Serie A 1924-25 - Bologna


Il Racconto


BUON PRO
Siamo debitori del finale dello spinoso “caso Rosetta”. Avviandosi a conclusione il campionato (si è chiuso quello di Lega Nord e, come sappiamo, si considera ormai virtualmente vinto il titolo, senza attendere la finale nazionale), il 28 e 29 giugno 1924 il “Congresso delle Società calcistiche italiane”, un’assemblea straordinaria convocata a Bologna per discutere sulle modifiche allo statuto federale, muove un primo passo in direzione della vicenda che ha sconvolto il calcio italiano.
Oltre a stabilire che «i membri di ogni Ente federale non possono partecipare alle discussioni o riunioni che interessino direttamente le Società che rappresentano», essa abolisce il principio della residenza obbligatoria del giocatore nel luogo del club in cui vuole militare. In pratica, è il via al professionismo, in un quadro internazionale pienamente coerente, come dimostrano le prese di posizione della Fifa di quell’anno, di cui parliamo a parte.
A questo punto resta il problema della Pro Vercelli, ostinata nel negare a Rosetta il trasferimento. In nome, ovviamente, del sacro principio del dilettantismo. Per saggiarne la consistenza, si muove con discrezione la diplomazia. E centra il bersaglio. Avvicinato da Piero Monateri, il patron vercellese Bozino socchiude la porta, rivelando la disponibilità a risolvere la questione in quanto «lo sport ammette che ci siano rivali, mai nemici».

IL DOLORE DEI SOLDI
Per dimostrargli la propria affettuosa rivalità, il numero uno bianconero Edoardo Agnelli mette sul tavolo del dirimpettaio, presidente a un tempo della Federcalcio e della Pro, il bastone e la carota: gli comunica che la Juventus sta valutando l’ipotesi di non iscriversi per protesta all’imminente nuovo campionato, così minandone la credibilità; al contempo la stessa società bianconera è disponibile a riconoscere alla Pro Vercelli, di cui non ignora le incresciose difficoltà economiche, un assegno da 50mila lire per incoraggiarne la messa in lista di trasferimento di Virginio Rosetta.
Poiché anche un duplice presidente come Bozino possiede un cuore (dalla parte del portafoglio), è inevitabile che non riesca a rimanere insensibile di fronte a una così aperta dimostrazione di solidarietà. Con un incontro tra le parti, la vicenda si chiude ufficialmente. Rosetta viene tesserato dal club bianconero, aprendo di fatto l’era del professionismo, effettivo ancorché non codificato.
Il Guerin Sportivo commenta con perfidia: «Da oggi, mercé gli sforzi combinati juventino-vercellesi, è possibile determinare il valore di una squadra: quella vercellese vale 550.000 lire» (cioè 50mila per 11).
Ultima notazione: con l’epoca del dilettantismo, si chiuderà definitivamente pure quella della grande Pro.

LA SCUDETTO DANNUNZIANO
La trovata unità dopo i durissimi scontri del “caso Rosetta’ merita una celebrazione degna e il nazionalismo di cui è permeato il regime riesce a partorire una novità destinata a contraddistinguere da quel momento il calcio italiano nel mondo Viene infatti stabilito che il valore nazionale della conquisti del titolo sia sottolineato con un segno distintivo sulle maglie della squadra vincitrice nella stagione successiva.
L’idea originale è riconducibile a Gabriele D’Annunzio e alla sua breve esperienza della piccola repubblica del Carnaro - avviata il 12 settembre 1919 e chiusa il 18 gennaio 1921 dopo il “Natale di sangue” - incubatrice tra l’altro di molti simboli, emblemi e parole d’ordine poi adottati dal Fascismo. Un giorno, il Vate aveva fatto giocare una partita di calcio tra una rappresentativa del Comando militare italiano e una selezione delle squadre della zona impegnate nel loro campionato: sulle divise da gioco dei soldati, all’altezza del cuore, aveva fatto apporre un piccolo scudo di tipo sannitico antico (cioè, come spiega lo Zingarelli, «rettangolare con il lato inferiore ogivale e a forma di graffa») recante i tre colori della bandiera nazionale.
Naturale dunque che anche la nuova iniziativa attinga j dall’araldica la forma a scudo tipica degli stemmi nobiliari: sulle maglie verrà cucito un piccolo scudo, dunque uno scudetto, ma di tipo “svizzero”, cioè stretto e con una punta nella parte superiore. I colori sono il verde, il bianco e il rosso della bandiera nazionale, con inserimento all'interno della striscia centrale dello stemma rosso con croce bianca di casa Savoia. Qualche anno dopo, i tre colori verranno sostituiti dallo stesso simbolo di casa Savoia, affiancato da un fascio da combattimento, prima di una lunga serie di modifiche.
Poche settimane più tardi, alla partenza del nuovo campionato, il Genoa è il primo club ad appuntarsi sulla maglia il simbolo. Che resta ancora oggi esclusiva del nostro Paese: per questo di “scudetto” sarebbe appropriato parlare solo a proposito di squadre italiane.

