Serie A 2002-03 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: SCHERMI A PARTE
L’Inter è al centro del mercato, causa clamoroso addio di Ronaldo fresco di titolo mondiale. Moratti si consola centrando l’acquisto più costoso: Crespo per 34 milioni di euro (la moneta entrata in vigore dal primo gennaio 2002) dalla Lazio, che cede Nesta al Milan per 30,2 milioni. La Juventus è al terzo posto con Di Vaio, preso dal Parma per 26 milioni più il prestito del giovane Brighi. Si comincia in ritardo per l’ammutinamento di otto club di A (Atalanta, Brescia, Chievo, Como, Empoli, Modena, Perugia e Piacenza), rimasti assieme a 14 di B senza contratto pay tv. L’ 11 settembre la situazione si sblocca: le altre società elargiscono 5,5 milioni perché il consorzio dei club “scoperti” si doti di una piattaforma televisiva. Poi, l’intervento di Rupert Murdoch, con l’acquisto di Tele+ (900 milioni), a ottobre darà vita a un’unica piattaforma criptata, con targa Sky, perché tutto il calcio maggiore operi sia sui campi che sugli schermi tv. L’ Inter parte col turbo, la Juve le dà il cambio fugacemente, poi è il Milan di Ancelotti a conquistare la vetta, dopo due turni appaiato dalla stessa Inter. L’accoppiata si scioglie il 19 gennaio 2003, causa crollo nerazzurro a Perugia; i rossoneri quel giorno sono campioni d’inverno con tre lunghezze su Inter e Lazio.
I biancocelesti stringono i denti nonostante la voragine economica che minaccia di ingoiare il club: Cragnotti si è dimesso il 3 gennaio, chiudendo un’era di grandeur durata II anni. Il girone di ritorno vede in avvio le due milanesi appaiate in testa alla classifica, poi l’Inter resta sola per un turno, prima di essere affiancata dalla Juventus. La svolta alla ventitreesima giornata, quando i bianconeri vincono a mani basse lo scontro diretto e si isolano in testa alla graduatoria. Gli uomini di Cuper resistono in scia a tre lunghezze, ma perdono il tram al ventiseiesimo turno, quando la Juve cade a casa Milan e loro, anziché approfittarne, scivolano a Udine. Per la Signora lo scudetto arriva il 10 maggio, con due turni di anticipo. Chiuderà con 7 punti sull’Inter e 11 sul Milan. In coda, staccatisi in anticipo Torino, Como e poi Piacenza, la quarta retrocessa in B è l’Atalanta, sconfitta nello spareggio con la Reggina.

I CAMPIONI: MARCELLO PNEUMATICO
La Juventus progettata in estate non è quella che vince lo scudetto. La triade Moggi-Giraudo-Bettega non bada a spese al mercato, per un “rosso” di oltre 55 milioni di euro. Arrivano, oltre al “botto” Di Vaio, anche Baiocco dal Perugia (7,2 milioni), Miccoli dalla Ternana (5), Camoranesi dal Verona in comproprietà (2,5 più prestito di Max Vieri), Olivera dal Danubio in prestito (2), più Blasi dal Perugia (15), che resta in Umbria per un’altra stagione, e un tris di parametri zero: Fresi dal Bologna, Chimenti dal Lecce e Moretti, svincolato dalla fallita Fiorentina. Lippi si mette al lavoro e ben presto, per ingegno e necessità, cambia le carte in tavola. Miccoli viene subito prestato al Perugia, Pessotto è infortunato e come terzino sinistro, provati il “centrale” adattato Moretti e il “destro” Birindelli, la soluzione viene trovata arretrando sulla fascia mancina l’ala destra Zambrotta, che si rivela un campione nel ruolo. Nemmeno Baiocco convince come interno, mentre a sorpresa la scommessa Camoranesi si rivela vincente. Ecco allora, dopo le prime giornate di studio, nascere una Juventus nuova di zecca: Buffon in porta, Thuram e Zambrotta sulle fasce, Formai leggendario Ferrara assieme a Montero e Iuliano ad alternarsi con successo nei due posti al centro della difesa, poi un centrocampo formidabile, con l’acciaio di Tacchinardi e Davids nel mezzo e i guizzi di Camoranesi e Nedved sulle fasce o, in alternativa, sulla trequarti. In attacco, un lungo infortunio toglie di mezzo in avvio Trezeguet, ma ci pensano uno straripante Del Piero e il chirurgico Di Vaio a nasconderne l’assenza, grazie anche al contributo sotto rete dell’inarrestabile Nedved. Una Juve che il 24 gennaio 2003 perde il suo primo tifoso, Gianni Agnelli, l’“Avvocato”, scomparso a 81 anni dopo una lunga malattia. Una volta raggiunta la massima velocità, la squadra bianconera salta ogni ostacolo pure in Europa, salvo fermarsi nella lotteria finale dei rigori in finale di Champions, nello scontro fratricida col Milan.

