Serie A 1923-24 - Genoa


Il Racconto


IL PARTO DELLE NEBBIE
Il calcio italiano si accinge a vivere una nuova stagione-chiave, destinata a segnare uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, irrimediabilmente diversi come orbitanti su pianeti lontani tra loro.
L’evento epocale cade il 24 luglio 1923: il giorno in cui Edoardo Agnelli, figlio del senatore Giovanni (fondatore della Fiat) ed esponente di spicco della più florida industria italiana, accetta la presidenza della Juventus, avviando un accostamento destinato a durare nel tempo e a lasciare una traccia indelebile nella grande parabola del calcio italiano. Come presto vedremo, tale ingresso dei potenti mezzi finanziari della grande impresa privata nel mondo del pallone non sarà indolore. Tra doglie vistose, farà da levatrice a una sorta di semi-ufficializzazione del professionismo, funzionale alla modernizzazione cui il calcio in espansione anela ormai da tempo.
Per capire quanto il bisturi della novità incida la carne di una situazione ormai consolidata da oltre vent’anni, è necessario addentrarsi nei meandri del clamoroso “caso” che lo contrassegna, illuminandone ogni angolo riposto. Il suo sviluppo è infatti istruttivo delle difficoltà di gestione del calcio italiano, premessa di una grande riforma che lo segnerà per sempre. In esso sono inoltre ravvisabili tutti gli elementi di contraddizione e di scontro, ma in definitiva anche di fondamentale, invincibile vitalità che fanno del gioco del pallone un fenomeno unico nella storia del nostro Paese. Ma andiamo con ordine. Quando i giochi del campionato 1923-24 prendono il via, c’è molta curiosità al Nord per capire quali ambizioni possa coltivare la Juventus, debitamente rinforzata (anche con l’arrivo già menzionato dell’allenatore Karoly) grazie alla nuova solidità finanziaria che la sostiene.
La squadra bianconera, dopo un avvio incerto, conferma sul campo le previsioni più ottimistiche assumendo il ruolo di protagonista del girone A, in concorrenza col favoritissimo Genoa, campione uscente. Ben presto tuttavia la sua ascesa si appanna, risucchiata nel gorgo del “caso Rosetta”, destinato a stravolgere non solo il campionato, ma l’intero calcio italiano. Ecco i fatti.

GAY LIBERATION
Estate 1923. La gloriosa Pro Vercelli versa in cattive acque economiche e il presidente, l’avvocato Luigi Bozino, spazientito dai mugugni dei giocatori desiderosi di regolari guadagni in linea con le abitudini ormai instauratesi negli altri grandi club, spedisce a tutti gli elementi della rosa una dura lettera.
In essa invita papale papale a togliere il disturbo chi non se la senta più di vestire gratuitamente (o quasi, come presto vedremo) l’immacolato colore delle maglie del glorioso club. Due “big”, il leader dell’attacco Gustavo Gay e quello della difesa Virginio Rosetta, non si fanno pregare e rispondono accettando l’invito con una regolare lettera di dimissioni.
Il 4 settembre la società replica a propria volta con una missiva di formale accettazione: i ragazzi dovranno passare in sede a restituire l'equipaggiamento e a ritirare, a mo’ di liquidazione, la quota ad essi spettante di quanto ricavato dalla pubblica sottoscrizione a favore dei giocatori della prima squadra. Entrambi sono dunque fuori rosa, come si direbbe qualche anno più tardi.
Rosetta resta a casa in attesa che canti qualche sirena, mentre Gay, già d'accordo col Milan, invia alla Lega Nord la richiesta di iscrizione d’autorità nella lista di trasferimento: in termini non burocratici, l’assenso a cambiare casacca. Otterrà nel giro di alcune settimane il nulla osta e di certo il fatto che il presidente dell'ente settentrionale sia Ulisse Baruffini, storico dirigente rossoncro, non nuoce al corso invero tortuoso della pratica. La concessione dovrebbe essere infatti tutt’altro che scontata: per accordare tale permesso, è necessaria l’attestazione della residenza nella città ove ha sede il club in cui si intende giocare, non essendo sufficiente - anzi, non essendo contemplate affatto dalle norme in vigore - il caso di “dimissioni” de giocatore e della conseguente accettazione da parte della sua società di appartenenza. Ora. Gay non risiede a Milane e a richiesta il Comune di Vercelli non esita a confermare la dimora dell’attaccante in Piemonte che lo escluderebbe dal beneficio. Tutto saltato? No. Per superare l’ostacolo, viene adottato un singolare escamotage: la Lega scrive che nulla osta in quanto in realtà Gay già da due anni risiede a Milano come certificato dalla Richard Ginori, che assicura sull’onore delle proprie porcellane di averlo appunto da quella data tri i propri dipendenti.
A parte il fatto quantomeno bizzarro che il documento di uni ditta privata venga considerato più probante dell’attestazioni di un ente pubblico, sorge spontanea una domanda: perchè retrocedere la faccenda a due anni prima, tra l’altro a rischio che - regolamento alla mano - vengano allora invalidati tutte le partite giocate in quel periodo dalla Pro, comprese quelle del titolo nazionale regolarmente vinto? L’unica possibile risposta sta nella parallela vicenda che va sviluppandosi attorno al compagno di dimissioni di Gay: Virginio Rosetta.

