La storia del calciomercato


Il Racconto

Genesi
La nascita del «mercato» si colloca storicamente negli Anni Cinquanta. Conseguenza della guerra, nelle squadre mancavano i giovani, i rincalzi e le alternative agli anziani ed alle ex-promesse. Anche nelle squadre più blasonate giocavano molti stranieri ai quali l'Italia aveva aperto le frontiere con eccessivo entusiasmo e con superficialità di valutazione tecnica, per quella naturale contrapposizione alla lunga autarchia. Il mercato nasce quasi spontaneo. Lo tiene a battesimo lo stravagante principe Raimondo Lanza di Trabia del quale si raccontano fin troppi aneddoti: ama le corse automobilistiche e le donne di Cinecittà - sposa Olga Villi - vuol fare del Palermo la rivale della Juventus e non bada a spese, non gli mancano i quattrini per appagare le ambizioni. E si racconta che acquistasse il centrocampista laziale Fuin solo per il gusto di vederlo palleggiare nel suo giardino...

Trio
Fa spesso tappa a Milano, nel più lussuoso albergo; riceve i presidenti degli altri club spesso in bagno, in vestaglia (e si racconta pure che facesse qualche trattativa addirittura nudo, disteso sul letto). Con i presidenti d'epoca (Agnelli, Dall'Ara, Lauro, Masseroni, Trabattoni) è spesso in contatto anche per ragioni extra-calcistiche. Nel gruppetto si inseriscono due fini intenditori di cose calcistiche destinati a diventare personaggi di spicco, il ferrarese Paolo Mazza ed il trevigiano Giuseppe Viani, soprannominato «Gipo» ed anche «sceriffo» per il modo autoritario con cui «mangia ed insegna calcio» e con cui tratta gli affari. Un trio - Lanza di Trabia, Mazza e Viani - ed il mercato nasce fra brindisi di champagne, notti di follie. I trasferimenti diventano sempre più clamorosi e più pubblicizzati; i prezzi lievitano ben più che la scala mobile.

Traditore
I trasferimenti di calciatori da una squadra all'altra sono, peraltro, sempre avvenuti. Dei primi, o quanto meno dei più importanti, si pone la data del 1912-1913, quando il calcio sta uscendo dai tempi dei pionieri. Emilio Santamaria passa dalla «Doria» al «Genoa». Il prezzo: 1.500 lire. Uno scandalo, non solo perché Santamaria «tradisce» i colori ed i tifosi doriani passando al «nemico» rossoblu. Viene messo all'indice, trattato quasi come un delinquente, squalificato a vita, viene reintegrato qualche anno dopo quando la gente ci fa l'abitudine ai passaggi dei calciatori da una squadra all'altra.

Gentlemen
Altri tempi. I presidenti delle società si scrivono l'uno all'altro per informare che avrebbero gradito che il giocatore Tizio giocasse con la maglia della propria squadra. Spesso la risposta è positiva, giunge anch'essa via posta: sì, la proposta è interessante, posso accontentarla, caro presidente, una cortesia; ma qualora si presentasse analoga situazione a mio favore fra qualche tempo mi auguro che si tenga in buon conto l'attuale assenso. Questo il tono, più o meno, che prepara il terreno ai trasferimenti, dei quali i giornali d'epoca danno poche righe o addirittura nessuna ed i tifosi si accorgono che la squadra è cambiata, c'è qualche viso nuovo, soltanto quando la rivedono in campo per il nuovo campionato.

Fattorino
Più o meno contemporaneo al «caso Santamaria» si colloca il clamoroso trasferimento di Renzo De Vecchi, classe 1894, terzino formidabile del Milan, che i commentatori aulici del tempo battezzano addirittura «figlio di Dio». E il tempo del dominio vercellese. Il «Genoa cricket and football club», la prima società italiana di calcio, non si rassegna e pensa che con De Vecchi può spezzare il dominio della Pro Vercelli. De Vecchi fa il fattorino in una banca milanese. Diventa genoano grazie ad un trasferimento aziendale. Continua a fare il fattorino, in completo grigioferro, accanto agli sportelli dal lunedì al sabato nella città ligure; continua a fare il guardiano, in maglia rossoblu anziché rossonera, davanti al portiere Rolla la domenica pomeriggio. Il Genoa riconquista lo scudetto. De Vecchi, «figlio di Dio» viene promosso a fattorino di direzione, con lieve aumento di stipendio e viene premiato con tre marenghi d'oro che all'epoca valgono cento lire l'uno.

Bernardini
L'«Anonima sequestri» ha origini meno remote che il calcio-mercato. Ma l'Inter, che sta per trasformarsi in «Ambrosiana» fa rapire il ragioniere Milesi per sottrarlo al Milan e vincere un derby fuori campo. Poi ecco un altro trasferimento clamoroso attraverso la «via aziendale» che aveva portato De Vecchi dal Milan al Genoa: quello di Bernardini. Vent'anni, centromediano della Lazio, diploma di ragioniere in tasca, viene assunto a Torino dalla Banca Nazionale di Credito. Il direttore, Marconi, gli raccomanda di lasciar da parte il pallone e di pensare a più concrete prospettive; può laurearsi e migliorare la posizione in banca, fare carriera. Il rag. Fulvio promette di studiare avanti, di frequentare l'università ma non gli si imponga di smetterla di tirare calci, belli e buoni, con i piedi morbidi come sa fare. L'Inter cerca proprio un centromediano, Bernardini sarebbe l'optimum. Il dottor Bertini, direttore dell'agenzia milanese della Banca nazionale di credito, anche con gli uffizi del fiorentino Magnolfi esperto di tecnica bancaria e tifoso nerazzurro, si mette in contatto con il collega torinese, accenna al desiderio del giovane Bernardini di studiare e di giocare. A Torino non avrebbe forse la possibilità di contemperare i suoi programmi. Il rag. Fulvio viene così trasferito da Torino a Milano ed indossa la maglia nerazzurra. Mantiene però la promessa: si laurea alla Bocconi.