ASSI DI FUORI
Nelle varie assemblee ordinarie e straordinarie di quell’estate, naturalmente, si è parlato anche del nuovo campionato. Decidendo che resti strutturato sulla falsariga del precedente, con l’unica eccezione di un’anomalia nella sezione settentrionale, dovuta al “caso Mantova”.
La squadra virgiliana si trova da un anno in Seconda Divisione, destinatavi non dai risultati sportivi, ma da una deliberazione federale per illecito. In realtà, si è poi scoperto che la compagine lombarda è stata vittima di una frode arbitrale e per questo l’assemblea straordinaria della Figc del 14 settembre la riammette nel massimo campionato. Nel girone B giocheranno 13 squadre anziché dodici, con la necessità di una a riposo per ogni turno del torneo e poi di uno spareggio finale per la salvezza tra le undicesime classificate dei due raggruppamenti e due squadre di Seconda Divisione.
Le porte aperte al professionismo incoraggiano l’ingaggio di giocatori stranieri. Alle Olimpiadi di Parigi grande sensazione ha destato l’Uruguay, capofila del calcio sudamericano, trionfatore del torneo con le sue finezze tecniche e il fuoriclasse di colore José Leandro Andrade, considerato una sorta di fenomeno da baraccone per la sua abilità da giocoliere. Da noi è ancora l’Europa danubiana a offrire volti nuovi, attirati da ingaggi allettanti. Alcuni ungheresi si dimostreranno campioni: oltre allo juventino Viola, che fa della squadra di Jeno Karoly un formidabile avversario del Bologna nel girone B della Lega Nord, oltre al gigantesco portiere Feher, che cementa la difesa del Novara e fa scalpore come rigorista della squadra (i manifesti delle partite lo annunciano al pubblico come grande attrazione, «il più grande portiere straniero sceso in Italia»), sono da segnalare soprattutto i due assi che introducono il Modena nella ristretta elite delle grandi: Robert Winkler e Tyoszkolowszky, interni dell’MTK di Budapest che il presidente emiliano Donati ha visto giocare in uno dei suoi tanti viaggi di lavoro tra Ungheria, Germania e Svizzera.

LE ONDE DEL MALE
Li ha avvicinali e li ha assunti con un ingaggio di 1.000 lire al mese, una favola per due proletari squattrinati come loro. Siccome i due erano molto legati al loro tecnico, Gonda, il presidente ha scritturato anche lui, assegnandogli il posto reso vacante dall’improvvisa morte del grande Attilio Fresia.
Non appena vestono il gialloblù, i due interni spopolano ed è curioso che il secondo dei due, raffinato esteta del gioco, causa impronunciabilità del cognome venga ribattezzato semplicemente Tioschi. Il Modena diventa subito protagonista, issandosi al vertice della classifica e candidandosi al successo Finale.
Sono tuttavia tempi avventurati per la salute, poco assistita dalla scienza medica. A fine dicembre, dopo aver giocato a Brescia, Tioschi entra nello spogliatoio barcollando, si dice stanco, ha la febbre e vuole tornare subito a casa. La società lo manda a Budapest, da dove dopo poche settimane, nel gennaio 1925, giunge la notizia della sua morte per tisi. Il Modena alla fine non ce la farà, arrivando a un punto dal Genoa, vincitore del girone.
Sorte analoga tocca alla Juventus, che ha uno dei punti di forza nel centromediano Monticone. Questi gioca il 21 dicembre 1924 contro la Sampierdarenese e dopo un paio di giorni muore per un aneurisma fulminante. Anche per questo la squadra bianconera, a lungo rivale del gagliardo Bologna nel girone B assieme alla Pro Vercelli, manca l’accesso alla finale, piazzandosi seconda alla pari coi “bianchi”.

