Serie A 2007-08 - Inter


Il Racconto


IL FILM: PATO COL DIAVOLO
È il Milan a fare il botto, acquistando per la cifra monstre di 22 milioni il diciassettenne Pato, attaccante dell’Internacional di Porto Alegre: questi diventa maggiorenne il 2 settembre 2007 e quindi può essere tesserato solo dal mercato di gennaio. L’Inter risponde versando 14,5 milioni alla Roma per Chivu e 14 al Cagliari per Suazo. La Juventus ne sborsa 13 per Tiago del Lione, 11,3 per Iaquinta dell’Udinese, 10 per Andrade del Deportivo La Coruña, 9 per Almiron dell’Empoli e a gennaio altri 11 per Sissoko del Liverpool. La Roma parte col turbo, ma l’Inter la travolge a domicilio al sesto turno e si insedia in testa alla classifica. Lentamente, i nerazzurri prendono lo steccato e il 23 dicembre sono campioni d’inverno con un turno di anticipo; al giro di boa hanno 7 punti sulla Roma e 10 sulla Juventus. Intanto, per iniziativa della Fiorentina di Prandelli, vengono codificate le strette di mano tra avversari dopo il fischio finale, per stemperare le tensioni di un campionato gonfio di violenza. Il 13 febbraio 2008, durante il recupero contro il Livorno, al milanista Ronaldo, ricadendo dopo un salto in area, cede il tendine rotuleo del ginocchio sinistro (dopo le due rotture già patite ai tempi dell’Inter a quello destro), costringendolo a chiudere in anticipo la nuova avventura italiana. Il girone di ritorno vede presto lievitare il vantaggio dei nerazzurri, che arriva a 11 lunghezze alla ventitreesima giornata. Lo scudetto sembra già in cassaforte, ma la Roma dal turno successivo comincia a recuperare terreno, riducendo via via il distacco, fino ad arrivare a un punto alla vigilia dell’ultima giornata. Qui l’Inter, imponendosi a Parma, vince di nuovo il tricolore, chiudendo con 3 lunghezze sui giallorossi. In coda il Livorno cede per primo, nel finale gli si accodano nella caduta in B Empoli e Parma.

I CAMPIONI: PANCA COTTA
L’Inter prova a rafforzarsi in tutti i reparti: oltre ai big Chivu e Suazo, spende 1,9 milioni per il giovane portiere Alfonso (in comproprietà dal Chievo), 1,5 per il difensore Rivas (dal River Plate) e altrettanto per il giovane centrocampista Pelé (dal Vitoria Guimaraes, mai nome risulterà tanto esagerato); prende inoltre in prestito il trequartista Jimenez dalla Ternana e, a gennaio, per un milione, l’interno Maniche dall’Atletico Madrid. Mancini si affida però soprattutto alla vecchia guardia. Dosando alla perfezione gli ingredienti, presenta un’Inter ermetica in difesa con Julio Cesar in porta, Maicon e Maxwell esterni e al centro Cordoba e Samuel, poi tolti di mezzo da gravi infortuni e sostituiti da Burdisso e Materazzi, in un torneo caratterizzato in casa nerazzurra da pesanti incidenti agonistici; a centrocampo, Cambiasso e Javier Zanetti sono i perni di sostanza, geometrie e incursioni di un tourbillon che propone, in ordine sparso: la fantasia di Figo (fino alla frattura del perone destro nel match di Torino con la Juve) e poi di Vieira nel finale, l’interdizione di Dacourt, il tremendismo di Stankovic, l’eclettismo di Chivu (interno oltre che terzino sinistro e centrale difensivo) e la qualità di Cesar e Jimenez. In attacco, il micidiale Ibrahimovic riceve l’apporto del cecchino Cruz e della velocità di Suazo e, nelle ultime giornate, della decisiva freschezza del diciassettenne Balotelli. In una stagione contrassegnata da tanti problemi, avviata nel segno di una superiorità schiacciante a poco a poco affievolitasi fin quasi a scomparire durante la forzata assenza di Ibra, Mancini si dimostra abile gestore dei ricambi, costruendo un complesso di ottimo rendimento, ma solo in campionato. Dopo la sconfitta di inizio stagione in Supercoppa italiana con la Roma e il fatale fiasco in Champions League, la nuova debacle in finale di Coppa Italia costerà il posto al tecnico, esonerato da Moratti (nonostante altri quattro anni di contratto) il 29 maggio 2008, subito dopo la chiusura degli impegni agonistici.

