Serie A 2004-05 - Juventus (revocato)


Il Racconto


IL FILM: MULINO A VENTI
I pasticci dell’estate precedente provocano l’allargamento del campionato di A a 20 squadre, con conseguenti acrobazie di calendario, incrementando il numero delle giornate proprio quando il torneo parte in ritardo (12 settembre) causa Olimpiadi. La Juventus rastrella assi al mercato per avviare un nuovo ciclo: 25 milioni alla Roma per Emerson e 19 all’Ajax per Ibrahimovic. La Fiorentina dei Della Valle a gennaio ne verserà 13 al Lecce per Bojinov, il Milan ne paga 10,5 alla Lazio per il gigante Stam. La Juve di Fabio Capello è subito protagonista: con otto vittorie nei primi nove turni prende il largo, facendo il vuoto. La ferma inopinatamente la Reggina, che vince sul campo di casa una gara destinata a far parecchio discutere (per via dell’arbitro Paparesta rimasto alla fine chiuso nel suo stanzino), poi i bianconeri si riprendono e il 9 gennaio 2005 sono campioni d’inverno con un turno di anticipo. Alle loro spalle solo il Milan, dopo l’exploit iniziale del Messina, riesce a limitare i danni, fino a chiudere l’andata ad appena due punti dai rivali.
Il girone di ritorno si apre col crollo dei rossoneri, due sconfitte che ridanno fiato alla fuga della Juventus. Il Milan riprende però la rincorsa e alla venticinquesima giornata si appaia in vetta, mentre l’Inter tutta nuova di Mancini, terza, è staccata già di 11 punti. La convivenza in testa tiene banco, con una breve interruzione, fino allo scontro diretto dell’8 maggio, quando i bianconeri sbancano San Siro, ipotecando il tricolore. Lo vinceranno il 22 maggio, con un turno di anticipo, per chiudere con 7 lunghezze sui rivali. Lo perderanno un anno più tardi, per via giudiziaria, e il titolo resterà non assegnato. In coda, Atalanta presto staccata e nel finale bagarre tra un nutrito gruppo di squadre: sotto lo striscione la Fiorentina si salva inguaiando il Brescia, che cade in B come farà il Bologna, sconfitto allo spareggio dal Parma.

I VINCITORI: LA TRIADE COLPISCE ANCORA
II primo botto la Juventus lo centra in estate, nel pieno di un momento tragico, con l’ingaggio del successore di Marcello Lippi, passato alla Nazionale. L’8 febbraio 2004, Fabio Capello, allenatore della Roma, era uscito allo scoperto senza mezzi termini: «Non allenerei mai la Juve. Questione di scelte di vita. Ci sono squadre che non m’interessano, non mi danno stimoli. Intendiamoci, la società bianconera è tra le prime cinque al mondo. Credo che tutti gli allenatori vorrebbero lavorare lì. Io no». Neanche quattro mesi più tardi, il 28 maggio, l’ambiente bianconero viene traumatizzato dalla notizia della morte di Umberto Agnelli, ucciso dalla stessa malattia che poco più di un anno prima si era portata via il fratello Gianni. Ultima decisione assunta: l’ingaggio di Fabio Capello, che evidentemente ha cambiato idea. Le due notizie arrivano al pubblico in contemporanea. Al nuovo tecnico la “triade” (l’amministratore delegato Antonio Giraudo, il direttore generale Luciano Moggi e il vicepresidente Roberto Bet-tega) apparecchia una tavola sontuosa, per aprire un ciclo nuovo: oltre ai citati Emerson e Ibrahimovic, potenzia la difesa con Fabio Cannavaro, scaricato dall’Inter che addirittura lo scambia alla pari (valutazione: 10 milioni) col giovane portiere uruguaiano Carini. Quattro gli innesti a costo zero: il difensore Zebina dalla Roma, gli interni Blasi, tornato dal prestito al Parma, e Kapo dall’Auxer-re, più l’attaccante Mutu, squalificato in Inghilterra per cocaina e licenziato dal Chelsea. Le imponenti cessioni riducono il passivo finale a 14 milioni. Capello si conferma manico d’eccezione indovinando subito la formula: Buffon in porta, Zebina, Thuram, Cannavaro e Zambrotta in difesa, Camoranesi, Emerson, Blasi (o Appiah) e Nedved a centrocampo, Trezeguet e Del Piero o Ibrahimovic in attacco. Quando Trezeguet si fa male alla spalla sinistra a inizio ottobre ed esce di scena (verrà operato a Lione per lesioni a tendini e legamenti e pure per una piccola infrazione ossea), è lo svedese a prendersi la scena da centravanti titolare, sfoderando tecnica e potenza letali. La squadra è un rullo compressore, grazie a una difesa d’acciaio, in cui Pessotto spesso dà il cambio a Zebina sulla fascia destra, un centrocampo che unisce filtro e fosforo (Emerson) all’irruenza degli incursori (Camoranesi e Nedved), mentre in avanti fioccano i gol, anche perché nel finale di stagione Trezeguet torna, a dare il cambio sia a lbra che a Del Piero, in un meccanismo perfetto: per uno scudetto che dodici mesi più tardi diventerà carta straccia senza essere assegnato. Ma questa è un’altra storia.

