Serie A 2001-02 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: IL CINQUE MAGGIO
Il carosello del mercato premia la Juventus, che cedendo per la cifra record di 150 miliardi di lire Zidane al Real Madrid può centrare il primato sul fronte interno, versandone 105 al Parma per Buffon. La Lazio risponde con gli 89 spesi (inspiegabilmente) per Mendieta del Valencia, il Milan con gli 85 per Rui Costa della Fiorentina. Il Parma ne paga 60 per Nakata della Roma. Superato lo shock e il posticipo di una giornata per gli attentati dell’ 11 settembre 2001, che provocano negli Stati Uniti quasi tremila morti tra le Torri gemelle di New York, il Pentagono e Pittsburgh, è il Chievo a fornire la prima sorpresa stagionale, conquistando la testa della classifica all’ottavo turno e conservandola fino al tredicesimo, quando la sconfitta a casa Milan costringe i veneti a lasciar spazio all'Inter di Cuper. Alla diciassettesima giornata la Roma scavalca i nerazzurri e il 6 gennaio 2002 è campione d’inverno con un punto sui nerazzurri. Dopo un breve ritorno dell’Inter e il recupero dei giallorossi, si fa avanti la Juventus andando a comporre il trio in lotta per lo scudetto. I bianconeri sono in testa alla ventitreesima giornata, poi comincia un’appassionante alternanza fino alla ventottesima, quando i nerazzurri, passati a condurre assieme ai giallorossi, battono questi ultimi e approfittando della sconfitta della Juve a Parma allungano. Dopo il turno successivo, l’Inter ha 3 lunghezze sulla Roma e 6 sulla Juventus, poi annacquano l’exploit perdendo in casa con l’Atalanta. I turni conclusivi sono di fuoco: all’ultimo l’Inter arriva in testa, con un punto sulla Juventus e due sulla Roma. È il 5 maggio: i nerazzurri passano in vantaggio in casa della Lazio, poi si fanno travolgere 4-2; intanto i giallorossi espugnano il campo del Torino, ma è la Juventus che, vincendo a Udine per 2-0, si aggiudica la volata conquistando il suo ventiseiesimo scudetto con un punto sulla Roma e due sull’Inter. In coda, al Venezia, da tempo spacciato, si aggiungono nella caduta in B in un convulso finale Verona, Lecce e Fiorentina.

I CAMPIONI: FALCE E MARCELLO
La Juventus volta pagina: la triade Giraudo-Moggi-Bettega straccia il contratto di Ancelotti e torna all’antico, riaccogliendo Marcello Lippi dopo i fiaschi interisti. Per farlo stare comodo, i tre fedelissimi del patron Umberto Agnelli fanno le cose in grande, rivoltando la squadra come un calzino: difesa nuova di zecca, con Buffon (105 miliardi) e Thuram (70) dal Parma e il laterale Cristian Zenoni (20) dal Milan; centrocampo riverniciato con Nedved dalla Lazio (60); attacco con due frecce nuove, Salas dalla Lazio (52) e Amoruso (9), di ritorno dopo una buona stagione al Napoli. L’esborso finale si riduce a 30 miliardi grazie alle cessioni-monstre non solo di Zidane al Real Madrid, ma anche di Inzaghi, al Milan per 80 miliardi. Il tecnico lavora a una squadra di poderosa stazza fisica e altrettanta spinta agonistica, e la sua prima idea è un 3-4-3, con Buffon in porta, Thuram, Montero e Iuliano in difesa, Zenoni, Tacchinardi, Davids e Pessotto a centrocampo, Salas, Trezeguet e Del Piero in attacco. La formula tuttavia non funziona e si passa a un 4-4-2, con Zenoni, Thuram, Montero e Pessotto in difesa, Zambrotta, Tacchinardi, Davids e Nedved sulla linea di centrocampo, Trezeguet e Del Piero in attacco con Salas primo rincalzo. Poi le cose cambiano. Zenoni non convince sulla fascia e dunque Thuram è pregato, nonostante preferenze personali, di ripiegare a destra, mentre il veterano Ferrara e