Serie A 2000-01 - Roma


Il Racconto


IL FILM: LA BORSA È LA VITA
L’estate è di nuovo all’insegna delle spese folli. La Lazio batte ogni record: 110 miliardi per Crespo dal Parma, nel mondo solo il Barcellona per Figo ne ha spesi di più (143). La Roma, secondo club italiano a quotarsi in Borsa (il 23 maggio 2000), risponde con i 70 per Batistuta dalla Fiorentina e il più alto sbilancio complessivo (151,2), il Parma ne investe 50 per Milosevic dal Reai Saragozza, la Juventus 40 per Trezeguet dal Monaco, il Milan altrettanti per Kaladze dalla Dinamo Kiev. Ancora una volta Inter favorita dai pronostici, seguita da Lazio, Juventus e Roma. Il campionato parte in ritardo causa Olimpiadi di Sydney, con azzurri del calcio impegnati (ed eliminati ai quarti dalla Spagna). Quando si sollevano le nebbie dei primi turni, è la Roma a tentare la prima fuga, inseguita dalla sorpresa Atalanta e dalla Juventus, che poi resta sola al secondo posto, con un distacco in ascesa fino a 8 punti alla tredicesima giornata. Il 4 febbraio i giallorossi di Capello sono campioni d’inverno con 6 lunghezze su Juventus e Lazio. Quando arriva la primavera, la capolista allunga ulteriormente, portandosi a 9 punti sui bianconeri che, pareggiando lo scontro diretto di vertice, vengono sopravanzati dalla Lazio al trentatreesimo turno. Due giorni prima, il 4 maggio, la Corte federale ha abolito i limiti a ingaggio e impiego di giocatori extracomunitari, con effetto immediato. La Juventus nel finale si rifà sotto, arriva a 2 lunghezze dalla capolista alla penultima giornata, ma la via è ormai tracciata e il 17 giugno la Roma conquista il terzo scudetto della sua storia con 2 punti sui bianconeri. In coda, al Bari, condannato da tempo, si uniscono nella caduta in B Vicenza e Napoli all’ultimo turno e Reggina allo spareggio (perso col Verona).

I CAMPIONI: LA PACE DI SENSI
Per vestire la Roma di tricolore Franco Sensi ha sofferto troppo per aspettare ancora. Così, dopo averla quotata in Borsa sull’esempio della Lazio, non bada a spese per sfatare il tabù. Ingaggia Fabio Capello come allenatore e gli mette a disposizione tre assi, uno per reparto: il difensore Samuel dal Boca Juniors (35 miliardi), il centrocampista Emerson dal Bayer Leverkusen (44) e il bomber Batistuta dalla Fiorentina (70), più tre alternative di lusso, con lo stesso criterio: Zebina dal Cagliari (10 per la comproprietà), Guigou dal Nacional Montevideo (5) e Balbo, cavallo di ritorno, dalla Fiorentina (29). La sfortuna colpisce subito, il 18 agosto, quando in allenamento Emerson si lesiona il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro; due giorni dopo è sotto i ferri e potrà rientrare solo a fine gennaio. Neanche un mese più tardi anche Di Francesco deve operarsi: rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Capello fa di necessità virtù e imposta la squadra con il discontinuo Antonioli in porta, i “mastini” Zebina e Zago in difesa protetti dal “muro” Samuel; Cafu, Tommasi, Cristiano Zanetti e Candela a centrocampo, con Totti trequartista in appoggio alle punte Batistuta e Deivecchio. Il che significa molta panchina per l’asso Montella, recuperato poi nella seconda parte del campionato (con codicillo di violento alterco col tecnico a Napoli al penultimo turno). La squadra decolla subito, tra i titolari si aggiungono Aldair, che spesso sostituisce l’altalenante Zebina, ed Emerson, nel girone di ritorno qua e là impiegato come alternativa all’ottimo Zanetti. È una Roma che il polso fermo e la formidabile capacità di carica agonistica di Capello hanno costruito senza punti deboli: blindata in difesa, dove Samuel, nonostante l’età giovanissima, è subito leader, infaticabile a centrocampo con Tommasi e ordinata grazie alle geometrie di Zanetti, irresistibile sulle fasce con Cafu e Candela, micidiale in attacco con Totti libero di inventare, Batistuta cecchino e Dclvecchio guizzante comprimario. Nelle ultime giornate, grazie alla “liberalizzazione” degli extracomunitari, si ritaglia uno spazio anche il giapponese Nakata, che offre il suo contributo col gol del pari nel confronto diretto con la Juventus. Sensi, incontentabile, pensa anche al futuro, aggiudicandosi il 5 marzo per la stagione successiva il giovane Cassano, “stellina” del Bari, per 60 miliardi (55 in contanti più D’Agostino).

