Serie A 1914-15 - Genoa


Il Racconto


LA COGNIZIONE DEL COLORE
Il campionato si gioca nel clima teso e a tratti irreale di un Paese in qualche modo accerchiato dalla guerra. Che non solo divampa nel resto d’Europa, a un soffio dai nostri confini, ma risuona in Italia nelle manifestazioni di piazza, da un lato dei neutralisti, dall’altro di quanti invece invocano un intervento nello sciagurato conflitto. C’è inquietudine, la “settimana rossa” degli anarchici nelle Marche accesa da Benito Mussolini ha in estate incendiato la vita istituzionale, la Romagna in rivolta ha dato l’idea di un fuoco di ribellione pronto a espandersi. Nell’autunno di quel tragico 1914, nel giro di poche settimane il Paese si ritrova in piena mobilitazione preventiva, con la necessità, invocata dallo Stato maggiore, di aumentare da 400mila a un milione e 300mila gli uomini sotto le armi. L’Italia è fuori, insomma, ma la guerra si respira “dentro” come se prima o poi fosse inevitabile parteciparvi. Gli abili alle armi - tra cui tanti calciatori - vengono richiamati. Il campionato srotola dunque il suo nastro di emozioni in condizioni tutte particolari.
«Ogni domenica» ricorderà Vittorio Pozzo, all’epoca dirigente e allenatore del Torino, «il pubblico dei posti popolari dei campi italiani assumeva, sempre più marcato, il colore grigioverde: erano le divise dei richiamati ad imporsi. Le dolenti note già erano cominciate da un pezzo. Ci si avvicinava a maggio. Ogni giorno che passava qualcuno veniva chiamato sotto le armi o spedito lontano. Acrobatismi per far rimanere in sedi vicine gli uomini essenziali al funzionamento delle squadre. Ogni domenica ansie, lunghe attese, timori per il permesso, per il tardato arrivo del tale artigliere, alpino o bersagliere. A Milano, contro l’Inter, per un miracolo ci presentammo sul campo quasi al completo. L’avversario cercò tutte le scuse per ritardare l'ora d’inizio, poi venne a chiederci di aspettare - da buoni italiani - che arrivassero dal Veneto i militari mancanti. Si trattava di Fossati sicuramente e di Caimi, mi pare. Aspettammo più di un paio d’ore, pur pronti come eravamo, e quando finalmente potemmo giuocare perdemmo per 1 a 2: la sola sconfitta subita nella stagione in campionato. S’era al 9 maggio. Ricordo l'ultima partita disputata a Verona, sul campo dello Hellas. La squadra del Torino venne accolta sul campo da una ovazione formidabile. Stupito da tanto calore del pubblico nei nostri riguardi, mi avvicinai ai posti popolari, e mi sentii chiamare ripetutamente per nome. Erano le centinaia di bersaglieri del 4° Reggimento, costituito in massima parte da richiamati piemontesi, che, dalla sua sede di Torino, stavano trasferendosi al fronte. Si giuocò ancora a Torino contro il Milan. Poi, fermi tutti: impossibilità assoluta di ottenere licenze, permessi, libere uscite».

