Serie A 2006-07 - Inter


Il Racconto


IL FILM: IL PRIMATO DELLA CLASSE
Passata è la tempesta, la prima Serie A della storia senza la Juventus (e con pesanti penalizzazioni per Lazio, Milan, Fiorentina e Reggina) si apre nel segno dell’Inter, che sbanca il mercato abbeverandosi proprio alla fonte bianconera: con 24,8 milioni Moratti si aggiudica Ibrahimovic e con 9,5 Vieira. Manca anche Shevchenko, passato dal Milan al Chelsea per 45 milioni, valutazione che il suo rendimento oltremanica non riuscirà nemmeno lontanamente a giustificare. A gennaio il club rossonero proverà un’operazione revival riportando in Italia Ronaldo per 8 milioni con modesti risultati, anche a causa dei problemi di metabolismo che appesantiscono l’ex Fenomeno. Quando i giochi cominciano, si capisce presto che l’Inter non ha rivali. Alla dodicesima giornata gli uomini di Mancini si scrollano di dosso il Palermo, che li ha appaiati in vetta per cinque turni, e fanno il vuoto grazie a una serie-record di vittorie che si fermerà solo a 17. Il 20 dicembre sono campioni d’inverno con due turni di anticipo. Chiuderanno l’andata con 9 punti di vantaggio sulla Roma. Nel girone di ritorno, il distacco si allarga a 14 lunghezze alla ventiquattresima giornata e, dopo che l’Udinese ne ha interrotto la scia di punteggio pieno, raggiunge il culmine a 20 sei turni più tardi. Nel recupero della ventiduesima giornata la Roma sbanca San Siro nerazzurra, ma ovviamente è tardi per una rimonta. Il 22 aprile 2007 l’Inter è campione d’Italia con cinque turni di anticipo e chiuderà addirittura con 22 punti di vantaggio sulla Roma. In coda, all’Ascoli, presto staccato, si aggiungono nella caduta in B il Messina e, sotto lo striscione del traguardo, il Chievo, mentre festeggia la Reggina, salva nonostante gli 11 punti di penalità.

I CAMPIONI: LA BENEARMATA
Per costruire un’Inter da scudetto, una volta tanto non servono follie al mercato. È vero, il patron Moratti non bada a spese: ai milioni versati per Ibrahimovic e Vieira ne aggiunge 6,5 al Palermo per Grosso, 6 al Monaco per Maicon; spende pure 350mila euro per il più giovane talento della C1, il sedicenne Balotelli del Lumezzane, mentre a costo zero arrivano Carini dal Cagliari, Maxwell dal prestito all’Empoli, Crespo dal Chelsea, Mariano Gonzalez dal Palermo e Dacourt dalla Roma. Grazie tuttavia ad alcune cessioni, tra cui Martins al Newcastle e Pizarro alla Roma, gli uomini-mercato Marco Branca e Gabriele Oriali limitano il passivo a soli 17,65 milioni. Cinque giorni prima dell’avvio del campionato, si spegne per un male incurabile a soli 64 anni il presidente Giacinto Facchetti, elegante trait d’union tra le due Inter dei Moratti, padre e figlio. Lo stesso Massimo, il 6 novembre, si riprende la carica di presidente, mentre Roberto Mancini ha ormai messo in campo una sontuosa corazzata. Il formidabile Julio Cesar ne costituisce l’ultimo baluardo; davanti a lui, i centrali Cordoba (poi Burdisso) e Materazzi (con l’alternativa Samuel) chiudono ogni varco, mentre ai lati corrono il “treno” Maicon e Grosso (o Maxwell). A centrocampo, Vieira a tirare i fili, Cambiasso e a lungo dopo il suo infortunio Dacourt a garantire quantità assieme al “tractor” Javier Zanetti, mentre Figo o Stankovic ricamano al servizio di un attacco in cui Ibrahimovic giganteggia, ben sostenuto da Crespo o Cruz. Una formidabile fabbrica di calcio d’alto livello che scalda i tifosi della Beneamata e stecca solo fuori dai confini.