I RIVALI: LA MARCIA DI ROMA
La proprietà della Roma è ormai bancaria (Unicredit che ha assorbito Capitalia), ma la famiglia Sensi (papà Franco tuttora presidente e la figlia Rosella, amministratrice delegata) continua a puntare in alto. Le spese di mercato, solo in parte compensate dal sacrificio di Chivu, sono sostanziose: 9 milioni per il laterale difensivo Cicinho dal Real Madrid, 6,3 per il difensore centrale Juan dal Bayer Leverkusen, 5,75 per il riscatto di Pizarro dall’Inter, 3,75 per la comproprietà di Vucinic dal Lecce, 3,2 per l’attaccante Giuly dal Barcellona, 3 per la comproprietà del difensore Andreolli dall’Inter, 2,7 per il tornante Esposito dal Cagliari, 1,7 per la metà del mediano Barusso dal Rimini, 0,95 per il laterale Cassetti dal Lecce, 0,3 per il difensore Antunes dal Ferreira. Spalletti attinge alle novità per ritoccare in meglio una formula che funziona: propone Doni in porta, l’eccellente Cassetti e Tonetto ai lati dei “centrali” Mexes e Panucci (o Juan) in difesa, De Rossi e Pizarro con l’alternativa di qualità Aquilani in mediana, Taddei, Perrotta e Mancini sulla trequarti alle spalle di Totti, con Giuly alternativa ai trequartisti e Vucinic prezioso ricambio sia di Mancini che di Totti. La macchina ha immediatamente le marce alte necessarie per conquistare sull’Inter la Supercoppa italiana e avviare alla grande il campionato. Il cammino si inceppa proprio contro l’Inter maramalda all’Olimpico, ma per il resto procede alla grande, tanto che nel finale di stagione si arriva a un punto dal sogno scudetto, prima che il ritorno di Ibra all’ultimo turno salvi l’Inter da una rimonta pazzesca. Di certo la squadra è forte in difesa, equilibrata e fantasiosa a centrocampo e micidiale in attacco e riesce persino a sopperire all’assenza di Totti, uscito di scena il 19 aprile (lesione del legamento crociato del ginocchio destro). L’eliminazione in Champions a opera del solito Manchester United viene compensata dal trionfo in Coppa Italia contro la grande rivale Inter.

