Gli anni d'oro del Grande Ararat


Il Racconto

C’è un campionato, tra i 54 organizzati nei paesi che aderiscono all’UEFA, che ha solo sei squadre nella massima serie e dieci nella seconda, ma di queste dieci, sei sono le squadre B della prima divisione. Quindi, solo dieci società di calcio e un campionato, quello di Bardsragujn chumb, la “Premier League” locale, in cui le squadre si incontrano tra loro sei volte per arrivare a 30 partite, minimo sindacale per un campionato che assegni un titolo. La lega calcio dell’Armenia, perché è del piccolo paese di nemmeno 3 milioni di abitanti del Caucaso meridionale, chiuso tra giganti come Turchia e Iran che stiamo parlando, è al 46° posto nel ranking UEFA per quanto riguarda il calcio di club e al 44° in fatto di nazionali, mentre nell’ultimo ranking FIFA è al 98° posto. La stella del calcio nazionale è il centrocampista offensivo Henrykh Mkhitaryan, passato recentemente dal Manchester United all’Arsenal. Mkhitaryan è un prodotto del vivaio del Pyunik Yerevan, la squadra più vincente dell’era moderna, una delle cinque compagini della capitale nella massima serie (la sesta è lo Shirak di Gyumri, la seconda città del paese). Tuttavia, il calcio armeno ha vissuto tempi di gloria, nel periodo sovietico, grazie alla squadra che nel moderno e un po’ derelitto movimento attuale è ultima in classifica, e quasi sicuramente sarà retrocessa a fine stagione: l’Ararat.

Fondato nel 1935 col nome di Spartak Yerevan, poi cambiato in Spartacus, nel 1949 si affaccia per la prima volta nella prima divisione dell’Unione Sovietica, anno in cui la classifica marcatori viene vinta dall’attaccante dello Spartak Mosca, Nikita Simonyan, che ha origini armene e di cui parleremo più avanti. Sono anni in cui il numero di squadre varia da stagione a stagione e dopo al secondo anno, pur arrivando quattordicesimo su diciannove squadre, lo Spartak retrocede perché nel 1951 il numero di partecipanti scende a 15. In “Klass B”, come si chiama la seconda e ultima serie del campionato dell’URSS (al di sotto del quale ci sono i campionati delle diverse repubbliche socialiste), lo Spartak ci resta fino al 1959 quando prevale nella Zona 3 sui ceceni del Terek Grozny e sulla Torpedo Tangrog, squadra dell’Oblast di Rostov. Nel frattempo, però, i rossoblu raggiungono la finale di Coppa dove finiscono per perdere 2-1 contro la Dinamo Kiev, in una gara combattuta che ha visto gli armeni colpire una traversa nel finale. Sono ancora anni in cui il club, che ora si chiama Ararat, dal nome del monte caro agli armeni (anche se la vetta è nella parte turca) in cui la leggenda vuole stiano i resti dell’arca di Noè, lotta nelle parti basse della classifica. Infatti, nel 1963 retrocede di nuovo, giungendo terz’ultimo su venti, nell’ennesima riduzione d’organico. Quando però torna nella massima serie, siamo nel 1966, l’Ararat lo fa per restarci fino al 1991, anno in cui l’URSS si disgrega e si disputa l’ultima stagione del campionato sovietico.

