Serie A 1925-26 - Juventus


Il Racconto


LA GAZZELLA DELLO SPORT
Il nuovo campionato parte con la formula intatta. Secondo tradizione, i valori tecnici migliori si annidano nei due raggruppamenti di Lega Nord. Nel girone A al dominio del Bologna si oppone il Torino, potenziato dal presidente Enrico Marone Cinzano con due fuoriclasse: Adolfo Baloncieri e Julio Libonatti.
Il primo, alessandrino di nascita, è sudamericano di formazione: emigrato a sette anni con la famiglia in Argentina, è tornato in patria a quindici, entrando nelle giovanili dell'Alessandria e diventando ben presto “l’americano” per gli ammiratori delle sue finezze tecniche; è stato pagato 70mila lire, a dimostrazione di quanto le “pretese” dei club per liberare i propri giocatori stiano salendo a livelli impensati.
Il secondo è nato a Rosario di Santa Fé da genitori italiani, è cresciuto nel Newell’s Old Boys e approdato giovanissimo alla Nazionale argentina, di cui è diventato un idolo. Piccolo, rapido, agile nel palleggio, dotato di un naturale controllo di palla e di un tiro diretto e preciso, è soprannominato “El Potrillo”, il puledro, per le fughe verso la rete avversaria. Il conte Marone lo ha vestito di granata grazie alla convenzione intemazionale che consente ai figli di italiani di fruire della doppia nazionalità, cosi aprendo ufficialmente il filone degli “oriundi”. Assieme a lui ha preso anche il centromediano Basso, risultato peraltro menomato da una vecchia lesione a un ginocchio e presto rispedito in patria. La nuova coppia segna caterve di gol: 19 a testa in 22 partite, che valgono tuttavia al Torino solo la seconda piazza, rimanendo ancora fuori portata lo strapotere del Bologna.
Nel girone B la Juventus non ha rivali. Edoardo Agnelli ha apposto l’ultimo tassello per la squadra da primato ingaggiando Ferenc Hirzer, attaccante ungherese di 22 anni. Lo chiamano “gazzella” per l’andatura rapidissima eppure lieve, con tocchi al pallone che sembrano carezze, così contrastanti con la terrificante potenza del tiro. Gianni Agnelli, che all’epoca ha appena quattro anni e viene portato per la prima volta al campo in quei giorni dal padre Edoardo, ricorderà sempre l’“amore a prima vista” per la Juventus suggerito in un pomeriggio di settembre dall’emozionante spettacolo della gazzella ungherese in allenamento.

DISORDINE PUBBLICO
Il campionato è peraltro squassato da diffuse inquietudini. Gli arbitraggi scatenano polemiche a non finire, gli incidenti sono all’ordine del giorno, le partite sospese, annullate e rigiocate non si contano. Un caso fa tremare l’intera organizzazione. Casale-Torino del 7 febbraio 1926 si chiude sul 2-1 per i padroni di casa dopo un’autentica bolgia. Entrambi i portieri sono stati espulsi, assieme a due altri giocatori, il fischio di chiusura è arrivato in anticipo senza recupero delle tante interruzioni e il secondo gol del Torino è stato annullato tra fiere proteste. I dirigenti granata sporgono reclamo, la gara dovrà essere ripetuta: il 6 giugno saranno i granata a vincere, per 3-2. Ciò che conta però è che i complessi risvolti giuridici della vicenda provocano le dimissioni della Commissione tecnica federale, proprio mentre - causa grave crisi finanziaria - la Federcalcio impone ai club un pesante contributo economico straordinario. È il caos. Le società si rifiutano in blocco, il Consiglio Federale annulla l’imposizione e ne... fissa un’altra dimezzata: da 150mila lire si scende a 75mila.
Intanto la commissione “dei 13” - dal numero dei membri - che da tempo si sta occupando della riforma del calcio italiano, stabilisce l'immediata entrata in vigore, nel “Regolamento degli arbitri”, delle “liste di mancato gradimento”. Avete presente le “ricusazioni” dell’era moderna? Bene, nella circostanza vengono addirittura codificate: «Ogni società, entro 10 giorni dal ricevimento dell’elenco degli arbitri, avrà diritto di indicare alla Commissione sportiva federale un numero di arbitri non superiore all’8 per cento del totale contenuto nell’elenco stesso. La Commissione stessa, per tutta la stagione sportiva, «non dovrà destinare tali arbitri alla direzione delle partite che la Società che li ha indicati dovrà disputare sia sul proprio campo sia su un campo avversario. Le società non sono tenute a dichiarare i motivi della indicazione salvo si tratti di casi di indegnità».
Per gli arbitri, è la goccia che fa traboccare il vaso. In una riunione nello studio milanese di Giovanni Mauro, presidente dei direttori di gara, il 30 maggio viene emesso un durissimo ordine del giorno, che si chiude con un atto di ribellione senza precedenti: «Il Comitato plenario dell’Associazione degli Arbitri delibera alla unanimità di invitare i colleghi di tutte le categorie a ritornare alla Commissione sportiva entro il giorno cinque giugno 1926 la tessera di arbitro, spontaneamente rinunciando ad assolvere l’ufficio, che non è più tutelato da leggi scritte, ma è abbandonato all’arbitrio di parte». Il campionato dunque si ferma per sciopero, anche se la parola ufficialmente non viene pronunciata.
Come se non bastasse, si riaccende il mai del tutto sopito scontro tra piccoli e grandi club sulla struttura del campionato.

