Gol di Rijkaard - Finale Coppa Campioni 23-05-1990 - Milan-Benfica 1-0


Miracolo sacchiano o grande squadra che entra nella leggenda grazie ai suoi campioni? Non lo sapremo mai. Forse sono vere entrambe le cose. Fatto sta che in Europa e a livello internazionale i rossoneri in quelle due stagioni risultarono imbattibili. Sul piano nazionale la squadra di Sacchi si aggiudicò lo scudetto nel 1987 ma in quei due anni arrivò soltanto terza, nel 1988-89, e seconda nella stagione successiva dietro il Napoli di Maradona.  La finale quell’anno si giocò a Vienna, allo stadio Prater. Di fronte, un avversario che periodicamente si ripresenta sulla scena calcistica internazionale con grandi ambizioni, il Benfica. I portoghesi, allenati dallo svedese Sven Goran Eriksson, quell’anno in Coppa dei Campioni tennero un ottimo ruolino di marcia, anche se l’unico osso duro che incontrarono fu l’Olympique Marsiglia sconfitto in semifinale. 

Il Milan pur sbarazzandosi di avversari del calibro di Real Madrid e Bayern Monaco non poté paragonarsi alla compagine schiacciasassi dell’anno prima. E la partita col Benfica risultò molto più difficile del previsto. Innanzitutto mancava uno dei capisaldi della squadra, Roberto Donadoni. Al suo posto Evani. Per il resto gli undici erano quelli dell’anno precedente. Poi i portoghesi, per tutto il primo tempo, riuscirono a imbrigliare la manovra avvolgente dei milanisti. Badarono a difendersi e provarono a ripartire in contropiede, anche se con scarso successo. Il Milan dal canto suo fu molto paziente. La squadra diede vita a lunghe sequele di passaggi, a cambi di gioco, a tentativi di verticalizzazioni nella speranza di trovare il pertugio giusto. Sui cross dal fondo o dalla trequarti i difensori portoghesi si rivelarono estremamente attenti e sembravano insuperabili.

Al 22’ della ripresa la situazione, grazie a uno dei gol che per costruzione tattica e finalizzazione tecnica rimane un capolavoro del calcio di tutti i tempi, finalmente si sbloccò. Costacurta riceve palla da Baresi davanti alla difesa. Stavolta invece di ricominciare con la ragnatela di passaggi in orizzontale decide di avanzare fino a poco prima del centrocampo. Lì vede Van Basten che gli si fa incontro, lo serve con un passaggio verticale. Il centravanti dalla trequarti fa una cosa straordinaria. Con la coda dell’occhio vede Rijkaard che parte in velocità proprio accanto a lui e si scarrozza appresso due difensori. Cigno gli serve la palla di prima di destro in modo da metterlo praticamente davanti all’area di rigore avversaria, che gli si spalanca di fronte come un mare oltre la cima di una duna. Frankie si beve l’intera difesa presa letteralmente alla sprovvista e si presenta centralmente davanti al portiere Silvino. L’estremo difensore sembra incredulo di trovarsi così a tu per tu, e per la prima volta durante la gara, con il temibile avversario in maglia bianca. Frankie, freddo come i gelidi inverni della sua terra natia, lo guarda con profonda indifferenza e lo trafigge con un colpo da biliardo d’esterno destro che s’insacca alla sua sinistra.

I ragazzini nelle scuole calcio dovrebbero vedere quest’azione per più e più volte. Dovrebbero imparare i movimenti senza palla e come si fa un passaggio preciso in mezzo a una selva di avversari incarogniti che ti si accollano implacabili. Dovrebbero apprendere la pazienza con cui si vincono partite che sembrano bloccate fino alla pietrificazione, come lo era questa.  Quell’anno, l’Italia portò a casa la vittoria in tutte e tre le competizioni europee. La Sampdoria vinse la Coppa delle Coppe, la Juventus la Coppa UEFA. I portoghesi allenati da Eriksson rimasero digiuni del trofeo continentale più importante che mancava, e manca, dalla loro bacheca dal lontano 1962.

Arrigo Sacchi aggiunse un altro trofeo al suo personale albo d’oro.
 


Fonte: 101 GOL CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA DEL CALCIO ITALIANO



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La rete decisiva di Rijkaard


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