l’emergente Iuliano propongono una candidatura autorevole per i due posti al centro della retroguardia. Lo sfortunatissimo Salas il 20 ottobre contro il Bologna si procura la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro, chiudendo in anticipo la stagione e rendendo fissa la soluzione a due punte. Ancora poche settimane e poi Lippi decide di intagliare ulteriormente la sua scultura per ricavarne il più puro e spietato spirito Juve: toglie a Nedved le briglie della fascia sinistra sul collo per concedergli sulla trequarti lo spazio nel quale accendere in libertà le luminarie del suo tremendismo tecnico-atletico. Ecco dunque dalla seconda giornata di ritorno una Juve nuova di zecca: Buffon in porta, Thuram, Ferrara, Iuliano e Pessotto in difesa, Zambrotta, Tacchinardi e Davids a centrocampo, Nedved trequartista a sostegno delle punte Trezeguet e Del Piero. Una squadra non spettacolare ma affamata di punti, coriacea e irriducibile, micidiale in zona gol e capace di infilarsi di prepotenza e un po’ a sorpresa nel duello-scudetto tra Roma e Inter. Fino a mandare il boccone di traverso a entrambe sul filo di lana, grazie a cinque vittorie consecutive. Per il terzo anno di fila, la squadra che si è quotata in Borsa (la Juve lo ha fatto il 20 dicembre 2001) vince il titolo tricolore.

I RIVALI: LO SCIALO
Sono in due. All’Inter e al suo nuovo allenatore, l’argentino Hector Cuper, reduce da due finali di Champions League perse alla guida del Valencia, Moratti concede nuovi acquisti profondendo miliardi: 55 per Toldo dalla Fiorentina, 32 per Sergio Conceicào dalla Lazio, 25 per Materazzi dal Perugia, 19 per Adriano dal Flamengo, 18 per Sorondo dal Defensor Sporting, 15 per Binotto dal Bologna, 15 per Georgatos di ritorno dall’Olympiakos, 10 per Cristiano Zanetti dalla Roma, 8 per Helveg dal Milan, 8 per Kallon dal Vicenza, 5 e 4 rispettivamente per Emre e Okan dal Galatasaray. Considerate le cessioni (le più lucrose quelle di Frey, Brocchi, Domoraud e Macellari), un saldo negativo di 70 miliardi. Il titolare più atteso, Ronaldo, toma dal lungo infortunio (rottura del tendine rotuleo del ginocchio destro) solo il 20 settembre 2001 in Coppa Uefa e giocherà pochissimo, trovando salute e forma solo nelle ultime partite, in... tempo per vincere il Mondiale con la maglia del Brasile. Cuper gioca con Toldo in porta, Javier Zanetti, Cordoba, Materazzi e Gresko in difesa, Sergio Conceicao, Di Biagio, Cristiano Zanetti o Seedorf e Guglielminpietro a centrocampo, Vieri e Kallon o Recoba in attacco. Una formazione che aggredisce il campionato e si porta subito in orbita-scudetto, senza riuscire mai a esprimere un gioco corale di piena affidabilità. Il tecnico punta molto sul fare gruppo (emblematico lo schiaffetto al cuore di ogni giocatore all’ingresso in campo), ma raggiunge una buona dimensione solo in fondo alla stagione, quando abbandona la prudenza, arretrando Recoba come quarto di centrocampo a sinistra in appoggio a Vieri e Kallon o Ronaldo (o Ventola) in attacco. Il che non lo ripara da uno scivolone determinante in casa con l’Atalanta e soprattutto dal crollo finale all’Olimpico, in un 5 maggio che abiterà per anni gli incubi dei tifosi nerazzurri, Moratti in testa. Quanto alla Roma, la volontà del bis è tutta nell’acquisto-monstre di Cassano annunciato già nella primavera precedente, 60 miliardi (55 in contanti più la comproprietà di D’Agostino), cui vanno aggiunti i 21 per Pelizzoli dall’Atalanta, i 60 per Lassissi, Fuser e Longo dal Parma, i 10 per Lima dal Bologna, i 6 per Cufré dal Gimnasia y Esgrima e i 750 