’incertezza. Il Duce, convinto che sia una guerra-lampo, non ferma il campionato, il mercato è pieno di colpi, l’Ambrosiana si “sbarazza” dei vecchi Meazza (al Milan, con scarso successo) e Giovanni Ferrari, unico acquisto del Bologna. Alcune squadre stanno passando dal metodo al sistema, e l’innovazione tattica porta spesso risultati. Stavolta ad approfittarne è la Fiorentina, ma il Bologna di Felsner è lì grazie al trio Biavati – Reguzzoni – Puricelli. I rossoblu prendono la testa del torneo, e a contrastarli c’è la solita Ambrosiana-Inter, che resiste fino allo scontro diretto a cui arriva a -2, ma che perde 5-0 coi gol del trio delle meraviglie. Il Bologna da lì arriva a vincere ancora una volta nella partita contro la Triestina, stavolta in trasferta e con un pari. Il sesto scudetto arriva con un punteggio basso, 39 punti (unica volta in cui i campioni sono scesi sotto quota 40 nella storia della Serie A) ma con +4 sui nerazzurri. Da notare la grande differenza tra rendimento casalingo ed esterno, 28 punti a 11, segno dei tempi: le trasferte in tempo di guerra non sono uno scherzo e si arriva stanchi a destinazione. La squadra ormai è vecchia, il ricambio non potrà esserci per la guerra e dopo ci sarà un solo successo, nel 1964 allo spareggio con i vecchi rivali milanesi, nel segno del dolore per la morte di Dall’Ara, presidente per 30 anni, avvenuta a Milano dopo una discussione con Angelo Moratti con argomento i premi della “bella”.

Gabriele Porri



Foto Story

Il Bologna con lo scudetto 1936Arpad WeiszMario Gianni


Condividi



Commenta