Serie A 2005-06 - Inter


Il Racconto


IL FILM: LA ROVESCIATA
La crisi finanziaria del calcio italiano riduce al minimo i grandi colpi: Gilardino dal Parma al Milan per 24 milioni, Vieira dall’Arsenal alla Juve per 20, Samuel dal Real Madrid all’Inter per 20. La Lega Professionisti si spezza in due: il 14 ottobre 2005 nascono la Lega di A e quella di B. Si parte e la Juventus lo fa a razzo: dopo nove giornate è a punteggio pieno e guida con 5 punti sul Milan e 8 sulla Fiorentina. Poi il Milan vince il confronto diretto e il distacco si riduce, per poi tornare a crescere. I bianconeri di Capello sono campioni d’inverno il 21 dicembre, con due turni di anticipo: chiuderanno l’andata con 10 punti sull’Inter, risalita di prepotenza, e 12 su Fiorentina e Milan. Nel ritorno sgomita la Roma di Spalletti, che vincendo undici partite di fila (nuovo record per la A) si porta al quarto posto. Alla trentesima giornata la Juve ha 10 punti sul Milan e 12 sull’Inter e da quel momento rallenta, impantanandosi in cinque pareggi di fila, che cambiano lo scenario: a tre turni dalla fine il Milan è a tre lunghezze. Gli uomini di Capello si risvegliano e con tre successi consecutivi vincono il campionato, chiudendo con 3 punti sul Milan e 15 sull’Inter, mentre in coda i giochi sembrano fatti già a due turni dalla fine, quando a Lecce e Treviso, staccate in anticipo, si unisce il Messina nella potenziale caduta in B. Già, perché quando il campionato finisce è già scoppiato lo scandalo, che porterà in estate a un rovesciamento dei verdetti a opera dei tribunali sportivi e del commissario straordinario della Figc: Inter campione d’Italia, Juventus in Serie B assieme a Lecce e Treviso.

I CAMPIONI: IL TERZO INCOMODO
Lo scudetto dell’lnter, deciso a tavolino, premia una squadra protagonista di un mercato più sussurrato che gridato. Massimo Moratti conferma Roberto Mancini in panchina e gli regala, oltre a Samuel e all'interno Pizarro (dall'Udinese per 15 milioni ) altri innesti a parametro zero, tra cui due “merengues”: lo stagionato fuoriclasse Figo e l’interno Solari, cui a gennaio aggiunge l’esterno laziale Cesar. Clamoroso l’addio del polemico Christian Vieri, ormai in declino: versandogli 9 milioni Moratti ne rescinde il contratto e il bomber si accaserà al Milan. In tutto, un passivo di 28,5 milioni. In difesa Mancini recupera Burdisso, liberato dalla guarigione della figlia da un incubo durato sette mesi, e imposta la sua creatura con Julio Cesar in porta, Cordoba (poi Javier Zanetti), Materazzi (poi Cordoba), Samuel e Favalli (Wome nel finale di stagione) in difesa; Figo, Veron (o Pizarro), Cambiasso e Stankovic a centrocampo, Adriano e Martins (poi Cruz) in attacco. Una squadra forte soprattutto nel “muro” Samuel in difesa, nel propulsore Cambiasso a centrocampo (dove ogni tanto brilla ancora la stella di Figo) e in attacco nel micidiale Cruz, che parte da riserva di Martins e finisce come ottimo surrogato di Adriano quando l’“Imperatore” cade in depressione. Dopo un faticoso rodaggio, 1’Inter altalenante si avvicina alle posizioni di vertice, per poi perdere via via terreno in un deludente girone di ritorno che chiude al terzo posto, a distanza siderale dalla capolista. Il secondo consecutivo successo in Coppa Italia sembra un semplice premio di consolazione e la panchina di Mancini appare a forte rischio, quando il processo sportivo ribalta le situazioni e nel pieno dell’estate addirittura ai nerazzurri viene assegnato lo scudetto - inseguito invano per dieci anni da Moratti - dal commissario straordinario Guido Rossi.