TEMPO DA CONI
Il precedente del “caso Rosetta” a quel punto fa scuola: a dirimere una situazione diventata ormai ingovernabile non può essere che il Coni.
L’onorevole Landò Ferretti, nominato nel dicembre 1925 da Mussolini a capo del massimo ente sportivo nazionale, interviene energicamente: impone d’autorità la cessazione dello sciopero arbitrale e la ripresa del campionato, che può così approdare, sia pure con qualche ritardo, alla fase conclusiva. Ormai però il sasso è caduto nello stagno e le conseguenze saranno indelebili. Ferretti ottiene il 27 giugno 1926 le dimissioni dell’intero Consiglio federale e i relativi poteri, e non perde tempo: il 7 luglio nomina una commissione di tre esperti (Italo Foschi, segretario del partito fascista romano, Paolo Graziani, presidente del Bologna, e l’avvocato Giovanni Mauro), incaricandola di riorganizzare rapidamente su basi nuove l’intero movimento.
Tre settimane dopo, essa partorisce la “Carta di Viareggio”, aprendo una fase completamente nuova dell’evoluzione del calcio italiano.

LA TRAGEDIA DI KAROLY
Torniamo alle vicende tecniche, approdate in piena estate alla finale di Lega Nord tra i campioni in carica del Bologna e la rampante Juventus. I rossoblù sono gli stessi dell’anno prima, con l’unica eccezione di Martelli, chiamato a sostituire in mediana Genovesi, a lungo assente, mentre non manca il tocco ungherese, offerto dai due rincalzi Weber e Urik. La sfida nel caldo di fine luglio, è incertissima.
All’andata, a Bologna, i rossoblù passano in vantaggio con una prodezza di Perin, poi sale in cattedra Hirzer, che realizza due fantastiche reti. A dieci dalla fine Muzzioli pareggia il conto: 2-2. Per il ritomo bisogna aspettare due settimane, essendo in calendario una lunga trasferta della Nazionale in Svezia.
«Nella seconda partita, a Torino» ricorderà Rosetta, «la Juve come squadra giuocò male e si dette un po’ la colpa al fatto del ritiro, avanti la partita, a Torre Pellice, località dal clima troppo fresco rispetto a quello piuttosto caldo di Torino. La partita finì 0-0 per merito di Combi, che fu imbattibile, parando l’impossibile».
Si va dunque allo spareggio, previsto a Milano il 1° agosto. Tre giorni prima, il 28 luglio, una tragedia si abbatte sull’ambiente bianconero: l’allenatore Jeno Karoly, appena quarantenne, muore fulminato da un attacco di cuore. Giocatori, dirigenti e tifosi juventini restano sgomenti.
La società decide di andare avanti. Il giorno dopo la squadra si allena sul campo, a guidarla c’è Viola e, gradita e toccante sorpresa, non appena i giocatori sono pronti arrivano i colleghi del Torino, accompagnati dai dirigenti, che offrono solidarietà e l’aiuto concreto della partecipazione all’allenamento. Venerdì 30 luglio i giocatori bianconeri recano a spalla il feretro del tecnico magiaro nel corso delle esequie solenni a Torino.

