C'era una volta l'Unione Sovietica


Il Racconto

Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità». Così cantava nel 1984 Giovanni Lindo Ferretti con i suoi CCCP. Troppo tardi. L’URSS come l’avevano sempre immaginata i seguaci del “sogno tecnologico bolscevico”, sempre per usare le parole di Ferretti, si sta sgretolando. Afghanistan, Cina, Solidarnosc, Scudo spaziale reaganiano e pressioni centrifughe interne: l’Unione Sovietica viaggia dritta verso l’implosione.

La nomina a segretario generale del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) del raggrinzito Konstantin Cemenko, ultimo esponente della vecchia guardia del Partito, puzza di rigurgito conservatore e neostalinista. La stabilità è ormai solo apparenza e non può durare a lungo. A demolirla ci pensa il successore di Cemenko, Michail Gorbaciov. Tre le parole chiave pronunciate al XXVII Congresso del PCUS, febbraio-marzo 1986: perestrojka (ricostruzione), glasnost (trasparenza) e uskorenie (accelerazione). Le prime due passeranno alla storia, la terza finirà nel dimenticatoio. Quasi nello stesso periodo Valeri Lobanovsky diventa commissario tecnico dell’URSS per la terza volta. È lui, allenatore e “padre” della Dinamo Kiev, la più vincente squadra sovietica di sempre (all’epoca contava 11 titoli e 7 coppe nazionali, 2 Coppe delle Coppe e una Supercoppa Europea), il pluripotenziario del calcio in URSS, il profeta di un calcio moderno atleticamente spinto al massimo nel quale l'individuo sembra annullarsi in nome della prevalenza del collettivo. Un riuovo modo di giocare e di concepire il calcio. Anche in questo caso sono tre le parole chiave: professionismo, universalità (ossia giocatori non più formati in specifici ruoli) e autofinanziamento (dei club, svincolati dagli apparati statali). Gorbaciov riforma la società sovietica, Lobanovsky il calcio. Uno sport, quest’ultimo, capace di “leggere” rivoluzioni e smottamenti politico-economici come nessun altro. Nella storia deH’Unione Sovietica, calcio e politica hanno sempre formato un blocco monolitico impossibile da scindere. Eppure inizialmente il calcio era guardato con sospetto dai teorici della dottrina comunista, perché ritenuto niente più che uno strumento della borghesia per dividere la classe operaia e depotenziare così i propri ideali rivoluzionari. Ma una volta preso il controlio della Russia, né Lenin né i bolscevichi osano cancellare lo svago preferito dalle masse. Meglio controllarlo Mentre la Fifa proibisce ai propri membri di disputare amichevoli con la nazionale sovietica, indicazione disattesa negli Anni 30 solo dalla Turchia (il primo incontro è datato 16 novembre 1924), in patria Gene istituita la VysSaja Liga. campionato dominato fin dalle prime battute da Mosca. I quattro club principali della capitale sono legati allo Stato: il CDKA è la squadra dell’esercito, la Lokomotiv delle ferrovie, la Torpedo della ZIL (impresa statale appartenente al settore automobilistico), la Dinamo della polizia segreta.

L’unica intrusa è una piccola società fondata da un sindacato operaio, il Komsomol, che nel 1934 decide di mutare il nome del club da Prcsnya a Spartak in onore di Spartaco, lo schiavo romano che aveva capeggiato una rivolta contro i potenti per la conquista della libertà. Scontato il vasto supporto che lo Spartak annovera tra la classe operaia. Ma la fama del club si spinge oltre. Nel 1936 viene organizzata una partita dimostrativa davanti a Stalin sulla Piazza Rossa, coperta per l’occasione da un enorme tappeto di feltro verde. Il leader sovietico dimostra di gradire. Nessuno prima d’ora è riuscito in una tale impresa, nemmeno la fortissima Dinamo Mosca di Lavrenty Beria, il sanguinario capo del KGB. Ex giocatore dilettante, Beria nutre un odio feroce nei confronti del giocatore simbolo dello Spartak. nonche capitano delle nazionali sovietiche di calcio e di hockey su ghiaccio, Nikolai Starostin, con il quale aveva incrociato i tacchetti in gioventù venendo accusato di giocare sporco. Eppure, nonostante fosse div entato uno degli uomini più temuti di tutta l’URSS, Beria deve attendere lo scoppio della guerra per regolare i conti con Starostin e i suoi fratelli. Troppa è infatti la fama di cui godono grazie al calcio per poterli colpire impunemente. L’occasione arriva nel 1942; il KGB arresta Starostin con l’accusa di aver complottato per l’assassinio di Stalin sei anni prima. L’unica prova che Beria riesce a produrre è una foto, rinvenuta nell’abitazione di Starostin, che mostra la squadra dello Spartak mentre passa vicino a Stalin a bordo di una macchina a forma di scarpa da calcio. Tanto basta però per spedire lui e i fratelli per dieci anni nei gulag. Nikolai Starostin non è l’unico idolo della gente abbattuto dal regime.

Negli Anni 50 tocca a Eduard Streltsov pagare a caro prezzo la propria immagine di spirito libero. Giocatore dalle doti tecniche fenomenali, Streltsov rappresenta il simbolo della nuova era di un calcio sovietico che stava faticosamente uscendo dal plumbeo periodo staliniano, dove una sconfitta (vedi quella contro la Jugoslavia del nemico Tito alle Olimpiadi di Helsinki del 1952) poteva anche costare la squalifica a vita dei giocatori. Nel 1956 l’URSS toma da Melbourne con l’oro olimpico grazie alle prestazioni super del suo giovane fuoriclasse, la cui fama tocca in patria vette fino a quel momento sconosciute a qualsiasi calciatore. Ma Streltsov è anche un amante della bella vita, della vodka e delle donne. A qualcuno del Politburo (l’organo esecutivo del PCUS) la cosa non piace. Lo incastrano con una falsa accusa di stupro e lo condannano a 12 anni, da scontare in un gulag. Niente sfida al Mondiale '58 con l’altro astro emergente del calcio mondiale: Pelé. Anche senza Streltsov. però, i progressi della nazionale sono evidenti.