I VINCITORI: DUE SCUDETTI IN FUMO
Sembra una Juventus inarrestabile, quella che esce dall’estate 2005: al telaio del primo scudetto dell’era Capello la triade Giraudo-Moggi-Bettega aggiunge un formidabile regista arretrato, il francese Patrick Vieira, esploso nell’Arsenal dopo essere stato sottovalutato nel Milan. Per 2,39 milioni viene riscattato Miccoli (dalla Fiorentina), poi girato al Benfica in prestito; un altro mediano, il laziale Giannichedda, arriva a parametro zero. Il parco cessioni consente di limitare il passivo di mercato a soli 5 milioni. Un grave infortunio di Buffon in piena estate non incide più di tanto: il portiere azzurro viene travolto da Kakà il 14 agosto nel Trofeo Berlusconi riportandone la spalla destra distrutta e il patron rossonero offre a titolo di “risarcimento” Christian Abbiati, rimasto nel limbo dopo essere stato ceduto al Genoa ed essere tornato all’ovile dopo la condanna alla C1 per illecito del club ligure. Abbiati esibirà in bianconero, fino al ritorno del titolare a metà gennaio 2006, un rendimento eccellente. Capello ha un unico problema, il terzino destro: prova Zebina, Pessotto e Blasi, poi, dopo due mesi, decide di spostare nel ruolo Zambrotta, partito sull’altra fascia, e risolve alla grande il problema. La sua Juve definitiva prevede Abbiati (poi Buffon) in porta, Zambrotta, Thuram, Cannavaro e Chiellini (poi Balzaretti) in difesa, Camoranesi (o Mutu), Emerson, Vieira e Nedved a centrocampo, Ibrahimovic o Del Piero accanto a un debordante Trezeguet in attacco. Un rullo compressore che mescola difesa d’acciaio (solo 24 reti subite), forza fisica, fantasia ed efficacia sotto rete; sempre in testa per il secondo anno consecutivo, riduce il distacco dal resto della compagnia solo in occasione delle “cinque giornate” di riposo tra marzo e aprile (irriconoscibili Vieira e Ibrahimovic), per poi chiudere alla grande. Mentre già tuttavia il cielo si oscura. Nel giro di poche settimane, la festa per il secondo scudetto di fila si trasforma nel dramma sportivo della prima retrocessione in B della gloriosa storia bianconera, con due scudetti cancellati dal processo sportivo più gigantesco della storia della massima categoria.

IL TOP: FABIO MASSIMO
Quando fu scaricato dall’lnter, Fabio Cannavaro pareva al capolinea di carriera. Uno dei più forti “mastini” della scuola italiana ceduto in cambio alla pari con un giovane (modesto) portiere, l’uruguaiano Fabian Carini. Certo, andava alla Juve, ma a 31 anni ce l’avrebbe fatta a risalire la china dopo le non brillanti stagioni in nerazzurro, guastate da troppi problemi fisici (tra cui una frattura da stress alla tibia sinistra)? Se la risposta era arrivata pronta e precisa in quel primo campionato nelle file della Signora, in questa seconda stagione Cannavaro appone il punto esclamativo. Formidabile baluardo nel caveau della difesa-Juve, si scopre micidiale in zona gol, con 4 reti, tra cui quella nel recupero di Cagliari, che frena la rimonta del Milan. La sua storia parte dai vicoli di Napoli, la città in cui è nato il 13 settembre 1973 e che lo ha visto scorrazzare da “scugnizzo” sui marciapiede di Fuorigrotta, ammiratore di papà Pasquale, difensore nelle squadre minori della provincia. Entra nelle giovanili del Napoli, fa il raccattapalle negli anni di Maradona, poi negli Allievi viene arretrato da centrocampo in difesa e la sua carriera si impenna. Esordisce a 19 anni in A e poi sta per partire in prestito in C1 quando Lippi si accorge che con lui gli attaccanti non passano e lo promuove titolare. È piccolo, scattante, una palla di muscoli con senso dell’anticipo incorporato e un’eleva-zone che gli consente di arrivare ovunque. Vince l’Europeo con l’Under 21, passa al Parma a 22 anni per dar respiro alle casse del Napoli, conquista un altro titolo europeo nell’Under con Cesare Maldini che poi da Ct della Nazionale maggiore lo vuole subito in campo. In Emilia vince Coppa Uefa, due Coppe Italia e una Supercoppa italiana, poi nel 2002 per salvare il bilancio scricchiolante parte per l’avventura milanese. Ora alla Juve vive una nuova giovinezza, che lo porta a giganteggiare al Mondiale. A fine 2006 sarà il primo difensore della storia a essere quasi contemporaneamente consacrato miglior giocatore d’Europa (Pallone d’Oro di France Football) e del mondo (Fifa World Player).