IL PALLONE VERSO IL BARATRO
Quando giunge la primavera, dunque, i primi tepori del clima sono già gravidi di presentimenti. È opinione comune che nel Paese gli interventisti (incendiati dalle orazioni romane di Gabriele D’Annunzio) siano una minoranza, ma i fatti dimostrano che la maggioranza non ha la forza per opporvisi esplicitamente, forse nella convinzione che la guerra stia per durare ancora poche settimane. In ogni caso, il 20 maggio, il giorno dei “pieni poteri” all’esecutivo, tutti capiscono che l’Italia si accinge a entrare nel tragico gioco contro gli ex alleati Austria e Germania. I preparativi militari si intensificano soprattutto nel Nord-Est, come conferma la testimonianza di Pozzo.
In tale ribollire d’inquietudine il campionato è proseguito, ma con sempre maggiori difficoltà, portando avanti la sua complessa formula, e ora è in dirittura d’arrivo. Scollinati i gironi iniziali, superate le semifinali, al Nord si giocano il titolo nella poule finale quattro squadre: Genoa, Internazionale, Milan e Torino. Al Centro, il girone conclusivo vede di fronte Lazio, Lucca, Pisa e Roman. Nel primo la situazione si fa subito incertissima, con una lieve prevalenza del Genoa; nel secondo è la Lazio ad avvantaggiarsi su Pisa e Roman. »
I primi di maggio, mentre sale nel Paese la febbre per l'annuncio drammatico che tutti attendono (senza peraltro sapere quale sia; o pace o guerra, e se quest’ultima, contro chi. La Commissione tecnica, «allo scopo di evitare la mancanza nella squadra di parecchi giovani richiamati sotto le armi», propone di anticipare di una settimana la chiusura del campionato del Nord, giocando un turno infrasettimanale giovedì 13 maggio e l’ultimo turno il 16. Il Genoa tuttavia rifiuta e il calendrio viene confermato. Dopo la penultima giornata del 16 maggio, l’ultimo turno, in programma domenica 23, si presa all’insegna dell’incertezza. Si sa che qualcosa di grava per accadere, ma non si conosce il momento e bisogna seguire come se nulla fosse. Le squadre si preparano dunque a giocare regolarmente.

STOP A SORPRESA
La situazione precipita nel giro di poche ore. Alla vigilia, nel pomeriggio di sabato 22 maggio 1915, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino fa telegrafare al duca D’Avama, ambasciatore italiano a Vienna, il testo della dichiarazione di guerra perché sia presentata al ministro degli Esteri austro-ungarico, barone Stefano Burian. Essendo stati interrotti i servizi telegrafici fra Roma e Vienna, il testo riesce a essere consegnato solo nella mattinata del 23. E per l’appunto la mattina di domenica 23 maggio 1915 l’ambasciatore italiano a Vienna mette in mano al ministro degli Esteri austriaco la dichiarazione che pone l’Italia in stato di guerra con l’Austria, mentre a Roma il ministro degli Esteri Sidney Sonnino consegna personalmente all’Ambasciatore austriaco, barone Macchio, il testo della dichiarazione di guerra e il passaporto diplomatico perché lasci l’Italia. L’inizio delle ostilità viene fissato per le ore 18 dello stesso giorno: all’esatto scoccare di quell’ora verrà sparato il primo colpo di cannone, da una delle fortificazioni austriache del Trentino, Forte Verle, contro il Forte Verena, in suolo italiano.
Ovviamente, al di fuori dei Palazzi del potere, nessuno sa ancora nulla e nel primo pomeriggio si dovrebbe giocare. Quello che accade sui campi di calcio, a Genova e Milano come a Roma e Pisa, non è proprio un fulmine a ciel sereno, ma la sorpresa non manca: anziché fischiare l’avvio del gioco, gli arbitri leggono ai giocatori la deliberazione telegrafica, appena ricevuta, con cui la Federazione sospende il campionato: «In seguito mobilitazione per criteri opportunità sospendesi ogni gara».
Lo sconcerto è generale, anche perché nessuno immagina quale bagno di sangue stia per aprirsi anche per la nostra Penisola. La guerra è vista un po’ romanticamente come occasione per ricoprirsi di gloria nell'immancabile rapida vittoria e l’opinione generale è che durerà il tempo di una breve parentesi. “La Stampa” il giorno dopo in poche righe dà conto di un paradosso: a Milano si è disputata regolarmente la finale del campionato di Terza Categoria Alta Italia («è stata vinta dall’Olona Foot-Ball Club, che ha battuto lo Stelvio F.B.C.»). mentre in Prima Categoria «in seguito alla mobilitazione, la Direzione della Federazione Italiana del Giuoco del calcio ha sospeso i due matches che dovevano avere luogo a Genova ed a Milano».
Nella notte del 23, le avanguardie delle forze armate italiane passano il confine, avviando la sanguinosa battaglia dell'Isonzo. La grande carneficina è cominciata anche per il nostro Paese.

