Serie A 1912-13 - Pro Vercelli


Il Racconto


RAGIONE E TORTA
I tempi sono maturi per un allargamento a base veramente nazionale del campionato. Nel settembre del 1912, in occasione della nomina a nuovo presidente del conte Vittorio Rignon, viene approvato dalla Figc il Progetto Valvassori-Faroppa (dai nomi dei consiglieri proponenti), che ripudia la proposta alternativa di convogliare i piccoli club periferici nella Coppa Italia, cioè una grande manifestazione sull’esempio della britannica F. A. Cup.
La riforma introduce per la prima volta un sistema automatico di promozioni e retrocessioni, ma soprattutto offre riconoscimento a una miriade di nuove entità del pallone, con conseguente polverizzazione dei valori tecnici. L’approvazione non è indolore, perché già va profilandosi il conflitto che per anni terrà banco nel calcio italiano: da un lato le grandi società, titolari grazie al potere economico dei migliori prodotti del vivaio, in grado di richiamare folle e incassi; dall’altro i sodalizi minori, desiderosi di partecipare alla divisione della torta disputando il campionato maggiore nonostante un censo tecnico ridotto. Vi pare di intravedere i germi del conflitto degli anni Duemila sulla spartizione degli introiti dei diritti televisivi? Beh, non siete molto lontani dalla realtà.

LA CAPPA ITALIA
Ecco come La Stampa del 2 settembre 1912 riassume fasi ed esiti di quel primo, grande scontro:
«Il campionato sarà regionale e si svolgerà con doppio giro di partite. Per ogni regione non potranno concorrere più di sei squadre. Le squadre vincenti i campionati regionali si incontreranno in girone doppio per la finale del campionato. Contemporaneamente a questo campionato si svolgerà quello delle riserve, pure a girone doppio, ma puramente regionale. Campionato promozione, pure regionale ed a girone doppio. Le squadre vincenti i singoli campionati regionali di promozione passeranno, nell'anno successivo, in prima categoria, dalla quale retrocederanno le ultime classificate di ogni regione. In complesso la proposta Valvassori presentava precisamente quel carattere di democratizzazione dei campionati voluto dalla gran maggioranza delle Società italiane di modeste risorse. I grandi Clubs invece appoggiarono la proposta Goetzlof, come più conveniente ai propri interessi. Ma i rappresentanti dei Clubs minori soverchiarono i fautori della Coppa Italia, patrocinata dal Goetzlof, e si approvò così il progetto Valvassori-Faroppa. Il rappresentante partenopeo, ing. Sayon, pronunciò una calorosa difesa dei Clubs meridionali chiedendo che la Federazione madre venga finalmente in loro aiuto... L’ispirato discorso fu salutato da prolungati applausi. Col nuovo regolamento anche l’Italia meridionale avrà i suoi campionati regionali, e la squadra che avrà vinto le semifinali del sud si incontrerà in due matches finali con la squadra vincitrice del girone finale del nord».
Decisivo pertanto, al momento del dunque, il pari peso del voto e per conseguenza il numero dei club minori, allargato dalla recente fioritura. La bocciatura del progetto Coppa Italia e l’inserimento di un meccanismo automatico di promozioni e retrocessioni comporta peraltro un effetto paradossale: a causa della riduzione delle partecipanti a ogni girone (non più di 6), le grandi società, oltre a perdere incassi come lamentato in sede di dibattito, si ritrovano a forte rischio di retrocessione in seconda categoria: l’esempio più lampante è offerto dal girone piemontese, molto equilibrato in quanto non frequentato da squadre minori. Puntualmente, a fine stagione la grana scoppierà, per la caduta che l’ultimo posto (conseguenza delle 8 sconfitte in 10 partite complessive) imporrà alla Juventus, già Campione d’Italia.