CENA CAPITALE
Siamo già entrati nel vivo del campionato e ormai prossimi a un cratere in ebollizione. Il 10 maggio 1925, quando si chiude anche il girone B della Lega Nord (due settimane dopo l’altro), è chiaro che lo scudetto sarà un affare tra Genoa e Bologna, due squadre già divise l’anno prima da una rivalità sfociata in una semifinale ben poco lineare, decisa da un controverso risultato a tavolino.
Se il Genoa di Garbutt è ormai una potenza consolidata, la squadra emiliana ha compiuto il salto di qualità grazie all’innesto del portiere Gianni, campione del ruolo che già abbiamo visto grande protagonista nelle file del Pisa in occasione della finale nazionale del luglio 1921, e di un mediano cresciuto nella Virtus Bologna: si chiama Alberto Giordani e compone con Genovesi e Baldi una mediana che poco ha da invidiare a quella leggendaria dei rossoblù liguri, formata da Barbieri, Burlando e Leale.
Il 24 maggio 1925, sul campo dello Steriino a Bologna, si gioca la partita d’andata per la finale di Lega Nord. La vittoria degli ospiti per 2-1 sembra l’avvio di un nuovo trionfo per il Genoa, alla caccia del suo decimo titolo. Invece è solo il primo atto di una sorta di dramma che si protrarrà fino ad agosto, tenendo con il fiato sospeso tutta l’Italia del pallone. Vediamone i dettagli, a partire da quelli cromatici (che avranno la loro importanza).
La prima partita ha visto il Genoa in divisa rossoblù e il Bologna, per dovere di ospitalità, in bianco con una banda rossoblù orizzontale. Gli ospiti, su un terreno reso pesante dalla pioggia del mattino, sono passati in vantaggio nel secondo tempo grazie al gol di un grande ex: Cesare Alberti, ex centravanti prodigio del Bologna, fermato due anni prima da un infortunio al ginocchio e rinato a nuova vita qualche tempo dopo grazie a un chirurgo genovese d’avanguardia che, sul modello dei colleghi inglesi, gli ha asportato il menisco. Il Genoa ha raddoppiato in contropiede con Catto e a nulla è valso il gol di Schiavio a due minuti dalla fine. Dopo il fischio di chiusura, dalla folla sono partite grida di “traditore” all’indirizzo di Alberti, che tuttavia in serata si è poi incontrato a cena nella trattoria di famiglia con gli ex compagni chiarendo ogni incomprensione.

BENZINA VERDE
La partita di ritorno si gioca il 31 maggio a Genova. I padroni di casa sono in bianco, il Bologna toma a indossare la classica maglia a strisce rossoblù. La sfida è vibrante e presto si incattivisce. Dopo un avvio bloccato, gli ospiti vanno in vantaggio dopo la mezz’ora con Muzzioli. Sale la tensione tra i giocatori, gli scontri si fanno duri, il pubblico rumoreggia.
Le continue interruzioni per infortuni innervosiscono la folla e gli atleti. Il finale è arroventato: a nove minuti dalla fine, su punizione di Burlando, Moruzzi tira in porta, respinge un difensore del Bologna, il pallone giunge a Santamaria che prontissimo infila imparabilmente l’angolo sinistro alto: 1-1. Gli uomini di Felsner si buttano disperatamente in avanti, Genovesi si spinge in attacco, riceve palla, entra in area, salta De Vecchi con un pallonetto che serve l’accorrente Della Valle, abile a infilare al volo la sfera nell’angolo: 1-2. Poi, felsinei sulle barricate negli ultimi sei minuti e fischio finale. Si deve dunque ricorrere allo spareggio.
Per la partita decisiva viene scelto come campo neutro Milano, per la precisione il terreno del Milan in viale Lombardia. Si gioca il 7 giugno e alla vigilia il Bologna deve affrontare il rebus della maglia. In quanto campione in carica, il Genoa ha diritto di schierarsi con i propri colori rossoblu, mentre il Bologna dovrebbe indossare il bianco, che tuttavia si è già dimostrato catastrofico da un punto di vista scaramantico per entrambe le contendenti. Occorre dunque cambiare.
Enrico Sabattini, dirigente di lungo corso nonché addetto stampa del Bologna, va in giro per il capoluogo lombardo alla ricerca di una muta di maglie capace di spezzare il sortilegio. In un grande magazzino trova un vasto assortimento: «Non v’è che l’imbarazzo della scelta» racconterà, «mi sovviene allora che alcuni anni prima il Rapid di Vienna sceso allo Steriino in maglia verde e calzoncini neri lasciò in tutti una grande impressione di possanza e di invincibilità. Ebbene sia il verde, il colore della speranza, quello che possa dare al Bologna lo scudetto. Scelsi maglie di cotone (per ragioni di economia e perché il caldo si faceva già sentire) di un bel colore verde scuro, con intorno alla scollatura un sottile bordo nero e naturalmente acquistai anche i calzoncini neri».