IL FLOP: LA CADUTA DELL’IMPERATORE
Dove potrà arrivare Adriano Leite Ribeiro, dopo l’ottima stagione precedente? Ce lo si chiede in avvio di campionato, quando il colosso di Rio de Janeiro (vi è nato il 17 febbraio 1982) sembra sulla via della completa maturità: nella prima giornata, contro il Treviso, rade al suolo gli avversari con una tripletta devastante. Sembra avere tutto per diventare il più forte del mondo: fisico dirompente, velocità supersonica in progressione, dribbling fulminante e gran tiro. Si dice che possa superare il miglior Ronaldo, essendo più forte fisicamente, e tener fede al soprannome - l’“Imperatore” -guadagnato sul campo. Qualcosa però nella sua sfera privata si è incrinato, da quando, il 4 agosto 2004, suo papà Almir è improvvisamente morto d’infarto a Rio. Così il suo talento si oscura all’improvviso per poi riaccendersi solo a sprazzi. Vola in Brasile e torna in ritardo, Mancini lo esclude dalla partita col Livorno, i compagni Veron e Materazzi polemizzano con lui, che a sua volta si sfogherà con la stampa brasiliana. Si dice vittima di Mancini, sembra rinascere al ritmo di un gol a partita a dicembre, poi l’abulia prende il sopravvento e Cruz lo surclassa come titolare. Un giorno confesserà: «Ero triste, solo, depresso: così ho cominciato a bere». E il possibile Nuovo Fenomeno scade a promessa non mantenuta.

IL GIALLO: FANGO ATOMICO
Il calcio italiano è malato: nell’estate 2005 i “casi” si moltiplicano: il neopromosso Genoa dalla A si ritrova in C1 per illecito, l’altro neopromosso Torino resta in categoria dopo essere fallito e aver salvato il titolo sportivo, così Ascoli e Treviso salgono in A d’ufficio. Il Bologna si batte invano sulla trasparenza dei bilanci contro Reggina e Messina per essere ripescato in A. Niente in confronto al bubbone che esplode nella primavera 2006, mentre il campionato si avvia alla fine. Ancora una volta sono intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura ordinaria - la Procura della Repubblica di Torino e Napoli - a svelare una palude di corruzione e intrecci perversi. Al centro di tutto, dello scandalo che con termine sgangherato verrà etichettato come “Calciopoli”, sta la figura di Luciano Moggi, direttore generale della Juventus. A partire dal 3 maggio, quando vengono pubblicate le prime di una lunga serie di conversazioni tra lui, il designatore Pierluigi Pairetto e molti altri protagonisti, carpite soprattutto nel corso della stagione 2004-05, si scatena una bufera senza precedenti. Tra rivelazioni e smentite il calcio italiano è squassato dalle fondamenta, mentre la Nazionale si avvia a giocare la Coppa del Mondo in Germania. Il presidente della Figc, Franco Carrara, si dimette già l’8 maggio, verrà sostituito otto giorni dopo dal giurista Guido Rossi come commissario straordinario. Questi il 23 maggio affida le indagini a Giulio Saverio Borrelli, ex magistrato a capo della Procura di Milano al tempo di Tangentopoli, affidandogli l'incarico di Capo dell’Uffìcio Indagini. Parte l’inchiesta e a tempi serrati si svolge il processo, che conosce tappe drammatiche nel dibattimento. Mentre la nuova stagione incalza, il 14 luglio arriva la sentenza di primo grado, undici giorni dopo quella di appello, a seguito della quale una commissione di saggi nominata da Guido Rossi assegna lo scudetto 2005-06 all’Inter, terza classificata, dopo la retrocessione della Juventus e la pesante penalizzazione inflitta al Milan, lasciando revocato e non assegnato quello del campionato 2004-05. Il 27 ottobre 2006 la vicenda si chiuderà con la sentenza finale della terza istanza, l’Arbitrato del Coni: retro-cessione in B della Juventus con 9 punti di penalizzazione, penalizzazione di 30 punti per il Milan, cui si aggiungono per la stagione successiva ulteriori penalizzazioni di 15 punti per la Fiorentina e 11 per la Reggina, 8 per lo stesso Milan, 3 per la Lazio; quanto ai dirigenti, alla fine di un lungo iter, radiazione per Antonio Giraudo, Luciano Moggi e Innocenzo Mazzini (ex vicepresidente Figc). Seguirà un lungo processo penale, che porterà nel 2015 ad assolvere per prescrizione Moggi, Giraudo, Pairetto e Mazzini e gli ex arbitri Bertini e Dattilo. La Suprema Corte tuttavia nelle sue motivazioni scriverà che Luciano Moggi era al centro di tutto: «Più che di potere si deve parlare di uno strapotere esteso anche agli ambienti giornalistici e alle tv che lo osannavano come autorità assoluta». Moggi è stato «l’ideatore di un sistema illecito di condizionamento delle gare del campionato 2004-05. Un sistema che prende il suo nome».