I RIVALI: L’ESTERNO SECONDO
La Juventus conferma (senza troppo entusiasmo) Ancelotti in panchina e investe 95 miliardi e mezzo (questo lo sbilancio alla fine del mercato) per mettergli a disposizione una rosa allargata e ricca di alternative in ogni reparto: oltre a Trezeguet, castiga-azzurri a Euro 2000, il giocatore più caro della storia bianconera, arrivano un vice-Zidane, O’Neill, dal Cagliari (23 miliardi), il portiere Carini dal Danubio (17), il laterale sinistro Athirson dal Flamengo (15), i difensori Zanchi dall’Udinese (15) e Paramatti dal Bologna (8), i giovani Pericard, attaccante dal St. Etienne (5), e Brighi, mediano dal Rimini (1,5). Ancelotti parte col piede sbagliato, eliminato al primo colpo in Coppa Italia a opera del Brescia, che vince al Delle Alpi smascherando subito i limiti della squadra. In effetti il tecnico cambia e cambierà sempre di più, senza mai riuscire a quagliare del tutto. Parte con la difesa a tre: davanti a Van der Sar, Birindelli o Tudor, Ferrara e Iuliano; a centrocampo, Conte, poi Zambrotta, e Pessotto sulle fasce, Tacchinardi e Davids al centro, con Zidane trequartista alle spalle delle due punte, a rotazione tra Inzaghi, Del Piero e Trezeguet. Van der Sar attraversa un pesante calo di forma, responsabile tra l’altro dell’altro sollecito fiasco, in Champions League a novembre (sconfitta decisiva col Panathinaikos ad Atene); le difficoltà di Tudor e Birindelli, oltre che del declinante Ferrara, inducono il tecnico a virare sulla difesa a quattro: con lo stesso Birindelli, Iuliano o Ferrara, Montero e Pessotto in linea; mentre Athirson, in arrivo in ritardo per una diatriba risolta poi dalla Fifa, rimarrà un mistero fino alla fine. A centrocampo, O’Neill manca completamente l’inserimento (tanti anni dopo confesserà problemi di tipo etilico) e in attacco la panchina a turno non giova ai tre assi a disposizione del tecnico. L’assortimento non è felice, le critiche piovono pesanti assieme ai fischi del pubblico, la quadratura nella fase finale (nonostante la squalifica di Davids per doping) porta i bianconeri a ridosso della Roma, ma quando è troppo tardi. E alla fine Ancelotti, mai entrato nel cuore della tifoseria, pur avendo già rinnovato il contratto per altri due anni, viene scaricato con la fama di “eterno secondo” per far posto al gran ritorno di Lippi.

IL TOP: PANNA AL CENTRO E BEATO RUI
Sono in due a dividersi la palma del migliore. Damiano Tommasi compie un passo inaspettato, trasformandosi, grazie anche alla fiducia concessagli da Capello, da buon centrocampista di spola in uomo ovunque capace di dispensare quantità e qualità. Eccellente come diga, instancabile nel cucire il gioco, preciso nei lanci e sicuro nella personalità, diventa il collante indispensabile della manovra giallorossa, l’uomo al centro di tutto. Nato a Sant’Anna di Alfaedo, in provincia di Verona (ma nella vicina Negrar, sede dell’ospedale, per l’anagrafe) il 17 maggio 1974, da subito innamorato del tamburello (AT Negrar) e soprattutto del pallone, è entrato prestissimo nelle giovanili del Verona, con cui esordiva in B a 19 anni, per diventare titolare nel campionato successivo. Ha conquistato la Serie A e vinto il titolo europeo con l’Under 21 nel 1996, segnalandosi come inesauribile stantuffo sui prati del pallone e per l’impegno come obiettore di coscienza, avendo preferito al servizio militare quello civile come tecnico in una emittente cattolica veronese (Tele Pace). Nell’estate dello stesso anno passava alla Roma per 7 miliardi. Alla scuola di Zeman affinava il proprio senso tattico e a novembre 1998 si vedeva concedere da Zoff un fugace debutto in Nazionale. Pareva solo un buon laterale destro, poi in questa stagione il poderoso balzo in avanti gli vale lo scudetto e il richiamo in azzurro come titolare fisso da parte di Trapattoni. Manuel Rui Costa a 9 anni era tra i 500 bambini figli di soci del Benfica che un giorno poterono sbizzarrirsi sul terreno dello stadio Da Luz: toccò solo due palloni, sufficienti al grande Eusebio per notarlo e promuoverlo a un provino che il giorno successivo gli apri le porte del club di Lisbona. Alla prima squadra è arrivato (dopo una puntata in C al Fafe) salendo con la marea di una generazione di talenti (tra cui Figo, Joào Pinto, Fernando Couto e Peixe) con cui regalò al Portogallo nel 1991 il titolo mondiale Under 20. Tre stagioni da “stella” nel Benfica, con un titolo e una coppa nazionale, e nell’estate del 1994, quando già sembrava destinato al Barcellona, eccolo alla Fiorentina per 11 miliardi e un pizzico di delusione per il mancato approdo a una grande del calcio mondiale. Firenze l’ha accolto nel suo abbraccio benedicendo quell’operazione di mercato. «Come uomo» racconterà un giorno «a Firenze ho vissuto gli anni più belli della mia vita». Talento assoluto, trequartista col senso del gol, non aveva mai raggiunto una piena continuità di rendimento e le continue sostituzioni erano diventate una specie di malinconico ritornello. La partenza di Batistuta gli assegna i gradi di capitano e leader: in una squadra che vive una stagione negativa (comprese le liti tra il presidente Cecchi Gori e l’allenatore Terim, poi sostituito da Roberto Mancini), il portoghese si prende la squadra sulle spalle e la pilota da grande numero 10, regista e goleador, trascinandola alla conquista della Coppa Italia.