Nel 1960 l’URSS si aggiudica la prima edizione del Campionato Europeo. Ai quarti soffia forte il vento della guerra fredda: la Spagna del generalissimo Franco si rifiuta di giocare a Mosca (i due stati non avevano rapporti diplomatici), ritirandosi dal torneo. Il calcio rapido e atletico dei sovietici ha la meglio su quello più tecnico di Cecoslovacchia e Jugoslavia (in finale). Ma non bisogna dimenticare la presenza tra i pali di uno dei migliori estremi difensori nella storia del calcio, il leggendario Lev Jascin, primo sovietico (e unico portiere) a conquistare il Pallone d’oro, nel 1963. L’URSS sfiora il bis quattro anni dopo, ma si ferma in finale contro la Spagna. Nel 1968 è invece il sorteggio (all’epoca non esistevano i rigori in caso di parità) a decretarne l’eliminazione a favore dell’Italia. Curioso, sempre per rimanere in tema di calcio e politica, un evento accaduto l'anno prima nel campionato sovietico. Lo Zenit Leningrado (oggi San Pietroburgo) avva chiuso la stagione all’ ultimo posto, ma dal momento che proprio quell’anno cadeva il 50° anniversario della rivoluzione bolscevica - avvenuta proprio a Leningrado - il partito decise che non fosse “prudente” farlo retrocedere in seconda divisione.

Al Cremlino da Krusoos si passa a Breznev, teorico dell’omonima damimi alla base dell'intervento dell’Armata Rossa che soffoca nel sangue la Primavera di Praga. Mentre in patria viene (parzialmente) riabilitato Streltsov in campo internazionale gli Anni 70 riservano una battuta d'arresto per la nazionale, se si eccettua la finale dell'Europeo ’72 persa contro la Germania Ovest. L'URSS si rifiuta di giocare in Cile per protesta contro il golpe di Pinochet e viene squalificata dal Mondiate '74 ma quattro anni dopo non aderisce al boicottaggio contro l'Argentina di Videla. Silenzio di tomba sul dramma dei desaparecidos; le tonnellate di grano con le quali Buenos Aires rifornisce Mosca contano molto di più. Le soddisfazioni calcistiche di quegli anni hanno tutte origini nella repubblica ucraina. Inizia il primo grande ciclo della Dinamo Kiev targata Lobanovsky. doppietta coppa-campionato nel 1974, quindi Coppa delle Coppe, Supercoppa Europea e nuovo titolo nazionale l'anno successivo. È un calcio nuovo, scientifico, fortemente improntato sull’atletismo, e non a caso a fianco di Lobanovsky c’è Valentin Petrovski, il “mago” dell’atletica leggera che fa volare il velocista Valery Borzov. Ma sono ucraini anche Oleg Blokhin, Pallone d’oro nel 1975 e recordman di presenze (108) e reti (39) nella nazionale sovietica, e Vladimir Bessonov, miglior giocatore alla prima edizione (1977) del Mondiale Under 20 Fifa, vinto proprio dall’URSS. Dopo l’exploit della Dinamo Tbilisi nella Coppa Coppe 1981 (successo in finale nel derby della Cortina di ferro contro i tedeschi dell’Est del Cari Zeiss Jena), è ancora Dinamo Kiev e Lobanovsky. Il pallone diventa argomento centrale sul tavolo del PCUS. Basta con le squadre dell’esercito o del Ministero degli Interni, sbotta il vicepresidente del dipartimento calcio e hockey del comitato dello sport sovietico Vladimir Ivanov, i club devono diventare società con bilanci autonomi. Lobanovsky si batte per l’introduzione del professionismo e travasa la sua Dinamo Kiev nella nazionale sovietica. Al Mondiale del 1986 in Messico, l’URSS inizia seppellendo l’Ungheria di reti (6). Preparazione atletica spinta al massimo e appiattimento delle distinzioni di ruolo: nasce “il calcio del Duemila”. Ma la macchina dagli automatismi fino a quel momento perfetti si inceppa all’improvviso, agli ottavi contro il piccolo ma volitivo Belgio (arriverà infatti quarto), che risponde ai robot di Lobanovsky colpo su colpo e si impone 4-3.

Due anni dopo, il laboratorio calcistico del tecnico ucraino si presenta all’Europeo al culmine del suo splendore. Un destro al volo di sublime bellezza firmato Marco Van Basten spezza però il sogno di Rinat Dasaev (numero 1 degno erede di Jascin) e compagni all’ultimo atto, la finale di Monaco di Baviera del 25 giugno 1988. Vince l’Olanda e l’URSS implode a un passo dal traguardo. È l’ultimo torneo nel quale compare la scritta CCCP sulle maglie. A Italia 90 comparirà una squadra con un'anonima maglia bianca e quasi nessuno si accorgerà di lei. Varsavia, Praga, Budapest, Bucarest, Vilnius, Riga, Tallinn, Kiev, Minsk: piano piano tutte salutano Mosca e vanno per conto loro. Non è rimasto più nessun Patto di Varsavia sotto il quale rifugiarsi.


Fonte: Guerin Sportivo



Foto Story

Una formazione dell'URSS 1988


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