SPETTACOLO ALL’ARENA
«Per la perdita dell'allenatore» racconterà ancora Rosetta «e per la brutta esibizione della squadra nella partita di Torino, quando partimmo per Milano per la gara decisiva, ben pochi simpatizzanti juventini speravano che la loro squadra riuscisse a spuntarla. Da Bologna, invece, treni speciali avevano accompagnato la squadra rossoblù. Ma sul campo, l’Arena, la Juventus disputò una gara magistrale. Con la palma del migliore in campo, Viola il centromediano. Ma tutti giocammo bene e per tutti intendo anche i giocatori del Bologna. Da Milano rientrammo in serata. A Torino ad attenderci a Porta Susa c’era un mare di simpatizzanti con la banda musicale. A spalla, con ondeggiamenti paurosi, fummo portati al ristorante Fiorina per il banchetto». A Pastore ha risposto Schiavio nel secondo tempo, poi a poco più d’un quarto d’ora dalla fine Vojak ha chiuso i conti: 2-1.
Secondo previsioni, la finale nazionale contro l’Alba di Roma si traduce in una formalità. La differenza di qualità tra le due squadre è tale che un asso come Hirzer in avvio si concede qualche distrazione... circense: «I romani sono tutti stretti in difesa» scrive La Stampa, «ma i giuocatori torinesi non dimostrano soverchio impegno, tanto che Hirzer e Pastore trovano modo di combinare piccoli passaggi... coreografici. L’ungherese compie, tra gli applausi e le risa del pubblico, due o tre salti a piedi giunti davanti e dietro al pallone, mentre i mediani bianco-verdi tentano inutilmente di toglierglielo...
I supporters torinesi incominciano a rumoreggiare: vogliono vedere tramutarsi in un goal la manifesta superiorità della Juventus, che preme continua-mente la difesa avversaria, ma il goal si fa desiderare». Poi, una toccante singolarità: il minuto di silenzio durante il gioco: «A questo punto per il desiderio espresso dai giuocatori dell’Alba, l’arbitro Dani sospende il giuoco per un minuto di silenzio per onorare la memoria di Karoly. Il vento che fischia e agita violentemente i gonfaloni che sono sulle tribune fa uno strano effetto, mentre giuocatori e pubblico sono irrigiditi nell’attesa senza fiatare».

IL BUON PASTORE
La partita si sblocca dopo 15 minuti grazie a Vojak, servito da Hirzer. L’Alba trova la forza di pareggiare con Loprete, poi le cataratte si aprono: il primo tempo finisce 2-1, nella ripresa i bianconeri realizzano altri cinque gol. Il ritorno è ancor più disarmante, con gli uomini di casa travolti 5-0.
Quella Juventus rappresenta un’autentica potenza. In difesa può contare su un trio di valore mondiale, perché al portiere Combi, ormai indiscusso titolare in Nazionale, e al terzino Rosetta si è aggiunto un altro campione in ascesa, il poderoso terzino Allemandi, prelevato dal Legnano; in mediana, l’arrivo di Meneghetti dal Novara completa al meglio la qualità di Viola e la personalità di Bigatto. In attacco, l’ala Torriani, ugualmente proveniente dal Legnano, funge da tornante ante litteram per lasciare campo libero in avanti a Munerati, ala destra ma in realtà uomo d’attacco completo, alto e longilineo, forte fisicamente e dotato di un notevole spunto di velocità, svelto e conciso nel gioco. Gli interni Vojak e Hirzer giostrano a sostegno del centravanti Pastore, punta centrale e aspirante attore (lo sarà, sia pure non di primissimo piano), grande beneficiario dell’intesa naturale con la “gazzella”, che ne fa per la prima volta in carriera uno straripante fromboliere (20 reti in 16 presenze!).



Foto Story

I bianconeri vincitori del loro secondo scudetto, a ventuno anni di distanza dal precedente; fu il primo della lunga serie targata Agnelli


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