Professionismo
Clamoroso, nel 1923, il «caso Rosetta», terzino della Pro Vercelli. Il presidente avv. Bozzinigli scrive una lettera per concedergli lo svincolo gratuito. La Juventus, tramite l'avv. Peccei, viene a conoscenza dell'episodio e punta su «Viri» per completare con Combi e Caligaris un trio storico. Gli offre l'impiego, contabile presso la ditta Simone-Marsan, con lo stesso stipendio che guadagna da ragioniere a Vercelli: 1050 lire. Vi aggiunge tutte le spese di soggiorno e la prospettiva di ricchi premi. L'avv. Bozzini, presidente anche della federazione oltre che della «Pro» avalla il trasferimento. La Juventus domina, vincendo le prime sette partite; e scoppia la rivolta. Il Genoa racimola deleghe di società, riesce a far convocare un'assemblea straordinaria della federazione e fa invalidare il trasferimento di Rosetta alla Juventus, cui viene inflitta la penalizzazione di sei punti. L'intero consiglio federale si dimette, la Juventus si ritira dal campionato. Un anno più tardi il geom. Monateri versa 45 mila lire alla Pro Vercelli per risolvere il caso e definire il trasferimento del terzino. A Rosetta viene corrisposto uno stipendio di seimila lire al mese, cifra da capogiro. E queste 45mila lire pagate per un calciatore rappresentano la svolta nella storia del calcio italiano: il passaggio dal dilettantismo al professionismo.

Oriundi
Nel 1927 la federcalcio chiude le frontiere, consentendo il tesseramento soltanto di giocatori «oriundi», di origine italiana ma nati e residenti all'estero. Il provvedimento fa lievitare i prezzi del mercato. C'è la caccia a calciatori con cognomi italiani, con qualche goccia di italico sangue nelle vene, si consultano registri anagrafici per trovare il nonno a qualche campione. Arrivano a frotte dal Sudamerica: tutti i calciatori argentini, uruguayani ed anche brasiliani si scoprono di colpo italiani. Qui le squadre pagano bene, il futuro è assicurato.

Record
Ci sono «oriundi» autentici campioni (Monti, Guaita, Scopelli, Cesarini, Stabile, Demaria, Orsi ed altri) ma pure tantissimi «bidoni». I campioni arrivano nella scia di Libonatti che al fianco di Baloncieri dà vita a quella «ditta Libonatti-Baloncieri» che fa grande il Torino. La Juventus demolisce il primato di Rosetta: paga 100 mila lire il cartellino dell'uruguayano Raimondo «Mumo» Orsi al quale riconosce cinquemila lire al mese e gli regala l'auto Fiat 509!

Bufale
L'arrivo degli oriundi genera i mediatori, i quali trattano addirittura sulle navi che portano i piedi d'oro oltre l'Oceano. Nel 1931 arrivano dieci brasiliani per la Lazio ma solo uno, Guarisi, è autentico campione. E di un gruppetto di argentini si salva solo Flamini. Questo della Lazio non è che l'episodio più significativo ma non unico di un «mercato» sul quale i quattrini cominciano a circolare con troppa facilità.

Il Massiccio
arrivo degli «oriundi» non può non riservare sgradite sorprese: ci sono i campioni, autentici, ma ci sono anche, e in maggior misura, i «bidoni». Le società si affidano, per le referenze e le trattative, a mediatori spesso improvvisati che battono le rotte del Sudamerica, Uruguay ed Argentina in particolare; due paesi nei quali è più facile trovare un po' di sangue italiano nelle gambe dei calciatori. Se la Lazio resta la più scornata, la Juventus e l'Inter si dimostrano le più avvedute, e fors'anche un po' fortunate, azzeccando gli acquisti: De Maria, De Vincenzi, Faccio, Porta, i fratelli Ferrara, Mascheroni e Scarone che indossano la maglia nerazzurra; Sernagiotto, Cesarini, Monti, Orsi che invece vestono la casacca bianconera.

Raggiri
Vengono un po' all'avventura. Spesso, questi oriundi, restano vittime di raggiri. Emanuele Carta, commerciante di pasta a San Paolo, segnala addirittura per lettera alla Juventus il nome di Pietro Sernagiotto. L'Agnelli di turno alla presidenza della società bianconera, legge che si tratta di un giocatore piuttosto piccolo - e lo vede nella foto che accompagna la «segnalazione» - ma dotato di grandissima rapidità di esecuzione, abile nel dribbling e preciso nel tiro, senz'altro il migliore della squadra «Palestra Italia» che pare già un ottimo auspicio. Bastano poco più di ventimila lire - Orsi è costato 45 mila lire - per il trasferimento di Sernagiotto alla Juventus. Ma quando arriva scoppia la grana. Sulla nave che dal Brasile lo porta a Genova il neo-juventino viene raggirato da alcuni mediatori che in pratica fanno la spola fra i due continenti, pendolari del calcio-mercato. Firma un contratto fasullo che viene però portato a conoscenza della Federazione. Sernagiotto sbarca a Genova nell'estate del 1931, va aTorino, conosce la Juventus ma... resta appiedato per un anno: squalificato per la storia dei due contratti. Indossa la maglia bianconera nel 1932-33 e vince subito lo scudetto.