BOCCA DI ROSETTA
Facciamo un passo indietro. La Juventus ha giocato in amichevole a Vercelli il 23 settembre 1923 e l’assenza in campo ; dei due “big” dissidenti è stata notata. Una settimana dopo, nella replica a Torino del match i due mancano nuovamente all’appello e allora, insospettitosi, un dirigente juventino, Piero Monateri, chiede lumi ai colleghi vercellesi; si sente rispondere che Rosetta è a casa; anzi, se la Juve lo vuole, può anche tesserarlo, visto che è libero, avendo rassegnato le dimissioni (parole da cui forse traspira la speranza di ricavarne un vantaggio economico per il club).
Passano pochi giorni e si sparge la voce che la Signora bianconera ha presentato a Virginio Rosetta una sontuosa offerta messa sul piatto direttamente dal presidente Edoardo Agnelli, e che l’interessato l’ha subito accettata. E qui arriviamo ai giorni decisivi per il caso Gay.
facile pensare che a quel punto Baruffali non si accontenti di autorizzare Gay in rossonero, ma provi anche a ostacolare l’ingaggio dell’altro campione da parte della Juventus. Che intanto non ha ancora compiuto alcun passo ufficiale, essendosi messa alla finestra: per pubblicizzare l’ingresso nelle proprie file di Rosetta attende che si perfezioni quello di Gay nel Milan.
Le cose stanno a questo punto quando il campionato comincia a entrare nel vivo. La Juventus vi zoppica a metà classifica nel girone A e il Milan stenta in quello B quando la bomba esplode. 11 24 ottobre 1923 la presidenza della Lega Nord annuncia la “messa in lista di trasferimento d’autorità” di Gay, «perché risiede a Milano dal settembre 1921, benché per mancata notifica di partenza egli risulti ancora residente e domiciliato a Vercelli»; il giocatore può dunque indossare La maglia rossonera con tutti i crismi della regolarità.
La deflagrazione colpisce Vercelli, i cui caldissimi tifosi si infuriano alla notizia e inscenano manifestazioni di protesta, paventando lo smembramento della squadra, scesa in campo nelle prime domeniche in formazione rimaneggiata. Il presidente Bozino, vista la mala parata, reagisce duramente al comunicato della Lega Nord: lamentando lo “scippo” del giocatore - e fingendo di dimenticare di averne poche settimane prima accettato le dimissioni - inoltra uno sdegnato reclamo... a se stesso, nella veste di presidente federale. Nella tempestosa riunione del Consiglio federale che ne segue, il 3 novembre 1923, Bozino, malgrado il palese conflitto di interessi, anziché astenersi combatte furiosamente, viene messo in minoranza sul caso Gay, annuncia le proprie dimissioni e se ne va sbattendo la porta. Il Milan è a posto, anche se il debutto del nuovo centravanti - per una curiosa beffa proprio contro la Pro Vercelli, il giorno dopo, 4 novembre - coincide con una pesante sconfitta interna per 1-3. Ma Bozino non si arrende: forte del sostegno della piazza di Vercelli, mobilitata contro la perdita del campione, rincara la dose rilasciando una dura intervista alla “Gazzetta dello Sport”.

POTERE È VOLERE
Intanto, nonostante la Juve non abbia ancora presentato alcuna domanda, viene diffusa ad arte l’indiscrezione che i vertici bianconeri abbiano esercitato durissime pressioni per indurre il Consiglio federale a benedire il tesseramento di Gay al Milan, allo scopo di farvi conseguire l’ingaggio di Rosetta. Va precisato che la vicenda solo formalmente chiama in causa il dilettantismo, essendo di generale dominio che quello del massimo campionato italiano è solo di facciata; in realtà, lo scontro è anche e soprattutto di potere: da quando la Juventus è entrata a far parte di casa Agnelli, i club liguri e lombardi temono il sorgere della nuova potenza economica che potrebbe annullare la loro supremazia e cercano di stroncarla sul nascere. Il calcio, lo abbiamo visto, dal dopoguerra va conoscendo una espansione costante ed è inevitabile che cominci a muovere interessi finanziari non indifferenti.
Così in quei giorni il caso viene fatto lievitare da alcune “grandi firme” del giornalismo, che impugnando la fiammeggiante spada dell’Etica invocano la cacciata dei mercanti dal tempio del pallone. Se passera il favoloso contratto di Rosetta-ammoniscono - tutto il calcio italiano sarà a rischio, perché non conteranno più i sacri valori dello sport, ma quelli ben più profani della moneta. Si aprirebbe ufficialmente l'era del professionismo e il calcio cesserebbe di essere uno sport per anime nobili.

