Serie A 2003-04 - Milan


Il Racconto


IL FILM: CAOS CLINICO
Lo scandalo delle false fideiussioni infiamma la lunga estate del 2003: il 22 luglio la Covisoc (organismo di controllo dei club) emette parere negativo sull’iscrizione al campionato di Roma e Napoli, che sei giorni dopo si mettono in regola presentando apposite fideiussioni. Queste ultime però il 3 agosto risultano emesse da una finanziaria che garantiva 12,5 milioni di euro avendo un capitale sociale di 500mila euro. Ne nasce un polverone, a base di firme e intestazioni fasulle, con l'allargamento ad altri club e indagini a tappeto per truffa e falso. È il sintomo di una sempre più grave crisi finanziaria del calcio italiano. Non per niente dopo la Lazio un’altra delle ex “sette sorelle” miliardarie della A, il Parma, avvia in estate pesanti dismissioni dopo gli anni dei soldi facili: è il preludio al “crac” Parmalat che toccherà il culmine a dicembre, con l’arresto di Calisto Tanzi, patron del colosso multinazionale che ha in pancia anche il club gialloblù. Il top di un mercato in tono minore verrà toccato a gennaio, quando per l’appunto l’Inter verserà nelle esauste casse emiliane 23 milioni di euro per riscattare il centravanti Adriano. In estate, il botto è appannaggio della Roma con l’acquisto del difensore Chivu dall’Ajax per 18 milioni; lontani per distacco sono gli arrivi di Kakà al Milan dal San Paolo per 8, di Legrottaglie alla Juventus dal Chievo per 7,5 e di Van der Meyde e Cruz all’Inter rispettivamente da Ajax e Bologna entrambi per 7. Dopo un ottimo avvio della Juve, sono Roma e Milan a isolarsi in testa alla classifica; i giallorossi il 18 gennaio saranno campioni d’inverno da soli, ma unicamente in quanto il Milan (secondo con la Juve a tre punti), recupererà solo dieci giorni dopo - vincendola - la gara col Siena saltata a dicembre per giocare la Coppa Intercontinentale a Tokyo. Nel ritorno, con sette vittorie di fila, i rossoneri approfittano dei passi falsi giallorossi in casa con l’Udinese e a Brescia per prendere il largo. Il 22 marzo il derby capitolino viene sospeso in avvio della ripresa per “imposizione” di tre ultra della Roma sulla base della falsa notizia della morte di un tifoso giallorosso, con contorno di una devastante guerriglia notturna. Il 2 maggio, battendo i rivali diretti a San Siro, il Milan è di nuovo campione d’Italia con due turni di anticipo. Vincerà con un distacco di 11 punti sulla Roma, mentre in B, oltre al già staccato Ancona, scendono in B all’ultimo turno Empoli e Modena. Li seguirà il Perugia, soccombente a giugno nello spareggio con la Fiorentina, sesta classificata della Serie B “extralarge”.

I CAMPIONI: CARLO ARMATO
II Milan che non ti aspetti esce da un mercato in apparente sordina: i due laterali scelti dall’a.d. Galliani (il presidente Berlusconi è impegnato come capo del governo) per tappare le falle esterne sono Cafu e Pancaro, 34 e 33 anni, dismessi a costo zero rispettivamente da Lazio e Roma. E ad aggiungere fantasia in avanti è un ventiduenne brasiliano, Kakà, che approda in rossonero in agosto suscitando qualche ironia fuori posto (by Moggi) e tanti punti interrogativi: trequartista da “futebol bailado”, è tutto da inquadrare nel nostro calcio ipertattico e dunque a rischio fallimento. Carlo Ancelotti però si mette all’opera soddisfatto: prende la Supercoppa europea come antipasto, esclude il deludente Rivaldo (se ne andrà via, col contratto rescisso e una ricca buonuscita, a gennaio) e lancia sul terreno verde con mano sicura la sua nuova creatura vincente: davanti a un ormai stratosferico Dida, Cafu e Pancaro dileggiano le proprie carte d’identità difendendo da mastini e attaccando come treni in corsa sulle fasce, mentre Nesta e Maldini impastano tempismo e classe pura al centro; nel cuore del gioco dipinge Pirlo e sono pennellate da regista sommo, appoggiato al meglio dal tremendismo di Gattuso e dalla qualità “totale” di Seedorf; in avanti, Kakà è trequartista devastante, ideale condimento in zona gol per la classe di Shevchenko e la sostanza di Inzaghi o del suo sostituto Tomasson. Un Milan che incanta spesso e volentieri sulle ali di un gioco di alta qualità e vince il titolo da rullo compressore, a suon di record, cogliendo il massimo punteggio nell'era dei tre punti e il massimo distacco sulla seconda.