Comandi
Sono spesso dirigenti attivi del partito fascista i presidenti delle società. Così taluni trasferimenti avvengono tramite conoscenze altolocate, in cambio di determinati favori che non sempre hanno carattere calcistico o sportivo. O addirittura sono «comandati». È il caso di Annibale Frossi, che gioca nel Padova. Il 12 settembre 1935 il caporal maggiore Frossi, fante della «Gran Sasso», è imbarcato sulla motonave «Saturnia» nel porto di Napoli. Mancano poche ore per la partenza per l'Africa Orientale, c'è l'Impero da conquistare. Serena, successore di Starace alla segreteria del partito, dà ordine che il «caporal maggiore Frossi Annibale deve scendere». E di persona spiega allo stupefatto fante che, anziché andare a combattere in Etiopia, giocherà nella squadra dell'Aquila. Un attaccante così, che il ct. Pozzo già aveva adocchiato per la Nazionale olimpica, può guidare la compagine abruzzese alla promozione promessa da Serena. Al posto di Frossi parte per l'Africa Bruno Vecchiet. Frossi si distingue, viene poi provato dalla Lucchese e subito, per 50 mila lire, finisce all'Inter.

Balilla
I mondiali vinti nel 1938 in Francia mettono in orbita le due ali della Triestina: Pasinati e Colaussi. L'uno va subito dopo al Milan, Colaussi nell'estate di guerra 1940 approda alla Juventus. La società alabardata fa il colpo, circa 65 mila lire per l'ala destra (che gioca anche da mediano) e 100 mila lire per l'ala sinistra. Sono le nuove cifre-record del mercato. Sono i tempi di Peppino Meazza e di Piola. Il «balilla», simbolo dell'Inter, soffre di un male misterioso, è questa l'origine del clamoroso trasferimento ai cugini rossoneri del Milan. Il fine dicitore nerazzurro lamenta dolori al piede, un'arteria non permette il regolare afflusso del sangue. Meazza decide di farsi operare per riprendere la piena efficienza. Quando torna all'attività l'Inter però si trova già a ranghi completi. Il Milan ha il cannoniere Boffi, gli manca un cervello. Il 29 novembre 1940 il grande annuncio: Meazza cambia l'azzurro con il rosso accanto alle strisce nere, la maglia non è quella dell'Inter bensì quella del Milan.

Titolo Gratuito
Il «Corriere della sera» riporta il comunicato ufficiale: «Il presidente dell'Ambrosiana-Inter ed il commissario straordinario del Milano (erano queste le denominazioni ufficiali delle due società meneghine) si sono incontrati per trattare la cessione del giocatore Giuseppe Meazza. L'accordo fu raggiunto in virtù del desiderio dell'Ambrosiana-Inter di giovare alle migliori affermazioni calcistiche cittadine. Poiché l'atto compiuto dell'Ambrosiana-Inter conservasse il suo alto significato di solidarietà e di collaborazione sportiva la cessione è stata fatta a titolo completamente gratuito». Questo singolare accordo porta le firme di Fernando Pozzani (conosciuto come «generale Po») per l'Ambrosiana-Inter e di Umberto Trabattoni per il Milano.

Guerra
Le truppe italiane invadono l'Albania. Chi sa che nel Paese appena occupato ci sono alcuni calciatori di talento? La Juventus e la Roma, pronte a sfruttare la situazione. Lustha e Krieziu, questi i due campioni albanesi, diventano italiani per effetto della guerra. La mezzala Lustha scopre il Piemonte, completa l'attacco della Juventus, mentre l'ala destra Krieziu si ferma nella Capitale e fa parte della squadra che nel 1941-42 conquista lo scudetto. Intanto che la guerra si allarga, qualcuno scopre la conduzione «aziendale» - ma non si può dire «manageriale», visti i tempi - delle società di calcio. L'innovatore è - scusate il gioco di parole - il commendator Ferruccio Novo. Nel campionato va di moda il Venezia, trascinato dal tandem Loik-Mazzola. Il presidente granata comincia a creare quello che è destinato a diventare il «grande Torino» prelevando proprio Ezio Loik e Valentino Mazzola: dalla Laguna al Po, dalla maglia neroverde a quella granata. Il prezzo di un milione per la coppia di mezze-ali più forte e meglio affiatata del calcio italiano dimostra il lievitare dei costi, dovuto anche all'ingresso di Novo nella trattazione di questi affari. Novo diventa il polo del mercato. Per somme di poco inferiori alle 100 mila lire il suo Torino acquista ancora Ballarin e Grezar dalla Triestina, poi Castigliano dallo Spezia ed infine Gabetto dalla Juventus. Il passaggio dell'elegante centravanti da una riva all'altra del Po solleva discussioni e polemiche, ma mai come per quello di Peppino Meazza dall'Ambrosiana Inter al Milan. Il clima bellico incombe sempre di più.

