La nascita del Girone Unico


Il Racconto

La nascita del girone unico in Italia come in Spagna, in Cecoslovacchia come in Francia, prese avvio da una serie di fattori che si rivelarono compiutamente negli Anni Venti. I sottili equilibri della Pace di Versailles favorirono, con la ricostruzione, lo sviluppo dell'industria e, di conseguenza, il «bisogno» dello spettacolo calcistico. La grande fortuna dei tornei olimpici del 1924 e del 1928, aprì le pagine dei giornali a nomi nuovi, leggendari, arrivati da oltre oceano, che colpivano immancabilmente la fantasia popolare.
Il calcio, da sport che era, divenne anche spettacolo e come spettacolo incrementò e favorì lo sviluppo di quelle società che potevano disporre di strutture adatte a ricevere la domanda di migliaia di sportivi. Divaricazione netta, quindi, fin da allora, del calcio metropolitano da quello provinciale; la tenacia, la passione, la generosità, divennero virtù complementari all'organizzazione societaria, al possibile concorso di pubblico. Finiva l'epoca del pionierismo, che aveva conosciuto giornate indimenticabili ed esaltanti, su campi recintati alla meglio, dove la passione del pubblico ad un metro dalle righe, alitava sul campo e spingeva i giocatori ad imprese leggendarie. Finiva l'epoca della gloriosissima Pro Vercelli, del Casale dalla nera casacca stellata, del Bologna glorioso che nel 1925 riuscì a spuntarla sul Genoa dopo cinque finali, del Genoa stesso che, nato direttamente da genitori inglesi, si avvalse dell'esperienza dei figli di Albione e dominò la scena calcistica italiana del primo quarto di secolo.

Erano ormai trascorsi trent'anni dal primo campionato tricolore organizzato dalla appena nata FIGC nel 1898. Trent'anni in cui il «Football» aveva conosciuto progressi formidabili, grazie alla passione per lo sport di alcuni personaggi che hanno il merito di aver seminato una terra fertile e generosa. Gli sviluppi dell'organizzazione societaria in Italia presero l'avvio dalla nascita a Genova, nel 1893, del Genoa Cricket and Athletic Club. Fondato da residenti inglesi, aveva sede nel Consolato britannico, i giocatori manco a dirlo, erano tutti inglesi, compresi i dirigenti.
Personalità di spicco era James Spensley, che fu anche fautore, nel 1897, di una riforma dello statuto che permetteva agli italiani di frequentare i locali del club e di prendere parte agli incontri. Genova fu quindi la prima capitale del calcio italiano, seguita a ruota da Torino che già nel 1898 contava tre delle quattro squadre che partecipavano al primo torneo per la qualifica di squadra campione d'Italia. Dopo il primo incontro di calcio fra squadre di città diverse (6-1-1898; Ventimiglia; FBC Torinese-Genoa 1-0), l'idea di un torneo si fece strada prepotentemente. Nacque la Federazione ed il torneo fu organizzato in poco tempo per il maggio di quell'anno.
Il primo scudetto fu appannaggio del Genoa che lo vinse a Torino su un Campetto di Porta Susa. Capitanava la squadra il dottor Spensley ed il compito non era certo facile, visto che i vincitori parlavano lingue diverse e cioè inglese, francese e tedesco.

Nei trent'anni di pionierismo del calcio italiano si possono caratterizzare tre tempi distinti.
Agli inizi le squadre erano formate in gran parte da stranieri che svolgevano la loro attività lavorativa in Italia, inglesi e svizzeri soprattuto.Il Genoa, che vinse i tre scudetti consecutivamente, il Milan (1901), la Juventus (1905) si avvalevano della loro presenza decisiva. Il riscatto degli indigeni venne con la Pro Vercelli che, affacciatasi per la prima volta sulla scena delle finali nel 1908, mise d'accordo tutti vincendo il titolo. Ma c'erano state polemiche violente; la FIGC aveva dettato l'ostracismo contro gli stranieri, Milan, Genoa e Torino non presero parte alla competizione, la Juventus si ritirò dopo appena due incontri. L'anno successivo, la Pro Vercelli suffragò con una altra vittoria il trionfo dell'anno prima, e non ci furono scuse, poiché al torneo per lo scudetto avevano partecipato tutte le squadre di maggior nome avendo la federazione ritirato la discutibile decisione autarchica.

Fenomeno tipicamente provinciale, la Pro Vercelli di tutti italiani dominò la scena fino al 1913, con l'unica eccezione del 1910, quando a vincere il titolo fu l'Internazionale. Si affacciò poi il Casale, tradizionale avversario della Pro, ed il Genoa chiuse il periodo anteguerra conquistando il suo settimo scudetto.
Al ciclo degli stranieri, che aveva caratterizzato il periodo 1898-1907, era seguito il periodo del calcio provinciale con le vittorie a ripetizione della Pro Vercelli e del Casale. Con la ripresa dell'attività calcistica del dopoguerra, si aprì il ciclo del calcio cittadino e metropolitano. Nel 1920 fu l'Internazionale di Campelli e Cevenini III a vincere, e anche se negli anni successivi, la Novese e la Pro Vercelli riuscirono ancora a sventolare la bandiera della provincia, il fenomeno calcio stava imboccando una strada diversa, quella dei grandi agglomerati urbani con più ampie possibilità selettive e finanziarie. Novese e Pro Vercelli vinsero il doppio campionato 1921-22 e fu quello l'addio del calcio provinciale.
La conversione del «football» da sport e spettacolo portava folle ai campi e soldi nelle casse per cui l'ambiente andava decisamente trasformandosi in due direzioni. Da una parte, le società che potevano contare su una maggiore partecipa- zione di pubblico alle partite e che tendevano a monopolizzare il campionato, e dall'altra le società di provincia, costrette al declino e alla funzione di vivaio per le società maggiori. Il contrasto d'interessi giunse in Federazione e sfociò nello scisma che è alla base del doppio titolo del 1921-22. Le società maggiori avevano incaricato Vittorio Pozzo di elaborare un progetto di riforma del campionato per selezionare e ridurre le formazioni partecipanti al campionato.

