Serie A 1926-27 - Torino (revocato)


Il Racconto


STADI GENERALI
Il nuovo campionato prende il via il 3 ottobre 1926 ed è il primo su base nazionale, cioè con squadre del Nord, del Centro e del Sud tutte insieme, come stabilito dalla Carta di Viareggio. Prevede due gironi di 10 squadre l’uno, formati dalle prime otto classificate dei due di Lega Nord del torneo precedente, con l'aggiunta della vincente degli spareggi che si giocano tra la fine di agosto e l’inizio di settembre (l’Alessandria la spunta su Legnano, Mantova, Novara, Parma, Pisa, Reggiana e Udinese) e dalle due ultime finaliste di Lega Sud. D’autorità, completa i quadri la Fortitudo Roma.
L’attesa per il nuovo torneo è spasmodica. Secondo i calcoli della Federcalcio, ogni domenica nella stagione precedente non meno di 150mila persone hanno presenziato alle partite di campionato. Per questo il Regime promuove la realizzazione di impianti più capienti. Il 19 settembre 1926 il Milan ha battezzato il suo nuovo impianto, in zona San Siro (l’Inter continuerà a giocare all’Arena Civica). Il 17 ottobre, in occasione del match di campionato contro la Fortitudo Roma, il Torino apre ufficialmente il Filadelfia, costruito a tempo di record e pagato direttamente dal suo presidente, Enrico Marone. Il 31 ottobre, quando ancora i lavori devono essere ultimati, a Bologna, in occasione del quarto anniversario della marcia su Roma, viene inaugurato “Littoriale”: all’apertura assiste Benito Mussolini capo del Governo.

VITA DA TRE
La prima fase - una sorta di “regular season”-promuove le prime tre di ogni girone a quello finale a sei, il cui vincitore conquisterà lo scudetto, mentre costa alle ultime due la retro-cessione in Prima divisione.
Le gerarchie tecniche si stagliano subito nitidamente: nel primo raggruppamento oltre alla Juventus furoreggia l’Internazionale, rinforzatasi con 1 ’ ingaggio (per l’astronomica cifra di 200mila lire) dell’asso Bernardini dalla Lazio, centravanti in nerazzurro e centromediano in Nazionale con eguale eccellenza di esiti. Il Napoli è fanalino di coda, destinato a chiudere con un solo punto in classifica in 18 partite, a confermare l’ancora incolmabile divario tra Nord e Sud. Il Genoa è la terza qualificata per la corsa-scudetto.
Nell’altro domina invece il Torino, che aggiungendo lo spezzino Gino Rossetti a Baloncieri e Libonatti ha costruito una spietata macchina da gol. Le altre elette al girone finale sono Bologna e Milan.

UNO STRANO DERBY
Il girone conclusivo vede presto restringersi la lotta per il titolo a tre squadre: Torino, Bologna e Juventus. Il Torino ha perso il derby all’andata per 1-0. Il 5 giugno 1927, settima giornata, si gioca il ritorno con un’alta posta in palio: se i bianconeri dovessero vincere di nuovo, raggiungerebbero i granata in testa alla classifica.
La gara, combattuta ma non bella, alla fine vede invece prevalere di misura il Torino, anche se con qualche... singolarità. La forte difesa bianconera, imperniata sui due terzini - Rosetta e Allemandi - in stato di grazia, risulta a lungo imbattibile per l’attacco granata. Scriverà il grande Bruno Roghi sulla Gazzetta dello Sport: «I torinesi lavorano a maglie fitte, ma Allemandi è imbattibile, interviene, è sicuro e potente». Sicché, quando a un minuto dalla fine del primo tempo lo juventino Vojak rompe l’equilibrio con un gran gol, per i granala sembra l’inizio della fine.
Nella ripresa però accade l’imprevedibile. Il terzino granata Balacics calcia una punizione da lontano e il pallone finisce nel sacco, passando tra le gambe curiosamente divaricate del terzino juventino Rosetta in barriera, secondo la versione dello stesso Roghi, che scriverà con malizioso scrupolo: «Il pallone file tra le gambe di Rosetta e va ad addormentarsi in rete». Diversa la dettagliata cronaca di Vittorio Pozzo su La Stampa: «Calcio libero sul limitare dell’area di rigore. Amici e nemici si schierano su una lunga fila alla distanza voluta: in porta rimane Combi da solo. Tira Balacics. Una cannonata. La palla infila - Dio sa come - uno spiraglio in tanto groviglio di gambe e fila diritto verso l’angolo della porta, giù fino a scuotere violentemente la rete».
La breccia è aperta; a poco più d’un quarto d’ora dalla fine, il Torino raddoppia con Libonatti, smarcato a tu per tu con Combi da una serpentina di Baloncieri. Sei minuti dopo, per una ingenua reazione, il centravanti bianconero Pastore si fa espellere e la superiorità numerica è un ulteriore alleato per i granata, che chiudono sul 2-1, mettendo una seria ipoteca sul tricolore. Perché ci siamo soffermati tanto su questa partita? Ben presto lo capirete.