I RIVALI: MINI CUPER
L’Inter e soprattutto Massimo Moratti non meritavano un’estate così: proprio lui, Ronaldo, subito dopo aver vinto il suo primo Mondiale (nel 1994 non scese mai in campo, per precisa scelta del Ct Parreira), pretende di passare a miglior squadra, il Real Madrid. Per chi l’ha amorevolmente curato, atteso, di nuovo curato e poi a poco a poco coltivato fino al recupero della miglior forma giusto alla vigilia della rassegna iridata, una stilettata al cuore. Moratti tenta di resistere, poi si arrende all’evidenza e spunta 45 milioni dalla cassaforte merengue, mentre il mercato sta scadendo. Il brasiliano giustificherà la scelta con l'incompatibilità personale con Cuper («La società lo sapeva, ma Moratti mi ha preferito un tecnico che non sa vincere»), intanto il diesse Terraneo risolve il problema dell’attacco in poche ore, vestendo di nerazzurro il laziale Crespo. In più, mette nel piatto dell’allenatore parecchie succose (e costose) novità: Coco dal Milan (20 milioni), Fabio Cannavaro (11,7) e Almeyda (10) dal Parma e due parametri zero: Gamarra dal Flamengo e Morfeo, giovane talento svincolato dalla Fiorentina. A gennaio, un clamoroso abbaglio aggiungerà ugualmente a costo zero Formai cotto Batistuta dalla Roma. Pur tra innumerevoli cambi di formazione, il tecnico si affida a Toldo in porta, Javier Zanetti, Cordoba, Materazzi e Coco in difesa, Sergio Conceicao o Okan, Di Biagio, Emre o Cristiano Zanetti e Morfeo o Recoba a centrocampo, il torrenziale Vieri e Crespo o Batistuta in attacco. Cuper non riesce a dotare la squadra di un gioco affidabile e così, dopo avere a lungo dominato il campionato, se lo lascia sfuggire con un finale di stagione disastroso, appesantito dall’uscita in semifinale di Champions League per mano del Milan.

IL TOP: VOLO CECO
Quello dal grande Zidane a Pavel Nedved sembrava un passaggio di testimone fallito: nei primi mesi in bianconero (torneo 2001-02) il campione ceco non riusciva a incidere. E la Juve stentava. Nato a Cheb, quando ancora c’era la Cecoslovacchia, il 30 agosto 1972, ha tirato i primi calci nel Plzen, poi è passato alle giovanili dello Skalna, per finire, nell’anno del servizio militare, al Dukla Praga con cui ha esordito nella massima serie. A vent’anni passava allo Sparta Praga, con cui conquistava tre titoli e una coppa nazionale; nel 1996 1’exploit della Repubblica Ceca, esordiente agli Europei sconfitta solo in finale al golden goal dalla Germania, lo poneva all’attenzione generale. Battendo la concorrenza del PSV Eindhoven, la Lazio lo acquistava per 9 miliardi ed era Zeman a vincerne i timori di non essere all’altezza del campionato italiano. In cinque anni in biancoceleste Nedved ha conquistato uno scudetto, due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e due Supercoppe italiane. Approdato alla Juve a peso d’oro, nella sua prima stagione le sue discontinue prove nel girone d’andata stridevano con un simile pedigree. Poi, ferito nell’orgoglio da tante critiche, ricevuta da Lippi libertà d’azione come trequartista e non più nel suo ruolo classico di esterno sinistro di centrocampo, tornava ai suoi livelli. E in questo secondo campionato, tuttavia, che Nedved sprigiona con implacabile continuità la sua fùria di grande trascinatore: una forza della natura, inarrestabile nelle incursioni offensive, imprevedibile nella direzione delle iniziative in appoggio a Del Piero e Trezeguet; la sua classe e la sua spinta agonistica, che a fine 2003 gli varranno il Pallone d’Oro di France Football, risultano fondamentali per il bis scudetto della Signora.

