Serie A 1922-23 - Genoa


Il Racconto


PUNTO DI ROTTURA
A chi giova il campionato spaccato in due? I grandi da una parte, i piccoli dall’altra, come abitanti di mondi diversi e paralleli destinati a non incontrarsi mai: a chi giova? A nessuno. Già l’Italia, in quegli anni, è profondamente divisa. La guerra ha tracciato un solco profondo. Chi la voleva e magari s’è pentito, nel non veder tornare a casa i propri figli. Chi non la voleva e ora ha solo rancore, perché i propri figli non ci sono più o sono tornati dal fronte senza le gambe o le braccia, inabili al lavoro. E poi, la miseria. Dalla guerra il Paese non ha raccolto vantaggi, ma solo fame, una povertà diffusa, che dilaga nelle campagne e nelle città. E chi ha combattuto, chi ha morso il fango e la polvere nelle trincee respirando la paura e il sangue dei caduti, anziché un eroe, se ne è andato in giro in questi anni grami come fosse un colpevole del grande disastro: la divisa, qualcosa di cui vergognarsi. In questo pentolone ribollente di umori cattivi, il calcio esala nonostante tutto un profumo di cose buone, allegre.
Sarà che la partita - nel polverone dei campi spelacchiati - esibisce ragazzi sani e vigorosi, la speranza in un futuro gagliardo come certe azioni da gol; l’idea che comunque il Paese, o almeno una sua buona parte, dalla guerra si è salvato, è uscito con la voglia intatta di correre e di vincere le difficoltà della vita. Tanto più che il pallone, alla fin fine, raccoglie lo spirito di antagonismo, radicato nel campanile o nella voglia di rivalsa che brucia dentro nel dolente incedere dei giorni, e lo riversa in quello che resta comunque uno svago, una parentesi nelle traversie quotidiane. Poi magari ci si mena coi tifosi avversari, ma è pur sempre un esercizio liberatorio, una valvola di sfogo; e quando il cuoio entra in rete, è bello esultare - e financo magari disperare senza dover contare caduti o ferite insanabili. Questa è la sua forza, formidabile e unificatrice perché largamente condivisa, da una parte all’altra d’Italia. E allora: a chi giova?

ENTI A CONTATTO
Cosi, fin dalle prime battute dei due campionati paralleli nel 1921, per iniziativa della Gazzetta dello Sport sono stati avviati contatti con i due enti contrapposti, al fine di limitare al massimo i danni.
Intanto, sul piano dell’immagine intemazionale: e in effetti la Nazionale finisce col giocare una sola partita a puri ranghi “federali”, cioè esclusivamente con giocatori di club minori. In secondo luogo sul fronte che potremmo definire sociale, per una evidente questione di opportunità. Il Paese, l’abbiamo accennato, è in quei mesi più diviso che mai; se prima c’era una sorta di separazione solo tra poveri e ricchi, adesso le cose sono cambiate. Mussolini ha fondato il fascio, in piazza San Sepolcro nel marzo del 1919, e a poco a poco con gli anni ha raccolto il consenso di tanti scontenti della guerra, soprattutto soldati tornati con un pugno di mosche in mano dopo aver messo in gioco la vita in trincea. E un magma incandescente ha cominciato a ribollire nel Paese. Le violenze tra “squadre” fasciste e antagonisti “rossi” (anarchici, socialisti e poi anche comunisti) - in gran parte una zuffa tra poveracci, alla fin fine, aspiranti a una nuova giustizia sociale - vanno avanti da un pezzo, mietendo vittime e alimentando rancori diffusi, mentre la divisione del mondo politico segnala una crisi di governabilità sempre più allarmante. È guerra civile, più o meno strisciante. Nessuno ha interesse che anche il pallone continui a essere motivo di conflitti diversi da quelli del campo che gli sono propri.

PACE PER TUTTI
Il terreno di un possibile riavvicinamento, d’altronde, è fer-tile. I piccoli club hanno spinto la propria intransigenza fino all’autolesionismo di un campionato “povero”, in definitiva proprio ciò contro cui si sono battuti; e gli effetti, di scarsa qualità del gioco e basso interesse di pubblico, saltano agli i occhi e li fanno impazienti di uscire prima o poi da una “stretta” troppo palesemente contraria agli obiettivi di partenza. Continuare cosi significherebbe dover chiudere bottega, quasi tutti, molto presto. Mentre per i “grandi” il campionato monco è comunque una ferita da sanare per lo stesso prestigio (e dunque gli incassi) di quello che è ormai diventato lo sport nazionale; perché il sale della competizione è anche nell’obiettivo di un unico alloro per la vittoria, mentre così si finisce col giocare solo “uno” dei campionati, e chi lo sa se è veramente il migliore.
Come poi si addivenga all’accordo, attraverso un accidentato percorso diplomatico, lo spieghiamo a parte. Ciò che conta è la conclusione e l’avvertenza che la partita si gioca quasi esclusivamente sul terreno del Nord: sono le squadre settentrionali a contare davvero, perché è dal campionato di Lega Nord che esce immancabilmente il vincitore del titolo, restando una formalità la finale con il campione del Centro-Sud. E quindi tutta settentrionale è anche questa sorta di campionato al di fuori dei campionati che si disputa per salvare il calcio dalla polverizzazione. La parola fine la scrive il trattato di pace che il 26 giugno 1922 sancisce la riunificazione dei campionati, sottoponendoli a regole nuove.