IL GOL FANTASMA
La Juve scivola a cinque punti, in lizza con il Torino per lo scudetto resta solo il Bologna, che battendo il Genoa insegue a 3 punti di distanza quando mancano tre turni alla fine. Non tutto però fila liscio, perché uno spinoso “caso” è nato nel frattempo dallo scontro diretto tra granata e rossoblu del 15 maggio nel capoluogo piemontese. La partita si è chiusa con la vittoria del Torino per 1 -0, accompagnata da vibranti proteste degli emiliani relative al gol dei padroni di casa. Ecco cosa è successo: tiro del bolognese Muzzioli, deviazione di testa verso l’incrocio dei pali, intervento del portiere Bosia a respingere il pallone, secondo gli ospiti abbondantemente dentro, quando aveva addirittura già toccato la rete; l’arbitro Pinasco invece non ha concesso la marcatura e mentre i giocatori del Bologna lo assediavano discutendo vivacemente, i granata ribaltavano l’azione andando a rete con Libonatti in sospetto fuorigioco lontano dagli occhi del direttore di gara, che pure poi ha convalidato. Il Bologna, a partita finita, ha presentato reclamo.
Dopo ben tre settimane, il Cita (Comitato tecnico arbitrale) interroga Pinasco e, udite udite, apre la strada alla ripetizione della partita per un errore tecnico ammesso dall’arbitro. Ma può un fischietto “ricordarsi” in ritardo che un pallone era entrato? Ovviamente no. La versione, rigorosamente ufficiosa, delle ammissioni di Pinasco è diversa: il direttore di gara, subito dopo la famosa azione del “gol fantasma”, si è intrattenuto nell’area granata a discutere con un giocatore del Bologna, così mancando di seguire l’ulteriore svolgimento del gioco come sarebbe stato suo dovere secondo regolamento e in ciò consisterebbe l’errore tecnico. Intervistato da La Stampa, tuttavia, Pinasco smentisce, dichiarando di avere sostenuto la piena validità del gol del Torino. Dunque, commenta il quotidiano torinese, attribuendo un errore al direttore di gara, il Cita ha violato «un’importantissima questione di principio, quella della insindacabilità dell’operato dell’arbitro».
Qualcuno sospetta pressioni politiche per aiutare il Bologna: «Il Cita» scrive perfidamente Carlin sul Guerin Sportivo, «soltanto quando ha letto l’esito della partita Torino-Juventus, s’è accorto di un errore tecnico nella partita Torino-Bologna, avvenuta quasi un mese prima».
Gli arbitri liguri indicono una riunione di protesta e il Direttorio federale interviene: minaccia di dimissioni coatte chi vi parteciperà e sospende Pinasco «fino a nuovo ordine». Il 30 giugno, durante la sosta del campionato, il Direttorio chiude la vicenda: Torino-Bologna va ripetuta e a Pinasco viene ritirata la tessera per aver reso versioni diverse sullo svolgimento della partita. La decisione giunge quando alla chiusura del torneo manca una sola giornata, guarda caso proprio il ritorno della stessa partita, cioè Bologna-Torino. I granata, che già sentivano profumo di scudetto con quattro punti di vantaggio sugli emiliani, vedono tutto rimesso in gioco con in vista due spareggi di fila: il 3 luglio a Torino, il 10 a Bologna.

