Serie A 2009-10 - Inter


Il Racconto

IL FILM: COSE DA PAZZINI
La crisi finanziaria si fa sentire, il mercato in uscita supera quello in entrata: Ibrahimovic va al Barça per 75 milioni, Kakà al Real Madrid per 67. Sul fronte interno, Juventus e Inter sono le grandi protagoniste: 25 milioni a testa rispettivamente per Felipe Melo dalla Fiorentina e per Eto’o dal Barcellona. È però la Sampdoria di Gigi Delneri la sensazione dell’avvio: batte l’Inter alla sesta giornata e si isola in testa, poi i nerazzurri la raggiungono e con cinque vittorie di fila prendono il largo. Il 20 dicembre i nerazzurri di Mourinho sono campioni d’inverno con due turni di anticipo. Gireranno la boa dell’andata con 8 punti sul Milan, 12 (!) su Juventus e Napoli e 13 sulla Roma. Un rullo compressore. I giallorossi di Ranieri però hanno acceso i motori e con sette vittorie di fila si mettono in scia dei nerazzurri e approfittando del loro appannamento si ritrovano alla venticinquestima giornata a sole 5 lunghezze dai rivali. Il Milan rivitalizzato da Leonardo col modulo-fantasia si intromette nel dialogo di vertice per cinque turni, poi alla trentunesima giornata i giallorossi vincono il confronto diretto e si portano a un solo punto dall’Inter. Due turni più tardi, battendo l’Atalanta mentre i rivali pareggiano a Firenze, la Roma attua il sorpasso e si candida per lo scudetto. L’illusione dura due settimane: al trentacinquesimo turno, gli uomini di Ranieri vengono rimontati in casa dalla Sampdoria che passa con doppietta di Pazzini e l’Inter torna in testa. Manterrà quei due punti di vantaggio fino all’ultimo turno, il 16 maggio, quando vincerà nuovamente lo scudetto. In coda scivolano presto Livorno e Siena (passato a gennaio al nuovo presidente Massimo Mezzaroma), cui si aggiunge nel finale nella caduta in B l’Atalanta.

I CAMPIONI: IL TRE SOLE
L’Inter fa il botto al mercato rafforzandosi e chiudendo in attivo. Tutto merito di Ibrahimovic, ceduto al Barcellona per una quotazione stratosferica, che consente di sostituirlo con l’asso Eto’o, in uscita dalle ramblas, e di reinvestire la larga plusvalenza in un gruppo di campioni: Milito (22 milioni) e Thiago Motta (18) dal Genoa, Sneijder (18) dal Real Madrid, Lucio (6) dal Bayern Monaco. A gennaio si aggiungeranno Mariga (5) dal Parma e soprattutto Pandev dalla Lazio a costo zero, per via dello svincolo ottenuto con una battaglia legale dall’attaccante macedone. Grazie anche ad alcune cessioni (Acquafresca, Meggiorini, Maxwell, Bonucci, Bolzoni), l’attivo finale è di 6,7 milioni, mentre Mourinho si ritrova un menu pieno di prelibatezze. Le gestirà al meglio, a dispetto di atteggiamenti discutibili – come le mani ammanettate mostrate all’arbitro contro la Sampdoria in febbraio – vincendo su tutti i fronti in una stagione destinata a passare alla storia. La difesa è una cassaforte inespugnabile: Julio Cesar (in stato di grazia) in porta, il polipo Lucio e il “muro” Samuel centrali, il frecciarossa Maicon e Chivu (all’occorrenza eccellente centrale di complemento) sui lati; il rumeno, fuori per una frattura cranica subita in uno scontro con Pellissier a Verona, viene sostituito da Santon e poi da Zanetti e torna in campo dopo due mesi e mezzo con la testa protetta da un casco. A centrocampo, il tremendismo di Javier Zanetti, il fosforo di Thiago Motta o la fisicità di Muntari e l’interdizione di Cambiasso sono la catapulta ideale per le invenzioni del folletto Sneijder, con Stankovic eccellente alternativa. In attacco, Milito è una macchina da gol, Eto’o un grande scassinatore di difese che all’occorrenza sa piegarsi a coprire la fascia come il più umile dei terzini. Il guizzante Pandev offre efficacissime variazioni sul tema quando il camerunense si assenta per la Coppa d’Africa e un contributo importante (9 gol) lo offre pure il giovane Balotelli, i cui comportamenti tuttavia lo portano allo scontro con l’allenatore e con il pubblico di casa. Alla fine José Mourinho, sovrano assoluto delle emozioni del popolo nerazzurro, cala un tris scudetto-Champions league-Coppa Italia, che in omaggio alla lingua spagnola viene festeggiato come il “triplete”, prodezza memorabile. Prima dell’addio.

