Serie A 1911-12 - Pro Vercelli


Il Racconto


ASSEGNO IN BIANCO
Il nuovo torneo mantiene inalterata la formula, aggiungendo peraltro nel girone piemontese-ligure-lombardo una nuova realtà destinata a lasciare un’orma nell’evoluzione della “scuola italiana”: il Casale, dalle maglie nero stellate. La Pro Vercelli domina assieme al Milan quel raggruppamento, chiaramente il più ricco di valori tecnici. Al punto che poi la finale per il titolo risulta ancora una volta una stucchevole formalità: con un complessivo 13-0 i campioni in bianco si sbarazzano in due partite del Venezia, certificando una superiorità netta, rilucente nei singoli come nell’insieme che cos bene li amalgama. Ecco “gli undici vercellesi” raccontati d un grande cronista del tempo, Ettore Berrà: «Capitano dell squadra era Milano I, uno dei tre grandi centro-mediani de momento. Adesso i capitani assistono al lancio del soldino e fatto questo, hanno fatto tutto; ma allora era diverso. Il capi tano dei bianchi era un’autorità sul campo e fuori del campo redarguiva i compagni, imponeva loro silenzio quando sem brava che lo rimbeccassero troppo, era un temperamenti battagliero in tutto, anche nelle discussioni che affrontava il quello stile da catapulta che sfoggiava sul terreno di giuocc e guai a dirgli che aveva torto. Fisicamente le sue risorse sembravano senza limiti, arrancava anche quando era “scop piato”, sorretto da una volontà che nessuno poteva piegare Non aveva troppe finezze tecniche, il palleggio era per In esercizio faticoso, fors’anche lo riteneva più un esibizionismi che un lavoro necessario. Ma era un formidabile trascinatore faceva cento volte il campo in su e in giù, con quella falcata da mezzofondista di razza, pronto a tappare una falla, a puntellare una zona pericolante, a sospingere alla lotta con que suoi “ale alé!” che avevano il tono imperioso di un ordine Moralmente era un colosso, il più generoso nell’impegno, i più stanco di tutti alla fine. La sua autorità era rafforzata da un temperamento senza levigature. Era un re che regnava su quel piccolo mondo della squadra col cipiglio di un despota; un uomo tutto spigoli, pronto sempre al contrattacco, la parola acuminata, il gesto da comando. Fuori del campo i compagni parlandogli davano quasi l’aria di ammansirlo, perché il “capitano” era sempre in funzione, sì che pareva portasse i gradi sul cappello.
Ara era l’opposto di Milano; tecnico, palleggiatore, cauto distributore delle proprie energie. Tutto quello che faceva era studiato, perfezionato, limato. Un cesellatore (il suo giuoco lo guastò più tardi) che sarebbe diventato un tipico laterale sistemista (ma a quell’epoca non c’era nemmeno il metodo), capace di fare il vuoto nella sua zona con un passaggio o una finta. Se Milano l'imponeva il rispetto, Ara attirava le simpatie.
Il terzo, Leone, non aveva né dell’uno né dell’altro. Era un uomo rude: leale ma rude. Le finte e i ricami di Ara non lo interessavano, per lui il giuoco era lotta, fatica, sacrificio. Affrontava l’avversario con l’impeto dello schermidore che non conosce che la botta dritta; scavalcato, ritornava sui suoi passi, risoluto, caparbio, mai vinto. Di questi diversi temperamenti i tre avevano saputo fare una cosa unica, uno sbarramento di ferro attraverso il campo.
Il terzino Valle era un colosso biondo di elastica scioltezza, di plastica sicurezza e di temperamento agonistico. Sintetizzava due o tre giuocatori, fusi, elaborati e presentati in confezione originale. Gran terzino, uno dei migliori che siano apparsi sui nostri campi.
Portiere era Innocenti, taciturno, sguardo un po' torvo, gran giuocatore di pallone, capacissimo di rimandare un tiro col pugno al volo: roba che ora farebbe venire la pelle d’oca ai compagni. Un giorno andò a Roma con la Pro Vercelli per prendere parte ad un torneo fra le squadre campioni di quattro nazioni, fra le quali la Francia. Gli avevano detto di stare in guardia perché Maés, il centravanti francese, aveva l’abitudine di buttare nella rete i portieri avversari. Tanto stette in guardia che, dopo il primo scontro, Maés cambiò posto e andò a giuocare all’estrema.
L’attacco era l’espressione del giuoco dell’epoca: più spinta che manovra, più decisione che tecnica. Berardo era lo stilista del reparto, per semplicità, decisione e freschezza di giuoco; Milano II, poi caduto al fronte, aveva la specialità di quei centri parabolici, dosati e smorzati, che ora si vedono di rado; Rampini I era un Valentino Mazzola meno tecnico, ma altrettanto trascinatore e vero piede da goal; Corna viveva nell’alone di Rampini, col quale costituiva uno dei tandem più omogenei».



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La Pro Vercelli campione d'Italia 1911-12


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