I RIVALI: LA VITA È BEFFA
Per il bis col suo Milan, Carlo Ancelotti punta forte sul telaio dello scudetto. Adriano Galliani, numero uno anche formale del club dopo le dimissioni a fine 2004 da presidente di Silvio Berlusconi (per via dell’incompatibilità con la carica di capo del governo sancita dalla legge anti-trust che vieta le situazioni di conflitto di interessi) aggiunge solo tre tasselli alla rosa tricolore: il gigantesco difensore centrale Stani, il centrocampista Dhorasoo (dal Lione a parametro zero) e il centravanti Crespo (dal Chelsea in prestito dopo un’annata poco fortunata). Il tecnico inciampa sulla sfortuna, con Stani e Inzaghi fuori causa per mesi entrambi per gravi infiammazioni alla caviglia sinistra. Quanto a Dhorasoo, è un pesce fuor d’acqua e il tecnico è costretto a una partenza sofferta. Gioca con Dida in porta, Cafu e Kaladze (o Pancaro) sulle corsie esterne, Nesta e Maldini centrali difensivi, Pirlo in regia arretrata con Gattuso e Seedorf a sostegno, Kakà trequartista e Shevchenko e Tomasson di punta. Solo quando affida la partnership dell’asso ucraino al redivivo Crespo vede il Milan risvegliarsi ai massimi livelli, tanto da raggiungere la Juve e fare il vuoto in Europa. Nel finale di stagione i rientri di Stani e Inzaghi e il rinnovato contributo di Rui Costa allargano il ventaglio delle alternative, eppure il Milan cade negli appuntamenti decisivi: si fa infilare dalla Juve nello scontro diretto e poi crolla di schianto nel secondo tempo della finale di Champions. Restando con un pugno di mosche in mano.

IL TOP: IL GRAFFIO DEL PUMA
Non è stata tutta rose e fiori, la storia di Emerson in Europa. Il campione col calcio nel destino (è nato in una città brasiliana di nome Pelotas - palloni in lingua spagnola - il 4 aprile 1976) ha varcato l’Oceano molto presto. Affermatosi giovanissimo nel Gremio, a 21 anni approdava in Germania, al Bayer Leverkusen, e dopo un breve ambientamento diventava un punto di forza della squadra. La Roma lo puntava nel 2000, alla scadenza del contratto, poi una clausola maligna (che concedeva al Bayer il diritto unilaterale di prolungamento dell’accordo fino al 2002) provocava una lunga diatriba, risoltasi a favore del club giallorosso. Il tempo di metter piede a Trigoria ed eccolo appiedato: alla fine di un allenamento, eseguendo uno stop da solo, il 18 agosto 2000 si rompeva il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Sala operatoria, lunga rieducazione ed eccolo in campo cinque mesi dopo, in tempo per confermare la propria classe e contribuire al sospirato scudetto della Roma. Ai Mondiali del 2002 era atteso come il tigre nel motore del Brasile, ma in allenamento, giocando in porta (!), si lussava una spalla prima del via della competizione ed era costretto a tornarsene a casa mentre i compagni si apprestavano a vincere il titolo. Nel 2003 voleva lasciare la Roma per la Juventus e un nuovo lungo braccio di ferro di mercato gli imponeva di restare. Finalmente, nell’estate del 2004, fortemente voluto da Capello, si ritrova in bianconero, pronto a confermarsi centrale di centrocampo tra i più completi al mondo: piedi buoni, formidabile capacità di filtro, regia illuminata. Il “puma” (come lo soprannominarono a Roma, per la classica postura in campo) graffia da par suo e permea la Juve di qualità e grinta vincenti.