I RIVALI: TONI ALTI
La Roma forse più imprevedibile di tutti i tempi. Sentite qua. La crisi finanziaria è al diapason, non ci sono offerte per il club, la famiglia Sensi (Rosella è ancora presidente) è vincolata a Unicredit che ha fissato un piano di rate per il rientro del debito di Italpetroli. Con simili chiari di luna, al mercato si corre in uscita (Aquilani al Liverpool per 20 milioni, Alvarez al Bari per 1,5) e si arranca in entrata (3,5 per il riscatto del laterale Marco Motta dall’Udinese, costo zero per Guberti, tornante svincolato dal Bari,e per i prestiti del portiere Lobont dalla Dinamo Bucarest e del difensore centrale Burdisso dall’Inter). E il campionato comincia con due tonfi, a casa Genoa e con la Juve all’Olimpico. A quel punto Luciano Spalletti toglie il disturbo: è stanco dopo quattro anni tirati ad alto livello e si dimette. Cento giorni più tardi volerà in Russia a rilanciare lo Zenit di San Pietroburgo. Intanto, Rosella Sensi rimedia con un romano verace, Claudio Ranieri, che corona il sogno di una vita e si butta con entusiasmo a rifondare un ambiente depresso. Mentre scoppia una grana legale tra Unicredit e la stessa Sensi, Ranieri tiene dritta la barra del timone e in poche settimane mette insieme una squadra coi fiocchi: in porta il sorprendente Julio Sergio, terzo promosso primo da Spalletti per l’indisponibilità di Doni e il negativo debutto di Artur; davanti a lui, l’agile Cassetti e il carrarmato norvegese Riise sulle fasce, con Burdisso e Juan (o Mexes) a presidiare il centro; a centrocampo, ancora Pizarro e De Rossi a mescolare idee e interdizione in mediana, alle spalle di un trio in gran forma: Taddei, Perrotta e l’irresistibile Vucinic, col guizzante Menez in alternativa. In attacco, Totti, tornato a brillare dopo il grave infortunio, è micidiale ma spesso assente, così a gennaio viene imbarcato nell’avventura Luca Toni, dismesso dal Bayern (prestito gratuito) con l’etichetta di bollito. La squadra rulla sulla pista, si impenna e vola, fino a trafiggere l’Inter con un leggendario Toni e a puntare allo scudetto. Poi tornano i fantasmi del 1986: gara interna con la lanciatissima Samp, Totti che sigla il vantaggio e corsa bruscamente interrotta da due prodezze di Pazzini. Per lo scudetto, ripassare. Per la Coppa Italia, idem (sempre dietro l’Inter). E allora è dura, durissima da digerire.

IL TOP: ESTRO DEL CIEL
Scegliamo Wesley Sneijder anche se il top gun Milito è ugualmente determinante per l’Inter del triplete. Il fatto è che dopo i fiaschi di Quaresma, Mancini e Jimenez, alla squadra di Mourinho mancava un granello di imprevedibilità. Soccorre la voracità del Real Madrid, che si abbuffa con Cristiano Ronaldo e Kakà e a quel punto il piccolo olandese diventa di troppo. Sneijder è nato a Utrecht il 9 giugno 1984 e ha imparato il calcio tra i baby dell’Ajax. A 18 anni in prima squadra e in Nazionale, piccolo e guizzante, ha la forza del trascinatore e il piede fatato dei baciati dalla grazia del pallone. Dopo aver fatto incetta di trofei (un titolo nazionale, due Coppe e tre Supercoppe d’Olanda), a 23 anni passava al Real Madrid per 26 milioni di euro e dopo due anni e una Liga vinta eccolo bisognoso di cambiare aria. Marco Branca, direttore tecnico dell’Inter, fa il colpo giusto a ridosso del campionato e il ragazzo di Utrecht arriva a Milano con una fame che subito piace a Mourinho. In campo, è un piccolo satanasso: corre, inventa, segna da interno completo e sulle punizioni, che batte potenti e tagliate, è un’ira di Dio. Non ha bisogno di acclimatarsi, col tecnico e l’ambiente il feeling è immediato e porta pietre preziose a cascata. Proprio vero: era lui il tassello che mancava per una squadra da triplete.