Ricostruzione
Nell'immediato dopoguerra esplode il calcio. C'è da ricostruire anche il mondo del pallone, che già qualche anno prima stava assumendo una veste manageriale per iniziativa del commendator Novo presidente del Torino. Mancano però i giovani, conseguenza diretta del periodo bellico, e si riaprono le frontiere per rinsaguare le nostre squadre, nell'intento pure di non far scadere il contenuto tecnico dei campionati. Ed è in tale contesto che il mercato fa notizia. Vi si affacciano due personaggi che resteranno inimitabili: Paolo Mazza, presidente della Spal, che riassumeva in sé anche le funzioni e le mansioni del segretario-manager, e Giuseppe «Gipo» Viani, che tra una disputa e l'altra per contendere a Rocco la paternità del «calcio all'italiana» - con l'impiego cioè del libero, già adottato dal capitano Barbieri con la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia nel campionato di guerra 1943-44 e prima ancora ideato da Banas nel Padova nel quale militava proprio Rocco - fiuta il futuro. Viani porta la Salernitana in Serie A e, mentre arrivano a frotte gli stranieri, i sudamericani più o meno oriundi, più o meno autentici campioni, e si scopre anche il filone europeo, «Gipo» manovra i trasferimenti alla corte del principe Raimondo Lanza di Trabia.

Gallia
Lo stravagante quanto ricchissimo nobile siciliano, padrone del Palermo, frequenta il «Gallia» con una scelta che precorre i tempi: vicino alla stazione ferroviaria di Milano, è il salotto degli uomini d'affari. Diventa il centro del mercato. Il principe accentua, con il mercato, il proprio carattere stravagante: riceve Mazza e Viani, i presidenti che «contano» (Dall'Ara, Dusio, Befani, Masseroni, Sacerdoti, Novo, Lauro ecc.) nel suo appartamento, anzi addirittura nel bagno dove ha fatto installare il telefono. E li riceve in costume adamitico. Le sue vestaglie di seta restano in valigia. Dapprima qualcuno di questi personaggi, padri del ricostruito calcio italiano, resta esterrefatto; poi diventa un'abitudine. Una nota di colore.

Trio Svedese
Giocano in Italia autentici campioni, come il trio svedese Gren-Nordhal-Liedholm ricostituito dal Milan dopo l'exploit svedese all'Olimpiade di Londra 1948; come i danesi John e Karl Hansen, Praest, che si sono messi in luce giocando contro gli azzurri olimpici; come l'ungherese Nyers, gli argentini Verdeal, Martino, Curti, Ricagni. E sì potrebbe allungare l'elenco dei «bravi». Ma arrivano anche i «bidoni», addirittura le controfigure. I sudamericani Bovio, Cerioni, Pedemonte e Zapirain vedono la neve all'Arena e piantano in asso l'Inter. C'è il curioso affare di Felix Benegas, centravanti del Paraguay avversario dell'Italia ai mondiali del 1950 in Brasile, che approda alla Triestina. Ma resta sempre il dubbio che non fosse il vero «9» paraguayano, bensì il fratello; dubbio provocato dall'insufficienza tecnica del giocatore...

Il Mediano in regalo
A Milano operano sempre di più Mazza e Viani, il principe Lanza di Trabia acquista il danese Bronèe, poi sposa l'attrice Olga Villi e sorge l'aneddoto che le abbia «regalato» il mediano laziale Fuin, finissimo palleggiatore. Dalla Scandinavia, dove opera Pagliarini, arriva il centravanti Jeppson, «fiutato» dal dirigente atalantino Tentorio. Un anno in maglia nerazzurra bergamasca, poi il clamoroso colpo: il comandante Lauro lo porta a Napoli. Prezzo da capogiro: 105 milioni. E l'inizio di un mercato sempre più folle. Mazza si rivela grandissimo talent-scout. Viani un organizzatore eccezionale. La coppia ha in mano il mercato. Mazza mette a segno alcuni colpi notevoli: preleva l'ala Astorri per 250 mila lire dallo Schio e lo rivende per due milioni alla Juventus; cede il trio De Lazzari, Montanari, Brandolin alla Lazio a dodici volte il prezzo pagato all'origine; preleva per tre milioni Pandolfini dalla Fiorentina e lo rivende sempre ai viola per 15 milioni. Il mediano Nesti costa 700 mila lire, passa all'Inter per 35 milioni; decuplica il valore dell'ala Frizzi.

Organizzazione
Viani allestisce una fitta rete di informatori, opera per tutte le società, per tutti quelli che gli chiedono consigli. Dirige un'organizzazione capillare. Il cinquanta per cento dei movimenti del mercato è sotto suo controllo. Ad ogni affare allarga i confini della sua tenuta agricola a Nervesa della Battaglia. I maligni dicono che «Gipo» battezza i capi di bestiame con i nomi dei giocatori che ha venduto... Di vero è che egli è un professionista che domina un ambiente dilettantistico, guidato da mecenati. Viani «inventa» le opzioni sui giocatori a campionato ancora in corso, per bruciare la concorrenza. Ricorre persino a trucchi. Frignani, ad esempio, passa all'Udinese parecchi giorni dopo la chiusura delle liste: basta far apporre sull'espresso con cui si notifica il trasferimento un timbro retrodatato... Il mercato registra l'arrivo di altri intermediari che cominciano a far concorrenza a Viani ed a Mazza: il toscano Giacchetti «inventa» le comproprietà quando si deve definire lo status di Dell'Angelo fra la Fiorentina e il Prato.