IL FLOP: LA CORDA AL CROLLO
Il Bologna, come altri club, è in difficoltà finanziarie, tanto che il suo patron, Giuseppe Gazzoni, denuncia da tempo il “doping amministrativo”, che favorisce in classifica le società più disinvolte nella gestione finanziaria, penalizzando quelle virtuose che alle ragioni del bilancio immolano quelle tecniche. La sua campagna di mercato in linea con le premesse, sacrificando i gioielli difensivi Zaccardo (al Palermo) e Natali (all’Atalanta) e quello di centrocampo Nakata (Fiorentina). Mentre Signori a 35 anni dice addio per chiudere all’estero, gli arrivi sono a basso costo: per i difensori Nastase dal Palermo (1,8 milioni) e Juarez dal Siena (1) e l’attaccante di ritorno Cipriani dalla Sampdoria (1) le spese più rilevanti. Il resto sono prestiti o parametri zero. Tra questi, il “colpaccio” di Zagorakis, trentatreenne centrocampista dell’AEK Atene, votato miglior giocatore dei recenti Europei più come simbolo della sorprendente Grecia che vi ha sbaragliato il campo che per effettivo valore. Presentato come “il Baggio greco”, si rivelerà un modesto faticatore e nulla più. In compenso rimane il timoniere, l’esperto Carlo Mazzone, cui la rosa poco brillante non fa paura. Infatti, dopo un avvio da far tremare i polsi, con la squadra a lungo quartultima, riesce a raddrizzare la barra del timone, lanciando tra l’altro con successo il giovane Gamberini, difensore centrale del vivaio. Con Pagliuca in porta, Juarez, Gamberini, Torrisi e Sussi in difesa, Nervo, Zagorakis, Amoroso o Colucci e Locatelli a centrocampo e Tare e Beliucci in attacco, risale la classifica e addirittura il 20 marzo, pareggiando a Messina, si ritrova settimo a 38 punti. La zona Uefa sembra a portata di mano, il pubblico si fa esigente, fischia se non arriva la vittoria e il Bologna si pianta: nelle successive nove partite colleziona cinque sconfitte e quattro pareggi, fino a chiudere quart'ultimo, a pari punti con Fiorentina e Parma. Salvi i viola grazie alla classifica avulsa (hanno una vittoria e un pari con entrambe le emiliane), è spareggio con i gialloblù. Il Bologna si illude vincendo a Parma il 14 giugno con un gol di Tare, ma il 18 perde in casa (Cardone e Gilardino) e saluta la A. Travolto finanziariamente per la perdita dei proventi televisivi, Gazzoni sarà costretto di lì a poche settimane a cedere la società.

