Serie A 1920-21 - Pro Vercelli


Il Racconto


TURBOLENTI A CONTATTO
L’Assemblea del 4 luglio 1920, definita dall’“Annuario” del 1929 «una delle più turbolente che si ricordino negli annali della Federazione del Giuoco del Calcio», vede una partecipazione ancora più massiccia rispetto all’anno precedente: ben 150 delegati, pronti a dare battaglia. Il calcio sta diventando un fenomeno di massa, folle sempre più numerose subiscono il richiamo delle partite di cartello e allora la formula del campionato toma in discussione. Occorre abituarsi a questa sorta di tradizione, l’assemblea annuale delle società iscritte alla Federazione come occasione non solo per fare il punto della situazione, ma anche per voltare pagina e ripartire da zero. Il gioco del pallone è in tumultuosa crescita, le regole dei campionati vanno continuamente riscritte per correre dietro a una situazione in perenne mutamento.
A suo tempo, come visto, si era predisposta una cura dimagrante vistosa, con la riduzione a 24 delle squadre del Nord: ora i piccoli club, indisponibili a rinunciare a una robusta quota di incassi che rappresentano la linfa vitale, non ci stanno più, pretendono un allargamento delle file del torneo. La contrapposizione con i “grandi” si rinnova, il dibattito si accende fino ad assumere toni esagitati («e non mancò qualche pugilato» annotano con puntiglio le cronache del tempo) e in sede di votazione, grazie al numero preponderante, il “cartello” dei “ribelli” prevale, imponendo anche il ritomo della sede federale a Milano. A quel punto i delegati piemontesi abbandonano i lavori e la Federazione in segno di protesta, lamentando «gravi violazioni dello statuto». La minaccia di secessione si fa concreta. Francesco Mauro viene nominato alla guida di un “Consiglio federale provvisorio” per far fronte all’emergenza. Capitanate da Giovanni Lombardi, già consigliere federale prima della guerra, le società piemontesi maggiori danno vita alla Lega Piemontese, che diviene poi Ligc (Lega Italiana Giuoco Calcio), accogliendo anche club liguri. L’intento è organizzare un campionato interregionale per proprio conto. Presidente viene eletto Luigi Bozino, il celebre “papà” della Pro Vercelli, con lo stesso avvocato Lombardi e Luigi Manacorda in veste di vice. Aderiscono 47 società, un numero più che sufficiente a dar vita a un campionato alternativo di grande richiamo. I “piccoli” restano col cerino in mano: la loro vittoria rischia di tramutarsi in disfatta, se i “grandi” se ne vanno e giocano per conto loro.

STATE UNITI
Di fronte a una minaccia tanto seria, qualcuno ritiene doveroso muoversi affinché la frattura non faccia scricchiolare l’intero movimento del pallone: «La Ligc assunse un atteggiamento molto deciso» rievoca L'Annuario”, «tale da indurre le società che facevano capo alla Federazione a considerare la grave situazione che si veniva per esse determinando con l’assenza dai quadri del campionato di un nucleo forte di squadre molto agguerrite e che perciò maggiormente potevano dare un reale interesse alla massima competizione. Il Congresso federale decise allora di indire un’Assemblea generale straordinaria per il 19 settembre 1920 in Milano e di presentarsi dimissionario. È bene qui notare che, per facilitare l’intesa col gruppo dissidente, allo scopo di evitare il danno che sarebbe derivato dall’esistenza di due forti enti calcistici in aperto conflitto fra di essi, l’ing. Francesco Mauro volle in modo assoluto ritirarsi dalla carica di Presidente. E il nobile esempio del fratello fu rafforzato ancora nell’Assemblea del 19 settembre da Giovanni Mauro dappoiché con la sua convincente parola ottenne che ogni personalità fosse scartata per giungere ad un risultato vantaggioso per lo sport. Infatti, nell’accennata Assemblea, cui parteciparono i delegati di ben 94 Società, sotto la presidenza del Conte Sardi di Lucca, venne nominato un Comitato provvisorio di 11 membri e 3 revisori con ampi poteri per le trattative col gruppo ligure-piemontese. Le trattative si svolgono rapide e l’accordo è raggiunto. Il 25 settembre l’Assemblea della Lega, in Torino, presenti 42 delegati di Società, approvò il seguente ordine del giorno, proposto dal signor Canestrini di Novara: “Le Società della L.I.G.C. convenute in Assemblea in Torino la sera del 25 settembre, sentita la relazione della presidenza, consce della necessità e dell’utilità dell’unione delle forze calcistiche, approvano quanto è stato concordato con i rappresentanti della F.I.G.C. e riconfermano la fiducia nell’attuale presidenza, che deve essere designata a reggere la Federazione”. Il 2 ottobre ebbe luogo la prima riunione del Consiglio federale composto dalle persone designate nell’accordo. Le cariche vennero così distribuite: Presidente: Luigi Bozino; Vice Presidenti: Luigi Manacorda e Giovanni Lombardi». Insomma, i ribelli tornano in Federazione, ma occupandone i posti di comando.