IL FLOP: LA SIGNORA IN BLANC
La nuova Juventus sembra forte, anzi, fortissima. Il sospirato ritorno allo scudetto è stato preparato senza lesinare i fondi: l’amministratore delegato Jean-Claude Blanc – che a ottobre assume anche la presidenza succedendo a Giovanni Cobolli Gigli – e il diesse Alessio Secco centrano al mercato tre colpi milionari: per sistemare il centrocampo, alla forza di Felipe Melo, supermediano della Fiorentina, viene accoppiata la classe di un altro brasiliano, il trequartista Diego, arrivato per 24,5 milioni dal Werder Brema. Per lucidare la difesa, la collaudata classe di due veterani campioni del mondo: Fabio Grosso, di ritorno in Italia a 32 anni per 2 milioni dal Lione, e Fabio Cannavaro, 36 anni, lasciato libero dal Real Madrid, più la freschezza del giovane uruguaiano Caceres, in prestito dal Barcellona. In panchina, confermato Ciro Ferrara dopo il debutto nelle ultime due giornate dell’ultimo campionato, passato direttamente dalle giovanili al vertice della real casa bianconera. Questi imposta la nuova Juve con Buffon in porta, Grygera, Legrottaglie o Cannavaro e Grosso in difesa, Camoranesi, Felipe Melo, Marchisio a centrocampo, Diego trequartista alle spalle di Trezeguet o Iaquinta e Amauri; Del Piero è ai margini per infortunio muscolare. L’avvio è folgorante: quattro vittorie di fila e la sensazione di avere azzeccato con Diego un fuoriclasse assoluto: la devastante doppietta realizzata all’Olimpico alla Roma alla seconda giornata sembra certificarne le stimmate di matchwinner. Poi, la luce si spegne. Due pareggi e la sconfitta di Palermo annunciano la perdita improvvisa di tutte le certezze. Diego è stato il lampo di un’illusione, Felipe Melo è litigioso e confusionario, la squadra sembra rilanciarsi a dicembre con la vittoria sull’Inter di Mourinho, ma è solo il canto del cigno, perché quattro tonfi nelle successive cinque gare certificano la crisi. Ciro Ferrara viene silurato e sostituito con Zaccheroni, per un milione arriva in prestito dall’Udinese il giovane esterno Candreva, ma non è cosa. La squadra, falcidiata dagli infortuni (il più grave la frattura del perone sinistro di Poulsen in uno scontro col milanista Gattuso a gennaio), si giova almeno del ritorno in grande stile nel finale di Del Piero per acciuffare col deludente settimo posto conclusivo la qualificazione all’Europa League. È tempo di cambiare, tornando alle origini. A fine campionato la Juventus muta ancora il vertice: il 19 maggio 2010 diventa presidente Andrea Agnelli, pronto ad aprire una nuova era nel segno della famiglia che si identifica col club ormai da 87 anni.

IL GIALLO: CONTRO STORICO
Cosa può spingere un tifoso a fischiare la propria squadra che gioca alla grande? Il “giallo” va in scena il 2 maggio 2010, in occasione del posticipo serale all’Olimpico tra Lazio e Inter. La squadra di casa, allenata da Edi Reja, subentrato a febbraio a Davide Ballardini, ha quasi risolto (manca solo la matematica) i propri problemi di salvezza, gli ospiti invece giocano sul filo: tornati in testa alla classifica con due punti sulla Roma, si trovano a inseguire, perché i giallorossi hanno già vinto la propria gara, nell’anticipo del sabato a Parma, e dunque solo una vittoria sulla Lazio consentirebbe ai Mou boys di restare in vetta a soli tre turni dalla fine. Da qualche giorno, i tifosi biancocelesti stanno incitando la propria squadra a… perdere, così da scongiurare il “rischio” che la Roma possa vincere lo scudetto. Un classico caso di “tifo contro” che raggiunge vette paradossali quando il portiere Muslera, fin lì strepitoso, viene sonoramente fischiato dai sostenitori di casa. Nella ripresa gli ospiti passano due volte e alla fine faranno il giro del mondo le immagini dei tifosi della Lazio esultanti per la sconfitta dei propri beniamini. La vicenda si tinge davvero di “giallo” il giorno dopo, quando circolano voci di minacce subite nei giorni precedenti dai giocatori della Lazio, mentre d’altro canto il presidente Claudio Lotito dichiara di avere ricevuto un… invito opposto: una busta con una pallottola e la scritta: «Se non battete l’Inter siete finiti». La vicenda si chiude lì, ma resta l’amaro in bocca per l’ennesimo paradosso negativo del calcio italiano.