I RIVALI: SENSI DI COPPA
La Roma è in mano a banca Capitalia che impone di calmierare le spese e il diesse Daniele Pradè compie un miracolo di equilibrismo per non mortificare al mercato le ambizioni del presidente Franco Sensi. Arrivano il regista Pizarro dall’Inter per 6,5 milioni (in comproprietà), l’attaccante Vucinic dal Lecce per 3,25 (prestito oneroso) e il centrocampista Faty in saldo dallo Strasburgo per 360mila euro; a costo zero l’esterno Tonetto dalla Sampdoria, il laterale Cassetti dal Lecce e il difensore Ferrari, di ritorno dall’Everton. A gennaio si aggiungeranno i prestiti del laterale Wilhelmsson dal Nantes e dell’attaccante Tavano dal Valencia. Grazie alle cessioni di Mido (Tottenham), Cufré (Monaco) e Bovo (Palermo), le casse respirano. Un piccolo capolavoro di mosse mirate che consentono al confermatissimo Spalletti di far lievitare la qualità del modulo ormai consolidato. Così davanti al sempre affidabile Doni si muovono due esterni propositivi, Panucci e Tonetto, mentre al centro completano il reparto Mexes e Chivu con l’alternativa Ferrari; il motore del gioco è la forza della squadra, perché a De Rossi ora si affianca la lucida regia del raffinato Pizarro, mentre sulla trequarti il rapido Taddei, l’eclettico Perrotta e il guizzante Mancini sostengono l’azione di un Totti irresistibile attaccante a tutto campo. Una squadra che arriva a fare il solletico allo strapotere dell’Inter in campionato, frana in Champions e si consola con la Coppa Italia.

IL TOP: TACCO BOMBA
È una miscela esplosiva, Zlatan Ibrahimovic, fuoriclasse che va affermandosi ben oltre le promesse dei tempi olandesi. Possiede un fisico bestiale (1,92 per 84 chili) che accoppia alla potenza la leggerezza di una libellula. La qualità di tocco è tipica del calcio delle sue origini etniche: mamma Jurka croata, papà Sefik bosniaco, entrambi emigrati in Svezia nei primi anni Settanta; quanto al carattere, lo ha forgiato il calcio di strada della prima giovinezza a Malmö, dove il ragazzo è nato il 3 ottobre 1981 e dove i suoi gomiti hanno dovuto farsi largo nelle vie di Rosengard, una botta al pallone e uno sguardo sgherro alle insidie della vita. A 13 anni era tra i baby del Malmö: la danza del dribbling, la foga sempre in punta di litigio. A 18 anni debuttava in prima squadra, a venti era già lontano, all’Ajax, dove lo conoscevano semplicemente come “Zlatan”: piedi enormi (numero 46) capaci di carezzare il pallone come di prenderlo a sberle, dribbling fulminante, fantasia nel passaggio, fisicità da panzer. I gol cominciavano ad arrivare, anche se non tanti da far presagire il bomber devastante. Nel 2003 ricominciava a essere Ibrahimovic anche per gli almanacchi, l’anno dopo l’Italia entrava nel suo destino: prima un fantastico gol di tacco a Oporto il 18 giugno 2004 a interrompere i sogni europei degli azzurri del Trap, poi il passaggio alla Juve, a mostrare il carattere tutto spigoli ma anche la superba classe. Finiti in fumo i due scudetti conquistati in bianconero, passa all’Inter e a 25 anni vi comincia a dipanare la maturità agonistica, che ne fa un trascinatore irresistibile. Volteggia, fa baruffa, colpisce, raggiunge il pallone con mosse da taekwondo (praticato in passato), mette a ferro e fuoco la scena del campionato e se la prende. Da straordinario campione.