L'Assegno di Lauro
Mazza in pochi minuti vende al Napoli il portiere Bugatti per 55 milioni: Lauro gli consegna un cartoncino ricavato da un pacchetto di sigarette svizzere sul quale ha scritto «pagate 55 milioni» e sotto ci ha messo l'autografo. «Vai alla Commerciale», dice a Mazza. Il giorno dopo il presidente della Spal riscuote tranquillamente 55 milioni presentando quel bigliettino allo sportello dalla Banca Commerciale di Palermo. Lauro è sindaco di Napoli. Il calcio gli serve anche per la sua immagine di primo cittadino. Nel 1960 batte il record di Jeppson: paga 375 milioni per l'accoppiata Pivatelli-Ronzon offertagli da Viani. I giornali scrivono che non ci sono più frontiere.

Allodi
Il calcio-mercato diventa il fenomeno dei tempi. A Milano confluiscono sempre più operatori, consiglieri, accompagnatori, curiosi. Il «Gallia» diventa il polo dell'attenzione estiva. All'orizzonte spunta Italo Allodi; dal Mantova all'Inter, dalla provincia alla corte di Moratti che fa grande la squadra nerazzurra. Allodi riassume le doti di Viani e il fiuto di Mazza. In breve li supera. Nel 1961 porta a Milano lo spagnolo Suarez: 280 milioni, nuovo record per un giocatore. La dimensione aumenta, è ormai un fatto di costume. Si entra nella vera epoca manageriale, precorsa da Viani, perfezionata da Allodi. I presidenti di società cambiano, uno degli ultimi mecenati resta il conte Marini Dettina presidente della Roma, il quale vuole assumere Mazza (gli offre 50 milioni l'anno) perché diventi general-manager della società giallorossa; e per acquistare giocatori - non sempre valgono sul campo quanto gli costano - deve sacrificare alcuni capolavori di Tintoretto o Tiepolo intaccando il patrimonio di famiglia.

Scudetto del Gallia
La stampa assegna «lo scudetto del Gallia» alla squadra che mette a segno il colpo più importante. L'atmosfera nell'albergo milanese cambia e peggiora ogni estate, si espande sempre più il profumo dei milioni. A centinaia. Quando sta per scoccare la mezzanotte dell'ultimo giorno, quando il mercato «chiude», il presidente interista Moratti raduna stampa e presidenti, gli operatori più conosciuti, nel bar dove Oscar, il barman che assiste a molte contrattazioni ma custodisce gelosamente i segreti, stappa bottiglie di champagne. E un tocco di classe cui Moratti tiene. Intanto la Juventus nel 1962 stabilisce il nuovo primato: alla riapertura delle liste, in ottobre, preleva dalla Sampdoria l'ala Mora per 350 milioni. I bianconeri hanno un'ala vera, dopo che Dell'Omodarme ha fatto il pendolare fra Ferrara e Torino, andata e ritorno con aumento notevole di prezzo, da 30 a 220 milioni. E Mazza sorride.

Sensazione
Ogni estate è scandita da colpi a sensazione: mezzo miliardo nel 1963 per Sormani dal Mantova alla Roma; 525 milioni l'anno dopo per Meroni dal Como al Torino (ad affare concluso, Rocco, allenatore granata, raccomanda al giocatore venuto al Gallia per presentarsi al neo-presidente Pianelli: «Bisognerebbe tenerti in vetrina sotto una campana di vetro...»). L'ambiente del mercato comincia però a degradarsi. Nella confusione del «Gallia» si intrufolano troppi curiosi, arrivano dirigenti di società persino di Serie D, con il viaggio pagato dalla colletta degli amici. Bisogna essere al Gallia, questa la moda. E lo status symbol. Arrivano a frotte. E non tutti, poi, pagano il conto...

Il Mercato fa crescere la febbre dell'estate. Davanti al «Gallia» centinaia, addirittura migliaia di tifosi attendono notizie sui trasferimenti più clamorosi. Quando il Napoli tratta Sivori, sul piazzale ci sono parecchi scugnizzi che indossano la maglia azzurra con il numero 10, applaudono ogni qual volta un dirigente della società entra o esce dall'albergo. L'atmosfera da Barnum trasforma la hall dell'albergo quasi in un bivacco. Kermesse fra parolai, tutti hanno il campione da piazzare, tutti giurano sulle sue qualità. Andirivieni in ascensore, telefoni che squillano dappertutto, P.R. all'opera per magnificare il centravanti o il portiere; svolazzanti donnine pronte a partecipare ai brindisi di rito per suggellare qualche affare.

Gaffes
Arrivano sempre nuovi dirigenti, si moltiplicano le gaffes. L'avvocato Colantuoni ha appena assunto la presidenza della Sampdoria, vuol bruciare le tappe, saltare l'apprendistato. Forse non si fida troppo di consulenti occasionali, spia perfino il proprio consigliere e sulla sua agendina zeppa di nomi ne legge due: Ferri-Potenza. Poi scende, chiede al barman Oscar di indicargli qualcuno del Potenza con cui entrare in contatto. Lo trova, si qualifica come presidente della Sampdoria, senza preamboli o larghi giri di parole va al sodo, vuol comprare quel Ferri... L'interlocutore resta allibito, è lui Ferri, è il presidente del Potenza, suo collega.

