Serie A 2008-09 - Inter


Il Racconto


IL FILM: SENTI CHI PIRLA
L’estate porta un lutto e due cambi della guardia al vertice: il 17 agosto 2008 muore a 82 anni, al Policlinico Gemelli della capitale, Franco Sensi, presidente della Roma dal 1993; il 28 agosto gli succede nella carica la figlia Rosella. Una donna anche alla guida del Bologna: il 12 settembre diventa presidente del club rossoblù Francesca Menarini, figlia di Renzo, nuovo patron, che ha acquistato da Alfredo Cazzola. Il mercato vede un notevole dispiegamento di milioni: ne spende 24,6 l’Inter per aggiudicarsi l’attaccante Quaresma del Porto e 15,5 per il mediano Muntari dal Portsmouth; la Juventus risponde coi 22,8 versati al Palermo per il centravanti Amauri, il Milan con i 22 per l’asso Ronaldinho dal Barcellona. Sono proprio Milan e Juventus, assieme alla Roma, a partire con l’ambizione di demolire il dominio dell’Inter, che presenta in panchina José Mourinho: «Non sono un pirla» è il suo primo pregnante messaggio al calcio italiano. Dalle acque confuse dell’avvio, con gli outsider Catania, Udinese, Lazio e Napoli a veleggiare dalle parti del vertice, è ancora una volta la squadra nerazzurra a emergere, isolandosi in testa all’undicesima giornata, seguita da Milan, Juve e Napoli. Con una serie di otto vittorie di fila, gli uomini di Mourinho allargano il distacco, fino a conquistare il titolo d’inverno l’11 gennaio 2009 con un turno di anticipo. Girano la boa con 3 punti sulla Juventus e 6 sul Milan. Nel girone di ritorno, superata una breve crisi, l’Inter allunga il passo. A primavera i bianconeri crollano di schianto, al trentunesimo turno sono a 10 lunghezze dalla capolista, cui non dà molto fastidio neppure il ritorno dei rossoneri. Il 17 maggio 2009 l’Inter si conferma matematicamente campione a due giornate dalla fine. Chiuderà con 10 lunghezze su Milan e Juve. In coda, scivolano nel finale Lecce e Reggina e all’ultimo turno si salva il Bologna, a spese del Torino che li segue nella caduta in B.

I CAMPIONI: CARAMELLA MOU
Arriva all’Inter il ciclone José Mourinho, allenatore portoghese agganciato da Moratti a primavera quando era già stato scaricato dal Chelsea, alla cui guida aveva ricevuto il soprannome di “Special One” (lo Speciale); il presidente nerazzurro spende a piene mani per fargli avere i “nuovi” richiesti: oltre a Quaresma e Muntari, anche l’ala brasiliana Mancini dalla Roma per 13 milioni e la conferma in comproprietà di Jimenez dalla Ternana per 6, oltre al riscatto per 5 di Acquafresca, poi subito nuovamente prestato al Cagliari. «Non ho più alibi» commenta alla vigilia il tecnico: «Moratti mi ha dato tutto quello che ho chiesto», salvo poi bocciare dopo l’avvio tutti i nuovi acquisti con l’eccezione di Muntari. Partito col 4-3-3, il tecnico portoghese vira dopo un paio di mesi su un modulo che prevede Julio Cesar in porta, il travolgente Maicon e il diligente Maxwell (nella seconda parte di stagione sostituito dal giovane Santon) ai lati dei centrali Cordoba e Samuel a completare la difesa; a centrocampo, Cambiasso in regia, Zanetti e Muntari a far legna e Stankovic propulsore sulla trequarti alle spalle dell’incontenibile Ibrahimovic, al cui fianco si alternano Balotelli, Cruz e Adriano. Chivu, Burdisso e Materazzi contribuiscono a blindare il reparto difensivo, Vieira e Figo sono ottimi ricambi di centrocampo in una squadra dal rendimento costante, che il tecnico tiene al riparo attirando su di sé ogni attenzione con dichiarazioni a effetto: «Non sono il miglior tecnico del mondo, ma penso che nessuno sia migliore di me», «È stata fatta una manipolazione dell’opinione pubblica: questa è prostituzione intellettuale, a me non piace, ma ha avuto successo, perché così in questi giorni non si è parlato della Roma, che ha grandi giocatori ma finirà la stagione con zero “tituli”, e del Milan, che finirà la stagione con zero “tituli”, pur avendo giocatori, tradizione e cultura vincente». A primavera, dopo vani tentativi di recupero, viene chiuso definitivamente il rapporto con Adriano, che torna in Brasile, preda ormai dei propri demoni, mentre la squadra taglia in scioltezza il traguardo tricolore, anche se non vengono superati i complessi di Champions e Coppa Italia, fatali al predecessore Roberto Mancini.