milioni per il prestito di Panucci dal Monaco. Grazie a robuste cessioni (Nakata, Mangone, Gurenko, Poggi e Zanetti su tutti), Sensi chiude con un segno negativo di appena 13 miliardi. Capello prova a rinnovare l’undici dello scudetto, ma deve fare i conti con la sfortuna (Lassissi il 7 agosto contro il Boca in amichevole si frattura tibia e perone della gamba sinistra, Montella a ottobre si opera per una cisti meniscale al ginocchio sinistro che costa tre mesi di stop) e con i responsi tecnici, che bocciano Pelizzoli e l’acerbo e insofferente Cassano. Dopo l’avvio col botto (conquista della Supercoppa italiana contro la Fiorentina), un pessimo avvio di campionato sembra compromettere la corsa allo scudetto, poi la squadra si riprende ed è campione d’inverno. Ci sono Antonioli in porta, Zebina, Samuel e Panucci in difesa, Cafu, Tommasi, Emerson e Candela a centrocampo, col trequartista Totti alle spalle delle punte Batistuta e Del vecchio. Spesso però la formula è più prudente, con Lima a centrocampo e Totti in attacco, dove Batistuta fa registrare nel finale di torneo un crollo fisico che lo sterilizza in zona gol, solo in parte compensato dallo straripante ritorno di un irrefrenabile Montella. Il secondo posto a un solo punto dalla Juve sa di grande occasione mancata, visto il potenziale a disposizione.

IL TOP: IL MITO PERPETUO
Ha 34 anni, Roberto Baggio, e dunque si sta avviando all’uscita. Ha però anche un talento immenso e un orgoglio non inferiore e allora lancia la sfida: pur giocando nel Brescia, squadra con l’obiettivo della salvezza, vuole disputare il quarto Mondiale. Sembra un intento velleitario, se non patetico: ha giocato in Nazionale l’ultima volta il 10 febbraio 1999, poi è stato accantonato. Bene: il campionato parte e Roby scalda i ferri, poi comincia a segnare a raffica. Alla nona giornata, contro il Venezia, segna l’ottavo gol personale, ma la sfortuna è in agguato: in quella stessa partita, un’entrata da dietro di Marasco gli procura una distorsione capsulo-legamentosa con contusione del piatto tibiale esterno del ginocchio sinistro. Torna in campo tre mesi dopo, il 27 gennaio a Lecce, ma quattro giorni più tardi subisce un’altra mazzata: durante la partita di Coppa Italia col Brescia, il 31 gennaio, scattando a raccogliere un pallone toccatogli da Tare, cade a terra urlando e toccandosi il ginocchio sinistro. La diagnosi è impietosa: rottura del legamento crociato anteriore. Si prospetta uno stop di alcuni mesi, addio Mondiale. Nessuno ha però fatto i conti con la forza d’animo di un campione che ha ormai imparato a sfidare la cattiva sorte. Il 4 febbraio a Bologna, dopo averlo operato, il chirurgo Maurilio Marcacci sentenzia: «In casi come questo ci vogliono dai tre mesi ai tre mesi e mezzo per tornare, ma i tempi spesso si allungano». Invece, sottoponendosi a una esasperata riabilitazione in un istituto specializzato del capoluogo emiliano, Roby il fenomeno riesce a essere di nuovo in campo appena 77 giorni dopo l’operazione: è il 21 aprile 2002, sostituisce Giunti contro la Fiorentina a venti minuti dalla fine e fiammeggia subito il suo calcio, segnando due reti. Gioca anche le ultime due gare, impreziosite da un gol al Bologna all’ultima giornata. A quel punto, con 11 reti in 12 partite, tutta l’Italia chiede a Trapattoni di richiamarlo in Nazionale per i Mondiali, come fece Cesare Maldini quattro anni prima. Il Trap però non si smuove e lo lascia a casa, «perché» spiega riuscendo a rimanere serio «non mi dà garanzie». E puntualmente va incontro a un fiasco memorabile in Estremo Oriente.