CALCIO DI RINVIO
Anziché accettare l’intimidazione mediática, la Juventus passa all’azione. Il 7 novembre Rosetta chiede alla Lega Nord io stesso trattamento riservato a Gay: allegando la lettera della Pro Vercelli di accettazione delle sue dimissioni, pretende di essere messo d’autorità in lista di trasferimento. La Presidenza della Lega, cioè Baruffini, anzichè concedere l'immediato nulla osta sulla base del fresco precedente, «rimanda l’esame della richiesta al Consiglio della Lega, perché il caso Rosetta è risultato dissimile dal caso Gay». A rimarcare che si tratta di un escamotage, la convocazione molto “comoda” dello stesso Consiglio di Lega per trattare la questione: il 1° dicembre, cioè tre settimane dopo, mentre il campionato è in pieno svolgimento!
Rosetta presenta allora ricorso alla Federazione e il Consiglio federale, sabato 24 novembre, in un’apposita riunione, gli dà ragione sulla base di una nuova norma: «Le decisioni con le quali i Consigli direttivi delle società accettano le dimissioni dei propri soci giocatori provocano la messa in lista di trasferimento automatica da parte dell’autorità federale». La decisione - una sorta di “legge ad personam” - viene considerata un sopruso dai tifosi di Vercelli, che manifestano la propria rabbia: fermare i “padroni” torinesi diventa a quel punto la parola d’ordine. Si giunge così alla clamorosa rottura. La Juve invia la raccomandata alla Lega Nord perché prenda atto della decisione del Consiglio federale e il giorno successivo, 25 novembre, fa esordire Rosetta centravanti nell’incontro casalingo contro il Modena, che perde (per un gol di Pastore) e subito inoltra reclamo per l’irregolare tesseramento dell’ex asso della Pro; la Lega Nord, sconfessando la Federazione, il 1° dicembre nella sua riunione accoglie il ricorso: confermata la non accettazione della richiesta di tesseramento di Rosetta, il Modena ha partita vinta a tavolino per 2-0. II calcio italiano è nuovamente scosso da uno scontro frontale.

IL FILM DEL CAMPIONATO
Il giorno dopo si gioca: che fare? Dato che ormai il braccio di ferro è tra Federazione e Lega Nord, la Juventus decide di insistere sui binari già seguiti: inoltra reclamo alla Presidenza federale e il 2 dicembre, nella partitissima col Genoa per la supremazia in classifica, schiera Rosetta centravanti e questi contribuisce con un gol al successo per 2-1 sui campioni d’Italia. Il duello tra i giganti del girone A è talmente sentito che lunedì 3 la pubblicità dei giornali di Torino annuncia: «Il match Juventus-Genoa si proietterà oggi in tutte le sue fasi elettrizzanti e con l’immensa cornice del pubblico entusiasmante. in entrambi questi locali: Cinema Teatro Vittoria e Cinema Royal».
Un fatto è certo: l’innesto di Rosetta ha garantito il salto di qualità alla squadra bianconera, attrezzandola di tutto punto per ambire al titolo nazionale. Inevitabile che il confronto si inasprisca.
Il Genoa, capofila del movimento, invia il reclamo di prammatica e ottiene rapida soddisfazione: 2-0 a tavolino sui bianconeri. La Juventus scivola in classifica nonostante i successi sul campo e la situazione, invero grottesca, comincia a diventare insostenibile.
Il vicepresidente bianconero Craveri in una appassionata missiva alla “Gazzetta dello Sport” denuncia il sopruso, ma riceve come risposta la secca argomentazione che la lettera del regolamento gli è contraria, prevedendo come causa di trasferimento d’autorità solo il cambio di residenza e non l’accettazione di dimissioni da parte del club di appartenenza. Il fatto è - sostiene però Craveri - che quel regolamento proprio il Consiglio federale l’ha cambiato, integrandolo con l’aggiunta del caso delle dimissioni accettate; e aveva piena potestà di farlo, in quanto per statuto ha il compito di «statuire in via provvisoria tutto quanto non fosse previsto dallo statuto e dal regolamento». La questione ha ormai imboccato la strada scivolosa dei cavilli giuridici. L’8 dicembre la Presidenza federale, riunita d’urgenza per il caso del risultato capovolto di Modena-Juventus, in un duro comunicato avalla la tesi di Craveri e della Juventus, richiamando la Lega Nord all’osservanza delle rispettive competenze e ribadendo il proprio diritto a statuire e sancire una via provvisoria per tutto quanto non sia previsto da statuto e regolamenti.
Forte di tale deliberazione, il 9 dicembre 1923, per la terza domenica di fila. Rosetta scende in campo come centravanti della Juventus, che batte 2-1 in trasferta il Padova, pronto peraltro anch’esso a inviare subito dopo regolare reclamo.

