La caduta dell'impero Inglese


Il Racconto

Le amichevoli non contano niente, e nessuno può saperlo meglio degli italiani: quando per gli Azzurri in palio non c’è nulla, anche il Lussemburgo può vivere il suo momento di gloria. Un tempo non era così, e nell’epoca pre Europeo un’amichevole poteva cambiare la storia calcistica di un Paese. È accaduto per Inghilterra-Ungheria 3-6, 23 novembre 1953, stadio di Wembley.
Da poco si è celebrato il cinquantesimo anniversario del match, e già il fatto che a più di mezzo secolo si continui a parlare della sfida tra l’Aranycsapat (squadra d’oro) ungherese e i maestri di calcio inglesi (all’epoca l’etichetta era ancora obbligatoria) testimonia l’importanza del match. Forse la più grande amichevole della storia.

INGHILTERRA IN DECLINO
Come ha scritto Jonathan Wilson nel suo fondamentale libro La piramide invertita: “Inghilterra-Ungheria non fu il momento del declino del calcio inglese, fu il momento nel quale ne arrivò la piena consapevolezza”. Una débàcle casalinga che per il calcio d’Albione è stata ancora più devastante dell’eliminazione ai Mondiali del 1950 per mano degli Stati Uniti del lavapiatti Gaetjens. È al cospetto dei magiari che l’Inghilterra del pallone si è scoperta vetusta, isolata e ammuffita in un conservatorismo tattico (e culturale) che si trascinava dal 1934, l'anno dell'ultimo grande esperimento tattico sul suolo d’Albione, il WM di Hany Chapman. "L’Inghilterra non ha giocato male", scriveva il Guardian, "ma per gli standard britannici". Poche parole, sufficienti per una fotografia impietosa su una Nazionale in declino, come in declino era l’impero britannico.

IL PRIMO FALSO NOVE
Tutto l’opposto dell’atmosfera che si respirava a Budapest nel luglio 1953, quando lo scendiletto del Cremlino Màtyàs Ràkosi era stato deposto a favore del più liberale Imre Nagy, teorico di una variante post-stalinista del socialismo, che prevedeva un rapporto meno diretto con Mosca. Il nuovo premier non aveva esitato ad amnistiare centinaia di prigionieri politici, abolendo i campi di internamento che avevano reso Ràkosi l’uomo più detestato d’Ungheria. Aria nuova quindi nel Paese, calcio incluso. Fino agli Anni 50, l’Ungheria era stata un’esponente pensante e farraginosa di quel calcio danubiano che aveva avuto nell’Austria di Hugo Meisl l’interprete migliore. Poi erano arrivati gli inglesi: negli Anni 40, l’ex Tottenham Arthur Rowe aveva girato il Paese tenendo una serie di conferenze sul WM, e sarebbe diventato Ct deU’Ungheria se l’intensificarsi del secondo conflitto mondiale non lo avesse costretto a un rapido rientro a casa. Il WM però, non si confaceva pienamente al calcio ungherese, dove scarseggiavano i classici attaccanti-torre tipici del calcio inglese, forti fisicamente e imbattibili sulle palle alte. La soluzione, all’epoca assolutamente rivoluzionaria, fu quella di mettere al centro del quintetto d’attacco non una punta di sfondamento, bensì un’ala, tecnicamente dotatissima, che arretrava il proprio raggio di azione fino a centrocampo, trasformandosi in rifinitore. Un falso nove ante-litteram che diede scacco matto agli inglesi, come ricordato da Harry Johnston, il difensore a cui, secondo gli schemi dell’epoca, era assegnata la marcatura della punta ungherese, Nandor Hidegkuti. «Furono novanta minuti di tragica impotenza.
Hidegkuti arretrava in mediana, se lo seguivo si apriva una voragine in difesa tra i due nostri terzini, se invece rimanevo bloccato lui ispirava la manovra totalmente indisturbato».