IL TOP: FORZA MAGGIORE
A 34 anni Javier Zanetti è colonna dell’Inter e ne trascina gli umori con la gagliardia del fuoriclasse. Già questo basterebbe a tracciare i contorni di un campione epocale, destinato a lasciare una traccia indelebile in una squadra nella quale ha già superato da un pezzo il “muro” delle 500 partite. La sua storia non è semplice. Parte da Buenos Aires, dove è nato il 10 agosto 1973, e in particolare da Dock Sur, all’estremità della Boca, quartiere negato ai lussi. Papà Ignacio, muratore, vi manteneva la famiglia con l’aiuto della moglie Violeta, donna delle pulizie nelle case dei ricchi, e trovava il tempo per aiutare i figli, il maggiore Sergio, e il piccolo Javier, calciatori in erba, fino a spianare un campetto per consentir loro di dare sfogo alla passione. A 11 anni, Javier, segnalato da un amico di papà, entrava nelle giovanili dell’Independiente: si alzava alle 4 del mattino per consegnare il latte, poi aiutava papà a caricare cemento e mattoni e poi, per riposarsi, andava a scuola e nel pomeriggio ad allenarsi. Mentre però il fratello cominciava a scalare posizioni nel Talleres, lui doveva abbandonare i sogni di gloria a soli 14 anni perché troppo piccolo. Scaricato dall’Independiente, restava un anno fermo, finché un medico illuminato, il dottor Pittaluga, scopriva il problema: un virus che bloccava la crescita. Curato con una dieta a base di verdure e legumi, il fisico esplodeva rigoglioso; il fratello Sergio gli procurava un provino col Talleres e a 16 anni Javier ripartiva, questa volta non da attaccante, ma da mediano davanti alla difesa. Esordiva in prima squadra, lo acquistava il Banfield e poi arrivava l’Inter, su segnalazione della vecchia gloria Angelillo, che lo portava in Italia nell’estate del 1995 assieme al trequartista Rambert. Javier arrivava come terzino e pareva solo un discreto cavallone di fascia, prima di uscire di scena causa interminabili problemi fisici. Da quando questi sono spariti, è esploso un campione straordinario per potenza, qualità, capacità di adattarsi alle situazioni: terzino, mediano, interno, tornante, nessuna figura di gioco è preclusa al suo palleggio sbrigativo, alla falcata incontenibile, alle incursioni da “trattore” capace di travolgere tutto e sublimarsi pure nel gol, come quello del decisivo pareggio con la Roma all’Olimpico nel match di febbraio.

IL FLOP: TIAGO NEL PAGLIAIO
Su Tiago Cardoso Mendes, centrocampista portoghese del Benfica, Luiz Scolari, Ct campione del mondo col Brasile passato a guidare il Portogallo, non aveva dubbi: «L’ho voluto e l’ho lanciato in Nazionale anche se è titolare fisso della rappresentativa Under 21» raccontava nel gennaio 2004: «è un centrocampista completo, utile in fase difensiva e molto bravo anche in quella propositiva. Anche se ha solo 22 anni, sono convinto che entro dodici mesi diventerà un campione vero». Nato a Viana do Castelo il 2 maggio 1981, cresciuto al calcio nelle giovanili del Braga, il ragazzo a 18 anni è già in prima squadra, a 19 è titolare e a 20, nel gennaio 2002, viene acquistato dal Benfica. Nella seconda stagione si rivela anche in zona gol (13 centri), convince il selezionatore Scolari e nel 2004 passa in Inghilterra, al Chelsea di Mourinho, dove è tra i protagonisti del trionfo in Premier League. A fine stagione lo prende il Lione e anche in Francia il ragazzo si conferma vincente, conquistando due titoli nazionali da eccellente mediano centrale di copertura. Nell’estate del 2007 punta su di lui la Juventus, che spende ben 13 milioni per farne l’architrave del gioco. Tiago giunge a Torino con la fama di “lavatrice”, come lo chiamavano oltralpe, per l’abilità nel recuperare palloni sporchi e restituirli puliti. Claudio Ranieri lo prova, ritiene che abbia bisogno di tempo per ambientarsi e schiera Almiron e Cristiano Zanetti come centrali di centrocampo. Poi lo riprova, anche come esterno di sinistra accentrando Nedved, ma non c’è niente da fare: il ragazzo, fisico longilineo, buon tocco di palla, appare svagato, lento, privo della personalità necessaria per affermarsi nel cuore della manovra. Il fiasco è clamoroso, tanto da costringere la Juve a tornare sul mercato a gennaio per dotarsi della presenza fisica di Momo Sissoko. E non servirà riprovarci nella stagione successiva, anche se la carriera futura all’Atletico Madrid di questo amletico giocatore sarà tutt’altro che banale.