I RIVALI: ASSI BUCHI
Sono in due a provare a fare il solletico all’Inter e poi a chiudere appaiati a gran distanza. La Juventus rivuole fortissimamente lo scudetto: conferma Claudio Ranieri in panchina e gli apparecchia una tavola costosa: oltre ad Amauri, svanito Stankovic causa contestazione dei tifosi (che non gli perdonano le dichiarazioni ai tempi del calcio-scandalo), il club si svena per il danese Poulsen, famoso più che altro per lo sputo di Totti a Euro 2004, versando 9,75 milioni al Siviglia. Torna alla base per 3,5 milioni il terzino De Ceglie dal Siena, da cui arriva anche il portiere Manninger (2 all’Udinese proprietaria), mentre dal Brommapojkarna giunge il giovane interno Ekdal (1 milione) e dal Livorno in prestito il difensore Knezevic (0,7). La Signora si aggiudica inoltre a parametro zero il difensore centrale Mellberg dall’Aston Villa e il portiere Chimenti dall’Udinese, mentre tornano per fine prestito Marchisio e Giovinco dall’Empoli. Ranieri imposta la squadra con Buffon in porta, Grygera, Legrottaglie o Mellberg, Chiellini e Molinaro in difesa; a centrocampo, Marchionni o Camoranesi a destra, Nedved a sinistra, con Sissoko e Marchisio centrali (Cristiano Zanetti e Tiago le alternative); in attacco, Amauri e Del Piero. I bianconeri restano in scia dell’Inter senza riuscire mai a decollare, perché Poulsen è solo un grezzo mediano, mentre Amauri, travolgente nel girone d’andata, si spegne nel ritorno. A due giornate dalla fine il club esonera a sorpresa Ranieri, sostituendolo con Ciro Ferrara, tecnico delle giovanili. Il Milan punta forte su due big del Barcellona: Ronaldinho, in cerca di rilancio dopo lunga assenza per infortunio, e il laterale Zambrotta (11 milioni). Notevoli gli investimenti anche sul riscatto di Borriello dal Genoa (7) e di Antonini dall’Empoli (3,5), mentre tornano per fine prestito Abbiati dall’Atletico Madrid e Shevchenko dal Chelsea. Arrivano inoltre il centrocampista Cardacio dal Nacional Montevideo (2,5), il difensore Senderos in prestito (2) dall’Arsenal e pure in prestito, a gennaio, Beckham dal Los Angeles Galaxy. Ancelotti schiera Abbiati in porta, Zambrotta, Maldini, Kaladze o Favalli o Bonera (Nesta è infortunato alla schiena per tutta la stagione) e Jankulovski in difesa; Pirlo regista col supporto di Seedorf e Ambrosini a centrocampo; Kakà e Ronaldinho alle spalle di Pato. La qualità abbonda, ma Ronaldinho non brilla per impegno e lo stesso Pato è discontinuo, tanto che nel finale è il vecchio Inzaghi a tornare prepotentemente in auge, mentre Beckham si fa apprezzare per impegno e classe. Berlusconi rinuncia, dopo mobilitazione del tifo, ai 105 milioni offerti a gennaio dal Manchester City per Kakà, ma l’Inter resta comunque lontana.