IL BIANCO MUOVE
Il 15 dicembre il Consiglio Federale si riunisce nuovamente e riafferma la propria posizione, riconoscendo alla Juventus it diritto di schierare Rosetta e restituendole i successi sul Modena, sul Genoa e sul Padova. Il caos è totale: esiste una classifica della Federazione e una della Lega Nord. Per tutta risposta il presidente di quest’ultima, Ulisse Baruffini, rassegna polemicamente il proprio mandato, convocando il Consiglio della Lega per sabato 22 dicembre a Milano. Qui, respinte le dimissioni, il consesso «si dichiara solidale con la Presidenza e decide di riunire tutte le società affiliate alla Lega in assemblea straordinaria per il 6 gennaio in Milano. All’assemblea il Consiglio stesso rimetterà il mandato a suo tempo affidatogli dalle società».
«La situazione» commenta “La Stampa” «viene dunque a complicarsi nuovamente. La Lega del Nord, o meglio il suo Consiglio, posto colle spalle al muro dalle ultime deliberazioni del supremo ente federale, spera di ribattere il colpo da questo ricevute con un voto delle Società, che vengono ore direttamente coinvolte nella questione. Sta a vedere cosa dirà ora la Federazione davanti a questa mossa».
La replica arriva, puntuale. 11 Consiglio federale, il 30 dicembre a Roma, dichiara decaduto l'intero Consiglio direttivo della Lega Nord, di cui l’immancabile Giovanni Mauro viene nominato commissario straordinario e annullata la convocazione dell’assemblea dell’Epifam; successiva, sostituita con un’altra dell’assemblea plenaria d tutte le società di Prima divisione a Torino per il 9 febbraio, li aggiunta, a tutte le società viene inviato un “libro bianco” coi i dettagli dell’incresciosa storia che vede coinvolti sia Gay che Rosetta. Un documento interessante, in quanto prende le mosse dal caso precedente di un terzo giocatore, De Nardo Ne parliamo a parte.

GIOCO DI SOCIETÀ
Ad alimentare i malumori di Baruffini c’è probabilmente anche il dispetto per il rendimento del Milan, al contrario di quello della Juve ben poco favorito dal nuovo innesto: da quando vi gioca Gustavo Gay, la squadra rossonera ha vinto solo due partite, perdendone tre e pareggiandone due, mentre il presunto asso venuto da Vercelli ha segnato in sette gare un solo gol.
Intanto, Rosetta scende ancora in campo a Bologna, contro la Virtus Bologna, e vi apre le marcature del 3-0 finale per gli ospiti bianconeri. La derelitta squadra emiliana, che ha perso l’undicesima partita di fila (su undici), non ritiene di avanzare reclami. E più non ve ne saranno, da parte degli avversari dei bianconeri, nelle successive partite, quando Rosetta (peraltro arretrato a terzino, nella posizione che gli assicurerà imperitura gloria come fuoriclasse assoluto) continuerà a scendere in campo. Il sasso ormai è lanciato e tutti aspettano la soluzione del caso.
Il 6 gennaio 1924 l’assemblea della Lega Nord si svolge regolarmente, in barba alla preventiva dichiarazione di illegittimità della Federazione. All’Albergo Concordia di Milano convergono i rappresentanti di ben 162 società: 44 liguri, 34 venete, 31 lombarde, 21 emiliane, 17 piemontesi, 8 toscane, 7 della Venezia Giulia. Della Prima divisione mancano solo Torino, Alessandria, Novese, Brescia e Spezia. L’avvocato Craveri, rappresentante della Juventus, chiede la parola per primo, sollevando la pregiudiziale dell’illegittimità dell’assemblea. La discussione si apre subito, accesa. Bozino, rappresentante della Pro Vercelli, sostiene che non sia di competenza della Federazione lo scioglimento della Lega, che è nominata dalle Società. L’avvocato Mauro contesta Craveri, argomentando che l’assemblea è stata convocata quando il Consiglio della Lega Nord non era ancora stato dichiarato decaduto e il provvedimento non può avere effetto retroattivo. Si va al voto e l’assemblea si... approva.
Dopo un violento scontro dialettico tra Craveri e Baruffini, chiuso con la solidarietà espressa dal Consiglio al proprio presidente, diventa protagonista Bozino, il quale fa rilevare a differenza esistente fra il caso Gav e quello Rosetta osser
vando che il Consiglio federale «ha conculcato lo spirito delle iste di trasferimento» e conclude chiedendo di respingere le dimissioni del Consiglio della Lega Nord.

VITA DA CONI
I delegati applaudono, il clima appare tutto contrario alla posizione della Juventus e si sostanzia alcune ore dopo in un ordine del giorno approvato plebiscitariamente con 156 voti favorevoli, 5 astenuti e uno solo (indovinate di chi?) contrario. In esso viene rinnovata la fiducia al Consiglio della Lega Nord, in aperta ribellione alla decisione del Consiglio federale, con toni talmente fermi da far paventare una nuova scissione, visto il muro compatto di quasi tutti i club del Nord, che costituiscono il nerbo del movimento.
Per scongiurarla, viene per la prima chiamato in causa - con una invocazione nel documento finale - un soggetto completamente estraneo: il Coni. All’epoca, questo è semplicemente l’ente cui spetta l’organizzazione delle spedizioni olimpiche nonchè il il reperimento delle relative risorse economiche, come da statuto approvato in occasione della sua fondazione, nel 1914.
Come si può dunque pretendere che intervenga nel conflitto istituzionale? Il cavallo di Troia per inserirlo nella questione viene individuato dai rappresentanti della Lega Nord nelle imminenti Olimpiadi, cui parteciperà anche la Nazionale di calcio, suscettibile di gravi ripercussioni dalla diatriba in atto sul giocatore Rosetta, chiaramente tra i potenziali protagonisti in maglia azzurra.
Non si sa quanto consapevolmente, l’appello al Coni finirà con l’assomigliare al drastico gesto del marito che per punire la moglie rinuncia alla propria virilità: nel tentativo infatti di scavalcare la Federazione, i rappresentanti del Nord individuano — meglio sarebbe dire inventano — un ente superiore che possa metterla in riga. Anche a costo di rinunciare alle proprie prerogative. Questo passaggio dell’ordine del giorno, che vi appare solo nella parte finale, apre in effetti le porte alla definitiva soluzione del caso-Rosetta. Come pure alle successive, durature e imprevedibili conseguenze indirette dello stesso. Perché l’indomani qualcuno risponde al richiamo. Qualcuno di importante.