TORO COLATO
Nel capoluogo piemontese aleggia pesante il sospetto di una “manovra” di parte bolognese, forte della presidenza federale di Arpinati. Alla vigilia delle ostilità, tuttavia, la tensione si alleggerisce non appena si apprende la designazione di Dani di Genova. Si tratta dello stesso arbitro di Torino-Bologna del 16 gennaio nella “stagione regolare”. Il quale non aveva tollerato il gioco duro dei bolognesi e aveva concesso ai padroni di casa un rigore decisivo (peraltro per evidente “mani” in area); Balacics aveva trasformato completando la rimonta del Torino, vittorioso per 2-1. Il nome del direttore di gara, in quel clima di pesanti sospetti, suona dunque come una sorta di messaggio trasversale per gli emiliani, a non contare affatto su “protezioni” dall’alto.
Sul campo - potere del caso - Dani si ripete: nuovo rigore a favore del Toro, questa volta per una carica di Gasperi a Baloncieri in area; il terzino ungherese Balacics toma sul dischetto e fa centro. Il Bologna non riesce a pareggiare, consegnando in anticipo al Torino (vantaggio di 4 punti) lo scudetto. Arpinati si affretta a inviare un telegramma di felicitazioni al club del conte Marone neo Campione d’Italia. L’ultima partita, puramente platonica, viene stravinta 5-0 dal Bologna su un avversario con qualche rincalzo di troppo. Nella città emiliana si commenta amaramente: se il Bologna avesse vinto il titolo dopo la ripetizione chiacchierata, il presidente federale Arpinati sarebbe finito nell’occhio del ciclone delle polemiche; pilotata o no dall’arbitro, la vittoria granata ha evitato complicazioni antipatiche ai vertici del calcio.
In ogni caso, onore ai campioni; Bosia, Balacics, Martin II, Colombari, Janni, Sperone, Carrera, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. Una grande squadra, non c’è che dire. Però, mentre questa festeggia il primo scudetto della sua storia, resta nelle chiacchiere da bar il sentore diffuso di una stagione strana, il rincorrersi di voci su scommesse sulle partite, su risultati pilotati. Il pasticcio finale certo non aiuta chi vorrebbe evitare di pensare male. Che ci sia sotto qualcosa?

UNA TENEBROSA VICENDA
Alcuni giorni dopo la fine del campionato, una prima crepa affiora nel muro. Il giornale milanese Lo Sport esce in agosto con un trafiletto in cui si fà contorto accenno a pesanti irregolarità accadute nel derby della Mole. La cautela di chi scrive è tale che in pratica il lettore non capisce nulla. Molto di più fa qualche giorno più avanti il settimanale satirico romano II Tifone, grazie al racconto di un suo collaboratore, il giornalista capitolino Renato Ferminelli, testimone di una vicenda sconvolgente, basata su una casuale... intercettazione. Significativo il titolo del periodico capitolino: «C’è del marcio in Danimarca».
Ferminelli vive da qualche tempo a Torino in quanto assunto come cronista dal giornale Paese Sportivo, che evidentemente ha preferito per motivi di piazza non esporsi con la vicenda. Il giornalista ha scritto spesso, durante l’ultima stagione, contro il Torino, ed è proprio il Guerin Sportivo a spiegare la ragione, invero meschina, di tanto astio: in avvio del campionato 1926-27, il Torino ha dimenticato di fargli avere la tessera permanente per l’accesso alla tribuna stampa. L’associazione stampa piemontese ha protestato, il club ha rimediato all’errore solo in parte, mettendo a disposizione la tessera, che tuttavia Ferminelli avrebbe voluto gli fosse recapitata a domicilio come a tutti gli altri. La tessera è rimasta nella sede granata, il cronista si è tenuto un pizzico di livore tradottosi in continui strali contro il club piemontese.
Il caso a volte è malizioso: proprio a lui, che per una ripicca ha dovuto pagarsi il biglietto per una intera stagione per lavorare, capita di essere testimone di un fatto clamoroso, che nell’occasione racconta per filo e per segno agli increduli lettori.