IL TOP: IL TRENO DI SPADE
Si chiama Maicon per… errore: i genitori volevano chiamarlo come il loro attore americano preferito, ma l’impiegato dell’anagrafe storpiò Michael ed ecco, appunto Sisenando Maicon Douglas. Nato a Novo Hamburgo, in Brasile, il 26 luglio 1981, le sue straripanti doti fisiche non emersero subito, tanto che il Gremio, suo primo approdo di calciatore in erba, lo scartò per eccessiva gracilità. Lui non si perse d’animo, crebbe fino a diventare una forza della natura e si affermò nel Cruzeiro come buon esterno, finché nel 2004 il Monaco gli fece varcare l’oceano e a contatto con la scuola italiana la sua vita cambiò: «Prima di trasferirmi in Francia» racconta «non avevo mai lavorato sulla forza e sulla resistenza, mai fatto fondo. È stato Guidolin, mio allenatore a Montecarlo, a permettermi di tirare fuori certe qualità. E anche a difendere, ho imparato in Europa: in Brasile ogni giocatore pensa innanzitutto ad attaccare: difendere significa stare “davanti”, non “addosso” all’avversario. Nel calcio europeo ho appreso le diagonali e i raddoppi». E li ha appresi talmente bene che adesso, oltre a viaggiare come un inarrestabile treno ad alta velocità nelle fughe sulla corsia destra, è pure implacabile nel chiudere a doppia mandata la fascia agli avversari. In questa stagione Maicon è il più forte terzino destro del mondo: mastino in fase difensiva, ala devastante in fase di rilancio, nella quale a scatto e velocità aggiunge la qualità tutta brasiliana del tocco.

IL FLOP: IL TRIVELLATORE D’ACQUA
Avere Ricardo Quaresma, l’“Harry Potter” del Porto, per Mourinho è una condizione indispensabile per una grande Inter. Pur non avendolo mai avuto alle proprie dipendenze (il maghetto arrivò al Porto nel 2004, quando lo Special One era appena partito per il Chelsea), considera l’ala portoghese un fuoriclasse. Nato a Lisbona il 26 settembre 1983, Quaresma si è rivelato giovanissimo nello Sporting Lisbona, titolare a 18 anni e in grado di entusiasmare i tifosi per il suo palleggio stretto e la “trivela”, un cross arrotato con l’esterno del piede che è diventato il suo cavallo di battaglia dalle traiettorie imprevedibili, autentica manna per gli attaccanti d’area. A vent’anni lo prendeva il Barcellona e qui arrivava il primo stop. Una stagione più no che sì e il pronto ritorno in patria, al Porto, dove diventava l’idolo dei tifosi, che gli affibbiavano come soprannome quello del “maghetto” della fortunata serie. A forza di trivellare e segnare, Quaresma a 25 anni è un punto di forza della Nazionale lusitana ed è ormai pronto per diventare un campione assoluto, così per lo meno la pensa Mourinho, e Moratti accetta di svenarsi per tanta meraviglia, lasciando sul piatto 24,6 milioni (18,6 in contanti più Pelé). L’attesa dei tifosi è spasmodica, anche perché deve essere il nuovo arrivato ad assicurare fantasia e imprevedibilità che l’ormai logoro Figo non è più in grado di produrre. Quaresma esordisce alla seconda giornata, contro il Catania in casa, e appare spaesato, elementare nel palleggio, imbarazzante nel famoso cross d’esterno che plana lento, facile preda dei difensori. Mourinho lo prova sia a sinistra che a destra, poi si arrende e a febbraio l’Inter se ne libera cedendolo in prestito al Chelsea. La “trivela” ha bucato l’acqua.