SOLUZIONE DALL’ALDO
Il suo nome è Aldo Finzi e incarna una delle figure più controverse del Regime, dalla parabola quasi sconvolgente: volontario nella Prima guerra mondiale, accanto a D’Annunzio nel celebre volo su Vienna dell’agosto 1918, fiancheggiatore di Mussolini della prima ora, è stato protagonista della marcia su Roma nonché sottosegretario agli Interni nel primo governo del Duce; la sua ascesa politica, apparentemente irresistibile, tra qualche mese si incaglierà drammaticamente sull’omicidio Matteotti, di cui proprio Finzi finirà tra gli accusati, quasi certamente come capro espiatorio; e verrà recisa tramite una sorta di epurazione sostanziale: non rican-didato alle elezioni della Cameia nel 1929, Finzi si ritirerà a vita privata diventando grande produttore di tabacco nella sua tenuta a Palestrina; durante la guerra, subirà il confino, affiancherà la lotta partigiana e infine il 15 marzo 1944 sarà arrestato dai tedeschi, portato a Roma e fucilato il 24 marzo alle Fosse Ardeatine. Ma torniamo a noi.
Nel 1923 l’onorevole Aldo Finzi è uno dei personaggi più in vista del mondo politico e ricopre tra le altre la carica di presidente del Coni. Appunto in tale veste nelle prime settimane del 1924, preoccupato della crisi provocata dal caso-Rosetta e sentendosi invitato a intervenire dall’ordine del giorno dell’assemblea delle società del Nord, convoca d’urgenza una riunione dei propri organi direttivi. Al termine, viene emesso un ordine del giorno che suona come una sentenza. Non lo riportiamo, per il periodare astruso che lo connota.
Basta però a riassumerlo questa constatazione: al di fuori del politichese (all ’epoca già in voga) impiegato forse per camuffare in qualche modo l’evidente sconfinamento del Coni, che comincia nella circostanza ad agire di fatto come organismo supremo di regolazione dello sport italiano, è evidente il favore accordato alla posizione della Lega Nord, invitata peraltro a non disconoscere l’autorità del Consiglio federale.
Di questa presa di posizione non si potrà non tener conto, e gli sviluppi lo confermeranno.

I DUELLANTI
II giorno fatidico è il 9 febbraio 1924. L’assemblea generale del caldo italiano convocata dalla Federazione a Torino, presso il Restaurant du Pare al Valentino, è affollata di ben 301 delegali in rappresentanza di altrettante società e si incendia subito.
Craveri, avvocato di razza, declama una accesa filippica a difesa del comportamento della Juventus e della regolarità del tesseramento di Rosetta. E chiude apostrofando con paroledi fuoco diventate celebri l’acerrimo avversario diretto del braccio di ferro: «Non ho la minima speranza, non ho la minima speranza che le mie parole riescano a scalfire la faccia di bronzo dell’avvocato Ulisse Baruffimi».
Subito dopo, tra i due, già protagonisti di un durissimo faccia a faccia il 6 gennaio, volerà il guanto di una sfida a duello secondo le antiche regole della cavalleria, per una offesa «lavabile solo col sangue». In extremis, fortunatamente, lo scontro in armi verrà scongiurato.
Al momento, tuttavia, il veemente intervento di Craveri provoca soprattutto una generale sollevazione. Per assecondare la quale, viene suggerito di seguire la via autorevolmente tracciata dal Coni: le forme vanno rispettate. Non si può travalicare il Consiglio federale? E allora che venga sfiduciato.
Il vicepresidente federale, Mario Ferretti (Bozino è presente, ma dimissionario), difende invano l’operato del Consiglio federale: messo ai voti un ordine del giorno specifico («L’Assemblea approva l’operato del Consiglio Federale e gli accorda la fiducia») il Consiglio stesso viene fatto a pezzi da 188 voti contrari contro appena 87 favorevoli (e 10 astenuti) e si vede costretto a rassegnare le dimissioni. Subito dopo si approva un ulteriore ordine del giorno che nomina un «Direttorio composto di sette membri, il quale governi coi poteri del Consiglio Federale l’organizzazione calcistica italiana fino alla prossima assemblea generale ordinaria». In pratica, si tratta di un commissariamento della Federazione.
Sospesa per schiamazzi generali, il giorno dopo l’assemblea prosegue presso la Camera di Commercio del capoluogo piemontese per il disbrigo di una importante formalità: la nomina dei membri del “Direttorio”, che risulterà composto da Felice Tonetti, Roberto Gera, Luigi Bianchetti, Paride Nicolato, Enrico Bassani, Duilio Ripardelli e l’eterno Edoardo Pasteur.
Il Consiglio federale sparisce e verrà rieletto solo nell’assemblea generale del successivo 10 agosto 1924, a “caso Rosetta” ormai chiuso.

