Serie A 1921-22 - Pro Vercelli (CCI) e Novese (FIGC)


Il Racconto


IL GRANDE SCISMA
La pace raggiunta nel settembre 1920 era puramente fittizia, non essendosi risolto il problema di fondo, come abbiamo già annotato: «Ognuno voleva giocare nella categona maggiore» sintetizzerà Vittorio Pozzo, mettendo il dito nella piaga del calendario agonistico: «così successe che nelle stagioni 1919-20 e 1920-21, a forza di cedere di qui e di là, il numero delle squadre presenti nella massima Divisione venne a superare quello delle domeniche dell’anno solare. V’erano gironi eliminatori regionali, semifinali interregionali montate su quattro gironi di quattro squadre l’uno, finali in campo neutro fra le vincenti dei quattro gironi. Ciò sia al Nord come al Sud: infine si giungeva alla finale su campo neutro fra i due settori dell’Italia.
Così, chi vinceva andava avanti fino alla fine, che voleva dire luglio od agosto, e chi veniva eliminato rimaneva fermo e stava a guardare, magari fin dal novembre o dicembre».
Con l’approssimarsi della nuova stagione, il latente dissidio tra grandi e piccoli club riesplode: i primi, che hanno masticato amaro per la vittoria di Pirro dopo la secessionelampo, pretendono si faccia finalmente luogo alla fin troppo procrastinata riduzione del numero delle squadre della massima serie, per “migliorare il livello del gioco”; i secondi insistono nel pretendere una selezione meno severa, per favorire la promozione capillare del calcio e in nome dell'equità sportiva (casualmente coincidente coi lauti introiti che solo gli incontri di cartello coi “grandi” garantiscono). Ancora una volta, questi ultimi contano su una maggioranza numerica quasi schiacciante, “pesando” i voti tutti allo stesso modo in sede di assemblea. In previsione della riunione generale, le grandi società questa volta affidano a una Commissione la redazione di un progetto per la modifica del regolamento dei campionati che ne razionalizzi una volta per tutte la formula. A presiederla viene chiamato Vittorio Pozzo, che abbiamo già visto nelle vesti di direttore tecnico del Torino, segretario della Feder-calcio e Commissario tecnico della Nazionale alle Olimpiadi del 1912, oltre che di valente giornalista. Pozzo è un appassionato formatosi alla scuola dei movimenti leader del calcio europeo. Inghilterra e Svizzera, che ha frequentato in prima persona; giustappunto alcuni suoi articoli sui concetti che presiedono l’organizzazione del campionato inglese ne hanno segnalato la particolare competenza in materia.
Accanto a lui, un gruppo ristrettissimo: Ernesto Vota di Torino (segretario), Piero Alberimi di Vercelli, Agostino Capelli di Milano e Umberto Mambelli di Casale. Dopo aver ascoltato rappresentanti di società e della Federazione, la commissione si mette al lavoro e rapidamente si sfalda. Troppi gli interessi in gioco, le spinte, le pressioni. Ci vuole altro, però, per piegare la tempra di Pozzo. Il quale va avanti e finisce col redigere da solo il progetto, che viene reso pubblico e da lui prenderà il nome.
Si tratta di un disegno informato a una lucida visione del calcio moderno, con soluzioni in anticipo sui tempi: vi si prospetta la distribuzione delle squadre in quattro divisioni in base a tre criteri: valore tecnico del momento, anzianità, saldezza finanziaria. La prima di queste divisioni - cioè la massima categoria - è strutturata su un unico girone con 24 partecipanti: conseguenza pratica, oltre 40 squadre verrebbero “retrocesse”, perdendo la possibilità di giocare con le “grandi”. Un effetto che salta all’occhio e accende immediatamente la polemica.