IL FLOP: IL DOLORE VIOLA
La Fiorentina boccheggia. Le difficoltà finanziarie del suo presidente, Vittorio Cecchi Gori, si riverberano sul bilancio viola, nonostante le lucrose cessioni degli ultimi anni (Batistuta e Rui Costa, 155 miliardi in due): al 25 giugno 2001 il passivo ammonta a 316 miliardi. Ottenuta per il rotto della cuffia l’iscrizione al campionato, la squadra parte comunque con un organico competitivo, sotto la guida di Roberto Mancini. Il tecnico cerca di tenere dritta la barra del timone, ma la fortuna non lo aiuta: il 30 settembre, contro il Venezia, la sua punta di diamante, Enrico Chiesa (che ha appena segnato il quinto gol in cinque partite), si procura la lesione del tendine rotuleo del ginocchio sinistro, chiudendo in anticipo la stagione. La squadra scivola verso la parte bassa della classifica, a novembre i giocatori mettono in mora la società e il clima si fa sempre più rovente. L’ 11 gennaio 2002 il tecnico, aggredito verbalmente di notte sotto casa da cinque tifosi, si dimette. Viene sostituito da Ottavio Bianchi, che non riesce a risollevare la situazione. Il 5 aprile, con la squadra penultima in classifica, l’allenatore viene premiato con la promozione a presidente e sostituito dal suo vice, Luciano Chiarugi. La situazione precipita: il 14 aprile, sconfitta in casa dalla Lazio, la squadra viola retrocede in B in anticipo. Il 1° agosto la Fiorentina fallirà e sarà cancellata dai campionati professionistici. Una nuova società, la Florentia Viola, ripartirà dalla C2.

IL GIALLO: LA BATTAGLIA DEL PEP
Il 12 settembre 2001 il “Codice di comportamento in materia di lotta al doping” sottoscritto dai vertici del calcio e dai rappresentanti delle associazioni di calciatori, allenatori, medici sportivi e preparatori atletici prova a chiudere tre anni di polemiche sull’argomento, partiti dalle accuse di Zeman dell’estate 1998 e arrivati ai sette casi di positività dell’ultimo campionato (tra cui quelli di due “big”, Fernando Couto e Davids). D’ora in poi, sarà obbligatorio per il tesserato assumere solo sostanze farmaceutiche prescritte dal medico. Passano poche settimane e due casi clamorosi sconvolgono il campionato: in ottobre vengono trovati positivi al nandrolone il difensore laziale Stam, appena acquistato dal Manchester United (48 miliardi), e il regista Guardiola, leggenda del Barcellona arrivato al Brescia a campionato iniziato. I due si proclamano innocenti, l’accusa chiede 5 mesi per Stam e 12 per Guardiola, pizzicato in due partite, contro Piacenza e Lazio. La Disciplinare il 24 gennaio 2002 condanna a 5 mesi di squalifica l’olandese (poi ridotti a 4 in appello) e a 4 lo spagnolo, con l’aggiunta di 50mila euro di ammenda per entrambi. Motivazione: “doping colposo” per il primo, “assoluta occasionalità” per il secondo. Quest’ultimo, vistosi respinto l’appello dalla Caf l’8 febbraio 2002, verrà anche condannato in primo grado l’11 maggio 2005 a 7 mesi di carcere e 9mila euro di multa dal Tribunale di Brescia, in applicazione della legge (la n. 376 del 2000) che ha trasformato il doping in reato penale. Guardiola però insisterà nella sua battaglia nel corso degli anni, fino all’assoluzione in appello il 23 ottobre 2007 «perché il fatto non sussiste», risultando non attendibili i test effettuati sul giocatore, per mancanza del controllo “di stabilità” dell’urina, riconosciuto indispensabile dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping.