LA TESSERA FANTASMA
La prima riunione del Direttorio ha luogo pochi giorni dopo, il 17 febbraio, e definisce la questione nel modo apparso più gradito alla maggioranza dei club: «Viene considerata come non emessa la tessera a favore del giocatore Rosetta. Quindi detto giocatore rimane alla Pro Vercelli finché questa non lo metta in regolare lista di trasferimento. Detto giocatore non potrà giocare per l’anno in corso partite di campionato». Vengono peraltro confermate le tre sconfitte a tavolino già decretate dalla Lega Nord per le partite contro Modena, Genoa e Padova «che la Juventus aveva affrontato sotto la propria responsabilità». Invece i risultati delle altre gare stagionali che fino a quel momento hanno costantemente visto in campo Rosetta con la maglia bianconera, «giuocate dopo la messa in lista di trasferimento ed il rilascio di tessera del Rosetta, ammessa la buona fede della Juventus» vengono omologati. Una decisione singolare, soprattutto per i diritti degli avversari (gli sconfitti Virtus Bologna, Brescia e Casale, e il Livorno, che ha diviso la posta). Difficile non collegarla alla constatazione che i sei punti persi sono stati sufficienti a eliminare la Juventus dalla lotta per la vittoria nel girone, ciò che costituiva la reale posta in gioco.
Dalla domenica successiva, 24 febbraio 1924, Rosetta nor scenderà più in campo. Il caso è chiuso. La Juventus ha perse la sua battaglia. Anche Gay, peraltro, chiude il 17 febbraic la sua avventura in campionato e più in generale nel Milan Prima di abbandonare il pallone, disputerà ancora una partiti ufficiale qualche settimana dopo, il 21 aprile a Roma con li maglia della Nazionale “goliardica”, cioè la rappresentativa universitaria, contribuendo con un gol al successo per 3-0 sull’Inghilterra.
Laconicamente, “La Stampa sportiva” del 24 febbraio 1924, nella rubrica “Giuoco del calcio”, annota: «La classifica ha subito notevoli spostamenti nel girone A, in seguito alla decisione del Direttorio, presa in merito al caso Rosetta; decisione che toglie alla Juventus i punti vinti sul campo giustamente contro il Genoa, il Modena ed il Padova. Cosicché avendo questa 21 punti a pari del Genoa, passa automaticamente ad averne solo 15».

FUGA PER VITTORIO
Come abbiamo già accennato, si stanno nel frattempo approssimando le Olimpiadi ed è inevitabile che il nodo venga al pettine. Virginio Rosetta, additato al pubblico ludibrio come il mercenario che tenta di introdurre il cancro del professionismo nel corpo sano del calcio, all’indomani del fatidico 17 febbraio 1924 si barrica in casa, in uno stato d’animo che non è difficile intuire. Perciò, quando ai primi di marzo gli viene recapitata la convocazione della Nazionale per un’amichevole con la Spagna in vista delle Olimpiadi di Parigi, per non sentirsi “cornuto e mazziato” oppone uno sdegnato rifiuto al Direttorio che pochi giorni prima l’ha conciato per le feste. La ditta presso cui lavora (proprietà del consigliere juventino Sandro Ajmone) lo appoggia, fornendogliene il pretesto formale: la negazione del permesso di aderire alla chiamata. Vittorio Pozzo, fresco di assunzione della guida della rappresentativa azzurra, tiene troppo a uno dei pochi fuoriclasse assoluti del panorama nazionale e insiste presso i vertici federali.
Allora è di nuovo il Coni a muoversi, con una richiesta ufficiale «ai dirigenti della Juventus di adoperarsi per ottenere il necessario benestare per Rosetta da parte della ditta per la quale lavora». Insomma, lo sport va a Canossa, inoltrando la richiesta al club bianconero, con ciò implicitamente riconoscendone i diritti sul giocatore.
Edoardo Agnelli, ottenuto lo scopo di dimostrare a tutti che la pazienza ha un limite e che il proprio obiettivo è solo differito, concede a quel punto il nulla osta. L’assurdo è che sono i dirigenti della Juventus a dover intervenire, ma Rosetta scende poi in campo in quelle partite - a Milano contro gli iberici, a Budapest e poi nelle tre gare olimpiche - come tesserato della Pro Vercelli e dunque “messo a disposizione” dal club bianco!

