Serie A 1913-14 - Casale


Il Racconto


LA SIGNORA È SERVITA
Come si accennava, il bubbone della riforma del 1912 scoppia a fine torneo: nel girone piemontese la Juventus si piazza ultima ed è quindi destinata alla retrocessione. Nell’assemblea federale del 24 agosto 1913, che inaugura la nuova stagione, la questione viene posta all'ordine del giorno. La formula Valvassori-Faroppa ha dimostrato la propria inadeguatezza e dunque è necessario correre ai ripari affinché non venga a mancare l’interesse (con relativi incassi) garantito alla Prima categoria da un club di grande seguito come quello bianconero. Ovviamente questa è la tesi che sostengono i rappresentanti della stessa società torinese, attraversata da una grave crisi: dopo il fallimentare torneo precedente, qualcuno ha persino proposto di scioglierla, piuttosto che veder la squadra già Campione d’Italia ridotta a sgambettare sui campi di Seconda categoria; rifiutata l’idea, due dirigenti bianconeri, Zambelli e Monateri, si sono messi al lavoro per trovare una soluzione “politica". L’uomo chiave è l’ex giocatore Malvano, ingegnere in costanti rapporti di lavoro e amicizia con l’ingegner Francesco Mauro, potente dirigente dell’Intemazionale e fratello dell’avvocato Giovanni Mauro, fondatore dell’Aia, l’associazione degli arbitri. Proprio Francesco Mauro, in assenza del numero uno federale, il conte Rignon, viene chiamato a presiedere l’assemblea annuale. Ed è qui che, al culmine di un fitto lavoro diplomatico, viene elaborata la proposta Baraldi-Malvano: stante l’allargamento dei tre gironi regionali dell’Italia settentrionale a 10 squadre l’uno, abbinare il Piemonte alla Liguria e conseguentemente “rimpinguare” con due club piemontesi anche il girone lombardo, facendovi rientrare Novara e, appunto, Juventus, cosi “rispescata” nella massima serie. La proposta viene approvata non senza polemiche e infatti l’Annuario italiano del football del 1914 chiude così il resoconto della riunione: «Si stabilisce, inoltre, che per la stagione 1913-14 le squadre piemontesi Juventus e Novara giuocheranno nel girone lombardo. Questa decisione è assai criticata nei circoli footballistici perché suggerita da scopi non prettamente sportivi». Il Guerin Sportivo, pur stampato a Torino, esprime una posizione duramente critica, parlando di «enorme incongruenza» e di «disastro finanziario e sportivo» che deriverà dal nuovo ordinamento dei campionati, a causa delle «dislocazioni a cui dovranno assoggettarsi le varie squadre nel corso delle eliminatorie biregionali».

È NATA UNA STELLA
11 campionato dunque si gonfia ulteriormente, a scapito della qualità tecnica degli incontri. Alla prova dei fatti, molte, troppe partite si chiuderanno su vistosi risultati Finali, riflesso dell’eccessivo divario tra i contendenti.
Sul piano squisitamente tecnico, la novità della stagione è rappresentata dall’emergere di una nuova realtà, anch’essa proveniente dal fertile Piemonte pallonaro e più precisamente da un centro a pochi chilometri da Vercelli: Casale Monferrato. I nero stellati vincono il proprio girone a pari punti col Genoa, rivitalizzato dalla cura del primo “mister” del calcio italiano, William Garbutt; dopodiché riescono a eliminare dalla corsa al titolo addirittura la stessa Pro Vercelli, dominatrice degli ultimi sei tornei, benché il doppio confronto diretto veda prevalere i bianchi. Poi, nel girone finale Nord, il Casale rinnova il duello col Genoa, riesce a spuntarla e infine si ritrova alla finale con la Lazio, qualificata dal lungo rally dei gironi centro-meridionali.
Il doppio incontro si rivela anche questa volta una scontata formalità. La Lazio esce battuta con un complessivo punteggio di 9-1. In ogni caso, è nata una stella, non solo perché questa, bianca su fondo nero, caratterizza le maglie dei casalesi, ma anche per l’eccellente qualità della squadra. Qualcosa di grande e terribile, tuttavia, sta maturando in quei giorni fuori dal ristretto mondo del calcio.
Il 28 giugno 1914, pochi giorni prima della finale di ' andata a Casale, nel caldo asfissiante di Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, è stato assassinato assieme alla moglie Sophie Chotek dallo studente bosniaco Gavrilo Princip, in nome dell’irredentismo serbo-bosniaco. Un mese dopo, l’Austria dichiara guerra alla Serbia, considerata responsabile dell’episodio. Il 1° agosto, con la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, il conflitto si allarga. Comincia la Prima guerra mondiale, cui l’Italia sul momento riesce a sottrarsi: il 4 agosto il governo italiano annuncia ufficialmente la neutralità del nostro Paese, stretto fra l’ultratrentennale alleanza con Germania e Austria (la “Triplice”), la mancanza di preavviso austriaco dell’ultimatum alla Serbia e le spinte irredentistiche contro la stessa Austria. Purtroppo, nel generale sommovimento dell’intero continente, questa posizione non verrà mantenuta a lungo.