LA RIVELAZIONE: COLPO GROSSO
Fabio Grosso, nato a Roma il 23 gennaio 1977, tira i primi calci al pallone nelle giovanili della Renato Curi, club dilettantistico di Pescara di cui, grazie al lavoro di un tecnico in gamba (Cetteo Di Mascio), raggiunge la prima squadra già a 17 anni. Quattro campionati da trequartista mancino, 47 reti in 108 gare, lo portano al Chieti in C2, dove spilluzzica qualche partita e sembra uno dei tanti. Passa al Teramo, sempre in C2, e rimedia una sonora bocciatura che in poche settimane lo rimanda al Chieti. Questa volta diventa titolare, gioca due buoni campionati e nel secondo i suoi nove gol pesano nella promozione della squadra in C1. È l’estate del 2001, il ragazzo ha 24 anni e si ritrova proiettato in Serie A, ingaggiato a costo zero dal Perugia, il club di Luciano Gaucci specialista in talenti delle serie inferiori. L’allenatore Cosmi lo prova in ritiro senza grandi risultati, finché gli balena l’idea di confinare quel piede mancino, che sembra abbia l’ugola del cantante di razza, sulla fascia sinistra. A Valladolid, in precampionato, con una punizione sotto la traversa, Grosso conquista il posto. Parte titolare, ma al debutto, contro l’Inter, colpisce un palo e subito dopo atterra Kallon in area: rigore, espulsione e 4-1 finale per i nerazzurri. Ripassare, prego. Grosso si siede in panchina, il titolare è Milanese, che tuttavia a gennaio, squalificato, gli lascia il posto a Firenze: il ragazzo romano inventa una gran partita e un gran gol su punizione. Ancora un paio di panchine, poi Cosmi si convince ed è boom. Grosso ha rapidità, visione di gioco e un sinistro con cui mette la palla dove vuole e in breve impara anche a marcare. Il doppio salto di categoria è riuscito: Fabio arriverà in Nazionale e nel 2006 sarà campione del mondo trasformando il rigore decisivo in finale contro la Francia.

LA SARACINESCA: IL CARO ISTINTO
Il nome di Francesco Antonioli circola da tempo nel calcio che conta. A 18 anni inanellava prodezze in C1, nel Monza, a 22 era campione d’Europa nell’Under 21 di Cesare Maldini e titolare nel Milan. Poi, un pomeriggio a San Siro la strada si fece d’improvviso in salita. Ma andiamo con ordine. Nato a Monza il 14 settembre 1969, da bambino si diverte col pallone sugli spiazzi ghiaiosi di San Rocco, il suo quartiere. Gioca in porta solo quando viene il suo turno, perché tra i pali nessuno ci vuole stare e dunque ci si va a rotazione. Un pomeriggio, a dieci anni, viene visto tuffarsi d’istinto sulla ghiaia senza paura da un osservatore del San Rocco, che resta impressionato: quello è un portiere nato. Da lì parte la trafila: le giovanili del Monza, il posto da titolare giovanissimo nel club brianzolo, il trasferimento al Milan a 19 anni, due stagioni di anticamera, l’approdo al Cesena, in A, nel 1990, e a novembre di quell’anno, su sua richiesta visto che in Romagna stava in panchina dietro a Fontana, eccolo in B, a Modena: un campionato super coi canarini, il ritorno alla base rossonera e l’anno dopo Capello a primavera gli concede quattro partite, che valgono la firma sotto lo scudetto. Nel torneo successivo il tecnico lo lancia titolare, ma il 22 novembre 1992 a San Siro, coi suoi in vantaggio per 1-0, un tiro da lontano senza pretese di De Agostini gli sfugge di mano, gli rimbalza sul petto e finisce in rete. Il derby finisce in pari e finisce quel giorno anche il sogno rossonero del ragazzo di Monza: la domenica dopo contro la Juve una sublussazione a una spalla completa il lavoro, torna l’eterno Seb Rossi e non se ne parla più. Nel novembre del 1993 Antonioli riparte dal Pisa, in B, si fa onore e l’anno dopo è di nuovo in A, nella Reggiana. Poi riparte dal Bologna, conquista la Serie A, supera un grave infortunio al ginocchio destro e si segnala tra i più continui numeri uno della massima categoria. Fabio Capello non lo ha dimenticato e nell’estate del 1999 lo vuole alla Roma. Un paio di buone stagioni, tante prodezze e qualche errore di troppo, ma anche la maturità che ne esalta il senso del piazzamento e la sicurezza nelle uscite senza paura. Sotto lo scudetto c’è la sua firma, poi in estate Sensi apre il portafoglio per avere Pelizzoli, il nuovo che avanza. Tre partite bastano tuttavia al tecnico per ripiegare sull’usato sicuro. E proprio lui, Francesco Antonioli, a 32 anni fa boom, subendo in 30 partite appena 20 reti: una media da fuoriclasse.