In realtà, Vittorio Pozzo si batteva per il progresso tecnico del gioco ed in quell'occasione divenne strumento delle società maggiori che intendevano indirizzare il torneo verso obiettivi chiaramente finanziari.
Queste avevano minacciato di uscire dalla Federazione se al campionato fossero state accolte più di ventiquattro adesioni e, vista l'inutilità della minaccia, si confederarono dando vita alla Confederazione Calcistica Italiana che organizzò un proprio torneo vinto dalla Pro Vercelli. La FIGC organizzò il torneo per proprio conto ed assegnò il titolo alla Novese.
Fu quella l'occasione d'ingresso sulla scena del calcio italiano di moltissime società del Centro-Sud che completò l'opera iniziata dalla Federazione nel 1912, quando aveva facilitato l'accesso alla massima divisione per propagandare il calcio su tutto il territorio nazionale. Lo scisma rientrò nell'anno successivo, quando prevalse il criterio selettivo con l'organizzazione del campionato in Lega Nord, suddiviso in 3 gironi, e Lega Sud su quattro. Ogni Lega avrebbe fornito una finalista al titolo italiano. Fu ancora il Genoa a vincere il primo campionato della nuova era caratterizzata dalla selezione tecnica ed economica.
E il 1924 segnò la vittoria completa delle società maggiori che riuscirono finalmente a far passare il loro progetto di limitazione a 24 squadre per il campionato di Lega Nord, la finale con la partecipante di Lega Sud era poco più che una formalità. Intanto, fra le pieghe degli interessi finanziari, nascevano i primi episodi di professionismo come il caso Rosetta nel 1923 e quello Allemandi nel 1927, La selezione tecnica ed economica voluta e attuata facilitò la nascita del girone unico. Ormai sulla scena c'erano autentici squadroni come il Bologna di Schiavio e Della Valle, il Torino di Baloncieri-Libonatti-Rossetti, la Juventus di Hirzer e Viola. L'occasione dei grandi incontri di cartello era il veicolo sul quale incanalare la crescente popolarità del calcio, la decisione xenofoba della carta di Viareggio che aveva decretato l'ostracismo agli stranieri dopo il campionato 1926-27, venne aggirata con la possibilità di avvalersi dell'opera dei calciatori dalla doppia nazionalità e cosi arrivarono in Italia gli «oriundi» Orsi, i Monti, i Pedullo ecc. ecc. Tutto era pronto per il girone unico e la Federazione ne aveva regolamentato l'accesso qualificando le prime otto della Lega Nord ed altrettante dalla Lega Sud. Le sedici prescelte divennero invece diciotto, poiché Napoli e Lazio non riuscirono a dirimere la vertenza tra di loro dopo tre incontri finiti in pareggio e la Triestina fu ammessa per meriti patriottici.

Il primo torneo a girone unico coincise con la valorizzazione completa del miglior prodotto di tutti i tempi del calcio nazionale: Giuseppe Meazza. Il «Balilla», come venne chiamato dalla stampa di regime, aveva cominciato a tirare i primi calci nella massima serie ad appena diciassette anni nell'Internazionale che divenne Ambrosiana per la guerra che il regime aveva dichiarato ai termini stranieri. Meazza era un fenomeno e lo dimostrò proprio nel campionato 1929-30. La Juventus era attrezzata per vincere lo scudetto, con Orsi, Combi, Rosetta, Munerati, Varglien, Cevenini, Vojak, così come il Genoa che contava nelle proprie fila gente come De Prà, portiere leggendario, Levratto, Banchero, ma Meazza fu il migliore di tutti e trascinò l'Ambrosiana alla vittoria finale con i suoi gol puntuali. Ne segnò 31 delle 33 gare disputate e nelle partite decisive con il Genoa che terminò secondo e la Juventus, terza, non fece mancare lo svolazzo della sua firma. Era una buona squadra, l'Ambrosiana dello scudetto 1929-30, anche se in sede di Coppa Europa Centrale fu eliminata dallo Sparta dopo aver superato nei quarti l'Ujpest in quattro drammatici incontri. Il portiere Degani, Allemandi Viani Serantoni Conti erano la guardia d'onore per Meazza che inventava il calcio ogni domenica. Erano altri tempi, si segnava di più (969 reti nelle 306 partite) il pubblico non ancora diviso in fazioni, cercava lo spettacolo e non si accontentava del punticino anche sgraffignato. L'Ambrosiana segnò comunque 85 reti in 34 partite, una media discreta, e sì appuntò sulla maglia il primo scudetto. Retrocessero in seconda divisione Padova e Cremonese, la Pro Vercelli portabandiera del calcio provinciale finì nona, la Triestina fu l'unica a potersi vantare di aver battuto sul proprio campo i campioni d'Italia.



Foto Story

Formazione dell'Inter 1929-30, vince il primo campionato a girone unico.Il saluto fra due capitani.


Condividi



Commenta