La triste storia del Bayer Neverkusen


Il Racconto

Si dice che la storia la facciano i vincitori e così è, spesso, anche nella storia del calcio. Tuttavia, è vero anche che il calcio è pieno di gesta di eroi sfortunati, giunti a un passo dalla gloria imperitura e poi tramandati ai posteri come perdenti ma conservando un fascino a volte superiore rispetto a chi ha vinto, specie se ha vinto dove un secondo posto è considerato un fallimento. Samuel Beckett, commediografo inglese, soleva dire “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non importa. Riprova. Fallisci ancora. Fallisci meglio”. È questo il caso del Bayer Leverkusen.

Stiamo parlando di una squadra medio-piccola, in Bundesliga dal 1980, di una città medio-piccola, schiacciata tra Colonia e Düsseldorf, cresciuta all’ombra dell’azienda farmaceutica Bayer, uno dei colossi mondiali, famosa per l’aspirina. Il Bayer, nella sua storia, ha conquistato due titoli importanti: il primo è la Coppa UEFA del 1988, vinta in finale ai rigori dopo una grande rimonta sull’Espanyol che aveva vinto 3-0 al Sarriá, con in panchina Erich Ribbeck e tra gli stranieri il brasiliano Tita (poi al Pescara) e il coreano del Sud Cha Bum-Kun, uno dei primi asiatici a emergere in Europa. Il secondo titolo è la Coppa di Germania del 1993, vinto con il gol di Ulf Kirsten, il bomber della riunificazione (100 presenze internazionali divise a metà in modo quasi chirurgico, 49 con la Germania Est e 51 con la Germania unita). Ecco, il punto di partenza per il Bayer Leverkusen che sta per affrontare la stagione 2001-2002 è questo, unitamente ai tre posti d’onore in Bundesliga in quattro anni tra il 1997 e il 2000, quest’ultimo perso all’ultima giornata con la sconfitta in casa dell’Unteraching. Basta un pari, il Leverkusen finisce con gli stessi punti del Bayern Monaco, campione per la migliore differenza reti. È la squadra di Christoph Daum, che al termine del miglior ciclo della storia del club è destinato alla panchina della nazionale, ma viene fermato da uno scandalo legato al suo consumo di cocaina, che gli provoca il licenziamento dalle “Aspirine”.

Al suo posto arriva un mostro sacro come Berti Vogts, che però non va oltre il quarto posto in una Bundesliga combattutissima (le prime sette racchiuse in dieci punti) e viene licenziato, per quella che rimane l’unica esperienza in un club dell’ex CT della Germania. Al suo posto un nome non conosciutissimo, uno di quegli allenatori che hanno sempre dato il meglio di sé in realtà non eccelse, ma comunque buone come l’Eintracht Francoforte e il Bochum: è il cinquantenne Klaus Toppmöller, ex attaccante del Kaiserslautern, chioma riccia e brizzolata, quasi bianca. Con lui arrivano il portiere-rigorista Butt, il terzino ex Wolfsburg Zoltán Sebescen, di chiare origini ungheresi, e il trequartista turco Yildiray Bastürk, uno dei tanti nati e cresciuti in Germania, preso dal Bochum. In compenso è andato al Bayern il difensore croato Robert Kovacs. L’ossatura della squadra non cambia molto, ma Butt dà sicurezza in porta, ben protetto dal capitano Nowotny e dal 23enne brasiliano Lucio, preso un anno prima dall’Internacional di Porto Alegre, giocatore possente che ama le sgroppate verso l’area avversaria che gli valgono il soprannome di O Cavalo. Toppmöller gioca con un 4-4-1-1 (con variante 4-1-4-1) che vede in avanti un insolito e solitario Oliver Neuville, non certo un granatiere, non uno che fa salire la squadra prendendosi a sportellate coi difensori avversari, ma piccolo e rapido, bravo comunque a creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti, anche se non disdegna il gol. Curiosa la storia di Neuville: figlio di un tedesco di Aquisgrana (di origine belga, da cui il cognome francofono) e di una calabrese, nasce e cresce in Svizzera, nel Canton Ticino, poi va a giocare al Servette e un anno al Tenerife. Quando va a giocare all’Hansa Rostock e si guadagna la convocazione nel Nationalelf Neuville, che è di madrelingua italiana, parla francese e un po’ di spagnolo ma non tedesco, ha bisogno dell’interprete. “Mio padre mi parlava in tedesco quando si arrabbiava, ma siccome si arrabbiava pochissimo non l’ho mai imparato”, spiega Oliver.