IL FLOP: ECLISSI DI SOLO
Che Vitor Ferreira Rivaldo sia un fuoriclasse, non ci sono dubbi. Nato a Recife il 19 aprile 1972, ha perso il papà, suo grande estimatore, a 16 anni e con dieci fratelli ha dovuto fare il venditore ambulante di bibite per dare una mano a mamma. Intanto, tirava calci, e a 17 anni entrò nel Santa Cruz, con cui giocò nella serie cadetta, poi passò al Mogi Mirim, con cui nel 1993 segnò 9 reti che gli valsero il passaggio nella massima categoria, al Corinthians. Trequartista dal passo felpato e dal dribbling bruciante, a 22 anni veniva acquistato dal Palmeiras, con cui nel 1996 segnava 23 reti in 30 partite guadagnandosi il salto in Europa. Un campionato nel Deportivo La Coruna (21 gol in 41 gare) bastava per vestirlo del blaugrana del Barcellona, con cui faceva dimenticare Ronaldo segnando a raffica e guidando la squadra a vincere due titoli nazionali, una Coppa del Re e una Supercoppa europea. Nel 1999 ha vinto Pallone d’Oro e premio Fifa come miglior giocatore del mondo, nel 2002 conquista il titolo mondiale col Brasile, al culmine di una stagione limitata da problemi fisici. All’indomani, quando al Barca viene annunciato il ritorno in panchina del suo “nemico” Van Gaal, Rivaldo è pronto a lasciare la Catalogna. Se lo accaparra il Milan a parametro zero, gli fa firmare un contratto sontuoso (4,5 milioni di euro a stagione per tre anni) e poiché il ragazzo ha solo 30 anni, sembra l’affare del secolo. L’esordio è ottimo, poi il rendimento cala bruscamente. Eccolo, il Rivaldo rossonero: un signore che passeggia distratto per il campo, ogni tanto tentando una ciabattata da lontano. Quando cominciano i “tagli” dalla formazione titolare, arrivano gli screzi con l’ambiente e le sue minacce di andarsene. Lo farà solo a dicembre 2003, grazie a una ricca rescissione del contratto. E intanto si saprà che a gennaio la moglie lo aveva lasciato a Milano da solo, portando i figli in Brasile. Una crisi familiare che ha cancellato il fuoriclasse dal campo.

IL GIALLO ERI BERTO
Che ne è di Eriberto, tornante rivelazione del Chievo protagonista di un intrigo di mercato (era stato ceduto dal club veronese alla Lazio di Cragnotti, che poi non ne ha voluto più sapere per problemi economici), il 21 agosto 2002? Il giocatore è sparito, pare sia in Brasile “in fuga”.
Il giorno dopo è lui stesso a chiamare da Rio de Janeiro, dallo studio di Pedrinho, il suo procuratore, per una confessione-shock: «Il mio vero nome è Luciano Siqueira de Oliveira. Non ho 23 anni, ma 26. Non ne potevo più di vivere in questa gabbia, dovevo liberarmene». Qualche giorno dopo, preciserà i termini della storia: è nato il 3 dicembre 1975 a Boa Esperanca; nel 1996, orfano e povero in canna, veniva notato da un sedicente procuratore che gli fece balenare la possibilità di un ingaggio al Vasco da Gama: poiché però era ormai troppo “vecchio” per cominciare a fare sul serio nel calcio, questi gli portò l’atto di nascita di un altro ragazzo del luogo, di quattro anni più giovane, e lui divenne Eriberto da Conceigao Silva, nato a Rio de Janeiro il 21 gennaio 1979. Qualche tempo dopo l’amico gli ottenne pure la carta con la nuova identità e con quella un ingaggio al Palmeiras, con cui il ragazzo avviò la carriera che l’ha portato in Italia. Ora, forse anche sulla spinta di un ricatto, vuole uscire allo scoperto e poter dare il proprio cognome Siqueira al figlio Felipe; è stata la moglie Raquel, spiega, a convincerlo. Le autorità brasiliane lo graziano, il vero Eriberto non sporge denuncia come paventato in un primo momento e il tornante del Chievo subisce in Italia una lunga squalifica. Torna in campo il 26 gennaio 2003.