I RIVALI: ROULETTE RUSSA
È una Roma col turbo, quella che Fabio Capello presenta in avvio di stagione. Pur già alle prese con problemi finanziari, che ne mettono persino a rischio l’iscrizione al campionato - poi in porto grazie all’intervento di Capitalia, garantita dalle proprietà del presidente Franco Sensi - la Roma centra il record stagionale di passivo di mercato: 25,5 milioni, per vestire di giallorosso Chivu dell’Ajax e Lupatelli (700mila euro) del Chievo, riscattare Dacourt dal Leeds (5 milioni) e D’Agostino dal Bari (1,35) e farsi prestare Carew dal Valencia (1), riuscendo a recuperare pochissimo grazie alla cessione di alcuni giovani. Il tecnico parte con Pelizzoli in porta a proteggere la difesa d’acciaio formata da Zebina, Samuel e Chivu, un centrocampo con splendidi esterni brasiliani - Mancini e Lima - e il trio Dacourt-Emerson-Totti a far legna, geometrie e fantasia per l’attacco leggero col devastante Montella e il puledro Cassano. La squadra aggredisce il campionato, balza in testa, poi Montella si rompe (menisco e poi complicazioni che pretenderanno un nuovo intervento chirurgico) e lo sostituisce il panzer Carew; nonostante il successo del Milan all’Olimpico, a metà gennaio i giallorossi sono campioni d’inverno, anche se gli stipendi tardano ad arrivare e ormai è chiaro che il club è in difficoltà. Come l’orizzonte prende a offuscarsi, Capello sterza: quattro difensori (il riottoso Panucci o Zebina, Samuel, Chivu e Candela), quattro centrocampisti (Mancini, Emerson, Dacourt e Lima), due attaccanti (Totti e Cassano). In quei giorni di febbraio sembra che la Roma debba presto anche cambiare lingua, abbracciando il cirillico della Nafta Moskva, una delle maggiori compagnie petrolifere dell’ex Unione Sovietica, che mette sul piatto 400 milioni per rilevare il club. Un attimo prima di andare in porto, tuttavia, l’affare si arena e il patron Franco Sensi ammette pesanti difficoltà finanziarie. La squadra si aggrappa con le unghie e coi denti a ciò che resta della stagione. Non è molto: uscita dalle Coppe - Italia (Milan) e Uefa (Villarreal) - deve accontentarsi del secondo posto a 11 punti dalla capolista, mentre Capello esce di scena prendendo la via della Juventus.

IL TOP: KAKÀ MERAVIGLIAO
Il suo nome, ovviamente, non era Kakà e non solo perché dopo la nascita, il 22 aprile 1982 a Brasilia, risultava all’anagrafe come Ricardo Izecson dos Santos Leite, ma anche perché ai primi vagiti nel calcio era conosciuto come Cacà. Lo doveva al fratellino Rodrigo, che da piccolo ne deformava il nome Ricardo in “Ca Ca”. Figlio di un ingegnere e di una professoressa presto trasferitisi tra i ricchi di Perdizes, a San Paolo, il ragazzino si fece subito notare col pallone tra i piedi nella “escolinha de futebol” Sumaré. Alle giovanili del San Paolo arrivò a 8 anni dopo una finale giocata (e persa) nelle file dell'Alphaville Tènis. Il tocco di palla e il dribbling incantavano, ma la crescita del fisico tardava e allora il preparatore del club, Turibio Leite de Barros, lo sottopose a una “cura” a base di carboidrati e creatina e di lavoro specifico in palestra, che nel giro di un anno e mezzo lo portarono a misure perfette: 1,86 di statura per 73 chili. Un misto di forza e agilità con cui il baby il 7 marzo 2001 decideva la finale di ritorno del Torneo Rio-San Paolo contro il Botafogo realizzando una doppietta in due minuti (dopo essere subentrato a Fabiano). A neanche 19 anni era già un eroe locale. Diventato professionista, cambiava con due “k” la dizione del proprio soprannome, emergeva con l'Under 21 e a vent’anni era già campione del mondo, grazie ai venti minuti giocati a Suwon nella prima fase al posto di Rivaldo contro Costa Rica. Battezzato a 14 anni, la sua fede si è rafforzata a 18, quando con uno sventato tuffo di testa in piscina a Goiania si procurò la frattura della sesta vertebra, scampando miracolosamente alla paralisi. Arriva dunque in Italia a 22 anni da “stellina” circondata da molte incognite (in patria i maligni sostengono che si ritroverà a fare la riserva di Rivaldo), poi il campo dissipa in fretta ogni dubbio: elegante, rapido, concreto, Kakà diventa la nuova sensazione della Serie A dipingendo calcio, dribbling e gol, di piede e di testa, da fuoriclasse assoluto. La sua travolgente bravura è una perla preziosa nel gran gioco del Milan, la rete con cui abbatte l’Inter in rimonta nel derby di ritorno al culmine di una percussione irresistibile è il manifesto di un campione straordinario.