CARTOLINE DALL’INFERNO
L’eco delle gesta delle squadre italiane da tempo aveva varcato l’oceano. Già nel 1910 erano state intavolate trattative per portare qualche compagine del nostro campionato a esibirsi in Sudamerica, soprattutto a vantaggio delle numerose locali comunità di immigrati, poi le difficoltà logistiche avevano fatto saltare tutto. Questa volta invece l’ideale ponte viene lanciato: il 16 luglio 1914 la Pro Vercelli (rafforzata da alcuni giocatori di altre squadre piemontesi) parte a bordo del piroscafo Cordova alla volta del Brasile: vi giunge il 1° agosto, nel porto di Santos, da cui in ben venti ore di treno si trasferisce a San Paolo. Presentata quale Rappresentativa italiana, la squadra gioca quattro partite contro “combinado” di squadre di club. L’ultima, la vince 2-1 sulla Selezione Paulistana fresca di successo sulle Nazionali argentina e cilena.
Quasi in contemporanea, si dipana alle stesse latitudini l’avventurosa tournée del Torino, che si imbarca, guidato dal giovane Vittorio Pozzo (in veste di direttore tecnico della squadra), il 22 luglio a bordo del Duca di Genova. Anche in questo caso partecipano giocatori di altri club.
I risultati delle sei partite disputate sono strepitosi, ma i magri risultati economici e le peripezie dei lunghi trasferimenti attenuano molti entusiasmi, assieme alla tragica notizia dello scoppio della guerra in Europa. Il capocomitiva Pozzo è costretto a rinviare più volte la partenza per il viaggio di ritorno, nell’impossibilità di trovare un piroscafo disponibile a solcare i mari verso il continente infestato dal conflitto. Decide allora di passare in Argentina per giocare tre partite a Buenos Aires, in attesa che... finisca la guerra (a tal punto ci si illude sulla sua breve durata!), dopodiché, avvertito che un ultimo piroscafo, il Duca degli Abruzzi, è in partenza per l’Italia, può finalmente imbarcarsi con la squadra per tornare in patria, a settembre ormai inoltrato. «Quel viaggio» rievocherà Pozzo nelle sue memorie «fu tutta una grandiosa avventura, di un tipo e di un carattere specialissimo. Avevamo appena superato lo Stretto di Gibilterra, che giungeva la notizia dello scoppio della guerra fra l’Austria-Ungheria e la Serbia. Da quel giorno, ogni ventiquattro ore seguì una nuova dichiarazione di guerra: la Russia contro l’Austria, la Germania contro la Russia, la Francia, l’Inghilterra, il Belgio, tutti nel gran vortice, tutti nel gran calderone. A noi, a bordo del Duca di Genova, pareva uno scherzo di cattivo gusto: non eravamo più padroni di lasciare l’Europa e di andare in giro per il mondo per i nostri affari, senza che i governanti dei diversi Paesi si mettessero a fare i discoli ed attaccassero briga fra di loro. Giungemmo a Santos che l’Europa intera era in fiamme. Noi comunque ritenevamo che si trattasse puramente di una seccatura, una cosa di pochi giorni: pensavamo che, quando ognuno dei Paesi in causa si fosse accorto che le botte che si prendono fanno male alle ossa e lasciano un livido sulla pelle, le cose si sarebbero aggiustate e tutto sarebbe tornato allo stato normale. Per intanto eravamo lieti che l'Italia, Paese saggio, se ne stesse in disparte, lontano da quella gran gazzarra. Noi dovevamo giuocare al calcio, che diamine!: e non volevamo essere disturbati».



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I nerostellati dello storico titolo


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