IL GIALLO: RAZZA IDEA
La piaga del razzismo esplode nel nostro campionato e a farne le spese è la Juventus. Capita che il 18 aprile 2009 la partitissima casalinga con l’Inter venga turbata da cori inequivocabili, che partono quando Mario Balotelli entra in azione. Il ragazzo ha classe, ma anche un carattere particolare, come riconosce lui stesso. Ama provocare e magari giocare sul filo. Un suo fallaccio su Chiellini gli costa l’ammonizione; il suo gol nella fase iniziale spacca la partita e smorza i sogni di aggancio-scudetto della Juve; nel finale Tiago cade in trappola e un suo fallo di frustrazione sull’irridente attaccante avversario fa estrarre all’arbitro Farina il cartellino rosso. Per qualcuno è “normale” che le invettive dei tifosi di casa contro il giovane campione avversario si tingano di odioso razzismo con cori espliciti che chiamano in causa il colore della sua pelle e addirittura l’incompatibilità di quest’ultimo con la sua “italianità”: conquistata pochi mesi prima, il 13 agosto 2008, con l’acquisizione della cittadinanza del nostro paese al compimento dei 18 anni. Altri si indignano (tra questi il presidente bianconero Giovanni Cobolli Gigli, che chiederà scusa). Due giorni dopo, il 20 aprile, il giudice sportivo Giampaolo Tosel con un provvedimento senza precedenti condanna la Juventus a giocare la prossima partita in casa a porte chiuse, spiegando: «In molteplici occasioni sostenitori della società ospitante, in vari settori dello stadio, intonavano cori costituenti espressione di discriminazione razziale nei confronti di un calciatore della squadra avversaria». Il presidente federale Giancarlo Abete promette di introdurre una nuova regola che preveda la possibilità per l’arbitro di sospendere la gara in presenza di cori e striscioni razzisti. La Juventus si oppone alla sanzione, prevista dal nuovo codice di giustizia, asserendo che a essere preso di mira non è il colore della pelle di Balotelli, ma il suo comportamento in campo, provocatorio per i tifosi avversari. Confermata in sede di appello dalla Corte di giustizia federale, la condanna viene impugnata in ulteriore grado davanti all’Alta Corte di giustizia del Coni, che il 30 aprile la sospende cautelativamente, per poi confermarla in sede di giudizio il 14 maggio. Tre giorni più tardi la squadra bianconera gioca a porte chiuse la partita di campionato contro l’Atalanta.

LA RIVELAZIONE: LA VOGLIA MOTTA
Quando Thiago Motta, ai primi di settembre 2008, parla col presidente del Genoa, Enrico Preziosi, per tutti è ormai un ex. Nato il 28 agosto 1982 a São Bernardo do Campo, nello stato brasiliano di San Paolo, è stato da baby un asso del calcio a 5, poi dai dilettanti della Juventus di San Paolo è approdato sedicenne in Europa, acquistato dal Barcellona. Dopo tre stagioni giocate alla grande nella squadra B blaugrana, impegnata nel campionato di terza serie spagnolo, a 19 anni era in prima squadra, affermandosi rapidamente. Alto e longilineo, la visione di gioco e l’eclettismo ne facevano un centrocampista completo. A 22 anni contro il Siviglia la rottura dei legamenti del ginocchio destro gli imponeva un primo, lungo stop, dal quale recuperava a fatica. Nel 2007, mentre saliva la stella di Xavi, in conflitto col presidente Laporta veniva ceduto all’Atletico Madrid e qui si rompeva quasi subito il menisco esterno ancora del ginocchio destro. A fine stagione dopo tre operazioni chirurgiche il contratto scaduto non veniva rinovato e il ragazzo a 26 anni si è trovato a piedi. Scartato dal Racing Santander, ha provato col Portsmouth, che dopo pochi giorni di prova lo ha rimandato a casa. Eppure Preziosi lo ascolta: «Presidente, mi dia una chance e le garantisco che il prossimo anno verranno a cercarmi le grandi squadre». Due consulti medici, a Lugano e Pavia, convincono il patron, che gli concede un ricco ingaggio, scommettendo su di lui. Motta debutta alla settima giornata contro il Siena, dalla panchina. Dal turno successivo, rimesso a nuovo dai duri allenamenti di Gasperini, è titolare e il Genoa vola. Centrocampista di formidabile presenza, capace di essere interdittore, regista e pure rifinitore e incursore nell’area avversaria, l’asso brasiliano fa lievitare il gioco del Genoa, sublimato in attacco da un fuoriclasse del gol come Milito. Thiago Motta rinasce a nuova vita e a fine stagione viene ceduto all’Inter per 7 milioni. La sua carriera sarà ancora lunghissima e gloriosa, onorata pure dalla maglia azzurra, avendo passaporto italiano per via di un avo della provincia di Rovigo.