Poi c’è Michael Ballack, altro uomo di punta dei rossoneri. Anche lui nato all’Est come Kirsten, ma troppo giovane per poter giocare in Oberliga o nella DDR. Dopo le giovanili a Karl-Marx-Stadt, nel frattempo divenuta Chemnitz, arriva il passaggio al Kaiserslautern e poi alle “Aspirine” nel 1999, a 23 anni. Un predestinato e un uomo molto determinato, se si pensa che a sedici anni gli venne detto, dopo un’operazione, che non avrebbe potuto mai diventare un calciatore professionista. Invece, Michael resta fuori poco più di un anno e rientra, tra lo scetticismo generale, diventando un ottimo giocatore. Con lui, dietro l’unica punta il già citato Bastürk e sulle fasce il brasiliano Zé Roberto – esploso dopo il fallimento al Real Madrid – e Schneider. Davanti alla difesa il biondo Carsten Ramelow, berlinese di nascita ed ex Hertha, ormai al settimo anno in rossonero (si ritirerà nel 2008, dopo ben tredici stagioni a Leverkusen), dà spazio alle sortite dei terzini Sebescen e Placente, l’argentino con la coda di cavallo. Una buona squadra, un allenatore da testare ai massimi livelli e, se proprio si deve trovare il pelo nell’uovo, la rosa è corta per tre competizioni maggiori. Si comincia con due vittorie su Wolfsburg e Rostock, e un pareggio interno con il Bayern che non si butta via di certo, mentre nel preliminare di Champions League arriva un facile passaggio alla fase a gironi, con l’eliminazione della Stella Rossa dopo il pari in campionato con lo Schalke, un rocambolesco 3-3. Contro gli slavi sono Neuville, con una doppietta, e Kirsten a dare l’accesso a un girone di ferro con Barcellona, Lione e Fenerbahçe.

Il Bayer vive un autunno d’oro, 9 punti nelle prime tre partite con la prestigiosa vittoria sul Barcellona firmata da Bastürk e dal solito Neuville, che ribaltano il risultato alla BayArena dopo il gol di Luis Enrique, match winner del ritorno. La vittoria in Turchia dà il passaggio del turno alla Werkself, la squadra della fabbrica, contro un Fenerbahçe che non racimola nemmeno un punto, grazie anche al successo del Barcellona in casa del Lione. Ininfluente la sconfitta casalinga proprio coi francesi, arriva quindi la qualificazione alla seconda fase a gironi, con due partite prima della sosta invernale e quattro a febbraio-marzo. Il sorteggio dice Juventus, Arsenal e Deportivo La Coruña, sarà difficile arrivare ai quarti. Intanto, il Leverkusen in campionato è inarrestabile, vince dieci partite su undici e alla 14.ma è in testa, a +4 sul Bayern e +5 sul Dortmund, unica squadra ad avere strappato un pari alla squadra della Renania, al Westfalenstadion. La serie in campionato si interrompe il 1° dicembre con la sconfitta 2-1 in casa del Werder, partita che si disputa due soli giorni dopo quella di Torino dove la Juventus travolge i ragazzi di Toppmöller con un 4-0 che ha come unica attenuante il fatto di avere visto la partita rinviata per nebbia il 21. Un momentaccio, anche se il Bayer conquista il titolo di campione d’autunno al termine dell’andata. Prima della pausa il Leverkusen viene raggiunto in vetta del Dortmund dopo la sconfitta di Wolfsburg, ma un ottimo 3-0 sul Deportivo lo rimette in gioco in Champions, dove tutte e quattro le squadre prima della sosta sono a 3 punti.