Una prima svolta avviene nel 1970, quando viene inaugurato lo Stadio Hradzan, dal nome del fiume sulla cui vallata sorge, alla presenza di Leonid Brezhnev. Contare sull’apporto di oltre 70.000 spettatori non è cosa da tutti i giorni, non ci sono i seggiolini e se ci si stringe ci si sta anche di più (il record è alla nona giornata di Vysshaya Gruppa nel 3-0 al Kairat Almaty, con 78.000), e in effetti è tutto il popolo armeno a spingere l’Ararat nelle prima posizioni nella stagione 1971. Quello di quegli anni, più che un campionato sembra un confronto tra identità nazionali, anche se c’è più campanilismo che nazionalismo. Ci sono le squadre moscovite, la Dinamo (squadra della polizia segreta), la Torpedo, squadra della fabbrica di automobili, la squadra dell’esercito, il CSKA, e lo Spartak, squadra del popolo. Fuori dalla capitale, le altre russe sono il Rostov e lo Zenit Leningrado. Ci sono poi le ucraine, un folto gruppo, composto in quel 1971 da Dinamo Kiev, Zorya Voroshilovgrad e Shakhtar Donetsk. Poi ci sono le squadre di altre repubbliche, una per ognuna, che rappresentano i vari popoli di cui l’URSS è – come si dice in questi casi – un mosaico: i georgiani della Dinamo Tbilisi, squadra in cui si dice abbia giocato il capo dei servizi segreti Berija, gli azeri del Neftçi Baku, i kazaki del Kairat Almaty (o Alma-Ata, come si chiama ai tempi), i bielorussi della Dinamo Minsk, gli uzbechi del Pakhtakor Tashkent e, appunto, l’Ararat. «Non si diceva giochiamo contro la Dinamo Tbilisi – ricordano ancora oggi a Yerevan – si diceva giochiamo contro i georgiani.» Ed erano grandi squadre, vere e proprie nazionali, senza una nazione indipendente. In quel 1971 l’Ararat è allenato da Nikolai Glebov, un allenatore esperto soprattutto di tattica, e la squadra arriva seconda. In porta c’è Alyosha Abrahamyan, classe 1945, originario di Gyumri e cresciuto nello Shirak, che difenderà la porta della Aquile fino al ritiro, al termine della stagione 1977 con un record di 331 presenze che sarà battuto solo negli anni ’80 da Oganesyan. In difesa c’è Aleksandr Kovalenko, sangue ucraino, nascita russa ma da sempre in Armenia, tanto da spendere, come molti dei suoi compagni, tutta la carriera all’Ararat. Stessa sorte per l’altro russo-ucraino della squadra, Sergey Bondarenko, centrocampista dal tiro così potente che i tifosi, per scherzo, dicevano che tirasse dal primo negozio che si trova nelle vicinanze dello stadio, a circa tre chilometri.

Il calcio armeno, e con esso un po’ tutto quello del sud dell’URSS, è però famoso per il talento dei suoi giocatori: naturale dunque che siano più conosciuti i centrocampisti e gli attaccanti. Tra quelli passati alla storia c’è il capitano Hovhannes Zanazanyan, omo di carisma, anche lui conosciuto per il tiro da fuori, in realtà insieme proprio a Bondarenko e ad Arkady Andriasyan, il centrocampo dell’Ararat tesseva una tela di fitti passaggi per aprire spazi e arrivare al gol con gli attaccanti. «Facevamo un gioco come quello del Barcellona» dice oggi il portiere Abrahamyan. Andriasyan, invece, di famiglia armena anche se nato a Baku, è figlio d’arte (il padre George ha giocato nel Lokomotiv Baku prima di approdare a Yerevan) e può giocare indifferentemente a centrocampo o in linea con gli attaccanti. In prima linea, Levon Ishtoyan, come il portiere nativo di Gyumri e cresciuto nello Shirak, e Eduard Markarov, l’unico calcisticamente formatosi fuori dall’Armenia. Il piccolo e sgusciante attaccante originario di Baku è infatti reduce da nove stagioni nella squadra locale del Neftçi, segna quasi 100 gol in maglia bianconera prima di approdare all’Ararat nel 1971, quasi scaricato dal club azero dopo i tanti infortuni subiti nel finale del decennio precedente. Markarov, che ancora non ha 30 anni, ha invece molto da dare al calcio professionistico, e lo dimostrerà con l’Ararat. Dopo il secondo posto del 1971, in cui la Dinamo Kiev non viene mai impensierita, l’anno successivo la squadra di Glebov giunge quarta in un campionato vinto a sorpresa dagli ucraini dello Zorya. Il mister, dopo avere fatto un grande lavoro, viene però salutato con tanti ringraziamenti a fine anno, quello in cui è riuscito a portare il club in Europa, precisamente Coppa UEFA, dove soltanto i calci di rigore contro il Kaiserslautern hanno impedito all’Ararat di arrivare ai quarti di finale.