IL LAVORO DEL CT SEBES
Tra gli innumerevoli meriti del Ct Gusztav Sebes, un vero maestro di calcio per acutezza tattica, estrema cura dei dettagli e psicologia di gruppo, non ci fu però l’invenzione del “centravanti alla Hidegkuti”, la cui paternità appartiene al collega del MTK Budapest (poi ribattezzato Vòròs Lobogó) Marion Bukovi. Per coprire il buco lasciato dalla cessione del colosso Norbert Hofling alla Lazio nel 1948, Bukovi aveva messo al centro dell’attacco il raffinato Peter Palotas, lontano anni luce dalla fisicità dell’ex compagno. Palotas, che nel 1955 sarebbe diventato il primo giocatore a realizzare una tripletta in una Coppa europea, aveva contribuito con 4 reti all’oro olimpico di Helsinki 1952, ma nel corso di un'amichevole contro la Svizzera nel settembre 1952 venne sostituito da Hidegkuti, preferito da Sebes in quanto ancora più portato alla manovra. Il cambio scrisse la storia. Sotto di due reti all’intervallo, l’Ungheria ribaltò il risultato e vinse 4-2. Ma se nella proposta del falso nove, e pertanto nel passaggio dal a un proto 4-2-4, Sebes aveva perfezionato un’intuizione altrui, il resto fu tutta farina del suo sacco. Diventato Ct nel 1949, Sebes si era trovato davanti a sé una generazione di fenomeni incastonata in una nuova organizzazione sociale, che prevedeva il collegamento dei club con le grandi aziende statali e i corpi istituzionali. Ma per lui le sole doti tecniche non potevano essere sufficienti a fare grande un calciatore. «L’allenatore può fare un lavoro efficace solo se il giocatore dispone di un’intelligenza di gioco speciale. Un calciatore che non fa vita da sportivo può avere anche un titolo di studio, ma non potrà mai chiamarsi un giocatore intelligente».

LA HONVED DI PUSKAS
Grande ammiratore del calcio austriaco e italiano, e in particolare di Meisl e Vittorio Pozzo, Sebes iniziò a costruire la propria Nazionale partendo dal concetto di blocco: come il Wunderteam e l’Italia bi-Campione del Mondo, anche la sua Ungheria avrebbe dovuto poggiare le fondamenta su uno zoccolo duro composto da giocatori di un unico club, massimo due. Non potendo optare per il Ferencvaros a causa della tradizione destrorsa dei suoi tifosi, la scelta era caduta sulla squadra di un sobborgo di Budapest situato al di fuori della cinta muraria principale, il Kispest. Li stava facendo faville il giovane Ferenc Puskas, un ragazzo capace di infilare 50 volte la porta in 28 gare di campionato. Dietro di lui agiva il mediano Joszef Boszik, metronomo di rara classe. Due fuoriclasse che non avevano tardato ad attirare l’attenzione dei riformatori del calcio ungherese, desiderosi di rinverdire i fasti della scuola magiara anche in chiave politica, secondo il classico schema - apprezzato dalle dittature di qualsiasi orientamento - che prevede l'utilizzo del mito sportivo a fini propagandistici. Il Kispest era diventato Honved, che significa “difensore della patria”, passando sotto il controllo dell’esercito e rastrellando talenti ovunque. Arrivarono il portiere Gyula Grosics, il centromediano Gyula Lorant, l’ala Zoltan Czibor, l’attaccante Sandor Kocsis (definito “la miglior testa d’Europa dopo Churchill” per l’abilità nel gioco aereo). Nel 1950 a Kocsis toccava il servizio di leva: «O scegli la Honved» gli disse un funzionario «oppure ti potrebbe capitare un avamposto al confine con l’Austria». Nel caso di Lorant invece era stato lo stesso Sebes a intervenire presso il Ministero dell’Interno, chiedendone la liberazione (era detenuto per aver guidato una squadra di disertori ungheresi in un tour neH'Europa Occidentale) e garantendo personalmente che, durante le trasferte della Nazionale, non ci sarebbe stato nessun tentativo di fuga.

E SI ARRIVA A WEMBLEY
Plasmato l’enorme talento della generazione d’oro, e raccolti i primi frutti ai Giochi di Helsinki (2-0 in finale contro la Jugoslavia), Sebes mostrò tutto il proprio genio quando l’asticella si alzò ulteriormente, ovvero a Wembley. L’invito a disputare l’amichevole era arrivato dal presidente della Federcalcio inglese Stanley Rous, futuro numero uno della Fifa prima di Havelange, desideroso di testare la presunta invincibilità degli uomini di Sebes “sull’inviolato suolo inglese” (lui per primo sapeva che non era vero, perché nel 1949 Goodison Park fu espugnato dall’Irlanda, ma quasi nessuno se lo ricordava). «Riterrò lei e i suoi giocatori personalmente responsabili in caso di risultato non conforme alle aspettative» fu il modo in cui, nel corso di un colloquio privato, il segretario generale Ràkosi autorizzò Sebes alla trasferta. A Londra si andava per vincere, o sarebbero stati guai. Maniaco dei dettagli, i primi giorni di novembre del 1953 l’allenatore ungherese si era recato a Wembley per assistere a Inghilterra-Resto d’Europa, accorgendosi che il pallone non rimbalzava mai per più di mezzo metro. La mattina seguente tornò allo stadio, iniziando a correre sul terreno di gioco, calciando in aria la palla, facendola correre, misurando il campo. Gli operai al lavoro nell’impiarito lo guardavano divertiti. Dopo essersi fatto regalare dall’amico Rous tre palloni di marca inglese, Sebes tornò a casa, fece allargare un campo di allenamento per raggiungere i 110 metri per 70 dello stadio inglese, quindi iniziò a far giocare i suoi esclusivamente con i palloni britannici.
L’amichevole di preparazione contro la Svezia fu un disastro, i giocatori non riuscivano a infilare due passaggi consecutivi. All’intervallo, a nome del gruppo. Puskas chiese di cambiare pallone. «Fidatevi di me» fu la replica di Sebes, «dopo Wembley mi ringrazierete». Ma al pareggio degli svedesi all’ultimo minuto si abbatté un diluvio di fischi e urla sul Népstadion di Budapest. Il malcontento tra i giocatori era palpabile: Sebes decise di non partire subito per Londra, facendo prima tappa a Parigi. L’Ungheria giocò un’amichevole fuori programma contro un club locale, demolendolo 18-0. «Quella partita, apparentemente insignificante» ricordava Puskas, «ci fece ritrovare buonumore e autostima. Fu il capolavoro del nostro allenatore».