LA SARACINESCA: AREA COMPRESSA
Nel calcio, Federico Marchetti ha cominciato come tanti: «Giocavo fuori, perché avevo un bel tiro». Poi un giorno lo misero in porta e non ne uscì più, anche per via del fisico, inerpicatosi fino a 1,88 per 82 chili di muscoli e reattività. Nato a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, il 7 febbraio 1983, è partito da Cassola, il paesino in cui viveva la famiglia, per le giovanili del Torino. Due stagioni, poi a 19 anni la prima “uscita”, alla Pro Vercelli, in C2, per 34 partite tutte d’un fiato. Sembrava l’inizio di una ascesa folgorante, e invece ecco gli alti e bassi. Finisce a Crotone, in C1, ma non gioca mai e a gennaio 2004 sale in B, a Treviso, e anche qui non tocca il campo. Torna alla base granata e nel gennaio 2005 riparte da capo: ancora la Pro Vercelli, per poche partite, poi ancora C2 alla Biellese, dove gioca quasi sempre, ma a fine stagione si ritrova a piedi. È l’estate del 2006. Il Toro l’ha lasciato andare, sembra che nessuno lo voglia. Si fa vivo Sandro Turotti, direttore generale dell’AlbinoLeffe, in B, che scommette su di lui. Un campionato da “secondo” e poi il posto da titolare guadagnato e confermato per il campionato successivo. In una partita col Brescia va a visionarlo Max Allegri, allenatore che sta portando il Sassuolo in B e che a fine stagione passa al Cagliari. Cellino stava prendendo Sorrentino, poi vira su Marchetti, acquistandolo in prestito dal club bergamasco. In breve il prestito diventa comproprietà, perché Allegri in avvio di stagione, confortato dal suo vice, Landucci, ex portiere, lancia il ragazzo senza esitazioni: arrivano cinque sconfitte di fila con dieci gol presi e pure qualche mugugno per il portierone che esce a viso aperto («Mi piace attaccare l’area»), magari troppo. Cellino resiste e conferma il tecnico, questi conferma Marchetti e Marchetti diventa la rivelazione dell’anno. Formidabile nella reattività tra i pali, spavaldo quanto basta per governare la difesa all’esordio in A, a fine stagione, il 6 giugno 2009, Lippi gli regala il debutto in Nazionale, titolare nell’amichevole di Pisa contro l’Irlanda del Nord.

IL SUPERBOMBER: FUSTO CON DESTREZZA
Per capire fino in fondo Zlatan Ibrahimovic, il suo calcio fatto di furore, di violenza a volte, oltre che di arte e potenza perfettamente fuse, occorrerà leggere un giorno le sue confessioni, contenute in una cruda biografia, scritta da David Lagercrantz. Questa non risparmierà nulla delle origini del campione, cresciuto nel sobborgo povero di Rosengard a Malmö tra mille trappole della vita: da papà Sefik, muratore bosniaco con problemi di alcol, a mamma Jurka, donna delle pulizie croata una cui ingenuità le costa l’arresto quando Zlatan è troppo piccolo per capire; e poi una sorella impigliata nella droga e poi la statura minuscola (già, proprio così) e un naso ingombrante e gli assistenti sociali e il logopedista per imparare a pronunciare la “esse” che proprio non vuole uscire dalla sua bocca. «Ma avevo il calcio. Era roba mia e giocavo tutto il tempo, in cortile e a scuola». E il pallone vola, e finalmente il corpo magrissimo comincia a crescere: prima tra i ragazzi del Balkan, poi a tredici anni con quelli del Malmö è il pallone che comincia a fare la differenza e a spianare la salita impervia e tutta curve dell’esistenza, tra bravate da ragazzaccio mescolate con la speranza di divincolarsi e rompere l’assedio. Diventa campione, passa all’Ajax e lo porta a rivincere finalmente il titolo nazionale, veste la maglia della Svezia Under 21 e poi quella maggiore. Ora è un fusto di 1,92 per 84 chili, arriva alla Juve e Capello gli mostra le cassette di Van Basten per aggiungere eleganza e fiuto del gol al suo gioco. In Italia, Ibra diventa fuoriclasse completo e lo sbocco naturale sono i gol, la concretezza di un peso massimo dai voli di farfalla capace di infiammare le folle. Con 25 reti in 35 partite è il re dei cannonieri 2008-09, ha l’Inter sulle spalle. Ed è già tempo di partire.



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Quarto scudetto di fila per l'Inter


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