IL FLOP: FALLA GOL
Che il compito di Ricardo Oliveira nel Milan non fosse facile era prevedibile: il vuoto lasciato da Shevchenko, fuoriclasse epocale, sarebbe stato complicato da riempire per chiunque. Lui non ha lo stesso pedigree dell’asso ucraino, ma ha dimostrato in passato di saperci fare. Nato a San Paolo il 6 maggio 1980, è cresciuto nella Portuguesa, con cui a 21 anni ha cominciato a segnare con buona continuità, tanto da passare al Santos nel 2003, con cui con 9 reti all’attivo era subito il capocannoniere della Coppa Libertadores. Solido fisicamente, con una tecnica di buon livello, veniva acquistato dal Valencia. Ceduto al Betis Siviglia dopo una stagione discreta (8 reti in 21 partite), la sua maturità agonistica esplodeva: 22 reti in 37 gare di Liga equivalevano alla patente da bomber di lusso, confermata nelle prime prove con la Seleção. Nella stagione successiva, uno scontro con Ricardo Carvalho del Chelsea stropicciava tutta la storia, distruggendogli i legamenti di un ginocchio. Operato alla fine del 2005, veniva prestato al Santos per agevolarne la ripresa. Persi i Mondiali, Oliveira ripartiva dal San Paolo: il tempo di segnare 5 reti in 8 partite, dimostrandosi perfettamente guarito, e partiva la lunga trattativa tra Manuel Ruiz de Lopera, presidente del Betis, e il Milan, risoltasi solo il 30 agosto 2006 con il trasferimento in cambio di 21 milioni: 15 in contanti più il regista svizzero Vogel. Costato come un fuoriclasse ma ancora sconosciuto al pubblico italiano, Oliveira arriva a Milano, sceglie il “7”, cioè il numero di maglia di Sheva, e senza paura sfida lo scetticismo dei tifosi. Debutta subentrando contro la Lazio e segna subito, lasciando intravedere buone qualità. Illusione ottica. Il resto è nebbia, complicata da una drammatica vicenda personale: il 2 ottobre a San Paolo viene rapita la sorella, Maria, che verrà liberata, molto provata, solo 5 mesi più tardi, il 13 marzo 2007, dopo 159 giorni di prigionia, in un appartamento di un complesso popolare in un quartiere periferico di San Paolo. A gennaio il Milan tenta di rimediare riportando in Italia quello che si rivelerà solo il ricordo di Ronaldo, ex Fenomeno scaricato dal Real Madrid. Quanto a lui, Ricardo Oliveira, chiuderà con appena 3 reti in 26 partite, prima di essere prestato per 2 milioni al Real Saragozza.

IL GIALLO: TORNELLO SUBITO
La violenza torna ad assediare il calcio. Venerdì 2 febbraio 2007 è in programma il derby Catania-Palermo e l’occasione viene colta dai soliti facinorosi per scatenare una allucinante guerriglia fuori dall’impianto etneo. Intervengono le forze dell’ordine, in un panorama di fiamme e distruzione che sembra attagliarsi più a uno scenario di guerra che a una partita di calcio. Alla fine, il bilancio è tragico: sul terreno resta il corpo dell’ispettore capo di polizia Filippo Raciti, 38 anni appena, sposato con due figli, ucciso da un lavello scagliato come un ariete; si contano inoltre 150 feriti (tra cui 26 poliziotti e 4 carabinieri). Solo sei giorni prima, Ermanno Licursi, quarantenne dirigente di un club dilettantistico calabrese, era morto a seguito dell’aggressione subita nei pressi degli spogliatoi al termine di una partita di terza categoria. Una spirale che sembra non avere fine, così come il rituale consueto delle esecrazioni e solenni condanne del giorno dopo. Anche questa volta il calcio viene sospeso, mentre le indagini portano al fermo di due giovani, poi processati e condannati per l’omicidio Raciti. Salta il resto della ventiduesima giornata di Serie A, che verrà recuperato solo in aprile, ma soprattutto, nel tentativo di non limitarsi alle parole, interviene la politica: un decreto del governo cancella le molte deroghe concesse negli ultimi due anni agli stadi non in regola con la legge del 6 giugno 2005 sulla sicurezza degli impianti sportivi, e stabilisce nuove più restrittive norme: biglietti nominali, sistemi di prefiltraggio degli spettatori con tornelli per il controllo degli ingressi, preventiva autorizzazione per l’esposizione di striscioni, servizio di steward per accompagnare e sorvegliare gli spettatori, con progressivo abbandono dei presidi per la sicurezza negli stadi da parte della polizia. Il campionato riprende l’11 febbraio, con quattro partite a porte chiuse, e per qualche settimana protagonisti saranno i tornelli, cioè i cancelletti girevoli a crociera (definizione del dizionario Zingarelli): diventati obbligatori, risulteranno introvabili per i club che ne saranno alla disperata ricerca per scongiurare altre partite senza pubblico.