IL GOL FANTASMA
Il 7 giugno 1925 si va di nuovo in campo e già prima del via le cose si complicano: causa servizio d’ordine inefficiente, la folla, calcolata attorno alle 12mila persone, travolge il recinto e finisce con l’ammassarsi a bordo campo, a pochi passi dai giocatori.
Nonostante tutto, l’arbitro Mauro fischia il via di una gara tesa e vibrante. Il Genoa segna due volte nel primo tempo, con Catto al 13’ e con Alberti, implacabile ex, al 40’. Il punteggio è dunque 2-0 per i liguri quando, dopo un quarto d’ora della ripresa, accade il fattaccio; gran lancio di Della Valle per Muzzioli che si invola, supera in velocità due avversari, si trova davanti De Prà e spara un gran tiro. Qui le cronache divergono.
Ecco quella del Corriere dello Sport di Bologna: «Della Valle passa a Muzzioli, la coraggiosa ala supera in velocità i due diretti avversari, stringe sul goal, segna. Entusiasmo, abbracci. Ma Mauro non concede il punto. Il pubblico bolognese e milanese urla. L’arbitro, che non si sa perché voleva concedere un corner, dopo vari minuti di discussione coi giocatori si decide a interpellare i segnalinee, che ambedue ritengono valido il punto. Il gioco riprende dopo 13 minuti di neutralizzazione». 2-1, dunque, grazie a un ripensamento del direttore di gara suggerito dai guardalinee.
Secondo le versioni genovesi, invece, sposate da Antonio Ghirelli nella sua Storia del calcio in Italia, «un attaccante bolognese, Muzzioli, scattava dalla posizione d’ala e, pallone incollato al piede, si presentava a tre metri dalla rete genoana. Il goal parve cosa fatta quando dal piede di Muzzioli parti il bolide. Senonché De Prà si distese come una pantera e riuscì a intercettare la palla con il corpo. Il cuoio deviò in angolo. Niente di fatto dunque, tant’è che Mauro da tre quarti di campo indicò il corner. Mauro era l’arbitro, il miglior arbitro di quei tempi, un giudice superiore a ogni sospetto. E lo dimostrò insistendo nella propria decisione benché ai bordi del campo, che era l’Arena civica, una “tumultuante folla di bolognesi” assiepata sugli spalti giurasse di aver visto entrare la palla in porta. Il suo coraggioso diniego inferocì la folla, che scavalcò le reti di protezione e invase il terreno circondando l’arbitro. In mezzo ai dimostranti, visibile e attivissimo, si mostrò l’onorevole Leandro Arpinati, il capo del fascismo bolognese che occupava già una posizione di rilievo nel mondo calcistico e che di lì a poco ne sarebbe divenuto il padrone assoluto. Breve: a un certo punto, il direttore di gara, accortosi di non aver via di scampo, per sottrarsi alle pressioni bolognesi e per evitare il peggio, concedeva il goal. Avvicinatosi però a De Vecchi, capitano del Genoa, lo avvertiva che egli riteneva conclusa la partita con l’applicazione dell’articolo 50 del regolamento ai danni del Bologna e invitava il Genoa a continuare l’incontro esclusivamente pro forma». Macché 2-1, dunque: la gara a quel punto sarebbe addirittura virtualmente chiusa.