IL GIORNO DELL’IRA
Il 23 maggio, dunque, si sarebbe potuto giocare e non si è giocato. Considerato che ormai da qualche settimana si scendeva in campo con la “scimmia” della guerra imminente appoggiata sulla spalla, è opinione diffusa negli ambienti del pallone che sarebbe stato logico continuare almeno per quest'ultimo giorno. Il pensiero traspare dalla reazione aspramente polemica del Consiglio direttivo del Genoa, la squadra in testa alla classifica nel girone finale Nord, quello che in pratica mette in palio il titolo: «Vista l’improvvisa delibera della Federazione Italiana Giuoco Calcio» ruggisce in un comunicato, «pur considerando che necessità alcuna, dopo la mobilitazione già da tempo iniziata, imponeva tale provvedimento draconiano, delibera di fronte alla imponenza e mobilità del l’attuale momento patriottico di soprassedere per ora a quelle fondate proteste cui in tempo di vita sportiva avrebbe dovuto ricorrere». C’è dunque già l’intento di contestare la decisione e di considerare il vantaggio in classifica come elemento decisivo per rivendicare il successo nel torneo. Va tuttavia soggiunto che la situazione di classifica a quel punto è tutt’altro che definita. Intanto, non manca solo l’ultimo turno, alla fine del campionato, il che renderebbe in effetti la decisione piuttosto “draconiana”. Manca pure la finalissima del torneo con la vincente del girone centromeridionale e poco importa che sul piano tecnico lo sbilanciamento di valori la renda per tradizione una sorta di formalità. Non solo: non è affatto detto che, chiusa con l’ultima giornata la fase a gironi, sarebbe bastata solo la doppia finale a completare il campionato. Il vantaggio del Genoa - 2 punti su Torino e Internazionale - era tutt’altro che tranquillizzante: doveva affrontare in casa il Torino (da cui aveva perso all’andata per 1-6!), mentre a Milano l’Internazionale avrebbe dovuto incontrare il Milan, già sconfitto 3-1. Esisteva dunque la possibilità tutt’altro che remota della necessità di incontri di spareggio (tra Genoa e Torino, o addirittura a tre con l’aggiunta dell’Internazionale) per la designazione della squadra vincente del Nord. Non sospendere il campionato nel giorno della dichiarazione di guerra, al di là delle ovvie considerazioni di opportunità, avrebbe potuto intricare ulteriormente la situazione

L’OMBRA DEL DUBBIO
Pochi giorni dopo, Emilio Colombo su “Lo Sport Illustrato”, pubblica un articolo, che riproduciamo in queste pagine, significativamente intitolato al dilemma sportivo del momento: «Il Genoa avrebbe vinto il campionato di foot-ball?». Si tratta di una lucida disamina tecnica dei valori espressi dalla squadra rossoblu in tutto il campionato, con una chiusura in qualche modo profetica: «Questa è la squadra che doveva con grande probabilità fregiarsi dell’onorifico titolo di Campione d’Italia e che comunque, al momento in cui il Campionato fu strozzato, a parità di partite giuocate si trovava alla testa della classifica».
Nel dopoguerra, esattamente nel 1921, il problema del titolo non assegnato sarà posto e risolto come richiesto dal Genoa, che si vedrà riconosciuta la vittoria a tavolino grazie ai due punti di vantaggio nel girone finale Nord vantati al momento della sospensione e per ragioni di opportunità non da tutti accettate.
Vittorio Pozzo avrebbe ricordato con qualche rimpianto: «Quindici giorni prima della sospensione, il Genoa lo avevamo battuto in casa nostra per il notevole risultato di sei a uno. Avevamo, quel giorno, scoperto certe debolezze del sistema difensivo genoano, e con un giuoco tutto d’attacco le avevamo sfruttate appieno. Se noi battevamo il Genoa anche nella partita di ritorno - ed eravamo ben decisi a farlo - il Torino passava in testa, ed il campionato era nostro. Questa la convinzione di tutti noi granata, quando, come su comando del fato, cessammo di giuocare e partimmo soldati».