LA RIVELAZIONE: IL SALTO DEL “QUAGLIA”
Fabio Quagliarella non era uno dei tanti, come attestava da tempo la sua rapidità in area, condita dal palleggio stretto dei grandi attaccanti. Gli mancava però un ingrediente-chiave: la risolutezza in zona gol. Nato a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, il 31 gennaio 1983, a 13 anni aveva risalito la penisola per tentare la sorte nelle giovanili del Torino. Il suo carattere si è forgiato in quegli anni, sorretto dall’affetto di mamma e papà, che non lo hanno mai abbandonato: «Quando nei Giovanissimi l’allenatore mi mise fuori squadra e vivevo un periodo nero» ha ricordato con gratitudine «i miei non hanno mai insistito. Dicevano: Fabio, decidi tu. Se non te la senti, torniamo giù». A insistere è stato lui, che a 19 anni ha avuto la prima occasione in C2, alla Florentia Viola, appena un assaggio del calcio vero, perché dopo pochi mesi è stato girato al Chieti, in C1, e qui ha dovuto fare gavetta, conquistandosi il posto solo dopo una stagione dietro le quinte. Nel 2003-04, finalmente titolare, ha segnato 17 gol in 32 partite e a quel punto è tornato alla base. Pareva la situazione ideale, nel Torino che puntava a tornare in A, e il “Quaglia” non sprecava l’occasione, anche se i gol alla fine erano solo 7. Naufragato il club granata nel fallimento, il suo cartellino lo prendeva l’Udinese, che subito lo girava all’Ascoli. Il primo campionato “vero” di Serie A ne confermava le doti di palleggio ma anche, drammaticamente, l’idiosincrasia al gol. Quagliarella ne sbagliava tanti, ne infilava appena 3 e quindi sembrava solo un buon attaccante di manovra. Giuseppe Marotta, direttore generale della Sampdoria, decideva ugualmente di scommettere su di lui, prendendolo in comproprietà dal club friulano per un milione e mezzo. Partito come attaccante di rincalzo dietro Bonazzoli e Flachi, l’indisponibilità di quest’ultimo dopo tre giornate gli apriva le porte della prima squadra e all’improvviso ecco esplodere il grande bomber, capace di soluzioni balistiche improvvise e micidiali anche da lontano. Un attaccante moderno di alta qualità, cui Donadoni concede il 6 giugno 2007 l’esordio in Nazionale, a Kaunas, onorato con due spettacolari gol di sinistro da cineteca.