LA TRAIETTORIA MISTERIOSA
Stando al Corriere dello Sport, invece, la partita continua regolarmente e «il Bologna riprende un lungo rimando di Bellini e scende, tutto proteso all’offesa, coi terzini a metà campo. Una stretta e rapida serie di passaggi tra Perin, Della Valle, Pozzi e al 49° si ha il pareggio, salutato da scene di entusiasmo»; 2-2. Undici minuti dopo, Mauro chiude i tempi regolamentari: «Si attendono ora i campioni per i due tempi supplementari. Le previsioni sono per il Bologna evidentemente più fresco e col morale più alto. Ma dopo qualche minuto solo i verdi si presentano sul campo. L’arbitro, dopo aver fatto constatare ai due segnalinee il forfait del Genoa, fischia la fine». Secondo le cronache genovesi, invece: «Tranquilli i liguri restarono in campo fino al termine, che vide le due squadre alla pari, ma non si presentarono per la disputa dei tempi supplementari, sicuri di essersi già assicurato praticamente lo scudetto».
Illuminante la versione di un protagonista diretto, Renzo De Vecchi, il leggendario terzino del Genoa: «Tanto io che De Prà che i compagni più vicini vedemmo questo solo: che la palla di Muzzioli, per quanto diretta tra il palo di destra ed il nostro portiere, non era finita in fondo alla rete, bensì a lato. Alcuni giornalisti scrissero che De Prà doveva aver deviato in angolo, ma questo non è vero: De Prà non toccò la palla! L’arbitro d’altra parte vedendola uscire a quel modo, decretò immediatamente il calcio d’angolo. Allora saltarono in scena i bolognesi con alla testa Della Valle, capitano della squadra, e un codazzo di tifosi. In coscienza, non potrei dare torto ai miei vecchi avversari: l’azione aveva avuto un andamento così strano e la presenza della folla attorno alla rete poteva far pensare anche ad una palla entrata ed uscita, ché la tesi bolognese era anch’essa perfettamente sostenibile. Dal canto nostro, avendo l’arbitro subito decretato il corner, lo reclamammo a viva voce».

TORTO FRANCO
L’indomani entrambe le società reclamano. Il Genoa spiega la propria decisione di non scendere in campo per l’irregolarità della situazione: la prima rete del Bologna sarebbe stata convalidata dall’arbitro solo per via della pressione della tifoseria bolognese, quindi non aveva senso proseguire oltre; il Bologna ribatte che, in punto di puro diritto, il Genoa va sconfitto a tavolino in quanto rifiutatosi di obbedire all’arbitro a disputare la coda di partita prevista dalle norme.
La Lega Nord si riunisce sotto la presidenza dell’ingegner Olivetti e per uscire dall’imbarazzante impasse assume una decisione salomonica: hanno torto entrambe le società, la partita è da considerarsi nulla, in quanto giocata in condizioni di irregolarità, «per la presenza di estranei sul campo» come attesta il referto dell’arbitro. Dunque, dovrà essere ripetuta in luogo e data da destinarsi. Il Genoa viene altresì multato di 1.000 lire per il ritiro della squadra. Quando e dove giocare? Intanto, il quando. Una questione di calendario tutt’altro che semplice. Già da tempo, infatti, è prevista una tournée della Nazionale nella penisola iberica: e che a nessuno di Genoa e Bologna venga in mente di replicare il forfait di di massa dell’anno precedente a Budapest, con l’esito catastrofico che sappiamo.
Dunque, tutto fermo per quasi un mese. Si andrà in campo allora il 5 luglio, onde concedere un congruo riposo dopo il rientro in patria (la seconda partita, a Lisbona, è in programma il 18 giugno). Quanto alla sede neutrale, viene scelta Torino, per la precisione il campo della Juventus di Corso Vinzaglio.

SPARI E DISPARI
Siamo al quarto atto. Con l’ordine garantito da un imponente schieramento di carabinieri, il 5 luglio 1925 nel capoluogo piemontese va in scena tra le duellanti una grande partita, tutta tempesta e assalto. Il Bologna va in vantaggio con Schiavio dopo 11 minuti, il Genoa pareggia con Catto al 24’. Nonostante una ripresa vibrante e due tempi supplementari tesi e ricchi di emozioni, reti non ne escono più, finisce 1-1. Purtroppo però la faccenda non si chiude al centoventesimo e non solo perché si rende necessaria una quinta sfida. Un nuovo fattaccio - il più grave di tutti - è in agguato.
La partita ha provocato migrazioni imponenti del tifo e dopo la chiusura delle ostilità i supporter di Bologna e Genoa raggiungono la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Qui prendono posto sui relativi treni speciali per il ritorno a casa. Tutto si svolge in tranquillità, finché un altro convoglio, fermo sui binari intermedi tra i due, parte, lasciandoli uno di fronte all’altro. Dai finestrini contrapposti si levano grida, sfottò, parole sempre più pesanti, finché qualcuno scende accendendo una sassaiola; infine, nel pieno del tumulto, dal treno dei bolognesi vengono esplosi alcuni colpi di rivoltella. Tra le grida concitate un tifoso genoano si accascia a terra ferito, mentre il capostazione fa partire immediatamente il convoglio bolognese. Questo verrà poco dopo fermato ad Asti e perquisito senza esito dalla polizia, alla ricerca della pistola e del feritore. Trasportato all’ospedale, il tifoso ligure colpito verrà giudicato guaribile in 20 giorni.