LA RIVELAZIONE: TANTA VOGLIA DI LEO
Non dimenticherà facilmente l’estate del 2009, Leonardo Bonucci, quella in cui si spezza il cordone ombelicale con l’Inter e, anziché finire in Lega Pro, si ritrova in Serie A. La sua storia parte da Viterbo, dove è nato il 1° maggio 1987. Cresce in fretta a pane e pallone, nelle giovanili della Viterbese: lungo e secco com’è, gioca mediano davanti alla difesa, con qualche digressione da prima punta a sfruttare il colpo di testa. Poi, quando ha 16 anni, l’allenatore Perrone gli suggerisce di arretrare a difensore centrale: solo così, predice, potrà diventare qualcuno. Pur non convinto, lui accetta il consiglio e due anni dopo si ritrova all’Inter, che ha preso il cugino, il portiere Goletti, e ha aggiunto lui su idea dell’osservatore Sergio Innocenti: prestito gratuito con diritto di riscatto a 40mila euro. A fine stagione qualcuno non è d’accordo, ma il riscatto viene pagato. Bonucci è in una Primavera di alto livello, ogni tanto fa una capatina in prima squadra. Roberto Mancini lo adocchia, gli fa assaggiare la Serie A, in partitella gli fa marcare Ibrahimovic («Tienigli una mano sulla spalla per “sentirlo”, e non perdere mai di vista il pallone»). Sono ragazzi in gamba: con lui, il precoce Balotelli, Biabiany, Bolzoni. Nel 2007 vincono lo scudettino Primavera ed è ora di andare. Mancini lo consiglia all’amico Gardini, Treviso, Serie B. Bonucci un po’ gioca un po’ no, poi conosce il “motivatore” Alberto Ferrarini e il suo rendimento si fa più costante. La stagione successiva la gioca ancora nel Treviso, poi a gennaio passa al Pisa, agli ordini di Giampiero Ventura. Finisce la stagione e siamo alla fatidica estate. Sia il Treviso che il Pisa sono retrocessi, lui torna all’Inter e l’Inter lo cede al Genoa nel giro Thiago Motta-Milito. Il Genoa però non sa che farsene di quel ragazzo secco e lungo. Ventura è approdato al Bari e se lo fa prendere in comproprietà. In Puglia, Bonucci si ritrova in coppia con un altro baby emergente, Ranocchia. Due tipi tosti, che blindano la difesa e sanno giocare il pallone. Il Bari è tra le sorprese del campionato, Ranocchia si rompe e al suo posto si accentra Andrea Masiello, mentre Bonucci si impone: elegante, col lancio lungo da centrocampista arretrato, forte di testa, abile nell’anticipo per non soffrire una certa mancanza di scatto nel breve. Il 3 marzo 2010 Lippi lo chiama in Nazionale, contro il Camerun, e il satanasso Eto’o messo a tacere vale un esame di maturità superato.

LA SARACINESCA: TERZO AL LOTTO
Di squadre ne ha girate tante, Julio Sergio Bertagnoli, soprattutto in Brasile, dove è nato a Rio de Janeiro il 3 settembre 1979: partito dalle giovanili del Botafogo, ha girato l’Inter Bebedouro, il Sertãozinho, il Francana, il Malucelli, il Comercial di San Paolo, il Santos e infine la Juventude. Qui l’ha pescato la Roma, su consiglio di Zago, suo ex difensore, e nel 2006 l’ha ingaggiato per 400mila euro. A 27 anni, dunque, il ragazzo ha varcato l’oceano per… sedersi in panchina, addirittura come terzo portiere, prima dietro a Doni e Curci, poi dietro allo stesso Doni e al connazionale Artur. Luciano Spalletti lo apprezzava, anche se a modo suo: «È il miglior terzo portiere del mondo», diceva e non si sapeva dove finiva l’ironia e cominciava il complimento. Poi Doni si è fatto male, Artur non ha convinto e Spalletti ha gettato nella mischia il terzo brasiliano della serie, il quale si è fatto trovare pronto, fino a stupire tutti per la sicurezza. Subito dopo è arrivato Ranieri e non ha potuto che confermarlo. Perché questo trentunenne nel pieno della maturità agonistica si prende la scena con i suoi a suon di colpi di reni e personalità. Una vera scoperta.