IL SUPERBOMBER: COLPI DARIO E RE DAVID
Due sul trono. Dario Hubner ha radici tedesche (un bisnonno di Francoforte), nasce a Muggia, vicino a Trieste, il 28 aprile 1967 e dopo la licenza media fa l’operaio in una fabbrica di infissi d’alluminio. Gioca a calcio nella Muggese, in Prima categoria, esibendo fisico e senso del gol. Ha vent’anni quando lo adocchia Domenico Zambianchi, diesse del Treviso, che lo ingaggia e lo gira alla Pievigina, in Interregionale. Arrivano i primi gol e l’anno dopo Zambianchi lo porta al Pergocrema, in C2. A Crema Dario troverà moglie e metterà radici. Intanto, una stagione ed eccolo a Fano. Qui, racconterà, «ho iniziato a vedermi come un professionista, uno che lavorava col calcio e cercava di viverci». A Fano conquista la promozione in C1, Francesco Guidolin gli insegna come stare in campo, arrivano 13 gol e la Serie B a Cesena, dove la sua progressione è prodigiosa: 10, 12, 15, 22 e ancora 15 reti. Dopo cinque campionati a questi ritmi arriva finalmente la chiamata dalla Serie A. Nel Brescia segna 16 reti, insufficienti per la salvezza, torna tra i cadetti e con le Rondinelle ne infila altri 42 in due campionati, chiusi con la promozione in A. Qui, altri 17 e nel 2001, all’età in cui gli attaccanti sono ormai cotti, lo acquista il Piacenza. Piccolo mondo antico: Hubner fa avanti e indietro da Crema e continua a coltivare una esistenza semplice. Col tempo la tecnica si è raffinata, il fisico lo aiuta, i tifosi lo hanno soprannominato Tatanka - il bisonte in lingua apache - perché il suo calcio sa di praterie e di vita genuina. Professionista innamorato del pallone, cinge la corona di re dei cannonieri di A all’età record di 35 anni e questa è classe, al massimo livello.
Più nobili, calcisticamente parlando, le origini di David Trezeguet, che a 23 anni era già un’icona del calcio francese, grazie al gol che aveva salvato la qualificazione dei “Bleus” all’Europeo e a quello d’oro (golden goal) con cui in finale aveva regalato ai suoi il titolo a spese dell’Italia. Le sue radici affondano nel Sud-Ovest della Francia, da cui il bisnonno partì per l’Argentina all’inizio del secolo scorso a cercar fortuna. La trovò, ma il nipote Jorge, centrocampista dai piedi buoni, fece poi il percorso inverso, ingaggiato nel 1976 dal Rouen. Così l’anno dopo, il 15 ottobre, a Rouen nasceva il figlio David. Dopo due anni, la famiglia tornò in Argentina e David cominciò da piccolo a divertirsi col calcio. Papà divenne preparatore atletico del Platense e ben presto nel club entrò anche David, che a 16 anni debuttava in prima squadra. Rafael Santos, il suo allenatore, gli consigliava di provarci in Francia, sfruttando il doppio passaporto. Scartato dal Paris St. Germain, veniva apprezzato invece da Arsene Wenger, che lo indirizzava al Monaco, con cui il 7 febbraio 1996 David esordiva in prima squadra, passata sotto la guida di Jean Tigana. Giocava qualche spezzone di gara, con cinque presenze metteva la firma sotto il titolo ’96-97, intanto con quattro reti aveva trascinato l’Under 18 transalpina al titolo europeo. Diventava titolare nel Monaco in coppia con Henry, con 18 reti conquistava il debutto in Nazionale: una manciata di minuti giocati gli bastava per vincere il Mondiale 1998, il gol decisivo gli regalava Euro 2000. Intanto, proprio nei giorni della competizione continentale, Moggi aveva provveduto a vestirlo di bianconero per 45 miliardi. Al suo secondo campionato Trezeguet trascina i bianconeri al titolo issandosi sul trono dei bomber. Un bomber atipico, asciutto, poco spettacolare ma spietato sotto rete e capace di figure tecniche di assoluta qualità. Un campione totale, con il gol nel sangue.



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La rosa della Juventus campione del 2001-02


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