Lavoro
L'avvento di Gioacchino Lauro al vertice del Napoli porta nuova vivacità, anche simpatia, in un mercato che già freme per la caccia a Riva e sul quale, ovviamente, il dirigente cagliaritano Arrica è il più corteggiato. Nel luglio 1967 Gioacchino Lauro fa il «colpo alla napoletana». Milan e Inter si contendono a lungo Zoff, portiere del Mantova. Ad ogni colloquio il prezzo sale. Il Napoli sta alla finestra, attraverso alleanze esterne segue la trattativa passo per passo. Si avvicina la mezzanotte, chiusura del mercato. Dove giocherà Zoff? È il grande interrogativo. Si attende l'arrivo di Moratti, come sempre in extremis, giusto in tempo per siglare l'ultimo affare e brindare a champagne. C'è una folla davanti al Gallia, telecamere TV, il mercato è fenomeno nazionale che polarizza tutto. Tifosi irrequieti, polizia per tenere un po' d'ordine, ma anche gli agenti sono tifosi. Moratti deve entrare da una porta secondaria. Mezzanotte suonata, tappi che saltano, Zoff che resta al Mantova. Cinque minuti dopo il fatidico termine si brinda intorno a Gioacchino Lauro: il Napoli annuncia l'acquisto di Zoff. Non sarebbe legale, a mercato chiuso. Ma le vie delle raccomandate sono infinite e tutto diventa regolare. Che sono, in fondo, solamente cinque minuti per un portiere di calcio?

Fuori Campo
Intorno a questo strano mondo del pallone si intrecciano anche affari fuori campo. Le relazioni personali, fra presidenti ad alto livello, hanno sempre avuto il loro peso; determinante. Continuano ad averlo, superano le trattative fra manager. Non c'è bisogno del «Gallia». Ci si trova a mezza strada, magari sulla Riviera, oppure a bordo di qualche panfilo, in Sardegna, dove si pensa che uno vada per Riva e invece parla di Sivori. Ci sono sempre interessi economici che valgono più di un rapporto tecnico-calcistico. Il trasferimento di Omar Sivori dalla Juventus al Napoli taglia fuori tutto l'apparato del mercato. Telefono rosso, fra Lauro presidente onorario del Napoli e Gianni Agnelli «padre» della Juventus. Non parlano di cifre, s'intendono presto. Verosimile il pagamento non in quattrini bensì con talune concessioni in affari di più vasta portata. L'armatore napoletano è intenzionato ad aggiudicarsi il trasporto in Australia delle automobili costruite dall'impero torinese. Sivori diventa l'emblema del San Paolo.

Fortuna
A volte negli acquisti di giocatori bravi c'entra anche il caso, la fortuna. Come per Pietruzzu Anastasi. Il Varese gioca in serie B a Catania; la squadra riparte in aereo il lunedì, il volo è completo, c'è una signora prossima alla maternità che deve raggiungere in fretta Milano. Il manager varesino Casati le cede il posto. Resta a Catania un giorno, per curiosità assiste ad un allenamento di calcio della Massiminiana e scopre Anastasi. Lo paga 45 milioni. L'aveva rifiutato Mazza «perché non si fidava». Il Varese viene in A, Anastasi fa 11 gol ed è in vetrina. Fraizzoli, da poco presidente dell'Inter, medita il colpo. Sogna di affiancare il centravanti siciliano a Mazzola, e tratta con insistenza senza limiti di cifre. Il 18 maggio 1968 l'Inter gioca in amichevole con la Roma a S. Siro, l'occasione buona per provare il tandem Mazzola-Anastasi. Il centravanti varesino segna due gol, Fraizzoli è felice, la signora Renata sorride gioiosa. Fraizzoli pensa che sia ormai sufficiente siglare un accordo che gli hanno detto praticamente concluso. Paga l'ingenuità del nuovo arrivato. Poco distante da lui, nella stessa tribuna d'onore dello stadio meneghino, il presidente varesino Borghi annuncia che Anastasi è della Juventus. Nessuno, prima di quel momento, aveva sentito nemmeno sussurrare il nome della «Signora» a proposito di Anastasi. Prezzo ufficiale 660 milioni. Ma pare che il pagamento avvenisse attraverso forniture industriali, apparati motori per i frigoriferi della Ignis.

Contestazione
Nel 1969 la Sampdoria rischia di restare travolta dalla contestazione dei tifosi. Ha un gioiello a centrocampo, Bob Vieri, e un mastino in difesa, Francesco Morini. La coppia vale un miliardo. Questa cifra-record viene sborsata dalla Juventus. I tifosi della Sampdoria fanno addirittura stampare un fac-simile di banconota con le effigi di Vieri e Morini, la dicitura «1000 milioni di sogni nel cassetto» e l'annotazione in calce «la legge del campionato punisce i dirigenti che hanno pensato solo al bilancio». Sul retro la filastrocca «I milioni abbiamo in banca / ma la squadra male arranca / se quest'anno ci salviamo / solo il cielo ringraziamo». La valutazione parziale di Vieri è di 675 milioni.

Sfratto
Scoppia intanto la guerra degli alberghi. Il 28 aprile 1969 il direttore del «Gallia», sede del mercato, invia ai presidenti di società una lettera con la quale dava lo sfratto alla fiera dei piedi. «Nell'approssimarsi del periodo in cui qui a Milano - dice fra l'altro la lettera - si svolgono quegli annuali incontri che corrono sotto la denominazione di mercato del calcio, ed allo scopo di evitare gli incresciosi e poco edificanti affollamenti di estranei e curiosi, purtroppo creatosi in passato nelle sale del nostro albergo, questa direzione è venuta nella determinazione di non consentire in tale periodo l'accesso ai locali dell'albergo alle persone che non vi soggiornano...». C'è un po' di disciplina, parte della tappezzeria calcistica resta emarginata, ma la confusione rimane, la kermesse delle parole s'impadronisce ancora dei saloni dell'albergo dove gli inservienti, per precauzione, tolgono i vetusti tappeti che rischiano di restare bruciacchiati dai mozziconi; si spegne addirittura l'aria condizionata per creare un certo disagio e indurre tutto l'eterogeneo mondo estivo del pallone a cercarsi un'altra sede.