CHE MUSICA, MAESTRO
La soluzione definitiva del “caso Rosetta” si celebrerà peraltro solo in estate, in vista della stagione successiva. Intanto, il campionato sta facendo il suo corso ed esprimendo valori tecnici nuovi, che provocano un nuovo piccolo grande sconquasso. In effetti, al Nord, se nel girone A il Genoa ha confermato la propria schiacciante supremazia una volta eliminato il pericolo Juventus, nell'altro raggruppamento è emerso un nuovo protagonista: il Bologna.
Rafforzata in attacco dall'affermazione del giovanissimo centravanti locale Schiavio e chiusa a doppia mandata in difesa dalla coppia di terzini Borgato-Gasperi, la squadra allenata dall’austriaco Felsner conduce un torneo di grande sostanza, che tocca il suo picco il 23 marzo 1924, quando infrange un mitico tabù, violando il campo della Pro Vercelli imbattuto da dieci anni. In proposito, commenterà il periodico “Calcio”: «Chi vide, dopo il match storico di Vercelli, i giocatori rossoblù ancor madidi di sudore e sporchi di fango affollarsi intorno a Felsner, abbracciarlo e baciarlo, può ben dire quale riconoscenza unisca gli allievi al loro maestro».
Forti di un gruppo cosi compatto, i petroniani chiudono in testa con una lunghezza sul Torino e tre sugli stessi bianchi vercellesi. Si prospetta dunque una finale di Lega Nord (quella che conta per il titolo) tra Genoa e Bologna.

ULTIMO FANGO A BOLOGNA
Il clima, tra le due squadre rossoblù, si surriscalda anzitempo, per la precisione all indomani della penultima giornata. Per una bizzarria del calendario, nel girone A il Genoa il 30 marzo 1924 si è recato in trasferta a Bologna, contro la Virtus Bologna, cogliendovi un pareggio in rimonta, mentre il Bologna giocava a Genova e batteva di misura l’Andrea Doria. Sette giorni dopo, è in programma un’amichevole della Nazionale contro l’Ungheria a Budapest. A tre giorni dalla trasferta, il club ligure nega i propri giocatori alla rappresentativa, il Bologna risponde con la stessa moneta e il povero Pozzo si ritrova senza i migliori, con la sola eccezione del genoano De Vecchi, legatissimo alla squadra azzurra e a chi la guida. Da quel duello di nervi a distanza in prospettiva titolo nazionale, nasce la più pesante sconfitta dell’intera storia della Nazionale italiana, che l’Ungheria seppellisce 7-1.
Quasi inevitabile che, con una tale premessa - di cui parliamo diffusamente nel capitolo relativo alla rappresentativa azzurra - il confronto diretto tra i due squadroni non fili via liscio. La finale di Lega Nord è in calendario qualche settimana più tardi. La partita di andata si gioca a Genova il 15 giugno e qui il lungo premere dei padroni di casa trova sbocco solo a sei minuti dalla fine a opera dell’estrema destra Neri. Il Bologna vi paga evidente lo scotto dell’emozione, contro una squadra che il leggendario William Garbutt ha ormai reso solida come la quercia e soprattutto espertissima degli alti livelli: non per niente sta lottando per il nono titolo!
Una settimana dopo, il 22, si gioca allo Steriino, il famoso “stadio in discesa” del capoluogo emiliano (dalla porta posta a valle a quella a monte correva un dislivello di oltre un metro). Piove a dirotto e tra scontri terrificanti e scivolate per il fango di un terreno al limite della praticabilità, l’arbitro Panzeri di Milano perde la bussola: una cronaca del giorno dopo lo definirà «naufrago in tempesta». Il dettaglio è importante per spiegare il convulso finale. Prima, è battaglia senza esclusione di colpi: Santamaria porta in vantaggio gli ospiti nel primo tempo; nella ripresa (al 56’) Pozzi pareggia su rigore per atterramento in area di Della Valle.
Ed ecco il colpo di scena: quando mancano cinque minuti al novantesimo, Panzeri fischia la fine. Appena rientrato negli spogliatoi, secondo alcuni cronisti dichiara di avere chiuso la partita per impraticabilità del campo. Dunque, il match sarebbe da ripetere. Ma il Genoa sporge reclamo e lo vedrà accolto non appena arriverà al tavolo del giudice sportivo il referto dello stesso Panzeri, che asserisce di aver «speciosamente concesso il calcio di rigore per evitare maggiori incidenti in campo e sulle tribune».
Il giudice sportivo concede la vittoria a tavolino per 2-0 al Genoa, che può così festeggiare anzitempo il titolo, grazie all’aggiudicazione “di fatto” da parte della Federazione, ancora una volta poco rispettosa delle forme, dato che la finale nazionale deve ancora disputarsi.

AVANTI SAVOIA
Neanche a farlo apposta, l’avversario questa volta si presenterà particolarmente agguerrito, riuscendo quantomeno a non perdere entrambi gli incontri. A centrare il primato è la squadra rivelazione del Savoia di Torre Annunziata. Già l’anno prima l’undici campano è arrivato a un passo dalla finale nazionale, perdendo seccamente dalla Lazio. La delusione ha dato vita a una svolta. Dimessosi il presidente Pasquale Fabbrocino, poco dopo l'ingresso di Agnelli nella Juventus un altro grande industriale è entrato nel calcio: Teodoro Voiello, imprenditore pastario di rinomanza nazionale. Diventato presidente del Savoia, per migliorare la squadra l’ha dotata di due allenatori, Di Giorgio e Wisbar, di un trequartista particolarmente abile in zona gol, Mombelli, e di un nuovo portiere, Beccaro, proveniente dallo Stabia.
Il girone regionale si è tradotto per i torresi in una marcia trionfale (9 vittorie e un pareggio), ma nelle semifinali interregionali la Lazio sembrava di nuovo un ostacolo insuperabile, essendo riuscita a infrangere con un secco 3-1 l’inviolabilità dell’Oncino, il campo di Torre Annunziata. I campani tuttavia, pur non ri uscendo a prevalere sui romani nemmeno nel ritorno (2-2 a Roma), si sono imposti in classifica agli avversari per un punto, qualificandosi per la seconda finale meridionale consecutiva. Opposto all’Alba Roma, il Savoia ha vinto all’andata in casa e ha perso al ritorno. A quel punto i romani, fiaccati dal lungo torneo, il 24 agosto non si sono presentati a Livorno per lo spareggio dando via libera agli avversari.