IL GIALLO: LA SACRA RATA
Nel colmo dell’estate del 2004 la Lazio è nel dramma: dopo aver per anni battuto i primati di spesa al mercato, ora ha l’acqua alla gola, causa un debito col Fisco di proporzioni apocalittiche: 140 milioni di euro. La società, in gestione precaria (è stata per mesi sull’orlo del fallimento), ha due pretendenti: Piero Tulli, del gruppo Cisco, e Claudio Lotito, quarantasettenne imprenditore impegnato in vari settori, dalle pulizie alla ristorazione, dall’edilizia alle caldaie fino alla vigilanza. È quest’ultimo a spuntarla, il 19 luglio 2004, quando acquista il 32 per cento della Lazio per 21 milioni, con opzione per rilevare la quota di Capitalia, e da azionista di maggioranza diventa presidente. Il suo impegno è risanare le finanze del club. Versando 8,6 milioni ottiene l’iscrizione al campionato, ma il vero problema resta la voragine fiscale. Da mesi il club ha scongiurato il fallimento grazie a una istanza di transazione e rateizzazione del debito con l’Erario in base a una legge del 2002, che consente di “spalmare” i debiti con lo Stato nelle future gestioni, ma che non è mai stata applicata e prevede condizioni non facili da ottemperare. Si apre una trattativa che lascia i tifosi col fiato sospeso, mentre la squadra, affidata a Domenico Caso e poi a Giuseppe Papadopulo, si barcamena tra campionato e Coppa Uefa. Quando l’istanza di un creditore apre la procedura fallimentare, tutto sembra perduto. Il 12 febbraio 2005 un corteo di tifosi per le strade di Roma chiede a gran voce il salvataggio dell’ultracentenaria società. Il termine per sbloccare le trattative “spalmadebiti” scade alle 13 del 29 marzo. La tensione è al massimo quando, dieci minuti prima della scadenza, viene depositato, presso la cancelleria della Sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli, l’atto di transazione tra la Lazio e l’Agenzia delle Entrate. Il contenuto non ha precedenti: la restituzione dei 140 milioni viene diluita in 23 anni ed è garantita da un'ipoteca sul centro sportivo di Formello e dagli incassi dell'Olimpico. Circa trecento tifosi biancocelesti fuori dal palazzo di giustizia applaudono; alle polemiche che seguiranno violente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, risponderà: «Quello della Lazio è un caso particolarissimo, una squadra con un numero enorme di sostenitori e il suo fallimento avrebbe avuto conseguenze di ordine pubblico che ci hanno preoccupato. Di fronte all'ipotesi di pericolose ripercussioni e ai rischi di perdere interamente quello che il fisco doveva incassare, abbiamo fatto questa scelta consentita dalla legge».

LA RIVELAZIONE: BOTTO DA ORBI
Strana storia, quella di Esteban Cambiasso, ragazzo prodigio delle giovanili dell’Independiente, “rapito” dal Reai Madrid a 16 anni (è nato a Buenos Aires il 18 agosto 1980) e subito inserito nella squadra B, con tanto di diatriba legale, risolta dalla Fifa con la condanna del club spagnolo a pagare un milione e mezzo di dollari a quello argentino. Soprannominato il “Cuchu”, per la somiglianza con Cuchuflito, personaggio televisivo del suo Paese, campione del Mondo Under 20 con l’Argentina nel 1997, dopo il secondo campionato nel Castilla (la squadra B delle “merengues”) in terza divisione, preferisce giocare sul serio e induce il Real a prestarlo all’Independiente. Tornato in patria, Cambiasso, classico numero 5, cioè centrale di centrocampo davanti alla difesa, sfonda, subito titolare, e dopo tre stagioni ne trascorre un’altra al River Piate, in cui Ramon Diaz lo interpreta come trequartista e lui vince il campionato Clausura segnando 12 reti. Il Reallo riporta a casa, ma la storia con lo squadrone dei “galácticos” non decolla: tra tante stelle, lui finisce riserva e nonostante il ricco bottino di trofei (titolo nazionale, Supercoppa europea e Coppa Intercontinentale), al termine della seconda stagione, nell’estate del 2004, finisce all’Inter a parametro zero. Un affare colossale. In breve Cambiasso diventa la trave portante del gioco dell'Inter: rapido e infaticabile come il migliore dei mediani, ha un sinistro sapiente da regista arretrato e pure il tiro per togliersi qualche sfizio in zona gol. Un campione assoluto, in barba alla miopia dei soloni del Real che lo hanno snobbato.