Hilton
Il mercato, nell'immagine che ha assunto, può dar noia, intaccare vecchie tradizioni. Ma muove pur sempre un considerevole volume di affari, di spese vive, per trasferte, soggiorni, pasti, brindisi e ammennicoli vari. Lo sfratta il «Gallia», lo accoglie a porte aperte il vicino «Hilton» che organizza qualcosa di più, allestisce la sala stampa con servizio di segreteria, telex, venti cabine telefoniche. Il debutto del 1970 registra uno dei più complicati affari, mentre il deficit delle società continua a salire e comporta dilazioni di pagamenti, comproprietà al 50, al 33, persino al 25 per cento; prestiti gratuiti o con diritto di riscatto; premio d'ingaggio ripartito fra società vecchia e nuova società; sottobanco quando ci si deve trasferire al Sud, in zone calcisticamente depresse. Per stabilire il valore di Vitali, centravanti che dal Vicenza passa alla Fiorentina, bisogna ricorrere alla consulenza di esperti in economia, dovendosi valutare pure le carature delle due società (nella proprietà di Maraschi e di Scala che dalla maglia viola passano a quella biancorossa; c'entrano anche Poli e il Cagliari, al quale l'anno dopo dovrà andare Vitali per affiancare Riva. E tutto questo per una valutazione di 700 milioni.

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Zoff torna sul mercato nel 1972, destinazione Juventus. Al pranzo con cui la «Vecchia Signora» festeggia lo scudetto l'avvocato Gianni Agnelli annuncia l'acquisto del portiere. Italo Allodi, che da quattro anni dirige le manovre bianconere, viene colto in contropiede: di Zoff, finora, nessuno ne aveva parlato, non c'erano neppure barlumi di contatti con il Napoli. Ma non può deludere l'avvocato, Allodi si mette al lavoro, conclude la trattativa con qualche ansia: 600 milioni e il portiere Carmignani che dal Po va all'ombra del Vesuvio. Il Milan beffa l'Inter per Chiarugi e cede Prati alla Roma. La Fiorentina preleva Antognoni dal Macobi Asti: 720 milioni, l'affare più clamoroso realizzato da una società di Serie D.

Mediatore
II mercato lievita ad ogni nome che vi viene buttato. I mediatori sono ormai i veri e unici padroni di questa fiera estiva della vanità. Il posto di Viani e di Mazza viene coperto da operatori che valgono sì e no un decimo di questi «maestri», Allodi manovra da lontano, poi l'incarico alla federazione lo distoglie e l'allontana dall'estate milanese. Romeo Anconetani, squalificato a vita per illecito e poi amnistiato, si avvale di un'organizzazione capillare che gli consente di controllare la fascia delle società medio-piccole. Capita più di una volta che venda a se stesso un giocatore, trasferendolo cioè da una società ad un'altra sotto il suo controllo operativo: assegni e cambiali passano da un taschino all'altro della sua giacca. Per ogni mossa, intasca il 5%. Il sindacato calciatori sta alla finestra, dichiara guerra ai mediatori, si batte perché le trattative avvengano in una sede federale e propone il centro tecnico di Coverciano. La spuntano i mediatori, che restano a Milano. La federazione invia sul mercato gli 007 dell'ufficio inchieste, per controllare la regolarità dei trasferimenti; per accontentare anche il sindacato di Campana.

Miliardo
Per 800 milioni Boni e Pecci vanno rispettivamente alla Roma e al Torino, l'Inter si porta al vertice delle spese con gli 850 milioni versati al Varese per l'ala Libera. Ormai siamo in vista del traguardo del miliardo, che pareva così lontano... lo raggiunge la Juventus per Tardelli a beneficio del Como. Primato bianconero per poco. Incalza il Napoli, pare che la società partenopea voglia conquistare almeno gli scudetti estivi. Da Jeppson a Pivatelli-Ronzon, da Zoff a Savoldi. Il centravanti del Bologna cambia casacca per 1 miliardo e 800 milioni. Savoldi è appetito dalle «grandi», ma gli accordi fra Agnelli e Conti, presidente rossoblu, impediscono che il centravanti finisca al Milan o all'Inter che si potenzierebbero oltremisura. A guidare l'attacco del Napoli non dà fastidio. Il Bologna ha bisogno di quattrini, deve realizzare: riscuote 1200 milioni in contanti e in aggiunta gli arrivano Clerici e, in comproprietà, Rampanti.

Top Secret
Il mercato si trasferisce alla periferia di Milano, al «Leonardo da Vinci» di Bruzzano. Gli operatori vengono «tesserati» come nei centri «top-secret» della NASA; hanno a disposizione il centro congressi, segreterie telefoniche, telex; alcuni si tengono in contatto con l'esterno con il walkie-talkie, molti hanno il bip-bip per la ricerca automatica telefonica. L'atmosfera è quasi irreale. Che differenza con i tempi passati. E che malinconia. Una volta i trasferimenti, almeno dei giocatori più noti, avevano pur sempre qualcosa che affascinava. Oggi si è al supermarket. Lucchi, allenatore del Pisa, passato a mansioni manageriali, propone addirittura la vendita dell'intera squadra.