C’è però l’occasione di portare sulla panchina delle Aquile un mostro sacro del calcio russo, quel Nikita Simonyan che abbiamo visto prima capocannoniere del campionato, e soprattutto top scorer di tutti i tempi dello Spartak, con il quale ha vinto due titoli sovietici e tre coppe nazionali da allenatore. Non è una scelta facile per lui, lasciare il club di una vita e andare a lavorare in un ambiente che nemmeno conosce. «Ho esitato a lungo prima di scegliere Yerevan, non avevo familiarità con l’ambiente – dichiara Simonyan, oggi 91enne vicepresidente dell’unione calcistica russa – e li avevo incontrati solo da avversari. C’erano anche pregiudizi sui giocatori del sud, considerati talentuosi ma poco propensi al lavoro e al gioco di squadra. Quando però ho conosciuto i giocatori dell’Ararat, ho visto nei loro occhi l’ambizione di vittoria.» L’inizio stagione 1973, col campionato che si svolge nell’anno solare da aprile a ottobre/novembre, è ottimo con la vittoria sulla Dinamo Kiev per 3-1, a cui fa seguito la vittoria ai rigori sullo Zorya, campione uscente. È stata infatti introdotta in quell’anno una nuova regola, con lo scopo di far giocare le squadre per vincere, senza accontentarsi di un punticino: in caso di pareggio al 90’, si tirano i rigori, chi vince prende un punto, chi perde zero. La vetta della classifica si palesa verso la fine del girone di andata, quando l’Ararat vince a Mosca in casa della Lokomotiv. Un dato statistico importante è quello che vede gli armeni conquistare 10 vittorie e 3 pareggi nelle trasferte moscovite tra il 1971 e il 1973, in cui escono sempre imbattuti. La squadra di Simonyan ha un calo con quattro sconfitte consecutive, i giocatori sono avviliti ma Simonyan riesce a riunire la squadra, analizzare i motivi della sconfitta e ripartire. Nel frattempo, l’Ararat prosegue il suo cammino anche in coppa.

Dopo l’eliminazione dei kirghisi dell’Alba Frunze con un doppio 1-0, negli ottavi batta il Neftçi sia a Baku che a Yerevan, mentre nei quarti subisce la prima sconfitta, ininfluente, con l’Alba Voroshilovgrad, un 1-0 dopo il 2-0 dell’andata. Manca un solo ostacolo alla finale di Mosca, il Dnepr, anch’esso regolato con un doppio 1-0. Bisogna attendere l’avversario, l’altra semifinale è tra due Dinamo, quella di Mosca e quella di Kiev: la spuntano gli ucraini ai rigori, e quindi ci sarà la rivincita del 1964. Quella Dinamo è passata alla storia come una delle squadre più forti dell’era sovietica, in effetti basta un solo nome per dare l’idea: Oleg Blokhin. Il 10 ottobre del 1973, allo stadio Lenin l’Ararat scende in campo con: Abrahamyan, Gevorkyan, Sargisyan; Kovalenko, Mesrobyan, Andriasyan; Bondarenko, Ishtoyan, Markarov, Zanazanyan, Petrosyan. La gara è combattuta, sugli spalti ci sono 15.000 armeni e 10.000 ucraini, il resto sono russi. Mentre i tifosi della Dinamo hanno prenotato anche il viaggio di ritorno, sicuri che non ci sarà un pareggio che porta alla ripetizione, gli armeni lasciano il ritorno aperto. Il primo tempo termina sullo 0-0, per sbloccare il risultato ci vuole un calcio di rigore, trasformato da Viktor Kolotov, che porta così in vantaggio la Dinamo. Simonyan fa i due cambi per cercare il pari, mentre il collega Sevidov si limita a togliere Blokhin e Buriak a pochi minuti dalla fine, per mettere Zuev e Kondratov. È sicuro del successo, e vuole premiare i due giovani, dato che aver preso parte alla finale di coppa dà diritto al titolo di “Maestro dello Sport dell’Unione Sovietica”. Ma avviene l’imponderabile, Ishtoyan in mischia all’89’ trova il gol del pareggio, e le squadre vanno negli spogliatoi prima dei supplementari. Nel tunnel, Blokhin aggredisce il vice allenatore Koman, Simonyan capta le parole dell’attaccante, polemico per la sostituzione, e usa il fatto per caricare i suoi.