LA SARACINESCA: IL DIVO JULIO
A volere Julio Cesar all’Inter è stato Roberto Mancini, che nel 2004 cercava a tutti i costi un’alternativa agli attempati Toldo e Fontana e al non rassicurante Carini. Dopo Dida un altro portiere brasiliano? Dopo Dida, un altro campione. In effetti Julio Cesar Soares Espindola, nato a Rio de Janeiro il 3 settembre 1979, non è uno qualunque. Ha fatto pratica da bambino nel calcio a 5, poi a 12 anni era già tra i baby del Flamengo, con cui ha debuttato in prima squadra a 17 anni e a 21 era titolare. Una specie di saltimbanco agilissimo (è alto 1,86 per 79 chili), che ha conquistato in fretta la torcida rossonera ed è approdato alla Seleçao dopo il Mondiale del 2002, diventando presto il secondo di Dida. Coraggioso nelle uscite, sufficientemente estroverso per un’interpretazione talvolta un po’ folle del ruolo, la glaciale tranquillità del grande numero uno gli faceva desiderare l’approdo in Europa: in occasione della Coppa America 2004, giocata e vinta da protagonista, a osservarlo c’era per l’Inter Luciano Castellini, che gli rivolgeva sentiti complimenti. Così a dicembre 2004 Julio Cesar non rinnovava il contratto col suo club, ne salutava i tifosi in una serata da brividi e poi partiva per l’avventura italiana. L’Inter era già coperta quanto a extracomunitari, così il suo primo approdo era al Chievo. Presentato in pompa magna a febbraio 2005, Julio Cesar non vedeva mai il campo, restando ai margini a fare esperienza studiando il veterano Marchegiani, impegnato in un sontuoso canto del cigno. A qualcuno quel “silenzio” agonistico faceva nascere il sospetto che il ragazzone do Brasil in realtà non si fosse dimostrato all’altezza del compito. Nessun dubbio invece per Mancini, che dalla stagione successiva gli affidava la maglia da titolare dell’Inter. Qualche incertezza iniziale, qualche piccolo problema di ambientamento superato grazie ai consigli di Giulio Nuciari, il preparatore dei numeri uno nerazzurri (che già era andato a conoscerlo ai tempi di Verona) e in questa stagione ecco alla ribalta un nuovo, grande portiere venuto dalla terra in cui un tempo i portieri erano negletti. Nella stagione dei primati dell’Inter, c’è anche la sua firma di superbo campione.

IL SUPERBOMBER: RAGAZZO DI VITI
Francesco Totti ha rinunciato alla Nazionale subito dopo la fine vittoriosa della Coppa del Mondo, giocata con una placca e otto viti inserite nella gamba sinistra. Una precauzione per abbassare la pressione degli impegni agonistici, avendo deciso di tenersi gli… intrusi metallici (nonostante il chirurgo, Pier Paolo Mariani, gli avesse consigliato di toglierli dopo sette mesi) e non certo per rallentare l’andatura di carriera, che anzi, raggiunti i trent’anni, pigia forte sul pedale dell’acceleratore. Già Fabio Capello aveva intravisto quali prospettive di cannoniere puro si annidassero nel suo muoversi con disinvoltura tra la trequarti e l’area di rigore. Ora Luciano Spalletti cuce il suo modulo per la Roma proprio per esaltare le doti balistiche di questo campione assoluto e i risultati sono sorprendenti, talmente clamorosi da far pensare all’apertura di una nuova fase agonistica. In effetti Totti attaccante puro con tre trequartisti al suo servizio è una mina vagante praticamente immarcabile, per la capacità di scivolare sulle piste del gol partendo da qualunque posizione, inserendosi con “tagli” improvvisi, con l’apparire e sparire nel cuore della manovra grazie all’abilità innata nel prevedere al volo gli sviluppi dell’azione e farsene protagonista. Le sue punizioni pennellate o scagliate di pura potenza, i suoi “cucchiai” che beffano il portiere scavalcandolo, i colpi al volo capaci di fondere agilità e tempismo, l’abilità nel colpire con entrambi i piedi congiurano a un campionato di fragorosa sostanza sotto rete, che lo porta con 26 gol in 35 partite a conquistare il trono dei cannonieri italiano e, con la Scarpa d’Oro, anche quello europeo.



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La rosa dell'Inter campione d'Italia


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