GLI INDIGNATI
L’episodio desta enorme clamore. A Modena, all’hotel Regina, è in programma la riunione del Consiglio della Lega Nord, che sui gravi fatti di Torino si aggiorna, onde «affiatarsi con la Presidenza della Federazione prima di decidere in merito alla gara finale per il Campionato di Prima Divisione».
Il Bologna emette un comunicato: «Il Consiglio Direttivo del Bologna Foot-Ball Club presa cognizione degli episodi incresciosi che alla partenza da Torino la sera del 5 corrente turbavano la bellezza di una cavalleresca competizione; pur constatando la gravità delle provocazioni inconsulte, deplora che un eccesso di reazione abbia portato conseguenze dolorose che ripugnano ad ogni animo cosciente e che ogni uomo di cuore deve sdegnosamente deprecare; dichiara di esser pronto a favorire con ogni mezzo le eventuali indagini della Autorità, augurandosi che identica volontà spontanea animi i Dirigenti del Genoa ai quali come alla squadra genoana invia un sereno e cordiale saluto».
Quattro giorni dopo, l'11 luglio, Federcalcio e Lega Nord, in riunione congiunta a Torino, esprimono solidarietà al Genoa e stabiliscono che la quinta e definitiva partita si giochi il 19 luglio ancora a Torino, ma a porte chiuse.
Sotto la Lanterna esplode l'indignazione. «Noi» scrive II Secolo XIX il 14 luglio, «riteniamo e con rude franchezza diciamo che se i dirigenti del Bologna volevano e vogliono scindere la loro responsabilità dai pazzi (almeno pazzi) che hanno revolverato il treno genovese alla stazione di Torino, dovevano e potevano identificare i colpevoli e denunciarli immediatamente a chi di dovere. Se i dirigenti del grande Club Felsineo non volevano e non vogliono essere sospettati di acquiescenza e di omertà coi pazzi che hanno voluto rintuzzare col fuoco delle rivoltelle una disillusione di più e l’amarezza per la resistenza opposta dai Genovesi nella precedente cavalleresca lotta, avevano lo stretto dovere di denunciare alle competenti Autorità Giudiziarie i loro sfrenati e paranoici sostenitori. E la Federazione che scrive... invita il Bologna ad intensificare le certamente già iniziate indagini per la ricerca dei colpevoli!!! Colla bocca contorta dallo spasimo sorridiamo!!!».

PIAZZA IDEA
La dura presa di posizione non resterà senza effetto. L’occasione la offre il questore di Torino, che adducendo motivi di ordine pubblico vieta la disputa dell’incontro nel capoluogo piemontese.
Il Consiglio federale, riunitosi il 18 luglio, emette un durissimo provvedimento contro il Bologna:
«a) Insorge sdegnosamente contro l’inopinato tentativo esperito dal Direttorio del Bologna F.B.C., di fare cioè apparire atti criminosi compiuti da alcuni suoi sostenitori quale riparazione a pretese provocazioni di eguale gravità che si sarebbero commesse dai sostenitori del Genoa F.B.C., provocazioni di cui lo stesso rappresentante del Bologna in seno al comitato esecutivo federale non fece cenno di sorta riconoscendo lealmente e l’entità e l’estrema gravità dell’atto deprecato di cui intese soltanto svellere l’aggravante della premeditazione,
b) Non consente che deprecazioni qualsiasi possano essere presentate da società federate, di qualunque campo, avverso alle decisioni delle superiori autorità che hanno la tutela degli interessi di tutte le società affiliate e a questa tutela con unanime imparzialità diuturnamente provvedono. c) Ingiunge al Bologna F.B.C., per la trasgressione di cui sopra, di presentare, entro il 31 corrente, le più ampie scuse al Consiglio Federale ed al Consiglio della Lega Nord per l’ordine del giorno del Direttorio del Bologna, di sconfessare pubblicamente l’ordine del giorno approvato dall’assemblea dei soci, mentre infligge la multa di lire 5.000 da versarsi entro il 31 luglio corrente.
d) È fatto poi ordine al Bologna di rendere note le indagini compiute nella certezza che esse siano tali da poter identificare i colpevoli, e si richiama il Bologna alla più scrupolosa e rigida osservanza di tutti quei doveri di disciplina che le carte federali contemplano e prescrivono in mancanza di che verranno adottati gravi provvedimenti».
Quello stesso giorno, per tutta risposta, il Consiglio direttivo del Bologna si dimette. Sparsasi la notizia, la piazza insorge: in un pubblico comizio nella città emiliana viene stigmatizzato il comportamento di Federcalcio e Genoa e approvato un ordine del giorno in cui «si invita il Bologna FBC a non piegarsi al pazzesco ultimatum della Federazione».
Cinque giorni dopo, il 23 luglio, l’assemblea plenaria dei soci del Bologna «unanimemente respinge le dimissioni del Direttorio di cui approva incondizionatamente l’operato nell’attuale vertenza con gli enti federali, dando pieno mandato di agire nella maniera più intransigente per l’onore e la dignità del sodalizio e di valersi di tutti i mezzi che crederà più opportuno per il riconoscimento del giusto diritto».