IL FLOP: CADUTA VERTICAL
Che per l'Inter di Massimo Moratti l’ennesima stagione del rilancio non fosse fortunata si era capito fin dal pieno dell’estate, con lo stop per problemi cardiaci del neo-arrivato Fadiga, stella senegalese dell’Auxerre. L’ombra del “caso Kanu” non scoraggiava il presidente, costretto dalla piazza a confermare Cuper e deciso ad arredargli una squadra da scudetto con un mercato da oltre 22 milioni: oltre a Van der Meyde, esterno olandese, e al centravanti argentino Cruz, ecco un terzino sinistro, Brechet (dal Lione per 4 milioni), altre due ali: Kily Gonzalez, pupillo del tecnico (dal Valencia per 2,5) e Luciano (dal Chievo in prestito per 1,25), più Lamouchi, centrale di centrocampo (dal Parma in prestito in cambio di Morfeo). L’allenatore argentino, conosciuto come l’“hombre vertical” (uomo tutto d’un pezzo), parte lancia in resta con Toldo in porta, Javier Zanetti, Cannavaro, Materazzi e Cordoba in difesa, Luciano, Lamouchi o Cristiano Zanetti, Emre e Van der Meyde a centrocampo, Vieri e Martins in attacco. Dopo le due vittorie di avvio e un fantastico 3-0 all’Arsenal ad Highbury in Champions, la squadra frana, travolta dal Milan nel derby, inducendo Moratti a sostituire dopo sei giornate il perdente Cuper con Alberto Zaccheroni. Ed ecco la nuova Inter: davanti a Toldo, difesa a tre (Cordoba, Materazzi e dopo il suo infortunio Adani, Cannavaro), centrocampo a quattro (J. Zanetti, Almeyda o Farinos o Emre o Lamouchi, C. Zanetti e Pasquale), attacco a tre (Recoba, Vieri e Cruz). Un filotto di sei successi lascia sperare nel risveglio, ma a gennaio arrivano le docce fredde e Moratti il 19 gennaio 2004 rassegna le dimissioni, stanco di “metterci la faccia”, e passa la presidenza a Giacinto Facchetti, scatenandosi peraltro ancora sul mercato: riprende a peso d’oro il centravanti Adriano dal Parma e vi aggiunge l’interno Stankovic, dalla Lazio in cambio di 4 milioni e della comproprietà del giovane nerazzurro Pandev. I due nuovi arrivati diventano titolari, non senza problemi assortiti: considerato incompatibile col nuovo panzer offensivo, Vieri rompe con Zaccheroni rifiutando la panchina ed è più spesso il baby Martins, giovane nigeriano proiettato dalla Primavera alla prima squadra, a entusiasmare in attacco con guizzi e gol prima delle immancabili capriole. Alla fine per l’Inter è solo quarto posto, a 23 punti dalla capolista, con la qualificazione Champions unico risultato stagionale. Confermato nonostante tutto da Moratti, Zaccheroni un mese dopo la fine del campionato verrà sostituito con Roberto Mancini.