NANI E IL GIGANTE
A Torino, Ferminelli vive in una pensione del centro, in piazza Madonna degli Angeli, accanto alla stanza in cui dimora il terzino della Juventus Luigi Allemandi, campione in procinto di partire per le vacanze e per una nuova destinazione agonistica (si parla insistentemente del Bologna, finirà invece in un’altra grande, l’Inter); complice il caldo di fine luglio che impone di tenere spalancate le finestre, un giorno l’attenzione del giornalista è stata attirata dalle voci concitate di un alterco divampato nella camera adiacente. Le voci erano di uno studente, tale Gaudioso, recatosi a far visita al giocatore per annunciargli che il dirigente del Torino, il dottor Nani, non era intenzionato a “scucire” il resto della somma promessa. Ed ecco ricostruita da Ferminelli tutta la sequenza: alla vigilia del famoso derby torinese di ritorno, lo studente catanese di ingegneria Francesco Gaudioso si è presentato dal Nani con una proposta indecente: lui vive nella pensione di piazza Madonna degli Angeli e conosce bene Allemandi perché vi risiede pure lui e dunque si potrebbe provare a prospettargli un’offerta per “addomesticarlo” in quella partita chiave. Allemandi è un gigante, forma con il collega di linea Rosetta e il portiere Combi il formidabile trio della difesa juventina: se accettasse, potrebbe risultare decisivo. Nani, a quanto pare, è caduto in tentazione e ha allargato il portafogli: 25mila lire subito per Allemandi, e altre 25mila a partita finita e ovviamente vinta dai granata. 50mila lire sono una cifra enorme, con cui si possono comprare cinque Balilla, l’auto di moda; una cifra 125 volte superiore allo stipendio che Allemandi riceve dalla Juve; facile dunque capire come mai il giocatore abbia accettato la combine.
Poi è accaduto che il Torino abbia vinto, sì, ma nonostante l’impegno profuso da Allemandi, celebrato come abbiamo visto tra i migliori nelle cronache del giorno dopo. Per tale motivo Nani ha deciso di non versare la seconda parte del prezzo pattuito. Siamo alla lite a portata d’orecchio del cronista: Allemandi non prende bene la notizia, comincia a urlare e accusa lo stesso Gaudioso, forse sospettandone la malafede e l’intenzione di intascare in proprio il malloppo. Ferminelli ascolta e trascrive. E alla fine del racconto commenta: se vi sembra che sia stato pulito lo scudetto del Toro, accomodatevi pure...

SILENZIO, SI GIRA
L’articolo esplode come una bomba, ma non ha seguito. Sulla vicenda cala un immediato silenzio, imposto dalla Federazione al direttore del Tifone. Erano tempi in cui l’invito a restare allineati e coperti non suonava singolare, tanto più se veniva da un decisionista come Arpinati, con la comprensibile motivazione di aver avviato un’inchiesta approfondita da tenere immune da interferenze.
L’indagine viene affidata al braccio destro del gerarca, il maestro Giuseppe Zanetti, segretario della Federcalcio, giocatore di calcio ai tempi dei pionieri (in Germania e Svizzera), già tra i fondatori del Moidena, uomo di grande probità, voluto dallo stesso Arpinati in quella carica nonostante il... difetto di non avere la tessera del Partito.
Anni dopo lo stesso Zanetti, padre del giornalista Gualtiero (a lungo direttore della Gazzetta dello Sport), ricorderà quei giorni febbrili: «Fu una inchiesta minuziosa, condotta in tutta segretezza con indagini svolte in Piemonte, in Lombardia e in Sicilia. In uno di questi viaggi venne visitata la pensione che ospitava Allemandi, Gaudioso e il giornalista per rilevare l’ubicazione delle camere. In quella di Allemandi vennero notati dei pezzettini di carta che vennero raccolti pensando che avessero potuto avere un riferimento con la questione che interessava. Infatti, incollati questi pezzettini su della carta trasparente (lavoro che durò ben diciotto ore), si potè ricostruire una lettera con cui Allemandi si lagnava del mancato versamento delle venticinquemila lire, sostenendo di aver collaborato e non poco alla conquista dello scudetto da parte dei granata. Non occorreva altro, ma era comunque necessario arrivare alla prova dei fatti senza far uso di quella lettera dalla quale non si riusciva a capire il perché non era stata spedita ma gettata nel cestino».
Intanto il Direttorio federale estende l’indagine: non solo Allemandi, ma altri due juventini piuttosto chiacchierati, gli attaccanti Munerati e Pastore, vengono sentiti a Bologna.



Foto Story

La rosa del Torino a cui fu revocato lo scudetto


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