IL GIALLO: A SANGUE FREDDO
Questa volta lo stadio è lontano, è solo una meta che per un ragazzo di 26 anni resterà sospesa come l’ultimo respiro in una fredda mattina d’autunno. È l’11 novembre 2007, domenica, due gruppetti di tifosi si incrociano nella stazione di servizio di Badia al Pino, sull’A1, nei pressi di Arezzo, e sul piazzale scoppia una zuffa: i laziali sono diretti a Milano per Inter-Lazio, gli juventini a Parma per Parma-Juve. La scaramuccia si spegne quando dall’area di servizio sulla opposta carreggiata due volanti della polizia azionano lampeggianti e sirena. Tutto sembra esaurirsi, ma un poliziotto raggiunge il ciglio, insegue a distanza i ragazzi pistola in pugno e poi preme il grilletto. Un proiettile, forse deviato dalla rete di recinzione, colpisce al collo Gabriele Sandri, “Gabbo” per gli amici, ragazzo dj tranquillamente seduto sul sedile posteriore di un’auto. La vettura riparte, poi si ferma, “Gabbo” non ce la fa, “Gabbo” muore nel modo più insensato possibile, pensando di andare alla partita e non alla fermata del mondo. “Gabbo” resterà un ricordo indelebile per la sua assurda fine, per i tanti amici romani che lo piangeranno, per il processo che porterà alla condanna dell’agente. Intanto, Inter-Lazio e Roma-Cagliari quella domenica non si giocano, mentre a Bergamo la notizia fa esplodere la violenza fino alla sospensione di Atalanta-Milan. Quella sera Roma sarà sconvolta da scene di guerriglia urbana. Tanto per celebrare il lutto. Esattamente un girone più tardi, ancora una domenica di calcio, il 30 marzo 2008, ancora un autogrill, ancora una tragedia. Nell’area di servizio Crocetta, sull’A21, tifosi del Parma e della Juventus, diretti a Torino per la partita tra le due squadre, si scontrano. I ragazzi di fede bianconera, in preda al panico, risalgono precipitosamente sul pullman e l’autista riparte a razzo, non accorgendosi della presenza di un giovane di Parma, Matteo Bagnaresi, 27 anni, esperto di prevenzione sui luoghi di lavoro, che muore sull’asfalto, schiacciato dalle ruote dell’automezzo. Juventus-Parma non si gioca, rinviata per lutto. E il pallone scivola via da un’altra parte, rotolando come rotolano le vite sotto il cielo.

LA RIVELAZIONE: CONTE MARIO
La storia di Mario Balotelli prende le mosse dalla nascita in un ospedale di Palermo, il 12 agosto 1990, da genitori ghanesi, Thomas e Rose Barwuah, e prosegue per oltre due anni ancora in case di cura, ove i medici sono impegnati a risolverne chirurgicamente i problemi di salute. I genitori si rivolgono ai servizi sociali e a tre anni il piccolo viene dato in affido a una famiglia di Concesio, in provincia di Brescia, i Balotelli, che lo crescono e lo coccolano assieme agli altri tre figli, due maschi e una femmina. Mario si divincola al mondo come un atleta in sboccio dal fisico scultoreo e si dà al calcio negli oratori della zona: Sant’Andrea, San Bartolomeo, Mompiano, poi entra nel Lumezzane, con cui esordisce a 15 anni in prima squadra in C1. Fisico dirompente, talento naturale nel dribbling e nel tocco di palla, viene visionato in un provino in Spagna dal Barcellona, ma è l’Inter a spuntarla, acquistandolo per 350mila euro nel 2006. Il ragazzo fa sfracelli nella Primavera e Mancini in questa stagione lo aggrega alla prima squadra, facendolo esordire il 16 dicembre in campionato; tre giorni dopo in Coppa Italia a Reggio Calabria il ragazzino realizza una doppietta, conquistando il posto da titolare nella competizione. Centra un’altra doppietta nel ritorno dei quarti contro la Juventus il 30 gennaio 2008 e nel finale di stagione, quando l’Inter declina e perde per infortunio Ibrahimovic, Mancini gli concede la maglia da titolare, ricavandone tre gol in sei gare giocate dall’inizio, determinanti per mantenere la rotta-scudetto. Sembra l’inizio di una storia tutta nuova, la storia di un fuoriclasse che incarna al meglio i tempi nuovi (tra l’altro otterrà la cittadinanza italiana solo il 13 agosto 2008, dopo il compimento della maggiore età). Sembra.

