Serie A 1928-29 - Bologna


Il Racconto


LA PELLE DELL’ORSI
Il cammino verso l’istituzione del girone unico vive l’ultima tappa. Per favorire la massima selezione, ben 32 squadre vengono ammesse alla Divisione Nazionale, divise in due gironi da 16, per un campionato elefantiaco che fungerà da filtro per il successivo: lo scudetto sarà deciso da una finale secca tra le due vincitrici, mentre le prime otto di ogni raggruppamento saranno ammesse alla prima edizione della Serie A, come si chiamerà il massimo campionato a girone unico, mentre li altre scivoleranno in Serie B.
La campagna di rafforzamento vede in primo piano la Juventus, che dopo aver ingaggiato con Caligaris (proveniente da Casale) il partner ideale di Rosetta in estrema difesa e coi Mario Varglien I (dalla Pro Patria) un instancabile e velocis simo mediano, inciampa in un nuovo “caso”.
Oggetto del contendere, un fuoriclasse epocale. Si chiamia Raimundo Orsi, è nato il 2 dicembre 1901 a Buenos Aires da genitori italiani; formatosi calcisticamente nel Mendoza, è passato all’Independiente di Avellaneda diventandone un stella e vincendo il titolo nel 1922; in Nazionale ha vinti la Coppa America ed è stato protagonista alle Olimpiadi di Amsterdam, dove in finale la sua Argentina ha dovuto di misura cedere il passo (dopo due combattutissime partite al fantastico Uruguay. La Nazionale azzurra si è fatta onore nella circostanza e due protagonisti, Combi e Rosetta, ammirate le serpentine di quell’ala inafferrabile, al ritorno in patria ne segnalano le qualità alla Juventus, il cui dirigente Vaciago parte per l’Argentina e fa centro con un’offerta favolosa centomila lire d’ingaggio, ottomila al mese e in aggiunta, si richiesta dell’interessato, una Fiat 509, l’auto del momento.

ADORABILE BUGIARDO
Il 21 agosto 1928 la notizia trapela in Italia: Orsi, “la stella è Amsterdam”, vestirà la maglia della Juve. La società bianconera non conferma, annunciando invece l’ingaggio del nuovo recnico, lo scozzese George Aitken, già assistente di Herbert Chapman, mago dell’Arsenal. Il mistero durerà ancora per settimane, mancando il nullaosta dell’lndependiente.
Il 4 ottobre 1928 La Stampa annuncia l’arrivo del campione, che nella prima intervista si millanta nato a Genova, candidandosi per la Nazionale italiana: «Il giuocatore Raimondo Orsi, il nuovo prodotto della “Juventus”, è giunto ieri sera a Torino, alla stazione di Porta Nuova, alle 18 e 10. Quando ci siamo avvicinati, Orsi ha sorriso. - Siete italiano? - Sì, sono stato in provincia di Genova, ma ho abbandonato l’Italia da bambino per trasferirmi in Argentina colla mia famiglia. -Siete contento di essere tornato in patria? - Molto, quantunque in Argentina fossi discretamente popolare. Quando mi :ono imbarcato sul “Duilio” ho avuto il saluto entusiastico di molti miei ammiratori. - Siete contento di giuocare sui nostri campi? - Contentissimo e spero di poter far parte della vostra "nazionale", che d’ora in poi sarà anche la mia».

LA QUARANTENA
Gli sportivi però lo attendono invano. Dopo il primo allena-nento sul campo di corso Marsiglia il 5 ottobre, in cui gli istanti restano estasiati dalle sue finezze tecniche, Raimundo Orsi finisce in una specie di frigorifero. La stampa sulle prime b reticente, mentre quella argentina insorge denunciando un vero e proprio “ratto” di campione: «Gli italiani vogliono formare una squadra nazionale a spese del football argentino. Il governo fascista, impressionato dal valore dei giocatori argentini e volendo far sì che il football fascista appaia come il primo del mondo, ha messo gli occhi sui giocatori criollos che hanno qualche nome e vuol legarli a società italiane per farne dei giocatori italiani. È il governo di Mussolini che paga, giacché la passione che circonda questo gioco universale assicura un largo prestigio morale a coloro che vi eccellono». Dall’Italia si ribatte che nessuno può mettere in dubbio l’italianità di Orsi, il cui padre, genovese di nascita, a due anni aveva lasciato il proprio Paese al seguito dei genitori per cercare fortuna oltreoceano. La legge parla chiaro ed è già stata applicata con Libonatti. L’Independíente però ne fa una questione di puntiglio e non concede il nullaosta. Il giocatore è bloccato. Mancando il benestare della società di appartenenza, per regolamento Fifa occorre un anno di “quarantena”, cioè di inattività, perché l’atleta possa svincolarsi.
Non si sa se il club argentino, rinunciando all’offèrta in denaro presentatagli dalla Juventus, si aspettasse una rinuncia. Fatto sta che i bianconeri accettano la sfida: d’accordo, Orsi resterà fermo. Ma a Torino, percependo il regolare stipendio promessogli e giocando partite amichevoli non ufficiali che verranno organizzate apposta per tenerlo “in caldo”. E che certificheranno la sua caratura di fenomeno.