IL GIGANTE E L’UNITÀ
Per ora va registrato lo storico abbattimento di steccati geografici: accanto a tre gironi settentrionali di sei squadre ciascuno, tre raggruppamenti (Toscana, Lazio e Campania) mettono in lizza per il titolo nazionale altre 12 squadre del Centro-Sud. Pur se il valore tecnico di queste ultime si rivelerà inadeguato, non c’è dubbio che da quell’anno il calcio diventa uno dei pochi elementi di unificazione del nostro Paese.
Il rovescio della medaglia sta peraltro nelle dimensioni del campionato, che rischiano di diventare elefantiache, come attesta il titolo di copertina di una rivista popolare del tempo: «47 squadre, 517 giuocatori, 350 matches!».
Gli inevitabili problemi organizzativi si riverberano sulla formula, quantomai cervellotica: le squadre dell’Italia settentrionale, dopo la prima fase preliminare a tre gironi interregionali, daranno vita a un girone finale a sei con le prime due classificate di ogni raggruppamento; gli scontri diretti già disputati nella prima fase tuttavia non verranno ripetuti, mantenendo validi i punti conseguiti come “bonus” per il girone finale, senza contarsi nel computo conclusivo le reti realizzate e subite nella prima fase.

VIA COL VANTO
La Pro Vercelli domina il proprio girone piemontese e poi surclassa tutti in quello conclusivo. Nei gironi dell’Italia centromeridionale si impone invece la Lazio, cui tocca poi soccombere nettamente nella finale nazionale, disputata sul neutro di Genova e cosi raccontata da La Stampa Sportiva: «La Pro Vercelli, mancante di quattro giuocatori di prima squadra, non ha avuto difficoltà di regolare nella finalissima di campionato la Lazio di Roma, che si presentava per la prima volta sui nostri campi in una gara di campionato e quindi era oggetto di viva curiosità e di attesa nel pubblico appassionato del giuoco del calcio. Certo si prevedeva una battaglia perduta per i romani, perché le squadre meridionali, troppo giovani ancora, non hanno avuto modo di temprare i loro giuocatori alle dure fatiche dei grandi incontri, e neppure nella squadra della Lazio doveva essere la temeraria speranza di poter rivaleggiare almeno con la squadra che da tanti anni è il miglior vanto nazionale nel campo del foot-ball: ma era lecito accordare ai rappresentanti dell'Italia centrale qualche chance migliore al risultato odierno, in considerazione dell’ottima prova fornita a Milano recentemente in un incontro sostenuto contro l’Internazionale. Invece, malgrado il grande handicap dei vercellesi per l’assenza di quattro loro giuocatori, è apparsa evidente fin dall’inizio tutta la disparità di classe che separava i contendenti delle due squadre in lizza per un primato assoluto. Soltanto alla ripresa i romani riuscirono a migliorare l’impressione con bella vivacissima serie di assalti alla rete dei bianchi. Detto questo, si spiega il poco interesse destato nell’andamento della partita, anche perché i vercellesi, travolti da un giuoco disordinato, non diedero alla gara quel brio caratteristico e sconcertante, frutto del perfetto affiatamento, ormai proverbiale, esistente nelle salde linee dei Campioni d’Italia. Nel primo tempo Vercelli domina e trova anche l’avversario impressionato. Subito, all’ottavo minuto, segna con Berardo il primo punto e poi il secondo con Rampini al trentottesimo minuto. Nella ripresa i romani sembrano rinfrancati e riescono a portare frequentemente la minaccia al portiere vercellese, che è anche travolto dall’impetuoso incalzare della prima linea azzurra. I bianchi hanno però netta padronanza di giuoco, non per impegno maggiore di quello esplicato dalla Lazio, ma per valore e reale superiorità di uomini, e avvantaggiano notevolmente con altri quattro punti, con Milano I al trentaquattresimo minuto, Coma al trentasettesimo ed al trentanovesimo, e sul finire con Berardo. I migliori giuocatori per la Lazio furono Maranghi, Levi II, Faccani, Fioranti e Coraggio; per la Pro Vercelli i due fratelli Milano, Leone, Berardo e Corna».



Foto Story

La Pro Vercelli campione d'Italia 1912-13


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