LA RIVELAZIONE: TRIS D’ASSI
Tris di novità. A 23 anni Fabrizio Miccoli ha già una densa storia alle spalle. Leccese di Nardo (vi è nato il 27 giugno 1979), è partito presto per tentare l’avventura col pallone, assunto nelle giovanili del Milan per un paio d’anni, prima che la statura limitata lo rimandasse a casa, a San Donato di Lecce. Pantaleo Corvino lo portò al Casarano, con cui a 17 anni il ragazzo era già titolare in Cl: due campionati da punta mobile, 19 reti, la gente a spellarsi le mani e affibbiargli l’etichetta di “Romario del Salento” e a 19 anni eccolo in B, alla Ternana. Quattro campionati, qualche problema di carattere, poi il matrimonio, la stabilità e l’esplosione con 15 reti. La Juventus punta forte su di lui in estate e lo manda a maturare al Perugia, dove il soldo di cacio («Quanto sono... basso? 1,68, ma solo quando calzo le scarpe coi tacchetti») al debutto in A dipinge calcio d’autore e gol da urlo, fino all’esordio in Nazionale a Genova col Portogallo il 12 febbraio 2003. Due cambi di ruolo fanno sbocciare altri due campioni. Andrea Pirlo cominciò fin da bambino a far parlare di sé. Nato a Brescia il 19 maggio 1979, cominciò nella Volun-tas e finì in fretta tra i baby del Brescia. Mircea Lucescu lo volle ad allenarsi coi grandi quando aveva solo 15 anni e in un’amichevole col Darfo rimproverò un difensore per un intervento pesante: «Ma cosa hai fatto, sei matto? Questo è il miglior talento d’Europa!». A 16 anni Pirlo debutta in Serie A, a 18 riporta il Brescia tra i grandi e a 19 passa all'Inter per 12 miliardi. Ma l’Inter è sofferenza e un anno più tardi il ragazzo incompreso passa alla Reggina a fare esperienza: con Baronio in regia, inventa da splendido trequartista una stagione eccellente. Tardelli ne fa il leader della sua Under 21, che arriva sul tetto d’Europa anche grazie ai suoi gol (supera con 16 il precedente primato, di Vialli con 11). Torna in nerazzurro, ma quando proprio Tardelli approda sulla panchina interista, non ha il coraggio di affidarsi al suo fresco talento, così a gennaio 2001 Pirlo riparte dal Brescia, dove Mazzone, avendo già Roberto Baggio, lo sperimenta come regista. Nell’estate del 2001 il ragazzo viene ceduto dall’lnter ai cugini rossoneri per 35 miliardi. Qualche mese tra panchina e campo come trequartista, poi Ancelotti decide a propria volta di arretrarlo a regista davanti alla difesa e finalmente sboccia il fuoriclasse. In questa stagione arriva la consacrazione, con l’esordio in Nazionale e le parole di un certo Cruijff dopo un match di Champions: «In Ajax-Milan ho ammirato un giocatore fantastico che fa quello che vuole con il pallone tra i piedi e aiuta la squadra anche in copertura: questo giocatore è Pirlo».
Gianluca Zambrotta è un altro talento precoce. Nasce a Como il 19 febbraio 1977, a nove anni comincia col pallone nell’Alebbio, a dieci è già tra i pulcini del Como, a 18 grazie aTardelli (ancora lui!) assaggia la B (28 maggio 1995, 2-0 al Cesena), a 19 è titolare in C1; a 20, fresco di diploma di perito tessile, fa il salto in A, nel Bari, per 1,2 miliardi. Subito titolare, si segnala come promettente tornante di destra e due anni dopo la Juve lo fa suo per 27 miliardi. Il ragazzo ci sa fare e conquista la maglia da titolare anche in azzurro, ma è in questa stagione che esplode a livelli di fuoriclasse, grazie a una intuizione di Lippi: privato del lungodegente Pessotto, scontento di Moretti e Birindelli, il tecnico, richiamandosi a un paio di esperimenti di emergenza del torneo precedente, decide di arretrare Zambrotta in difesa, sulla fascia mancina. Il ragazzo comasco ha tante qualità, ma soprattutto è uno che non vorrebbe mai smettere di migliorarsi. E si scopre che nel tempo ha “lavorato” alla grande sul sinistro («Prima» confessa candidamente «lo usavo solo per pigiare la frizione») e gli esiti sono eccezionali: il valido tornante destro diventa un fantastico terzino sinistro, inarrestabile nelle fughe sulla fascia a dribbling spianato e abile anche in copertura, grazie a doti fisiche e tecniche d’eccellenza.