IL FLOP: MACELLO LIPPI
L’Inter, ancora una volta. L'Inter cui Massimo Moratti dedica sforzi economici impressionanti pur di vederla primeggiare. In estate spende come sempre senza risparmio: 38 miliardi per il giovane attaccante Keane del Coventry, 36 per il mediano Farinos dal Valencia, 30 per il regista Vampeta dal Corinthians, 15 per il terzino Macellari dal Cagliari, 15 per il riscatto del terzino Michele Serena dal Parma, 15 per l’interno Brocchi dal Verona, 13 per il difensore Cirillo dalla Reggina, 12 per il centravanti Hakan Sùkiir dal Galatasaray, 8 per il trequartista Robbiati dal Napoli, 7 per l’interno Peralta dal Racing Avellaneda, 5 per il difensore Lombardi dal Napoli (ma di proprietà Lazio). Liberatosi del “nemico” Roberto Baggio (lasciato libero di accasarsi al Brescia dove spopolerà), il confermato Marcello Lippi prova a costruire una nuova Inter competitiva, ma l’avvio di stagione è disastroso: eliminati dal modesto Helsingborgs nel turno preliminare di Champions League, l’8 settembre i nerazzurri cedono alla Lazio la Supercoppa italiana e il 1° ottobre debuttano in campionato perdendo a Reggio Calabria. Nel movimentato dopo-partita, Lippi si scatena: «Mi vergogno di presentare una squadra così: oggi, se fossi Moratti, caccerei subito l’allenatore e prenderei a calci nel culo i giocatori». Il presidente lo prende (parzialmente) in parola e due giorni dopo lo esonera. Cercato inutilmente Passarella (vincolato dall’incarico di selezionatore dell’Uruguay), ripiega su Marco Tardelli, Ct dell’Under 21 fresco di titolo europeo di categoria, cui regala subito un terzino sinistro, Gresko (dal Leverkusen per 9 miliardi). L’idea è che, avendo valorizzato al massimo in azzurro il talento del giovane fantasista Pirlo, il nuovo tecnico riesca a fare altrettanto nella sua squadra di club. Invece questi si guarda bene dall’includere il giovane asso nel vorticoso valzer di formazioni con cui inaugura la nuova era. I risultati sono alterni, tendenti al brutto e poco cambia col ritorno di Vieri, fermo per infortunio da maggio. Quando il 29 novembre 2000 il Parma travolge 6-1 l’Inter in Coppa Italia, contro il pullman della squadra viene addirittura lanciata una bomba molotov. A gennaio Moratti cerca di correre ai ripari: rimanda in Inghilterra il giovane Keane (recuperando dal Leeds i 38 miliardi spesi in estate), scambia la scartina Vampeta alla pari con Dalmat del Paris St. Germain e per 10 miliardi prende in comproprietà l’uruguaiano Pacheco dal Penarol, tanto per arricchire la collezione di bufale. Grosso modo, pur tra i tanti cambi di formazione, l’Inter di Tardelli schiera Frey in porta, Cordoba, Blanc e Ferrari (o Simic o Cirillo) in difesa, Javier Zanetti, Di Biagio, Jugovic, Dalmat (o See-dorf) e Serena (o Gresko) a centrocampo, Vieri e Recoba in attacco. La situazione non migliora: a febbraio i nerazzurri sono spazzati via dall’Alaves negli ottavi di Coppa Uefa, in campionato toccano il fondo nella terribile serata dell’11 maggio 2001, travolti dal (modesto) Milan nel derby, suggello di una stagione catastrofica, chiusa al quinto posto finale.