UN CALCIO ALLA GUERRA
“Lo Sport Illustrato” del giugno 1915 ci offre l’idea di quanto ancora non sia percepita fino in fondo la drammaticità del momento, tanto diffusa è in quei giorni l’idea che il conflitto non durerà a lungo: «Lo sport, dopo aver contribuito a temprare l’anima e il corpo più giovane e vitale della nazione, ha momentaneamente attenuato il suo incessante lavoro di preparazione e di educazione fisica. Sarà però una sosta di breve durata dovuta alla quasi totale mobilitazione delle nostre forze giovani, che mentre queste dimostreranno in altri cimenti ben più duri e superbi tutto il risultato della loro educazione sportiva, altre nuove più giovani saranno dallo sport mobilitate e preparate per proseguire la grande opera iniziata e vittoriosamente condotta dai loro fratelli maggiori». Bastano tuttavia pochi mesi perché tutti comprendano come la vicenda si prospetti lunga e soprattutto tragica per le migliaia di uomini affondati nel fango delle trincee. Dopo aver tanto atteso il momento favorevole, l’Italia è entrata in guerra in quello peggiore, cioè mentre gli austro-tedeschi, anziché ripiegare, stanno lanciando la grande offensiva dopo l’esasperante “fermo” invernale (nel quale si colloca il celebre episodio del giorno di Natale 1914 sul fronte delle Fiandre, quando i soldati tedeschi e francesi uscirono dalle trincee, si scambiarono sigarette e improvvisarono una partita di calcio). Il “funereo autunno” del 1915 spegne le illusioni italiane della fine della guerra prima dell’inverno e già a dicembre 1915 le dissennate offensive frontali del generale Cadorna hanno provocato oltre 60mila morti e 170mila feriti. Nel resto del Paese, tuttavia, la Grande Guerra, come poi sarà denominata, rimane a lungo solo un lontano per quanto terribile sottofondo della vita quotidiana: al di là dei primi bombardamenti dal cielo (oltre settanta in tre anni) che colpiscono sin da quel primo anno soprattutto il Nord-Est e la costiera adriatica, la tragedia bellica occupa i giorni con le cronache dei corrispondenti dei quotidiani, alimentate quasi esclusivamente dai bollettini ufficiali, e con le notizie che via via trapelano dal fronte sul destino dei famigliali lontani a combattere. Ma non è “sentita” come una cosa propria, quanto piuttosto come un affare dei militari. Così non stupisce che in gran parte d’Italia l’attività agonistica prosegua, sia pure senza un disegno organico e a carattere soprattutto locale.

SOTTO A CHI COPPA
All’approssimarsi dell’inverno 1915, fermatosi il fronte nella guerra di posizione sulle montagne al confine tra Italia e Austria, la Federcalcio discute la possibilità di far partire di nuovo il campionato, come da più parti si chiede, ma giunge alla conclusione che sarebbe troppo complicato, restando tra l’altro in teoria ancora da chiudere quello 1914-15.
Le società però premono, la gente aspira agli svaghi abituali e allora la Figc, di cui ha assunto la reggenza l’immancabile Francesco Mauro (il presidente Montù è al fronte), organizza un torneo sostitutivo, la Coppa Federale: escludendone peraltro, oltre che le squadre venete a stretto contatto con il conflitto, anche quelle del Centro-Sud, troppo impegnative da raggiungere nella loro lontananza geografica. Queste ultime affidano inutilmente alla “Gazzetta dello Sport” le loro vibrate proteste. Il torneo rappresenta d’altronde una soluzione di compromesso non a tutti gradita. Molti piccoli club finiscono col disertarlo sull’onda di gravi problemi finanziari, mentre le grandi società, con l’unica eccezione della Pro Vercelli, aderiscono di buon grado, scorgendovi l’opportunità di continuare l’attività agonistica e incamerare buoni incassi. Molti giocatori sono sotto le armi, ma tanti giovani si affacciano all’attività nelle file dei “boys”, come si chiamano all’epoca i primi embrioni di settore giovanile.