CACCIA ALL’ARBITRO
La crisi è scongiurata, ma il male è ben lungi dall’essere guarito, come dimostra l’abnorme estensione del nuovo campionato che viene varato una volta tornata a regnare un’apparente concordia: 88 squadre, 64 del Nord, 24 del Centro-Sud. Della “scrematura” prevista nella prima assemblea del dopoguerra si è persa ogni traccia e in pratica sono i “piccoli” a poter cantare vittoria, mentre molti esponenti dei grandi club si leccano le ferite chiedendosi a cosa sia valsa in concreto la prova di forza. Il torneo prende il via, la formula srotola il suo interminabile nastro nel corso dei mesi in una pletora di gironi e turni che infittiscono il calendario, rimpinzandolo di punteggi vistosi, rinunce e provvedimenti vari della giustizia sportiva. Le esasperazioni del clima sociale da un lato e l’eccessivo divario di valori tecnici dall’altro fanno dilagare nel gioco una durezza talora sconfinante nella ferocia, alimentata dalle passioni del tifo. Non di rado ne fanno le spese gli arbitri, costretti a fughe precipitose o a subire violenti attacchi all'incolumità personale. Nascono e si tramandano le leggende di direttori di gara tanto energici da rendere pan per focaccia: inseguiti, affrontano gli aggressori e li mettono in fuga a suon di formidabili cazzotti.
Ma è soprattutto il logorio di un torneo ipertrofico a minarne la credibilità tecnica. Significativo ciò che accade nelle semifinali interregionali dell’Italia settentrionale: Torino e Legnano si sfidano nel caldo torrido di giugno a Vercelli, segnano un gol a testa nel primo tempo, poi continuano ad attaccarsi inutilmente e il match, in ossequio al regolamento, va avanti a oltranza. Finché, dopo oltre due ore e mezza, i giocatori, sfiancati, di comune accordo con l’arbitro Mombelli di Casale decidono per la sospensione; tre giorni dopo si dovrebbe rigiocare a Vercelli, ma nessuno se la sente; la partita viene rinviata al 7 luglio, poi il Legnano propone di rinunciare e il Torino accetta: lo continuino gli altri quell’assurdo macello agonistico.
Alla fine dell’interminabile maratona, l’esito tecnico vede il trionfo della Pro Vercelli, ancora sugli scudi grazie a un vivaio fertilissimo, come confermato dall’affermazione di un giovane destinato a diventare un gigante della Nazionale: Virginio Rosetta.

FORMIDABILE QUEL GIANNI
Questi così rievocherà la finale nazionale col Pisa a Torino: «La partita si gioca a Torino sul campo del vecchio Stadium di corso Vinzaglio. Con tutto lo spazio che c'era, limitarono il campo ad un’area di 45x90. I pali non erano dipinti di bianco, la segnatura di segatura dello stesso colore dell’erba secca. Sul terreno di gioco, ogni ben di Dio: viti, bulloni, pezzi di legno ecc. (durante la guerra lo Stadium era stato adibito a magazzino di materiale vario). Vincemmo di misura, ma non eravamo contenti dopo la gara, perché non avevamo giocato come nelle partite precedenti e perché i pisani si lamentavano - a ragione, dico io - della scelta di Torino come campo neutro».
La cronaca de “La Stampa Sportiva” riferisce in effetti di una “infelicissima giornata”: «Vincitori e vinti, trovatisi di fronte nel breve spazio d’un campo di dimensioni ridotte, pieni com’erano di un’irrefrenabile volontà di soverchiarsi, hanno guastato, con un succedersi esasperante di caricate fallose, una partita che dalle prime battute si annunziava come una delle meno brillanti della stagione. Ieri, a Torino, pareva si giocasse uno scialbo match di allenamento, non la “finalissima” tra due squadre qualificatesi attraverso una eliminazione che dura dall’ottobre dello scorso anno: la Pro Vercelli e il Pisa hanno deluso l’aspettativa degli appassionati, avendo dovuto giocare con l’handicap di condizioni di ambiente gravissime: terreno duro, sole forte, vento impetuoso».
Per fortuna c’è spazio anche per una annotazione tecnica: «Un uomo solo ha obbligato col suo gioco impressionante tutti gli spettatori a convergere l’attenzione su di lui ed ha imposto alla partita un carattere tecnicamente simpatico: Gianni, il diciannovenne goal-keeper del Pisa. Se i campioni di Toscana hanno potuto resistere brillantemente all’attacco irruento dei vercellesi, lo debbono al loro portiere, che ha parato tutto quello che ha potuto, e che ha giocato con coraggio leonino per tutta la partita, anche quando i suoi compagni di squadra hanno preferito non tentare di cozzare inutilmente contro la difesa vercellese, che se ieri è stata meno brillante dell’ordinario, è pur sempre una difesa forte. Gianni ha evitato almeno una mezza dozzina di volte alla sua squadra dei goals che parevano sicuri».



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La Pro Vercelli campione d'Italia


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