Insomma, si va in letargo con il Bayer in corsa per tutto, con due turni di coppa di Germania superati con Jahn Regensburg e Bochum. Il rientro dalla pausa per Toppmöller è disastroso, le sconfitte con Bayern e Schalke portano il Dortmund a +4. I gialli del Borussia però perdono qualche punto e il 24 febbraio arriva lo scontro diretto alla BayArena, dove i rossoneri trionfano: 4-0 con quattro marcatori diversi (Ballack, Ramelow, Neuville e il giovane bulgaro Berbatov) e primo posto di nuovo. Peccato che in Champions sia arrivata la batosta di Highbury, 4-1 con Henry e Bergkamp sugli scudi. La situazione si fa difficile, Arsenal e La Coruna sono a 7, Leverkusen e Juventus a 4. Lo “spareggio della speranza” lo vince il Bayer, che supera 3-1 la Juve, il marcatore è aperto da un rigore di Butt che in Champions ha il record singolare di avere segnato 3 gol, tutti dal dischetto e tutti contro i bianconeri, ma con tre maglie diverse (le altre due di Amburgo e Bayern). Il Deportivo sbanca Highbury e prosegue, l’Arsenal però ha il pallino in mano, se vince a Torino contro la Juve eliminata prosegue il cammino. Sono proprio i bianconeri, già eliminati, a dare la mano decisiva al Leverkusen per il passaggio ai quarti, battendo l’Arsenal con il gol di Zalayeta. Ballack e compagni battendo il Deportivo anche al Riazor arrivano a vincere il girone, ma l’urna regala l’ostico Liverpool di Houllier, detentore della Coppa UEFA.  All’andata è il difensore centrale finnico Hyypiä a segnare l’unico gol, il ritorno a Leverkusen è in bilico, coi padroni di casa avanti 3-2 e Lucio che realizza a sei minuti dalla fine il gol della qualificazione col pallone che passa tra le gambe del portiere inglese. Il pareggio di Amburgo, unito alla sconfitta del Dortmund dà anche il +5 in campionato, mentre in coppa nazionale i successi su Hannover, Monaco 1860 e Colonia portano le “Aspirine” in finale, dove attende lo Schalke.

Sembra un sogno, e chissà se arriverà finalmente un trofeo di quelli grossi, la Bundes o la Champions. Di fatto, il piccolo Bayer con la rosa corta vede il traguardo ma ha il fiatone, come Dorando Pietri a Londra. A Old Trafford, arriva forse l’ultima grande prestazione della stagione, un 2-2 in casa United in semifinale con la terza inglese incontrata. Pensare che sir Alex Ferguson, senza malizia, in conferenza stampa si sbaglia e dice Kaiserslautern invece che Leverkusen. Segnano i Red Devils fortunosamente (autogol di Zivkovic, sostituto dell’infortunato Nowotny) poi nella ripresa Ballack, il capocannoniere della squadra, van Nistelrooy su rigore e Neville, da avvoltoio d’area, dopo un batti e ribatti. È ancora l’italotedesco a segnare il gol del pari alla BayArena, ma è il pareggio dell’1-1 e per i gol in trasferta è finale, contro il favoritissimo Real che nelle ultime edizioni disputate in anni pari (1998 e 2000) ha vinto il torneo. Come un bambino che vede tre pastarelle sul vassoio, Toppmöller cerca di accaparrarne almeno una, ma in giro è pieno di birbanti che gliele vogliono togliere. La Bundesliga, in primis: dopo il pari di Amburgo c’è l’insidiosa partita col Brema che già all’andata ha vinto. Un tiro da lontanissimo li Lisztes porta avanti gli anseatici, e anche a Dortmund sugli spalti si esulta. Ancora più grande la gioia quando il Borussia passa con un tiro da fuori del giovane Rosicky. A Leverkusen pareggia Zé Roberto, poi Butt si fa parare il rigore dal collega Rost e all’intervallo è 67-64 per le “Aspirine”. Nonostante tutto, si esulta a Leverkusen quando pareggia Lottner con un sinistro a giro, 67-62. Sono due brasiliani a decidere i match, ma non sono né Zé Roberto, né Lucio. Col Bayer lanciato in avanti, Ailton porta in vantaggio il Werder, a Dortmund i gialloneri tremano ma trovano il gol di Marcio Amoroso nel finale, dagli undici metri.