FIOR DI LODO
Vi si prevede una riduzione graduale delle squadre settentrionali di Prima divisione: nel 1922-23 in via transitoria saranno 36, nel torneo successivo caleranno a 24, per retrocessione delle ultime quattro classificate di ognuno dei tre gironi, non compensata da promozioni dalla Seconda Divisione. Le 36 iniziali verranno scelte con un criterio misto: 12 le designerà la Figc, 12 la Cci e le restanti 12 saranno individuate da un arbitro, «completamente libero di adottare il sistema che più ritenga rispondente ai criteri sportivi e alla valutazione delle forze che militano nei due campi» come recita la lettera del dispositivo. Il delicato compito viene affidato a Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, tanto prodigatosi per la causa della riunificazione.
La Figc designa Novese, US Torinese, Esperia Como, Cremonese, Petrarca Padova, Udinese, Spai, Virtus Bologna, Lucchese, Sampierdarenese, Speranza Savona e Pro Livorno, quest'ultima destinata nel giro di poche settimane a fondersi con l’US Livorno, dando vita al Livorno. La Cci risponde con: Pro Vercelli, Novara, Bologna, Mantova, Andrea Doria, Juventus. Genoa, Alessandria, Pisa, Modena, Padova e Casale.
Dal “lodo Colombo”, col sostegno di dotte dissertazioni e a seguito di incontri di qualificazione estivi, verranno aggiunte Hellas Verona, US Milanese, Milan, Legnano, Savona, Torino, Pastore, Rivarolese, Intemazionale, Brescia, Derthona e Spezia. Vi si sommano 19 squadre di Lega Sud, tutte provenienti dalla Cci, che costituiscono ancora un mondo a parte e resteranno raggruppate in gironi regionali praticamente senza retrocessioni.
Il 21 agosto 1922 si tiene la prima assemblea federale dopo la ritrovata unità. Presiede l’ingegner Francesco Mauro. Viene eletto presidente del Consiglio federale l’avvocato Giovanni Lombardi, che molto si è battuto nel lavoro diplomatico per gettare un ponte tra le due sponde. A capo della Lega Nord, Ulisse Baruffini; di quella Sud, Vittorio Scialoja.

LA MARCIA SUL CALCIO
L’8 ottobre 1922 prende l’avvio il campionato della ritrovata unità, in un’Italia lacerata dalle violenze dello squadrismo fascista che il debole governo Facta non è in grado di tenere sotto controllo. Da quasi tre anni, come abbiamo accennato, il Paese vive in uno stato latente di guerra civile ed è quasi un miracolo che si ritrovi negli stadi per respirare l’aria salubre delle sfide del pallone.
«Ventimila e più lire di incasso, una vittoria netta sui campioni confederali» così comincia la cronaca de La Stampa del successo del Torino sulla Pro Vercelli (2-0) nella prima giornata del nuovo torneo. L’incasso vertiginoso fa notizia e anche dagli altri campi non manca la notazione del folto pubblico, a conferma dell’ormai acquisito ruolo di protagonista della vita nazionale del campionato di calcio.
Il Paese però vive in quelle settimane ore febbrili. Mussolini si appresta a prendere il potere. Alla vigilia della quarta giornata, sabato 28 ottobre 1922, è in corso, nella più totale confusione, la “marcia su Roma” degli aderenti ai fasci. Il governo in carica (pur dimissionario) decreta lo stato d’assedio. Benché poi il provvedimento rientri per il rifiuto del re a sottoscriverlo, esso rende bene l’idea della concitazione del momento e preannuncia la paralisi del calcio, attività che per il proprio svolgersi richiede spostamenti tra le varie città. Il giorno successivo, domenica 29 ottobre, lo stesso sovrano, che ha preferito evitare lo scontro e anticipare la resa, conferisce l’incarico di formare il nuovo governo a Benito Mussolini (rimasto a Milano). Non è stalo sparato un colpo, lo stato d’assedio si è asciugato sulla carta, ma ormai è tardi per riorganizzarsi. Così il campionato quella domenica è fermo, anche se si fatica a trovarne notizia sui giornali, quasi lo stop fosse una sorta di naturale conseguenza del sommovimento in atto, senza necessità di formalizzarlo con atti ufficiali magari poco semplici da redigere quanto a motivazione.
Sette giorni dopo, il 5 novembre, tutto è già tornato alla normalità: si gioca la giornata perduta come se niente fosse, e intanto comincia il campionato al Sud. I treni dei “marciatori” li hanno riportati in fretta a casa risalendo la Penisola così come discendendola li avevano condotti alle soglie della Città Eterna e in breve la vita riprende come dopo una trascurabile parentesi. Tutto finito.
Il calcio è una volta di più fedele specchio degli eventi, non essendo dubbio che il “primo” Mussolini venga salutato, e in gran parte si comporli, come una sorta di sedativo della guerra civile che dopo tre anni la maggioranza degli italiani non sopporta più.
Della serenità e “normalizzazione” che sia pure a fatica il clima sociale riconquista nel giro di qualche mese (più precisamente dopo l’istituzione della Milizia fascista, che mette la mordacchia alla violenza sanguinaria delle squadracce), il pallone si giova grandemente, tanto che quel campionato finirà col segnare una tappa fondamentale nello sviluppo tecnico del calcio italiano.