LA SARACINESCA: RE DIDA
Nelson de Jesus Silva, in arte Dida, sembrava proprio una bufala. Brasiliano di Irarà, dove è nato il 7 ottobre 1973, si rivelò giovanissimo nel Vitoria Bahia e si confermò nel Cruzeiro, entrando nel giro della Nazionale. Una breve, infruttuosa puntata in Europa, nel Lugano, poi una stagione col Corinthians e, a quasi 27 anni, ecco il Milan, che lo ingaggia fidandosi della sua fama di “pararigori”. Passano pochi giorni e l’allenatore Zaccheroni lo getta nella mischia. È il 19 settembre 2000, a Leeds in Champions League sotto la pioggia un pallone scagliato senza pretese da trenta metri al novantesimo gli sfugge di mano e finisce in rete, decretando la sconfitta rossonera. Una sola presenza in quel campionato e un anno più tardi il Milan lo rimanda in patria, in prestito al Corinthians. Otto partite, il Mondiale visto (e non vinto) da semplice secondo portiere della Selecào e Dida è di nuovo a Milano. Il 14 agosto 2002 in Champions, contro lo Slovan Liberec, Abbiati si infortuna e nell’intervallo è costretto a dare forfait. Entra Dida, “quello della papera”, e da quel momento non ce n’è più per nessuno. Finalmente ambientato, sostenuto dalla fiducia di William Vecchi, il preparatore di fiducia di Ancelotti che lo ha “lavorato” a lungo per fargli superare ogni complesso, Dida sfodera una sicurezza disarmante, che parte dal fisico da superman (1,95 per 85 chili) e dai riflessi felini accoppiati a qualità atletiche superiori alla norma e a una vista eccezionale che gli consente di cogliere in un lampo le traiettorie dei tiri. Titolare inamovibile, nella finale di Champions darà ai rossoneri il trofeo parando i rigori di Trezeguet, Zalayeta e Montero e così confermando l’antica fama. Ben presto sarà considerato con Buffon il più forte portiere del mondo.

IL SUPERBOMBER: LA DANZA DEL FIGLIO
Christian Vieri dal padre, Roberto detto Bob, sembra aver preso pochissimo: non certo il fisico da “abatino” e tanto meno il tocco di velluto. Anzi, delle doti di quel figlio corazziere Papà Roberto ha sempre dubitato (eufemismo), tanto da confessare candidamente: «Boh... E chi se l’aspettava? Perché, diciamolo, il mio figliolo era proprio una gran pippa... Noi toscani si è franchi nel dir le cose. Gli dicevo: “Ma te sei sihuro he voi fare il halciatore?”. E lui niente, dritto come un treno per la sua strada. E quando una sera con l’Atletico Madrid fece tre gol al Paok e lo guardavo in televisione a un certo punto vedo ’sto marcantonio rincorrere un pallone che pareva perso, agganciarlo sulla riga di fondocampo e fare gol da una posizione impossibile. Mi giro verso mia moglie: “Nathalie, mi sa che Christian ha imparato a giocare a calcio”». In effetti, quella di “Bobo” Vieri è una storia di cocciutaggine: la sua che gli ha fatto inseguire il sogno del pallone dall’Australia all’Italia e poi a migliorarsi di continuo, e quella di Cesare Maldini, che da Ct dell’Under 21 e poi della Nazionale ha sempre creduto ciecamente in lui. Ma è pure una storia di sfortuna, perché la sua carriera, una volta impennatasi dopo il rodaggio in B con Pisa, Ravenna e Venezia, è spesso stata interrotta da infortuni. Ha perso Euro 2000, di cui avrebbe potuto essere protagonista, e anche in questa stagione, in cui il suo strapotere sotto rete ha qualcosa di magico, viene fermato due volte in Champions League, prima da uno stiramento al bicipite femorale sinistro (a dicembre), poi (in aprile) da una distrazione al legamento collaterale del ginocchio destro. Ecco perché totalizza solo 23 partite in campionato. Eppure gli sono sufficienti per diventare re dei bomber, con 24 gol, più di uno a partita. Non solo un formidabile ariete, ma anche un campione completo, dal sinistro capace di qualsiasi magia.



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La Juventus Campione d'Italia nella stagione 2002-03


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