Due 2-1 che portano il Dortmund a -2 in classifica, con due partite da giocare. Tutto gira intorno al numero 2. Alla penultima, il Leverkusen va in casa del pericolante Norimberga, che segna di testa con Nikl mentre ad Amburgo i tifosi del Borussia esultano quando il risultato esce sul tabellone. Amoroso guadagna un rigore e provoca l’espulsione di Hertzsch. Il primo tempo si chiude sul 2-1 Dortmund con parità numerica ristabilita, poi Amoroso per il 3-1, Hoogma per il 3-2 e ancora i tifosi rossoneri sperano nel pareggio dell’Amburgo, che li terrebbe sopra la linea di galleggiamento. Invece segna il gigante Koller, inutile il gol di Meijer: Amburgo 3, Dortmund 4 e sorpasso, perché a Norimberga non ci sono più gol ed è festa grande anche in Baviera, perché si festeggia la salvezza matematica. I numeri invece non danno ancora torto al il Leverkusen, che ospita l’Hertha Berlino, mentre il Dortmund riceve il Werder. Cambia poco, vincono entrambe, la prima pastarella è stata portata via da un ragazzaccio coi capelli rossi, Matthias Sammer che a non ancora 35 anni vince il suo primo e unico titolo da allenatore. Non è stato nemmeno facile, il gol che vale il Meisterschale, il trofeo che corrisponde al nostro scudetto, arriva soltanto al 74’ con l’ennesimo brasiliano, Ewerthon. A Leverkusen restano attoniti, ma possono ancora vincere Champions e DFB Pokal, c’è tempo per ricaricare le pile e non c’è la delusione della sconfitta a un passo dalla tripletta, come capiterà a Bayern e Juventus. Nelle teste dei tifosi risuonano però le parole del direttore del Bayern Monaco, Uli Hoeness: «Il Leverkusen non vincerà mai nulla, nelle partite importanti indossano il pannolone.»

A Berlino con lo Schalke, in finale di Coppa di Germania, il primo tempo finisce 1-1, con gol di Berbatov e il pari di B?hme. Nella ripresa ci sono tre gol dello Schalke, poi il 2-4, inutile, di Kirsten. La seconda pastarella di Toppmöller l’ha soffiata l’olandese Huub Stevens. Manca quella più succulenta, all’Hampden Park di Glasgow, e chissà se partire da sfavoriti non sia meglio. Il Bayer gioca una delle migliori partite del finale di stagione, ma va sotto per il gol di Raul, un tocco perfido al volo su cui Butt non arriva. Il Real ha Casillas, Figo, Ronaldo, una serie incredibile di campioni, ma arriva il gol di Lucio, di testa dopo una punizione da sinistra. Poi, c’è il gol di Zidane, al volo di sinistro, una coordinazione perfetta sul cross di un altro campionissimo, Roberto Carlos. Butt ancora non può fare nulla, è un gol ormai storico per la sua bellezza; nella ripresa più volte il Leverkusen sfiora il pari, ma un grande Casillas gli nega tre occasioni, anche questa finale è persa, la coppa la alza Hierro. Di certo una mazzata, anche per una piazza che non è abituata a vincere, anzi forse si percepisce maggiormente quanto grande sia stata l’occasione persa. Per trovare una debacle simile in pochi giorni bisogna andare indietro di 35 anni, quando l’Inter nel 1967 perse lo scudetto all’ultima giornata, la coppa dei campioni in finale e la coppa Italia in semifinale con l’outsider Padova, ma l’Inter era alla fine di un ciclo vincente di 3 scudetti, 2 coppe campioni e 2 coppe intercontinentali. Non esattamente la stessa cosa, e infatti nasce il “mito” del Bayer Neverkusen, gioco di parole con l’inglese “never”, mai. Come se non bastasse, il 30 giugno nella finale mondiale si ritrovano Lucio da una parte, Ramelow, Schneider e Neuville dall’altra. Ballack no, lui s’è immolato in semifinale, prima ha preso un giallo evitando un gol della Corea, poi ha segnato la rete decisiva per andare in finale. Squalificato. Vince il Brasile 2-0, l’unico a sorridere è Lucio, che non a caso otto anni dopo vincerà tutte le competizioni in cui il “Neverkusen” è arrivato secondo, ma con la maglia dell’Inter. Il Bayer inizia a perdere pezzi, Ballack e Zé Roberto vanno al Bayern, poi ci andrà anche Lucio. Risultato: ancora oggi, gli unici trofei in bacheca sono sempre la coppa UEFA del 1988 e la Coppa di Germania del 1993.

Gabriele Porri



Foto Story

La delusione dopo la Champions sfumataIl gol di ZidaneNeuville esulta a Manchester


Video Story



Condividi



Commenta