DIETRO LA QUINTA
Il 26 luglio è in calendario l’assemblea generale della Lega Nord, convocata al Teatro Regio di Parma. Migliore occasione non potrebbe esserci per provare a uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata la vicenda. La mattina di quella domenica l’ingegner Malvano, apprezzato dirigente della Juventus, assume l’iniziativa, preparando un ordine del giorno da sottoporre all’assemblea: in esso si prova a tirare una riga su tutto quanto è accaduto per far posto solo al calcio giocato, cioè alla disputa della quinta partita. I rappresentanti di Bologna e Genoa, rispettivamente Sabattini e Bianchi, lo leggono, ne parlano e si trovano d’accordo nello stringersi idealmente la mano confermando di non coltivare alcun rancore reciproco. Quel pomeriggio l’ordine del giorno, limato per ore in ogni dettaglio dai dirigenti dei due club coinvolti, viene approvato per acclamazione dall’assemblea. Il documento si chiude con parole significative: «L’assemblea formalmente e appassionatamente invita le due società finaliste a dichiarare nulli e , non aventi efficacia tutti i comunicati resi pubblici e rivolge vivissima preghiera alla F.I.G.C. perché, al fine superiore della concordia, voglia prendere in considerazione i seguenti desiderati: a) restino sospese tutte le deliberazioni prese contro il Bologna; b) venga esperita un’inchiesta approfondita sui fatti lamentati; c) venga immediatamente, ed indipendentemente dall’inchiesta disposta, dato corso alla disputa della I finalissima del campionato».

SEDE DI GIUSTIZIA
A conclusione dell’assemblea, il nuovo Consiglio della Lega Nord stabilisce che «la finale del campionato italiano avrà luogo domenica 9 agosto sul campo ed ad ora che saranno comunicati con opportuno preavviso alle società interessate. Alla partita, che si svolgerà a porte chiuse, saranno ammessi soltanto i membri degli enti federali competenti, i giornalisti debitamente autorizzati ed in rappresentanza del Bologna e del Genoa tre membri dei relativi consigli».
Quel che accade nei giorni immediatamente precedenti l’ultimo atto è degno di un romanzo giallo. Una prima comunicazione giunta al Bologna assicura che la sede sarà Torino, sicché la squadra rossoblù il 7 agosto si porta nel capoluogo piemontese; qui tuttavia, alla sera, lo staff del club viene avvertito dalla Federazione di partire il giorno dopo | con urgenza per Milano. Non solo: tutti i principali campi da gioco del capoluogo lombardo vengono mobilitati, con relativo allestimento pre-partita, di modo che sia impossibile a chiunque sapere dove effettivamente si giocherà. La scelta del luogo del destino è caduta sul terreno della “Forza e Coraggio” al Vigentino, in campagna, all’estrema periferia milanese. A un orario che ulteriormente punta a scongiurare ogni possibile sorpresa negativa: le 7 del mattino!
Alle 6 del 9 agosto 1925, alcuni taxi prelevano i giocatori del Bologna e del Genoa dai rispettivi alberghi e li conducono, già in divisa da gioco, verso la destinazione della grande sfida.