IL GIALLO: BAR CONDICIO
Il calcio italiano è inquieto e in crisi. Nell’estate del 2003, oltre allo scandalo delle fideiussioni false, ha tenuto banco per settimane il caso di Luigi Martinelli, che avendo giocato il 12 aprile 2003 in B nel Siena contro il Catania è stato oggetto di una disputa feroce: secondo il club etneo, poi retrocesso in C1, non avrebbe potuto scendere in campo, in quanto aveva sì saltato per squalifica la precedente gara di campionato, giocando però nelle file della Primavera. Un cavillo, portato alla magistratura sportiva e poi a quella amministrativa; il Tar di Catania, adito da Riccardo Gaucci, presidente del Catania (nonché figlio di Luciano, patron del Perugia), gli ha dato ragione. C’è voluto il Governo a cavar fuori il calcio dal ginepraio con un apposito “decreto salvacalcio”, con cui il 19 agosto ha limitato il potere dei Tar in materia sportiva riconoscendone la competenza solo a quello del Lazio e consentendo alla Federcalcio di allargare fino a 24 squadre il torneo cadetto. La tranquillità dura solo pochi mesi. L’11 maggio 2004 una serie di intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura nel mondo della criminalità organizzata fa emergere un giro di partite combinate tra Serie A, B e C. Si parla di «una articolata organizzazione che ha certamente condizionato i risultati e, dunque, le classifiche del campionato in corso relativamente alle Serie A, B e C». Si fanno i nomi di alcuni giocatori della massima categoria, la procura sportiva paventa un vasto sistema di corruzione, ma la Disciplinare il 25 agosto respinge gran parte delle pesanti richieste di condanna, derubricando gran parte delle accuse a «chiacchiere da bar». Esauriti tutti i gradi di giudizio, resteranno solo un punto di penalizzazione per il Modena e le squalifiche rispettivamente per un anno e sei mesi a Generoso Rossi e Roberto D’Aversa del Siena.

LA RIVELAZIONE: FUOCO DI GILA
Quella di Alberto Gilardino, nato a Biella il 5 luglio 1982 in piena fregola Mundial, è una storia di emozioni. Quelle che papà Gianfranco, capoarea di una grande azienda e allenatore per hobby della Splendor, la squadra di Cossato (la cittadina in provincia di Biella dove abitava la famiglia), gli trasmetteva portandolo allo stadio da bambino a vedere la Juve o con sé quando addestrava i ragazzi. Quelle che non lo avrebbero mai abbandonato, indirizzandogli la vita. Il pallone, un amore pieno: un fuggevole e deludente passaggio tra i ragazzi del Green Toro di Borsano, il ritorno alla Splendor, poi la Biellese e infine i provini vincenti con Fiorentina e Piacenza. I genitori scelsero il club emiliano per la vicinanza, facendosi promettere la prosecuzione degli studi. In effetti Alberto ha conquistato prima della gloria il diploma di chimico biologico. Intanto Gigi Simoni gli faceva assaggiare la Serie A e lui l'adornava col dribbling felpato dell’elegante centravanti d’area capace di strappare applausi. Quanto ai gol, sarebbero arrivati, bastava avere pazienza. Dopo due anni nel Piacenza, il “Gila” evitava la B passando al Verona, ma in gialloblù il motore girava a vuoto: troppo lezioso, troppo narciso, troppo leggero, pareva un ninnolo da salotto incapace di “mordere” la massima categoria. Una sera, a San Dona di Piave, perdeva il controllo dell’auto, che capottava e finiva nel fiume. Riusciva a uscire e a salvare gli amici, ma lo sterno fratturato gli chiudeva la stagione. Mentre il Verona finiva tra i cadetti, lui evitava di nuovo la caduta, chiamato dal Parma alla prova del riscatto. Anno 2002, eccolo finalmente al decollo: Prandelli crede in lui, lo “lavora” sul piano fisico, tecnico e mentale e fa sbocciare un centravanti dal gioco asciutto ed essenziale, pronto al gran salto. Gentile lo veste d’azzurro nell’Under 21 e in questa stagione, quando lo straripante Adriano esce di scena per poi andare all’Inter, il “Gila” non ha problemi a indossare i panni del trascinatore. Gol di rapina, gol d’intuito, gol di vocazione. Gol in Serie A, in Coppa Uefa, in azzurro. Il ragazzo è sempre in agguato: straripa, segna 23 reti in campionato arrivando a un passo dal superbomber Shevchenko e guida l’Under 21 al titolo europeo. L’Italia applaude e lo reclama agli Europei. Il Trap però dice no avviandosi a un fiasco memorabile, mentre lui va a prendersi la medaglia di bronzo alle Olimpiadi e a prenotare un futuro di gloria.