BOTTE DEL DIAVOLO
La Coppa Federale parte il 19 dicembre 1915 e si chiude il 30 aprile dell’anno dopo. La formula ricalca quella del campionato, imperniata su tornei regionali seguiti da una fase nazionale.
I raggruppamenti sono 5. Nel Girone A ha la meglio il Milan su US Milanese e Internazionale, nel B la Juventus su Torino e US Torinese, nel C il Casale su US Vercellese e US Valenzana, nel D il Modena su Bologna e Audax Modena, nell’E il Genoa su Andrea Doria e US Savonese.
II 13 febbraio 1916 parte il girone finale, anche questo con incontri di andata e ritomo, che vedrà il successo del Milan a 11 punti, seguito da Juventus e Modena a 10, Genoa a 9 e Casale 0. Non è da pensare che il clima degli incontri, stante la situazione generale, sia particolarmente tranquillo. Ne fa prova la notizia che appare sulle cronache sportive il 27 marzo 1916: «In seguito agli incidenti verificatisi a Torino durante il “match” Juventus-Milan per la Coppa Federale, la presidenza della Federazione applicava la squalifica di giorni 30 al giuocatore Soldera del Milan a partire dal 31 marzo per ripetute e provate vie di fatto verso i giuocatori juventini Reinaudi, Boriante e Giriodi. Ai giuocatori Pizzi e Sala del Milan, Reinaudi c Monti della Juventus applicava, in via di speciale longanimità, l’“ammonizione solenne”, oltreché per giuoco falloso, anche per vie di fatto, pur concedendo loro l’attenuante della provocazione». Insomma, botte da orbi, nonostante la lontananza dal fronte infuocato dove altri italiani combattono battaglie ben più drammatiche.

LIBERI È BELLO
Forse anche per questo l’esperienza della Coppa federale, inasprendosi l’andamento del conflitto (il 28 agosto l’Italia, dopo il successo della presa di Gorizia, dichiara ufficialmente guerra anche alla Germania), non verrà ripetuta. Allora alcuni comitati regionali organizzano tornei locali, mentre in varie città continuano ad allestirsi amichevoli a scopo benefico, per ì militari al fronte generi di conforto.
La spinta verso l’attività agonistica di tanti aspiranti calciatori porta nell’estate del 1917 uno sportivo appassionato, il dottor Luigi Maranelli, a fondare l’Ulic, Unione Libera Italiana del Calcio, con lo scopo di diffondere il gioco tra i ragazzi e tutti gli sportivi non inquadrati nella Federazione, che ben poco elastica si è dimostrata di fronte alla richiesta di uno “sconto” sulle tasse di iscrizione per i tornei giovanili.
La seconda metà del periodo bellico vedrà dunque tanti giovani del nostro Paese ancora esentati dalla leva avvicinarsi al calcio, gettando i semi del prorompente sviluppo degli anni successivi.