LA GOLEADA DELL’UNGHERIA
Poi arrivò la partita. Gli ungheresi, a cui era stato poco sportivamente negato il permesso di allenarsi a Wembley (furono indirizzati a Loftus Road, casa del QPR), andarono in gol già al primo minuto con Hidegkuti e, dopo il pari di Mortensen, si portarono sul 4-1 nella prima mezz’ora grazie al secondo centro di Hidegkuti e alle reti di Puskas e Bozsik. Ancora Mortensen accorciò le distanze prima dell’intervallo, ma nei primi 10’ della ripresa ancora Bozsik e, per la terza volta. Hidegkuti portarono a sei (in meno di un'ora) i gol magiari. Nel finale, un rigore di Ramsey chiuse la gara sul 6-3. Il presidente della Federcalcio ungherese Sandor Bacs era talmente sconvolto da sbagliare spogliatoio, entrando in quello degli inglesi e venendo accolto da applausi e strette di mano. L’indomani il suo collega Rous fece una gaffe ben peggiore: si presentò all’hotel Cumberland con una valigetta piena di soldi. Lo fece con le migliori intenzioni, per ringraziare Sebes e i suoi uomini della meravigliosa partita. «Siamo dilettanti» sbottò il Ct, «non giochiamo per denaro». La partenza dell’Aranycsapat fu salutata da 8mila telegrammi di congratulazioni, tutti inviati da tifosi inglesi.

LA DELUSIONE DI BERNA
Era scoppiata l’Ungheria-mania. A Parigi fu interrotto uno spettacolo a Le Folies Bergere per tributare una standing ovation ai giocatori, presenti in sala. Il ritorno a casa vide giocatori e tecnico premiati con la medaglia dell’Ordine del Merito. Ma sarà una gloria breve. Otto mesi dopo, la folla che era scesa in piazza per celebrare i propri campioni, è di nuovo in strada per insultarli. La sconfitta, inaspettata, nella finale del Mondiale 1954 segna l’inizio della fine per la generazione d’oro. «Con la scusa del calcio» ricorda Grosics, «migliaia di persone scesero in strada per protestare contro il regime. I semi della rivolta del 1956 furono piantati all’indomani della sconfitta di Berna». Dopo quell’enorme delusione, i magiari rimangono imbattuti altri 18 mesi, ma la scintilla ormai si è spenta. Nagy viene deposto nel marzo '55, il Cremlino toma a dettare la linea dura e la struttura di Sebes (il cui figlio viene addirittura picchiato a scuola, mentre Puskas è costretto a vivere da recluso e Grosics arrestato per “condotta incompatibile con le leggi e la morale dello stato ungherese”) viene smantellata. Infine arriva l’esonero dello stesso Sebes, nel giugno del ’56, dopo un ko contro la Svizzera.

GLI ULTIMI FUOCHI
A ottobre, la cerimonia di tumulazione dell’ex nemico di Stato Laszlo Rajk nel cimitero di Kerepesi incendia l’Ungheria. L’URSS risponde invadendo Budapest con i carri armati “per riportare la pace nel Paese” (copyright Giorgio Napolitano). Puskas, Czibor e Kocsis partono per una tournée in Sudamerica e non tornano più. Nel 1957 la Honved retrocede.


Fonte: Guerin Sportivo



Foto Story

L'ingresso in campo di Inghilterra e Ungheria 1953


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