URLA NEL SILENZIO
Non c’è anima viva in giro, il sole già infuoca l’aria. Al campo, imponenti schieramenti militari e di pubblica sicurezza («di fuori uno squadrone di lancieri che volteggiavano attorno al recinto, nell’interno un nucleo di carabinieri, agenti in borghese e guardie municipali» racconteranno le cronache) sono pronti a custodire il vuoto: non ci sono tifosi, solo i testimoni scelti e selezionati, tra cui i giornalisti: i loro articoli del giorno dopo racconteranno la partita del silenzio. Tra di loro, un cronista d’eccezione: Mario Santandrca, noto farmacista bolognese, corrispondente del Guerin Sportivo, che tra l’altro scriverà: «Non un grido, non un applauso partì dal pubblico, in campo si udivano solo i richiami dei giocatori, gli ordini dei capitani e i segnali dell’arbitro; ma in certi momenti non si avvertiva che l’ansimare dei gareggianti e i colpi che riceveva il pallone. La partita, senza la cornice e il caldo incitamento della folla, perdette molto della sua bellezza; tecnicamente fu anche inferiore a quella di Torino; ma la superò in emotività e raggiunse, specie sul finire, toni drammatici, ché tutti sentivano quale grande posta si decideva».
Il Bologna, che gioca in verde, passa in vantaggio grazie a una prodezza di Pozzi. Poi la difesa petroniana si supera per fermare le veementi azioni genoane. Quando Perin, a sette minuti dalla fine, inventa una conclusione che trafigge De Prà, il sipario può finalmente calare: 2-0.

ALBA DI VITTORIA
Mentre il Bologna ha scritto la prima pagina del periodo d’oro della propria storia, si chiude quello del Genoa, fermo a nove scudetti. Resta la doppia finale con l’Alba Roma, vincitrice della Lega Sud. 11 16 agosto, sul campo dello Steriino battuto da un vento torrido, il Bologna si impone per 4-0 in una partita con poca storia, arbitrata dal Commissario tecnico azzurro, Augusto Rangone. Lapidario il commento de La Gazzetta dello Sport: «Il risultato numerico suona a tutto favore del Bologna che invero ha dominato la partita tanto per superiorità di giuoco quanto per il superbo rendimento in velocità ed in potenza dei suoi uomini».
Il successo viene replicato con un 2-0 nella Capitale una settimana dopo. Per la prima volta i rossoblu sono Campioni d’Italia. A ciascuno dei protagonisti viene riconosciuto un premio di 1.200 lire.
Appena in avvio della convulsa sequenza, il 12 giugno 1925, alla presenza del Re, a Bologna è stata posata la prima pietra del nuovo stadio, il Littoriale, capofila dei grandi impianti italiani dedicati allo sport. Il capoluogo emiliano sta diventando protagonista di primo piano del calcio nazionale.
La squadra che con tanta fatica ha conquistato il primo ! scudetto è particolarmente equilibrata. In difesa, il portiere Gianni, dalla felina reattività muscolare, protegge i terzini Borgato, roccioso mastino di posizione, e Gasperi, “volante” più avanzato, ex interno dall’impetuosa carica agonistica, e l’eccellente mediana: Giordani, grinta da marcatore e qualità negli appoggi, lo spilungone Baldi, per il tocco raffinato detto “il centromediano in frac”, e Genovesi, superbo francobollatore.
In attacco, all’ala destra c’è Pozzi, ambidestro ma preferibilmente mancino, detto “Zinzela” (zanzara in dialetto bolognese), maestro nel dribbling e nel cross, e a sinistra l’estemporaneo Muzzioli, attaccante sgraziato e imprevedibile, che sarà soprannominato “Teresina” ' dall’ironia dei tifosi per le forme rotonde, rapido come il fulmine e capace di tutto in fase conclusiva. Al centro, il cannoniere Schiavio, uno dei più prolifici della storia: un torello d’area dal tiro proibito. Gli interni sono di assoluto valore: Geppe Della Valle è attaccante ma anche regista avanzato, il piccolo Perin è virtuoso del palleggio e gran tiratore. Tutti, con l’eccezione di Muzzioli, sono o entreranno nel giro della Nazionale.



Foto Story

Il Bologna per la prima volta campione d'Italia


Condividi



Commenta