LA SARACINESCA: MATTEO DA LEGARE
Arriva a svettare a 30 anni, Matteo Guardalben - una carriera anonima alle spalle - e la sua sembra una vecchia storia di portieri di un tempo, quando la maturità per gli estremi difensori arrivava solo in tarda età. Nato a Nogara, in provincia di Verona, il 5 giugno 1974, questo ragazzone di quasi 1,90 diventa calciatore per caso, tra i pulcini dell’Aselogna, giocando un tempo da portiere e il secondo in attacco, prima di rendersi conto che a stare in porta si corre e fatica meno. Passa al Legnago, poi al Mantova e nel 1988 finalmente nelle giovanili del Verona, la squadra del cuore, dove incrocia Francesco Toldo. A vent’anni esce di casa, titolare nella Massese, in C1, a far bella figura e guadagnare il pronto rientro alla base. Gioca le prime cinque partite nella stagione che si chiude col ritorno in A, poi Perotti gli preferisce Casazza. L’anno dopo, finalmente, il debutto nella massima serie e qui, subentrato all’infortunato Gregori, conquista la fiducia di Cagni e diventa titolare. A fine stagione passa al Parma, vice di Buffon, ma nel dicembre 1998 in Coppa Italia contro l’Udinese si rompe un tendine dell’adduttore sinistro e finisce sotto i ferri. Quattro campionati in panchina dietro il grande Gigi, poi eccolo di nuovo in campo, col Piacenza, a dimostrare che le doti c’erano davvero, bastava un po’ di fortuna. Dopo due tornei di A e due di B, Rino Foschi nell’estate del 2004 lo porta a Palermo e qui il ragazzo fa il vuoto: reattività muscolare e riflessi sono quelli di sempre, i lunghi anni di apprendistato (ringrazia sempre il “maestro”, l’amico Buffon, più giovane di quattro anni ma capace di insegnare a tutti) lo hanno migliorato nella personalità e soprattutto nel gioco coi piedi. Nell’exploit dei rosanero, che si piazzano al sesto posto, c’è molto della forza di questo portiere tutto studio e razionalità che a fine stagione guadagna il meritato premio dell’esordio in Nazionale allo Sky Dome di Toronto contro la Serbia Montenegro.

IL SUPERBOMBER: AUTO DA GOL
La voleva proprio, quell’auto “griffata” Livorno, Cristiano Lucarelli, che alla città toscana (dove è nato il 4 ottobre 1975) è legatissimo, nonostante ne abbia abbracciato il club solo a 28 anni. Breve riassunto delle puntate precedenti. Lucarelli mette fuori la testa a 17 anni, titolare nel Cuoio Pelli, tra i Dilettanti, e da lì parte l’avventura: spopola tra le giovanili del Perugia, con cui esordisce in B, poi a vent’anni segna gol a raffica tra i cadetti, prima a Cosenza e poi a Padova, e con l’azzurro dell’Under 21. Sembra un predestinato e se lo accaparra l’Atalanta nel 1997, ma il ragazzo non ingrana, finisce a Valencia e si incarta. Ritrova il gol a Lecce e da lì conquista la maglia granata del Torino, da cui però estrae appena 10 gol in due campionati. Così eccolo appunto a 28 anni vestire la maglia amaranto e ritrovare il feeling smarrito con tutte le sue ragioni di campione precocemente interrotto: con 29 gol riporta il Livorno in A e qui dimostra che è proprio l’aria di casa a galvanizzarlo: in questa stagione con 24 reti accalappia la salvezza e pure il trono dei cannonieri. Fisicità dirompente, dribbling agile, abilità diabolica sotto rete gli meritano l’esordio in Nazionale, a giugno, contro la Serbia Montenegro (onorato con un gol). Il rapporto col presidente Spinelli non è tutto rose e fiori, ma lui l’avventura di quest’anno la racconta così, con il sottofondo a quattro ruote: «Il presidente deve regalarmi la sua Porsche Cayenne amaranto: con lui avevo fatto una scommessa e l’ho vinta, ma lui, non a caso genovese, ha detto che l’accordo sarebbe stato valido solo col titolo di capocannoniere. Bene, l’ho accontentato!»



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Lo scudetto revocato alla Juventus per i fatti di calciopoli


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