Ai supplementari, Ishtoyan trova il 2-1 con un tiro all’incrocio dal limite, Simonyan è in trionfo e Zanazanyan alza la coppa. Yerevan impazzisce, si festeggia, ma senza eccessi. Carattere? Imposizioni dal regime? Tutt’altro, si aspetta il ritorno della squadra, che da Mosca vola direttamente a Donetsk per giocare contro lo Shakhtar in campionato. Il titolo è ancora in bilico, e la partita finisce 0-0, l’Ararat riesce a strappare un punticino vincendo 4-3 ai rigori, venendo raggiunta dalla Dinamo Kiev in testa. Al ritorno a Yerevan, la squadra trova una cosa incredibile: dall’aeroporto fino al campo di allenamento, per 30 chilometri i bordi della strada sono pieni di tavoli, bracieri, c’è odore di kebab e i clacson impazzano (sarebbero vietati, ma il partito chiude un occhio, anche i dirigenti locali del PCUS sono felici della vittoria). La squadra impiega cinque ore per tutto il tragitto, con la gente che invita i giocatori nelle proprie case a festeggiare e ad assaggiare i manicaretti preparati per la festa. Chiaro che un po’ di deconcentrazione subentri, anche se c’è un titolo da vincere e l’Ararat a tre partite dalla fine ha 33 punti, come la Dinamo Kiev. Chi vincerà il secondo round? Appesantiti dai festeggiamenti, gli armeni si trovano sotto all’intervallo con la Dinamo Minsk, ma riescono a ribaltare il punteggio nella ripresa e vincono 2-1, portandosi a +1 sugli ucraini, che hanno pareggiato e vinto ai rigori con il Karpaty Lvov. Il vantaggio degli armeni aumenta quando, nell’anticipo della penultima giornata espugna Mosca vincendo 1-0 in casa del CSKA con gol di Ishtoyan: Ararat 37 punti in 29 partite, Dinamo 34 in 28. Si gioca la trentesima prima del resto della penultima giornata, e tra l’Ararat e il titolo c’è solo lo Zenit. Settantamila armeni trascinano la squadra al grido di Haya-sta, hoop tor (Forza Armenia), ma stanno già festeggiando perché è giunta la notizia della sconfitta, ai rigori, della Dinamo Kiev in quel di Almaty.L’Ararat va sul 2-0 con Zanazanyan al 27’ e Markarov al 47’. Il tesoretto viene dilapidato nei successivi cinque minuti, con Nikolaev e Zinchenko che portano i russi sul 2-2. È ancora Markarov a segnare il gol vittoria, che vale il titolo.

La Pravda scrive: «È sempre difficile prevedere chi vincerà, ma mai come quest’anno cera unanimità di consensi sull’Ararat». L’esperto Nikolay Ozerov parla di Ararat come «squadra fatta di stelle, squadra stellare». L’epoca di Simonyan finisce un anno dopo, con il quarto posto e l’approdo ai quarti di finale di Coppa campioni, dove l’Ararat si arrende ai futuri campioni del Bayern Monaco, con la sconfitta 2-0 in Baviera e la vittoria 1-0 allo Hradzan, con gol di Andriasyan. La squadra finisce in mano al bravo Maslov, un innovatore, che crea il concetto di “occupazione dello spazio”, cacciato anni prima dalla Torpedo Mosca con l’accusa di praticare “calcio borghese”. Con lui arriverà la coppa sovietica del 1975 (vinta in finale 2-1 sullo Zorya con gol di Andriasyan e Markarov) e un secondo posto nel campionato di primavera del 1976 alle spalle della Dinamo Mosca. Nel frattempo, ha raggiunto la prima squadra il più grande giocatore armeno di sempre, Khoren Oganesyan, recordman di presenze (341) e di gol (111) per il club di Yerevan. Ma le sorti del club oramai sono in declino, benché resti in prima divisione fino alla fine del campionato sovietico. Oggi alcuni giocatori di quella grande epoca non ci sono più, altri vivono in America, come Bondarenko e lo stesso Ishtoyan, che ancora oggi a Glendale, in California, gestisce la Ishtoyan Soccer Academy. Ma tutti, con lo spirito sono ancora lì, a Yerevan, mentre fuori dallo stadio ci sono le statue di tutta la squadra schierata come in una foto, è il simbolo di una nazione. Simonyan, invece, è tornato in Russia e alla veneranda età di 91 anni è vicepresidente della Unione calcistica russa, la federazione nazionale.

Gabriele Porri



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Le statue dei giocatori dell'Ararat davanti allo stadioLevon Ishtoyan re di coppaNikita Simonyan oggi


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