LA SARACINESCA: SCATTO MATTO
Lo scatto, Morgan De Sanctis l’aveva nel sangue. Ne fece uno di carriera quando aveva appena 17 anni e 7 mesi: nel Pescara che il 9 ottobre 1994 giocava a Piacenza, in B, il titolare Cusin era fuori, il vice, Spagnulo, si fece male durante la partita e lui gli subentrò, divenendo il più giovane portiere esordiente della storia della B e soprattutto prendendosi di prepotenza il posto da titolare, concessogli da Rumignani di fronte all’evidenza delle qualità. Nato a Guardiagrele, in provincia di Chieti, il 26 marzo 1977, De Sanctis era allora un ragazzone acqua e sapone, col fisico e i cromosomi del ruolo, visto che papà Giuseppe aveva giocato in porta in Promozione. Una stagione da drago, la successiva in tono minore, poi il recupero di una dimensione da protagonista tra i cadetti ed eccolo a 20 anni a un nuovo scatto prodigioso, ingaggiato dalla Juventus. Era il 1997, ma i sogni svanirono in fretta, poiché davanti il ragazzo aveva Peruzzi e Rampulla, e dunque dopo un fuggevole esordio tra i grandi si ritrovò a ripartire da capo a Udine, peraltro ancora nella massima serie. L’incanto degli esordi pareva ormai svaporato e ben presto Morgan si ritrovò confinato in panchina a meditare su qualche errore di troppo sfuggitogli quando veniva chiamato in causa. Tre campionati di gavetta silenziosa, a limare il carattere e tener duro, poi finalmente nel 2002 Spalletti gli consegnava la maglia da titolare ed ecco il nuovo scatto questa volta in campo, la forza reattiva che gli consentiva di volare tra i pali e catapultarsi con coraggio nelle uscite. Finalmente sbocciava il gran portiere promesso otto anni prima. La faccia da ragazzino è ormai indurita dalla barba dell'esperienza, la personalità debordante in questa stagione lo fa primeggiare nel ruolo per colpo d’occhio e sicurezza.

IL SUPERBOMBER: PEPITE D’ORA
Andriy Shevchenko viene da lontano, ma l’Italia l’ha conosciuta presto. Aveva 12 anni, nel marzo 1989, quando sbarcò ad Agropoli, in provincia di Salerno, con la Dinamo Kiev invitata a partecipare al torneo internazionale giovanile “Città di Agropoli”. I soldi scarseggiavano, per cui i ragazzini arrivarono a destinazione stremati da quattro giorni di massacrante viaggio in pullman, per riprendersi a colazione con due pezzi di pane nero e due fette di lardo a testa. Quando scesero in campo, però, non ce n’era per nessuno. Arrivarono in finale col vento in poppa e qui rasero al suolo il Dopolavoro Ferroviario di Agropoli per 10-0 con cinque reti del filiforme attaccante esterno che in dribbling beveva gli avversari come aperitivi. Tre anni più tardi ancora lui, Andriy, sarebbe stato protagonista indimenticabile di un altro torneo giovanile, questa volta in Galles, la “Ian Rush Cup”, e tanto per non smentirsi vi avrebbe conquistato il titolo di capocannoniere con in palio un paio di scarpe del grande bomber cui la manifestazione era intitolata. Poi, il destino ha messo in ordine le sue carte. Cinque anni dopo, bomber della Dinamo Kiev, Shevchenko avrebbe incrociato, il 1° ottobre 1997 in Champions League, proprio lan Rush, intento a spendere gli ultimi spiccioli di carriera come rincalzo nella rosa del Newcastle. E finalmente avrebbe chiuso il cerchio due anni dopo approdando all’Italia che evidentemente aveva nel destino, proprio come Rush. A differenza di quest’ultimo, però, per Sheva la A è una specie di Eldorado, dove continua a estrarre pepite d’oro giocando a livelli siderali. Dopo la pausa di una stagione sfortunata, guastata dalla rottura del menisco del ginocchio sinistro, eccolo di nuovo ai vertici, sospinto da una squadra stellare, a conquistare la sua seconda corona da re dei bomber, ancora con 24 reti, come nell’anno dell’esordio italiano.



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Il Milan campione d'italia 2003-04


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