Gol di Nielsen - Spareggio scudetto 07-06-1964 - Bologna-Inter 2-0


La storia dell’ultimo scudetto, il settimo, vinto dal Bologna è degna di un giallo o di una spy story. In quella stagione, la squadra emiliana allenata da Fulvio Bernardini era partita non troppo bene, ma da metà girone d’andata inanellò una serie di schiaccianti vittorie, esprimendo un calcio talmente scintillante da far dire al dottor Fuffo (nomignolo con cui si chiamava Bernardini): «Così si gioca solo in paradiso». Si arrivò al 4 marzo. Il Bologna, che tra le sue fila annoverava giocatori come Giacomo Bulgarelli, Haller e Nielsen, travolse il Torino per 4-1 ma pochi giorni dopo arrivò una sentenza shock dell’antidoping. I calciatori Fogli, Pascutti, Perani, Pavinato e Tumburus erano stati trovati positivi proprio in seguito a quella gara. Sulla squadra, da parte della giustizia sportiva piombò una squalifica di tre punti e la sospensione per un anno e mezzo del dottor Fuffo. L’intera città di Bologna si ribellò in massa, gridando (insieme ai giornali romani) al complotto dei poteri forti milanesi.

Il presidente Dall’Ara, malato di cuore, provò ad andarci cauto. Nel frattempo i tre avvocati della squadra rossoblù ricorsero alle vie legali della giustizia ordinaria. E qui il mistero si fece ancora più fitto. Le provette con le urine si trovavano in parte a Coverciano, in parte alle Cascine. Il fatto è che quelle che si trovavano alle Cascine stavano in un luogo in ristrutturazione, non erano sigillate e nello stesso frigo che le conteneva i carabinieri trovarono delle fiale di anfetamina. Le analisi fatte eseguire dalla magistratura ordinaria, inoltre, rivelarono nei campioni di urine un quantitativo tale di anfetamine da stroncare un cavallo. Nelle urine di Coverciano, al contrario, non fu trovata traccia di sostanze dopanti. Una manomissione? La sentenza del tribunale di Firenze arrivò a maggio e assolse totalmente i giocatori e la società. La caf, cioè la giustizia sportiva, fu obbligata ad adeguarsi a quella sentenza e al Bologna vennero ridati i tre punti conquistati col Torino e in classifica gli emiliani ritornarono primi con l’Inter.

Rimasero appaiati fino all’ultima giornata e, a quel punto, lo scudetto sarebbe stato assegnato con lo spareggio. Si decise di giocarlo il 7 giugno, all’Olimpico di Roma. Ma non è finita qui. Il 3 giugno il presidente del Bologna Renato Dall’Ara (per trent’anni in carica), in una riunione (pare molto accesa) con il presidente dell’Inter Angelo Moratti e quello della Federcalcio Perlasca ebbe un attacco cardiaco e morì. Immaginate lo sgomento, lo shock e il clima con cui si arrivò alla partita decisiva di quattro giorni dopo. Col capitano bolognese Mirko Pavinato che commentò l’accaduto in questo modo: «Lo hanno fatto morire!». L’Inter era quella del mago Herrera e aveva appena trionfato in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Le squadre avevano chiuso a 54 punti. In uno stadio stracolmo e pieno zeppo di autorità politiche e militari, si giocò il primo e unico spareggio della storia calcistica italiana valido per l’assegnazione di uno scudetto. Il gran caldo di quel giorno costrinse i calciatori a giocare una partita al rallentatore. Il clima generale era, tuttavia, piuttosto surreale. Immancabile la direzione arbitrale di Concetto Lo Bello di Siracusa.

Il primo tempo fu di fatto senza occasioni se si esclude un tiro di Nielsen. La prima vera occasione capitò nella ripresa, al 75’. Una punizione dal limite dell’area a favore del Bologna. Bulgarelli tocca per Fogli, tiro rasoterra. Facchetti, uscito dalla barriera, devia e la palla rasoterra inganna e supera il portiere Sarti. 1-0 per gli emiliani. Tripudio all’Olimpico.  Otto minuti dopo parte un’azione di contrattacco del Bologna. Haller recupera una palla a centrocampo e la cede a Perani che va sulla fascia sinistra, giunto sulla tre quarti converge al centro e la passa a Fogli. Quest’ultimo aspetta che Nielsen parta in verticale e lo serve con un passaggio filtrante e preciso che spiazza l’intera difesa.  Herald Nielsen, calciatore danese che passò ben sei anni nei rossoblù, contribuì in modo decisivo alla conquista di quello scudetto. L’anno prima aveva già vinto il titolo di capocannoniere con 19 reti. E in quella stagione si ripeté vincendo di nuovo, insieme al romanista Manfredini, e segnando 21 gol. Per il suo sviluppatissimo fiuto del gol quel passaggio filtrante di Fogli rappresentava un invito troppo ghiotto. Lascia scorrere la palla di fianco, il difensore che gli è dietro tenta di braccarlo.

All’altezza del dischetto di rigore, spostato sulla sinistra, senza pensarci due volte si gira e lascia partire un rasoterra angolato che trafigge Sarti in uscita dalla parte opposta. Festanti e commossi, i giocatori bolognesi si abbracciarono. Il settimo titolo era conquistato. Nessun complotto, vero o fasullo, riuscì a fermare la gioiosa macchina da guerra del dottor Fuffo. Il rammarico, se così si può dire, fu che quella squadra non riuscì a inaugurare un ciclo positivo. L’anno dopo tornarono a vincere i soliti noti e tanti saluti… (Qualcuno potrebbe dire i soliti sospetti visto che, trascorso del tempo dallo scandalo doping, il quotidiano di Bologna «Il Resto del Carlino» diede un volto al presunto manomissore delle provette: Gipo Viani, tecnico del Milan. Pare che lo stesso, prima di morire, abbia confessato al dottor Dalmastri, medico sociale del Bologna in quelle stagioni, il suo reato. Il motivo? Il nipote del presidente Dall’Ara ne è certo: lo zio avrebbe pagato il suo rifiuto di partecipare a un boicottaggio nei confronti dell’Inter).

Fonte: 101 GOL CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA DEL CALCIO ITALIANO 



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Il momento decisivo


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