L’ACUTO DI MEAZZA
In mancanza del nuovo asso, la squadra bianconera dà filo da torcere al Bologna, ma giunge alla fine seconda assieme al sorprendente Brescia. Solo sesta invece l’Ambrosiana-lnter (nuovo nome dell’Intemazionale dopo la fusione imposta con l’Unione Sportiva Milanese), rafforzatasi con l’acquisto (50mila lire) dell’attaccante Blasevich dalla Triestina: questi segna al suo primo torneo nella massima categoria ben 20 gol, degno partner del giovane Meazza, che con 33 reti in 29 partite sarà il capocannoniere assoluto del campionato. Nell’altro girone domina il Torino, praticamente invariato rispetto all’anno precedente, che in avvio di stagione ha sbalordito Barcellona vincendovi due amichevoli a ventiquat-tr’ore di distanza: 4-0 al Barga e 5-0 a una selezione catalana. Il Milan del bomber Pastore veste i panni dell’inseguitore, peraltro largamente distanziato. In fondo alla estenuante maratona restano due squadre: Bologna e Torino.
I rossoblu rappresentano una potenza: il recupero del lungo Baldi da fastidiosi problemi fisici assicura alla squadra di Felsner una mediana strepitosa, completata ai lati dai nazionali Genovesi e Pitto, mentre in avanti il devastante centravanti Schiavio (29 gol in 29 partite) può di nuovo contare sull’appoggio pieno di Geppe Della Valle, l’interno frenato nell’ultima stagione dal trasferimento per lavoro a Fornovo (ingegniere presso l'Istituto case popolari) e riportato nella sede del capoluogo emilano dall'interessamento di Arpinati, così da poter sostenere regolari allenamenti settimanali. Unica nota negativa: la perdita dell’attaccante Pozzi, uscito in marzo con un ginocchio fracassato da un duro scontro col napoletano Ramello.

IL TEATRO DEL CALCIO
Il 23 giugno 1929 nel capoluogo emiliano la finale di andata vede il Bologna dominare la prima mezz’ora sulle ali di un gioco superiore, mentre il Torino appare appannato e fuori fase. Con un gol di Della Valle e una doppietta di Schiavio i ragazzi di Felsner non lasciano scampo agli avversari ed è un vero peccato che a partire dall'ultimo spicchio di primo tempo e per quasi tutta la ripresa la partita si trasformi in rissa. Il 30 giugno, a Torino, il Bologna giunge scortato da parecchi tifosi. Quelli rimasti in città possono gustarsi la primizia assoluta di un surrogato che anticipa le future radiocronache: nel centrale teatro del Corso, sul palcoscenico un quadrante illuminato simula il campo di gioco e un incaricato, dotato di una bacchetta culminante in un piccolo pallone, vi disegna le fasi della partita, indicate via radio da un inviato a Torino. I rossoblù puntano a difendersi a oltranza, sicché quando la rabbiosa offensiva degli uomini di Cargnelli, trasformati rispetto all’andata e sostenuti dal pubblico (280mila lire di incasso), culmina a metà del secondo tempo in un formidabile rasoterra di Libonatti nell’angolino, non sono in grado di cambiare atteggiamento. Le squadre, esauste, vengono rinviate allo spareggio.

IL “SETTE” BELLO
L’ultimo atto va in scena il 7 luglio 1929 a Roma alle 17 alla presenza del Duce; i tifosi di Bologna e Torino possono contare su una riduzione ferroviaria del 70 per cento, con ingresso gratuito al campo.
Le due squadre non si fanno pregare, dando vita a uno scontro senza esclusione di colpi: nella ripresa restano nove contro dieci (fuori per il Bologna Pitto e Martelli I; per il Toro, Janni) e a otto minuti dalla fine un contropiede lanciato da Della Valle sguinzaglia Schiavio sulla destra, cross in corsa e botta terrificante nel “sette” da parte di Muzzioli: 1-0. Inutile l’arrembaggio finale dei granata, finisce alto il tiro disperato all’88’ di Baloncieri in spaccata tra Monzcglio e Gasperi. Gli emiliani festeggiano il secondo scudetto.
Quattro giorni più tardi, Bologna e Torino salpano insieme da Genova a bordo del Conte Rosso verso una tournée in Sudamerica che le vedrà protagoniste di due storie completamente diverse: felice, per certi versi esaltante, quella degli emiliani; massacrante e amara quella dei granata.
Si chiude cosi la lunga fase “preliminare” del campionato italiano. Che nel corso di oltre trent’anni è cresciuto, tra contrasti, crisi ed entusiasmi crescenti, fino a diventare il massimo fenomeno di coinvolgimento non solo sportivo del Paese.
Il girone unico che si appresta significa anche poderoso stimolo all’unificazione reale delle varie parti d’Italia e non c’è dubbio che il calcio in questo sia anticipatore formidabile nell’“avvicinare” tra loro gli italiani di ogni latitudine. Così Vittorio Pozzo ricorderà con orgoglio nelle sue memorie: «Finalmente nel ’29 si giunse al girone unico auspicato nel mio progetto, ammettendovi 18 sole squadre. Dal girone unico, base tecnica ed organizzativa di tutta l’attività maggiore, da allora più non ci si è mossi. Proprio per niente, non avevo lavorato».



Foto Story

Il Bologna vincitore del suo secondo scudetto


Video Story



Condividi



Commenta