I SOLDATI NEL PALLONE
L’autunno di quello stesso 1917 porta la disfatta di Caporetto, cui segue il timore di una invasione austro-tedesca dell’Italia, dissolto dalle fatali esitazioni degli assalitori (nonché paradossalmente dall’eccessiva rapidità dell’avanzata, che ha creato il vuoto dei rifornimenti alle loro spalle) e dalla riuscita resistenza sulla linea del Piave sotto la guida del generale campano Armando Diaz, successore come capo di stato maggiore del piemontese Luigi Cadorna, sollevato dall’incarico dopo il tracollo.
Si giunge cosi al 1918 e agli ultimi, terribili mesi di guerra.
In giugno fallisce la temuta nuova offensiva austriaca partita sul monte Grappa, dopodiché il conflitto langue per settimane, nella convinzione dei comandi italiani che possa finire solo nella primavera dell’anno successivo. In quelle settimane di ozio e snervante attesa, i terreni di gioco sono requisiti, spesso in funzione di depositi militari, eppure anche tanti soldati riprendono a giocare a calcio. Lo ricorderà Vittorio Pozzo, all’epoca ufficiale degli alpini: «Poco per volta, verso la fine, si era ricominciato a giocare un po’ dappertutto, in casa e nelle retrovie del fronte. Squadre reggimentali, di Brigata o di Divisione, sorgevano un po’ in ogni dove: “palloni per i soldati”, chiedevano insistentemente i giornali. Ricordo che nelle vicinanze del lago di Garda, a Santa Lucia Extra di Verona vidi un giorno giocare una rappresentativa di Autoparco che. pensando ai tempi di pace, faceva venire l’acquolina in bocca: v’erano, fra altri, De Vecchi, Bergamino, Mosso III, Boglietti I. Si faceva il tifo anche presso gli alti Comandi. Certo si giocava di più in zona di guerra che a casa. Nelle città lontane i campi erano quasi tutti requisiti. Quello del Torino, per esempio, faceva pietà a vederlo. Era diventato il quartiere di un grande autoparco francese, con le tribune chiuse davanti per fame un deposito, con una grande tubazione attraverso al rettangolo per convogliare la benzina e con le porte per asciugare la biancheria dei soldati. Nei centri invece dove il campo era giuocabile, c’era da sentirsi tacciare di imboscato, a giocare. Più tardi, dopo la vittoria, nel periodo di armistizio, i Comandi militari diventarono severissimi verso chi giuocava. Era tutto un rifiorire: le società cercavano di riorganizzarsi, di avere i campi liberi, di riattrarre a sé il pubblico. Naturalmente si dava la caccia ai giocatori, che erano ancora tutti sotto le armi. “Tagliare la corda” dalla zona di guerra per venire a giuocare era all’ordine del giorno. Allora, proibizioni, divieti, arresti con controllo dei nomi sui giornali al lunedì. Al che le società rispondevano con l’uso di nomi falsi, storpiati, o di soprannomi. Ricordo il mattino di un lunedì. Ero aiutante maggiore. Mi chiama il tenente-colonnello. Ha davanti a sé, spiegato, un giornale sportivo. Punta il dito, minaccioso, su un resoconto, e mi guarda, severo, al di sopra degli occhiali. "Lei mi ha assicurato di no, ma qui ce n’è uno che ha giocato!” “?!?” “Eccolo qua, Fragranza: questo qui è Profumo. Non mi dica di no. A me non la fanno!”. Effettivamente, a quei tempi, c’era in Liguria un giocatore che si chiamava Profumo, che militò nelle file del Genoa e che giunse anche a una certa notorietà. Nella scelta dello pseudonimo aveva voluto conservare una certa... parentela di... olfatto col nome vero, per ricordarsi ai dirigenti, più che altro. Mal gliene incolse». Intanto sugli altri fronti, grazie anche all’intervento degli Stati Uniti, il vento è ormai cambiato, provocando lo stremo delle popolazioni austriaca e tedesca. Cosi l’offensiva italiana, che parte finalmente il 24 ottobre 1918, nell’anniversario di Caporetto, non trova resistenza e il cedimento dell’esercito austriaco porta all’inatteso rapido epilogo del conflitto.



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