LA TORRE MUOVE
Si può ben immaginare a quale grado di “cottura” siano le squadre, mentre l’estate declina, al momento di giocarsi il titolo nazionale. Ma c’è un elemento ulteriore che sottolinea l’assurdità della formula, o quantomeno del suo calendario: il Genoa ha avuto ragione del Bologna il 22 giugno: deve aspettare oltre due mesi per poter affrontare, il 31 agosto, la partita di andata della finale nazionale.
Nel giorno fatidico, sul campo ligure, i campani combattono con ardore ma i padroni di casa colpiscono nel giro di due minuti, tra il 15’ e il 16’ del primo tempo, quando con due gol di Catto e Sardi ipotecano il successo. Però gli avversari, evidentemente più in condizione, sono tutt’altro che domati, come conferma la cronaca de “La Stampa”: «L’incontro, se non è riuscito interessantissimo, è stato tuttavia seguito con attenzione perché un fatto inaspettato si è verificato nel corso della partita. Il Savoia, di classe nettamente inferiore al Genoa, dopo un primo tempo nel quale ha subito la superiorità dei rosso-bleu, è andato man mano riprendendosi giungendo fino a muovere ad entusiasmo il pubblico genovese. Con questo non si vuol dire che la squadra del Savoia sia una seria avversaria per le squadre settentrionali, ma essa si è rivelata come la migliore di quelle venute finora dal Sud a contendere il titolo alle squadre del Nord.
Il Genoa, evidentemente a corto di lavoro, dopo un primo tempo assai ben condotto, ha finito nel secondo per cedere, dando evidente segno di stanchezza che poteva riuscirgli fatale di fronte all’avversaria più decisa. Nel complesso l’incontro è piaciuto e se pure non è stato interessantissimo e combattuto con estremo vigore, pure ha avuto momenti assai brillanti nei quali rifulse specialmente il valore dei campioni partenopei».
Dopo quattro minuti della ripresa Bobbio riapre la partita, che il solito implacabile Santamaria chiude sei minuti più tardi. Finisce 3-1 e “Il Calcio” racconta così i valori della squadra ospite: «Il trio difensivo costituisce un buon baluardo, preciso, potente, deciso. Visciano ha parato una infinità di palloni, sfoggiando un buon senso di posizione e attanagliando ferreamente i bolidi che gli attaccanti rossoblù gli indirizzavano. Dei due terzini, più preciso e potente Lo Bianco, più disordinato ma più irruente Nebbia. Nella linea mediana emerse il biondo Cassese, che però, nel secondo tempo, causa una leggera distorsione, dovette passare all’ala sinistra. Tra gli avanti emersero Bobbio buon distributore e trascinatore e la mezza sinistra Mombelli, che fu il più pericoloso tiratore di tutta la linea».

ADESSO PASTA
Il match di ritorno, il 7 settembre 1924, è un evento per Torre Annunziata, come raccontano le cronache locali a proposito deH’arrivo dei genoani in città: «Il Corso Umberto è gremito, i tifosi accompagnano in corteo i campioni fino al Municipio, dove, nella sala comunale, il sindaco, avvocato Francesco Gallo de’ Tommasi, dà il benvenuto della città ed offre in dono pacchi della migliore pasta torrese. Commosso e non poco impacciato ringrazia per tutti il capitano De Vecchi». La partita, complice il caldo e la stanchezza, vede i padroni di casa battersi da pari a pari con il più quotato avversario e si chiude sull’ 1-1, grazie alle reti segnate, in un botta e risposta nel giro di due minuti, dal genoano Moruzzi e da Mombelli a venti dalla fine. «A Torre Annunziata i genoani si sono dimostrati complessivamente superiori, ma il Savoia ha esplicato una brillantissima combattività. È mancato in parte l’attacco genovese anche per la mancanza di Bergamino e Sardi, mentre la difesa fù all’altezza della sua fama».
Per il Genoa si tratta del secondo trionfo consecutivo, testimonianza di una superiorità tecnica indiscutibile. Poiché, come vedremo, viene stabilito che da quest’anno la squadra vincitrice del titolo sarà contraddistinta da un inedito fregio, le maglie rossoblù avranno l’onore, nella stagione successiva, di essere le prime a portare sul petto lo scudetto tricolore. Nessuno lo merita più della squadra ligure, giunta al nono successo nazionale. Eppure, paradosso del destino, proprio qui si chiude la straordinaria avventura di vertice del club rossoblù.



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Il Genoa che colse il suo nono e ultimo scudetto


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