OPERAZIONE BOOMERANG
In una riunione a Novi Ligure organizzata dal presidente della Novese, Mario Ferretti, il progetto viene bollato dai rappresentanti dei piccoli club come «lesivo ai principi sportivi e agli interessi della maggioranza delle società federate» e dunque meritevole di un’opposizione totale. I club la sanciscono nel “patto di Novi”.
A Milano, in un raduno contrapposto, i grandi club rispondono che in caso di bocciatura del progetto Pozzo sono pronti a fare da sé, uscendo dalla Federazione e organizzando un proprio campionato. E suggellano il “patto di Milano”, avvertendo che questa volta si fa sul serio.
Nella votazione dell’assemblea generale del 23 luglio 1921 alla Camera di Commercio di Torino, il progetto Pozzo viene sonoramente battuto, come era facile prevedere, vista la preponderanza numerica delle società minori. I rappresentanti dei grandi club abbandonano immediatamente il convegno per riunirsi al Caffè Fiorina, in via Pietro Micca, ritrovo abituale di giocatori e dirigenti juventini. Qui, il giorno dopo nel pomeriggio, Luigi Bozino tenta una conciliazione che si rivela impossibile. I “falchi” dei due schieramenti sono decisi ad andare fino in fondo: i piccoli, perché convinti di poterla spuntare anche questa volta, i grandi in quanto determinati a far tesoro della lezione di dodici mesi prima. Nasce, in contrapposizione alla Figc, la Cci, Confederazione calcistica italiana.
Lo scisma è compiuto, senza possibilità di una pace tardiva i come nell’anno precedente. Con l’avvio della stagione agonistica partono due campionati paralleli e non comunicanti.
Il primo, della Figc, rappresenta una vittoria di Pirro: consta di 46 squadre ed è popolato da una marea di club di piccoli centri, dal Piemonte fino alla Toscana, con esclusione del Sud Italia; e lede a conti fatti proprio l’interesse a battersi con le grandi per cui i “minori” hanno combattuto fino a provocare la frattura insanabile. Lo vince la Novese, che Mario Ferretti (vicepresidente federale) ha potenziato assumendo con ricchi ingaggi (ovviamente sottobanco) alcuni campioni come gli interisti Zizi Cevenini, il terzo della serie e il più geniale, il primogenito Aldo e Giuseppe Asti, e l’asso del Genoa Aristodemo Santamaria. La finale con la Sampierdarenese, interminabile, si snoda in tre puntate e a interrompere gli sbadigli intervengono i tre gol realizzati nel terzo appuntamento, lo spareggio di Cremona.
Il secondo torneo, dei “fuorusciti”, è quello tecnicamente più interessante. Schiera al Nord 24 squadre secondo il progetto Pozzo, peraltro divise più razionalmente in due gironi, e 36 squadre al Sud, spalmate su raggruppamenti regionali. Quelle settentrionali costituiscono la “crema” del panorama calcistico nazionale e tra esse prevale la gloriosa Pro Vercelli, al canto del cigno. Per contrappasso storico, infatti, la prevalenza tecnica della provincia è destinata in breve a diventare un ricordo proprio a causa dell’inarrestabile crescita economica dei club metropolitani, al cui fianco i “bianchi” si sono schierati.

I MASSICCI DEL BIANCO
Passate le squadre toscane nei gironi del Nord, alla finale nazionale giunge come vittima sacrificale la Fortitudo di Roma e per le bianche casacche superarla si conferma poco più che una formalità. Grazie a una superiorità schiacciante, a leggere le cronache del tempo, non solo quanto a caratura tecnica, ma innanzitutto sul piano atletico: nel match di andata a Roma, racconta “La Stampa Sportiva”, «la Fortitudo si è battuta bene, si è battuta con ogni energia ed ha dato tutto quanto era possibile dare senza scoraggiamenti e senza debolezze.
Ha dovuto piegare di fronte ad un’avversaria realmente forte e, più che forte, poderosa. Se sulla carta i bianchi erano già favoriti, sul campo è risultato evidente che la preferenza loro accordata non era concessa a caso. L’ingresso nell’arena dei due undici ha fatto saltare subito agli occhi la grande sproporzione che atleticamente correva tra essi: alti, ben piantati, massicci i vercellesi; più snelli e meno completi i romani. La differenza di struttura dei componenti i due teams non poteva fare a meno di influire sull’andamento della partita. Il peso ha avuto la sua buona parte.
I vercellesi sfondarono con più facilità le linee avversarie e lo sfruttamento di questo vantaggio, fatto del resto senza eccessive scorrettezze, ha dato un po’ ai nervi al pubblico effettivamente sentimentale ed alquanto tenero per i colori rosso-bleu. Ma i campioni del nord non si sono imposti solo per le loro qualità atletiche. Essi sono stati superiori anche per il magnifico controllo che hanno sul pallone. Il maggiore fiato ha completato quella somma di virtù e di qualità che hanno fatto pendere la bilancia a favore dei bianchi».
Dopo il 3-0 a Roma, i piemontesi al ritorno subiscono subito due gol, ma... non è una cosa seria: «Poco pubblico è accorso sul campo della Pro Vercelli per assistere alla finalissima del campionato confederale di foot-ball nella quale le squadre hanno giocato con poca passione. La sicurezza della vittoria dei vercellesi era troppo evidente ed essi hanno voluto anche scherzare, cosicché si sono visti segnare dagli ospiti due goals consecutivi. L’inizio è stato brillante, ma per un quarto d’ora, poi le azioni furono fiacche e tutte individuali, slegate e non convincenti. All’attacco improvviso e di sorpresa della Fortitudo, che ha ottenuto i due goals accennati, la Vercelli contrattaccava affiatandosi meglio e riuscendo a segnare in brevissimo tempo cinque goals».
Giungono in finale Udinese e Vado, che si giocano il trofeo il 17 luglio 1922 in finale secca, sul campo di Vado Ligure. La partita, in un caldo asfissiante, si trascina senza gol fino ai supplementari. Dopo i trenta minuti canonici, è previsto il gioco a oltranza, fino a che una delle due non segni oppure giunga l’oscurità, che imporrebbe la ripetizione del match. Al 127’ ci pensa il diciassettenne Felice Levratto, un ragazzone mancino tutto potenza, cresciuto nel vivaio della squadra ligure e destinato a una grande carriera, a risolvere la situazione, avviando in senso tutt'altro che figurato la personale leggenda dello “sfondareti”.
Il Vado conquista la prima Coppa Italia, ma l’esperimento della nuova competizione - incassi alla mano - si può considerare fallito e non se ne parlerà più fino al 1935. In compenso col saettante “Levre” è nata una stella che presto brillerà nel firmamento del calcio italiano.



Foto Story

La formazione della Novese che strappò il titolo federale nel 1922


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