IL TRENO DI SPADE
A dominare la scena è il Genoa, plasmato dal lavoro del suo allenatore, mister Garbutt, e trascinatore di un seguito di tifosi che si fa imponente anche in trasferta, a costo delle pesanti sfacchinate che i mezzi di locomozione del periodo impongono. Alla vigilia dell’ultima partita del girone finale di Lega Nord, prevista a Padova il 1° luglio, Il Secolo XIX annuncia:
«La direzione del Genoa Club comunica che in occasione della partita finale del campionato italiano di foot-ball che avrà luogo a Padova il 1 luglio corr. anno, organizza un treno speciale per quella città in partenza domenica mattina alle ore 6 con ritorno il lunedì mattina, giorno 2, alle ore 3. I prezzi sono: L. 76 in terza classe e L. 133 in seconda classe, andata e ritorno. Una vettura ristorante farà servizio per la colazione al mattino e al mezzogiorno, e per il pranzo alla sera, se vi saranno al minimo settanta persone per la consumazione dei pasti».
Avete capito che tour de force, per quegli irriducibili amanti dei colori rossoblù? Quasi ventiquattr’ore filate. Come si ripresenteranno sul posto di lavoro il lunedì mattina, poche ore dopo l’arrivo in stazione, non è difficile immaginare, ma ciò che conta è appunto l’attaccamento ai giocatori del cuore che giustifica simili sforzi. Fiaccata dalla guerra e dai turbolenti e avari anni che ne sono seguiti, la gente italiana trova nel tifo per la squadra di calcio un prezioso alleato nella quotidiana lotta per rendere meno grama la propria esistenza.

ARRIVANO I NASTRI
Il ruolino di marcia della imbattuta squadra rossoblù è impressionante: 17 vittorie e 5 pareggi nel girone di Lega Nord, 3 vittorie e un pari nel girone finale di Lega Nord e 6-1 complessivo nella doppia finale nazionale contro la Lazio.
Nel corso di quest’ultima si verifica un curioso contrattempo: la partita di andata a Genova, il 15 luglio, col risultato sul 2-1, viene interrotta a metà ripresa per un malessere ddl’arbitro, nel momento in cui la Lazio sta furiosamente premendo su un avversario visibilmente stanco. Alla ripresa del gioco dopo un sensibile ritardo, lo slancio degli ospiti è ormai scemato e la squadra non potrà non rammaricarsene, anche se la superiorità dei liguri non è mai stata in discussione. IlGenoa 1922-23 è in effetti un complesso di straordinario equilibrio, costruito da Garbutt partendo dalla impermeabilità difensiva, perché è dalle fondamenta che si costruisce una casa solida.
In proposito, è illuminante il ricordo di Giovanni De Prà, grande protagonista di quella terza linea. Un portiere straordinario, tra le “stelle” assolute e più amate della squadra, che si vantava di non avere mai subito gol su punizione da quando era andato a lezione di geometria calcistica: «In tutto il campionato 1922-23 subii solo 18 gol e fu la mia affermazione e la ricompensa di aver ben studiato. Mister Garbutt, che veniva dalla scuola inglese, mi mise in contatto per corrispondenza con il famoso portiere Scott del Liverpool, dal quale appresi tutto quello che so. Un giorno, arrivò a Marassi con alcuni chilometri di nastri e in una ventina di minuti li sistemò nell’area di rigore, stendendoli dalla porta in diverse direzioni e fissandoli a terra con picchetti. Pareva d’essere a carnevale e invece... si trattava di una lezione elementare e universitaria a un tempo. Quel giorno compresi tante cose, e soprattutto l’arte del piazzamento. Dopodiché, io mi piazzavo qua, oppure lì, a seconda degli ordini di Mister Scott e subito dopo aveva inizio il bombardamento di tiri. Un bombardamento che mi lasciava quasi indifferente: in ossequio alle leggi della geometria, nessuno, salvo imprevisti, poteva infilarmi un gol su calcio piazzato. Mister Scott, infatti, mi aveva insegnato prima in teoria e poi in pratica che era possibile coprire tutti gli angoli “vivi”, seguendo i nastri».