LA RIVELAZIONE: FIGLIO D’URTO
Avrà sempre un lato oscuro, la dimensione di campione di Daniele De Rossi, di cui un primo significativo assaggio arriva al Mondiale 2006, nella partita contro gli Stati Uniti, quando una gomitata a McBride costa a quest’ultimo una ferita sanguinante e a lui l’espulsione e quattro turni di squalifica. Qualcuno noterà che alcuni eccessi agonistici già l’avevano tradito in azzurro contro Svizzera e Ghana. Insomma, mr. Hyde. E il dottor Jekyll? Non è certo solo la faccia da bravo ragazzo di questo talento, nato a Roma il 24 luglio 1983, e formatosi sulla spiaggia di casa, a Ostia. Attaccante nell’Ostia Mare, un provino consigliato all’amico Bruno Conti da papà Alberto - già buon libero delle giovanili romaniste e poi tra C1 e C2 con Livorno, Lucchese, Sarzanese e San Marino e poi tecnico dei ragazzi della Roma lo porta in giallorosso. Qui Mauro Bencivenga lo arretra a centrocampo e la carriera si impenna: esordiente in A a 19 anni, titolare l’anno dopo, nonché campione d’Europa con l’Under 21 e infine azzurro grazie a Marcello Lippi. Lo stipendio di 40mila euro l’anno si carica di zeri, come meritano le doti non comuni che questo figlio d’arte mette in mostra: corsa, qualità, quantità, abilità in fase di filtro, qualche gol quando serve. E poi, beh, poi c’è il lato oscuro. Per fortuna ai Mondiali i compagni gli daranno il tempo di ritornare e incidere, tra l’altro trasformando il terzo dei rigori azzurri che varranno la gioia iridata.

LA SARACINESCA: MARCO NAZIONALE
Per Marco Amelia galeotto fu... un calcio di rigore. Da ragazzino, sognava di fare il centravanti come papà: nella squadretta in cui giocava a Frascati il portiere lo si faceva a turno; il giorno che toccò a lui parò un tiro dagli undici metri e il suo destino fu segnato. Nato a Frascati il 2 aprile 1982, nelle giovanili della Roma alle doti fìsiche (1,90 per 90 chili) ha accoppiato una cura meticolosa della tecnica che lo ha portato a vent’anni, dopo una stagione di panchina a Livorno in C1, a giocare titolare nel club amaranto in B segnalandosi fra i migliori del ruolo e guadagnandosi la stima di Pantaleo Corvino, che lo ingaggiava per il Lecce, in Serie A, per poi passarlo a gennaio al Parma. Sei mesi di panchina ed ecco il ritorno a Livorno, a giocare sempre, dimostrando colpo d’occhio e personalità. Tanto da meritare il debutto in Nazionale e la convocazione per la Coppa del Mondo, come secondo di Gigi Buffon. In Germania gli toccherà solo panchina (e dunque, secondo la regola aurea del calcio, non essendo sceso in campo non potrà fregiarsi del titolo di campione del mondo), ma la partecipazione all’avventura varrà come certificazione di alto livello.

IL SUPERBOMBER: TONI EXPRESS
Ne ha avuta, Luca Toni, di tenacia, per riuscire a sfondare. È nato sull’Appennino, a Pavullo, in provincia di Modena, il 26 maggio 1977, e da ragazzino per coltivare il suo sogno si sciroppava 50 chilometri al giorno in corriera per frequentare le giovanili del Modena. La strada era lunga e lo è stata anche quella dei primi passi: l’esordio in C1, a 18 anni un campionato da titolare, quel fisico statuario (1,93 per 88 chili) che sembrava un ostacolo più che una risorsa: bravo, ma lento, si diceva nell’ambiente. Andò in B, all’Empoli, e fece quasi scena muta, a vent’anni ricominciò dalla C1, nel Fiorenzuola, poi alla Lodigiani, dove presero ad arrivare i gol, che gli valsero un posto di prima fila in B, nel Treviso. Finalmente alle doti tecniche si accoppiava il tempismo sotto rete e il ragazzone si confermò poi a Vicenza, tanto che Luigi Corioni, presidente del Brescia, puntò forte su di lui, 28 miliardi. Un buon campionato, poi in estate, il 26 agosto 2002, in amichevole con la Samp saltava il legamento collaterale del ginocchio sinistro e arrivederci sogni di gloria. Il lento recupero, il ritorno in campo, un paio di gol giusto per riprovarci e far sembrare ormai passati tutti i treni importanti. Aveva 26 anni quando Zamparini gli propose il Palermo che voleva a tutti i costi la promozione in A, lui accettò con entusiasmo e in rosanero sbocciò il campione: 30 reti, il salto in A, la maglia azzurra consegnatagli da Lippi e altri 20 gol a certificare l’avvenuto passaggio tra i grandi del mestiere. Questa volta a scommettere su di lui è Pantaleo Corvino, che lo porta alla Fiorentina per soli 10 milioni e centra il gran colpo. Con quel fisico, coi movimenti felpati di falso lento (sembra alla moviola, in certi movimenti, eppure difende alla grande il pallone e il dribbling è eccellente), segna 31 reti guadagnando il trono dei bomber, preludio al titolo mondiale.



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Scudetto assegnato all'Inter dopo sentenze calciopoli


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