IL SUPERBOMBER: TOTÒ CERCA GOL
È stata lunga, per Antonio Di Natale, la strada per arrivare al grande calcio. Tanto che sembra incredibile, a vederlo accendere numeri da fuoriclasse, il fatto che solo a 25 anni sia arrivato alla Serie A, tra l’altro con ancora addosso l’etichetta di “giocatore di categoria”, cioè di Serie B. Tutto prende il via in Campania, a Napoli, dove Di Natale nasce a Pomigliano il 13 ottobre 1977. Uno scugnizzo che ha il dribbing nel sangue e presto finisce nella scuola calcio Castel Cisterna, tradizionale serbatoio dell’Empoli (Caccia e Montella). È il 1996, il ragazzo fatica a restare nei binari, non sembra destinato a fare molta strada. Dopo un fugace esordio tra i cadetti con Spalletti, viene mandato in C2 a farsi le ossa: all’Iperzola di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, ricorderanno quel soldo di cacio che segnò 6 gol in 33 partite, un discreto frugoletto e niente più. Infatti l’anno dopo provano a fargli fare il salto in C1, al Varese, ma non è cosa, e dopo poche settimane lui torna al piano di sotto, al Viareggio, dove l’allenatore Pruzzo lo imposta come attaccante e gli dispensa consigli preziosi su come comportarsi sotto rete: Di Natale con 12 gol in 25 partite dimostra di imparare la lezione. Torna a Empoli e qui la crescita è lenta. Un tornante tutto guizzi, un’aletta che segna poco, una zanzara che vivacizza il gioco e poco più. I gol però aumentano: prima 6, poi 9, poi 16 nel 2001-02, quelli giusti per riportare la squadra in Serie A. Di lui ci si comincia ad accorgere, Trapattoni lo chiama in Nazionale, lui in Serie A segna 18 gol in due campionati, poi l’Empoli torna tra i cadetti e Totò finisce all’Udinese. Anche qui, una crescita graduale: 7 reti, poi 8, poi 11, poi 17, che portano l’Udinese in Coppa Uefa. Nello scorso campionato, 12 gol suggerivano che a 31 anni ormai Di Natale avesse dato il massimo. Invece, il bello doveva ancora venire. In questa stagione esplode e con 29 reti sale sul trono dei bomber: micidiale su punizione, imprevedibile, capace di qualunque figura tecnica, a 32 anni Di Natale si scopre fuoriclasse.




Tutti i risultati



Le statistiche del torneo



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La rosa dell'Inter che conquista il suo quinto scudetto consecutivo e lo storico tripleteAntonio Di Natale, attaccante dell'Udinese è il vincitore della classifica cannonieri.Samuel Eto'o, arrivato dal Barcellona in cambio di Zlatan Ibrahimović e quasi 50 milioni di euro, sarà autore di un'ottima stagione di esordio impreziosita da 12 reti.Claudio Ranieri, chiamato alla guida della Roma in sostituzione dell'esonerato Luciano Spalletti, porterà i giallorossi ad un passo dal titolo.Antonio Cassano trascina la Sampdoria al quarto posto e alla qualificazione in Champions League.Diego Milito conferma quanto di buono fatto vedere al Genoa nella stagione precedente e con 22 reti contribuisce in maniera decisiva alla vittoria dello scudetto.Premiazione scudetto 2009-10Una formazione della Roma 2009/10Una formazione della Juventus 2009/10Una formazione della Milan 2009/10Una formazione dell'Inter 2009/10I festeggiamenti della Sampdoria per l'accesso alla ChampionsPazzini avvia la rimonta che costerà lo scudetto alla RomaUn'esultanza di MourinhoLa reazione ironica dei tifosi laziali al gol dell'InterBonucci rivelazione del BariJulio Sergio in volo sul palloneLeonardo nuovo allenatore del Milan


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