Supermarket
Vi si inquadrano episodi che riguardano le società di periferia, quelle che non hanno i soldi per presentarsi a Milano. Il Parteolla, squadra sarda del campionato di terza categoria, acquista l'attaccante Aldo Rumbolon, dal Settimo Torinese, per «tre vasche di vino». La stessa società nella stagione successiva cede alla Seklese il centrocampista Giuseppe Murgia, di 27 anni, per «un prosciutto e una capra». Il calcio-mercato è anche questo. Non luccica di miliardi, talvolta ha il colore del vino o il profumo del prosciutto.

Pazzie
Intanto alcuni presidenti fanno autentiche pazzie. L'estate del 1978 manda in orbita due centravanti, sono Roberto Pruzzo, «o rey di Crocefieschi», e Paolo Rossi. La valutazione che il Genoa dà al suo cannoniere sembra irreale, un miliardo più di quella che tre anni prima aveva avuto Savoldi. La Roma sta costruendo la squadra del futuro, dello scudetto. Pruzzo è suo per 2 miliardi 750 milioni. Più clamore ancora, però, lo solleva Giussy Farina, presidente del Vicenza. Deve risolvere la comproprietà di «Pablito» con la Juventus attraverso le offerte segrete in busta. Boniperti cerca l'accordo, gli anticipa che scriverà, sull'offerta, 750 milioni. Farina pensa che l'astuto presidente juventino voglia soffiargli Rossi per qualche lira in più dei 750 milioni. Fa così un po' di conti e scrive due miliardi 240 milioni! E se lo tiene. All'apertura delle buste, presso gli uffici della Lega calcio, Farina ci resta maluccio: Boniperti non aveva bluffato. L'anno dopo Paolo Rossi lascia il Vicenza e va in prestito al Perugia registrando comunque un record: 800 milioni per il disturbo. Il centravanti costa 26 milioni e mezzo a partita.

Gli Stranieri
Nel 1980 si riaprono le frontiere. Gli ultimi stranieri ad arrivare erano stati nell'estate 1964 il peruviano Gallardo (Cagliari), il francese Combin (Juventus) e l'argentino Longo (Cagliari). Il mercato assume nuove dimensioni, ancora più stratosferiche. Sono gli stranieri i pezzi più ricercati e più pagati. Vengono a giocare sui nostri campi talenti confermati come Bertoni e Prohaska, soprattutto Falcao, Brady e Krol. Ma vengono anche mezze figure quali Danuello Luis Silvio e Fortunato. Il filone con l'estero porta il mercato a quotazioni ancora più alte anche per i giocatori nostrani: una legge proprio da mercato. Così, se diventa difficile poter stabilire con precisione il prezzo pagato dal Cesena per l'austriaco Schachner, dalla Fiorentina per l'argentino Passarella, dall'Inter per Muller perché ci sono di mezzo barriere valutarie da infrangere senza... infrangerle - trovare cioè l'inghippo giusto per sfuggire alla legge - ecco la Sampdoria pagare 4 miliardi al Bologna per il giovane attaccante Mancini. Ed ecco lo stopper della nazionale, Collovati, saltare dalla sponda del Milan a quella dell'Inter con una valutazione complessiva che si può collocare intorno ai cinque miliardi, essendo entrata nell'operazione la comproprietà del trio nerazzurro Canuti- Pasinato-Serena, che per una stagione veste la maglia rossonera.

Platini
Certo, gli stranieri fanno sensazione. La Juventus mette tutti in riga con l'acquisto di Michel Platini. Un'operazione quasi segreta, notturna. Un vero blitz aereo fra Parigi e Torino, la firma quasi all'alba e poi un bel periodo di segreto. Solo indiscrezioni e supposizioni, ma niente annuncio ufficiale per un mese e mezzo. Anche questa è abilità di mercato. Il costo? Ufficialmente 1040 milioni.

Preoccupazione
Le cose, per il mercato casalingo, preoccupano la federazione. Le società s'impegnano in affari sproporzionati per gli acquisti degli stranieri, sorgono proteste anche a livello parlamentare, si prospetta la chiusura delle frontiere. Per gli affari «italiani» si assiste ad incredibili dilazioni di pagamento. La federazione pone il limite di tre anni, a meno che nell'affare non ci sia una compartecipazione per un altro giocatore. Fatta la legge, trovato l'inganno. L'Ascoli, per l'affare De Ponti, vende al Bologna un giocatore inesistente. Scatta l'inchiesta, la società se la cava con un'ammenda di dieci milioni.

Zico
È il colpo dell'Udinese, provinciale di lusso, alla quale l'ex presidente della Zanussi, Mazza, dà una conduzione prettamente manageriale e di marketing. Per eludere le limitazioni sull'esportazione di valuta la società friulana si avvale dell'apporto esterno della «Grouping», una società di marketing con sede a Londra ma operante da Zurigo e Lugano - l'avvocato Rezzonico ne è l'immagine legale - che entra nell'operazione apportando un paio di miliardi, somma che dovrebbe rientrare con lo sfruttamento pubblicitario del calciatore brasiliano. Quanto è costato Zico? Soltanto Mazza e il general-manager dell'Udinese, Dal Cin, lo sanno con certezza. Per gli altri va bene la cifra di sei miliardi.

Fine
E' di fatto questo l'episodio che chiude la parte “epica” della storia del calciomercato, dove ormai al posto delle vecchie trattative si impongono la grande finanza e il marketing: ora è tutto calcio-business.



Foto Story

Rappresentazione del calciomercato.Paul Pogba è al momento l'acquisto più oneroso nella storia del calcio. L'operazione è stata realizzata dal Manchester United.


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