LA SARACINESCA: L’UOMO DI GHIACCIO
Quando arrivò in Italia, Alexander Donieber Marangon, in arte Doni, nessuno lo conosceva e, considerando il prezzo pagato dalla Roma – 11mila euro, dicesi undicimila – qualcuno magari pensò persino a uno scherzo. Invece era tutto vero. Era l’estate del 2005, questo ragazzone di 1,94 per 91 chili, nato in Brasile a Jundai il 22 ottobre 1979, nato al calcio che conta nel Corinthians, approdato a 24 anni al Cruzeiro e subito dopo alla Juventude, squadra di seconda fascia, costituiva la scommessa di Daniele Pradè, direttore sportivo della Roma. Con un contratto di dieci mesi a 150mila euro, Doni partiva in giallorosso come “terzo” dietro l’enfant du pays Gianluca Curci e il greco Eleftheropoulos. Spalletti lo mise alla prova, lo pose in ballottaggio col ragazzo di casa e tra lo stupore generale gli affidò in men che non si dica la maglia da titolare addirittura nel derby, ottobre 2005. Una scelta lungimirante, confortata via via da fatti sempre più eloquenti: glaciale nei momenti topici, rapido e reattivo negli spostamenti tra i pali, abile nelle uscite, il ragazzo si confermava tra i portieri più affidabili del campionato, fino ad approdare alla Seleção, in dualismo con Julio Cesar. Intanto il contratto veniva rinnovato a 900mila euro a stagione. Nell’estate del 2007 il Ct Dunga lo ha scelto per la Coppa America e lui l’ha ripagato con prestazioni super, fino al trionfo finale sull’Argentina. In questa stagione, Doni si conferma a 28 anni, nel pieno della maturità, un guardiano formidabile, che blinda la porta giallorossa, la meno violata del campionato dopo quella dell’Inter.

IL SUPERBOMBER: ALE PER VOLARE
Alessandro Del Piero sembrava ormai sul viale del tramonto. Superati i trent’anni, la sua classe brillava ancora, ma più che altro come alternativa di lusso ai titolari dell’attacco. Così per lo meno lo “vedeva” Capello, così è stato anche in Nazionale, anche se sotto il titolo mondiale colto in Germania la sua firma si leggeva nitidamente. Poi, la Juve è crollata sotto il peso dello scandalo, è finita in B e il raffinato Del Piero sembrava quanto di meno adatto ci fosse per gli infuocati climi cadetti: invece Alessandro accettava la sfida, confermava fedeltà alla Signora e si calava nella categoria inferiore deciso a risalire a suon di gol. Ne segnava 21 vincendo la classifica cannonieri e questa ritrovata freschezza in area di rigore si rinnova ora in Serie A, portandolo per la prima volta sul trono dei bomber anche nella massima categoria. I segreti di questa nuova giovinezza, che ne fa un attaccante puro di micidiale efficacia, sono più d’uno: la gioia della famiglia, innanzitutto, dato che la moglie Sonia gli regala il primogenito, Tobias (e lui festeggia in anticipo alla vigilia contro il Genoa segnando un gran gol); poi il rinnovato patto con la Juventus, la squadra che ormai ha nel cuore e che punta moltissimo su di lui per il rilancio ai vertici; infine, la possibilità di tornare in Nazionale in vista degli Europei. Bissando i 21 gol cadetti, Del Piero è il secondo della storia dopo Paolo Rossi a vincere in due anni consecutivi la classifica cannonieri di B e di A, riporta la Juventus in Champions League e guadagna il biglietto per una maglia azzurra agli Europei. Amato in tutta Italia senza distinzioni di tifo per il tratto umano di eleganza e discrezione in un mondo spesso imbrattato da berci e polemiche, Ale il grande avvia così una nuova fase della sua straordinaria carriera.



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I festeggiamenti per il sedicesimo scudetto della storia dell'Inter


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