IL MISTER GLORIOSO
L’uomo che, attraverso l’appellativo con cui tutti gli si rivolgono a causa della sua nazionalità - “mister” - trasmetterà agli allenatori italiani un appellativo in voga ancora un secolo dopo, ha il professionismo nel sangue, non solo nel portafoglio.
Si chiama William Garbutt, come detto, e sin dai primi giorni dell’esperienza genovese, nell’epoca antecedente la Grande guerra, si è rivelato maestro pignolo e assiduo nel “lavorare” ogni giocatore ai fondamentali, introducendo tecniche di allenamento inedite. Chi calcia con un piede solo viene costretto a scendere in campo tenendolo scalzo, così da dover calciare con l’altro, educandolo al tocco. Sul prato d’allenamento fissa una serie di pioli, sempre più ravvicinati, che gli allievi devono superare zigzagando palla al piede, così da migliorare il controllo della sfera. E per colpire bene di testa, i ragazzi saltano a impattare palloni sospesi in aria tramite una fune e sollevati sempre di più. Un perfezionista, impiegato anche dalle Commissioni tecniche della Nazionale. Nel 1924, all’altezza del terzo titolo nazionale conquistato dal Genoa sotto la sua guida, il suo stipendio salirà alle stelle: 15.000 lire annue (quasi 160mila euro di oggi), a conferma del l’importanza riconosciuta al suo lavoro. In un’epoca, si badi bene, in cui ancora in gran parte la figura dell’allenatore non esiste, nelle squadre italiane, toccando al capitano o a una “commissione tecnica” la gestione degli allenamenti.
Si capisce dunque che l’esempio del Genoa a poco a poco faccia proseliti. Nel settembre del 1920 il Bologna ha ingaggiato l’austriaco Hermann Felsner. In questa stagione anche l’Inter, scampato il pericolo della retrocessione in Seconda Divisione, si è rivolta all’estero, assumendo come “tramer” l’inglese Bob Spottishwood. E la Juventus a fine campionato, nell’estate del 1923, assumerà Jeno Karoly, già capitano della Nazionale ungherese che brutalizzo ò-l la nostra giovanissima rappresentativa al suo secondo impegno nel 19I0 e ora allenatore.
Garbutt esalta il ruolo del tecnico e della preparazione in un calcio che va sprovincializzandosi; proprio la sua squadra riprende, una volta vinto il campionato, il filone delle tournée sudamericane anteguerra: in un lungo e lucroso giro oltreoceano, i ragazzi rossoblu, rafforzati da assi di altre squadre (Baloncieri, Moscardini, Romano), entrano in contatto col meglio del calcio di Argentina e Uruguay che gli europei impareranno a conoscere di li a un anno alle Olimpiadi di Parigi. I giocatori si risparmiano tre impegni ulteriori in Brasile non avendo ottenuto un corrispondente aumento del “premio” pattuito, il che ci porta direttamente alla considerazione dello stato di professionismo virtuale (ancorché mimetizzato da un rigoroso dilettantismo di facciata) che fa da scenario al calcio dell’epoca. E che di qui a poco darà vita a un caso dirompente.

I PALESTRATI
Su come vivono in quegli anni di avventuroso dopoguerra le stelle del pallone in Italia, ecco ancora la testimonianza di De Prà: «Non c’erano laute paghe: io ho preso da 750 lire al mese a un massimo di 1.500, la nostra vita era più che semplice e non da “divi del cinema”. La squadra era composta da atleti esperti in altre attività ginnastiche e tutte le sere si andava in palestra. Gli allenamenti avvenivano il martedì e il venerdì dalle 16 alle 18. Ad esempio Burlando nel 1924 a Parigi, alle Olimpiadi, partecipava contemporaneamente al calcio e alla pallanuoto! Un nostro giocatore, Moruzzi, giocava da titolare come terzino destro e poi... da mezz’ala sinistra, al posto di Santamaria, quand’era necessario. In quanto a me lavoravo nel nostro negozio di mobili, compreso il sabato pomeriggio, la sera veniva mia moglie a portarmi la valigia e a mezzanotte via in treno per le lunghe trasferte, Padova o Roma e altre. Arrivato la domenica mattina (in terza classe), una bella doccia, la Messa e una frugale colazione, poi la partita. La domenica sera... via in treno per essere lunedì mattina a Genova ad aprire il negozio e andare poi a dormire il lunedì sera!».



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