IL GIALLO: TAROCCO E I SUOI FRATELLI
Che qualcosa non quadrasse, nei passaporti dei giocatori sudamericani del campionato italiano che li qualificavano come “comunitari”, si era cominciato a sospettare nell’aprile del 2000, quando erano stati messi sotto inchiesta i documenti attestanti avi calabresi all’argentino Veron della Lazio. Quando l’Udinese atterra a Varsavia il 13 settembre dello stesso anno per l’impegno di Coppa Uefa contro il Polonia, ecco il patatrac: il controllo passaporti denuncia la falsità dei documenti dei brasiliani Alberto e Warley. Quest’ultimo dovrà essere “tagliato” e stessa sorte capiterà ai giovani Da Silva e Jorginho, rimandati in Sudamerica dal club friulano. La Procura di Udine apre un’inchiesta e in breve nel gran pasticcio si trovano coinvolti il milanista Dida, l’interista Recoba (che ha pure la patente irregolare), il romanista Cafu e tanti altri giocatori, tutti qualificati come “comunitari” per lasciar spazio ad altri giocatori extraeuropei, il cui tesseramento resta limitato dalle regole in vigore (fino alla liberalizzazione di inizio maggio 2001). La vicenda si espande a macchia d’olio e in tutta Europa si registrano casi analoghi: a quanto pare sono in Portogallo, Grecia e Italia le centrali del passaporto taroccato. Il 27 giugno 2001 la Commissione disciplinare emette i primi verdetti, in gran parte poi confermati in appello dalla Caf il 18 luglio: assolto Veron, squalificati per un anno i giocatori Recoba, Fabio Junior, Dida, Alberto, Warley, Jorginho, Da Silva, Jeda e Dedè e i dirigenti Gabriele Oriali dell’Inter e Rinaldo Sagramola del Vicenza, per sei mesi Felice Pulici della Lazio e per un anno e mezzo Gino Pozzo dell’Udinese. Pesanti ammende per Udinese (3 miliardi), Inter e Lazio (2), Roma e Sampdoria (1,5), Milan e Vicenza (1). Il 10 agosto arriva tuttavia il colpo di spugna della Fifa, che limita le squalifiche «al Paese la cui Federazione ha giudicato il caso» di ciascun giocatore. Il 12 ottobre 2001 la neonata Camera di conciliazione del Coni riduce tutte le squalifiche e inibizioni a 4 mesi, dietro promessa dei sanzionati di prodigarsi in opere socialmente utili.

LA RIVELAZIONE: FABIO MASSIMO
La storia di Fabio Liverani va di pari passo con quella di Serse Cosmi. Quest’ultimo è il nuovo tecnico del Perugia: 42 anni, giocatore dilettante fino ai 29 poi fermato da un infortunio, ha fatto gavetta per cinque anni tra i dilettanti della Pontevecchio e poi per cinque alla guida dell’A-rezzo, portata dalla C2 fino ai playoff per la promozione in Serie B. Sconosciuto ai più, nello sconcerto generale si vede affidare dal patron Luciano Gaucci la panchina di un Perugia imbottito di “nuovi” provenienti dalle categorie inferiori. Tra questi la sua mano sorprendentemente sapiente non ha dubbi nell’individuare il regista e leader del centrocampo: appunto l’esordiente Liverani, un ragazzo di 24 anni che già alla terza giornata con tre assist stende il Parma al “Curi” esibendo una tale qualità di gioco da lasciare gli osservatori a bocca aperta. Si scopre che Fabio è nato a Roma il 20 aprile 1976 e ha una singolare e lunga storia alle spalle: sinistro che canta, destro non da buttare, ha cominciato a giocare a calcio nella Romulea. Mamma Halima, di origini somale, gli ha dato il colore scuro della pelle, papà è morto d’infarto quando lui aveva nove anni e allora c’è stato un maestro di pallone a prenderne il posto, Lanfranco Barbanti. La strada sembrava tracciata e invece si è rivelata in salita: a 14 anni il baby di talento ha cominciato a viaggiare per l’Italia: bravo, certo, erano tutti d’accordo, ma prima o poi la storia regolarmente si inceppava. Ha cominciato nel settore giovanile della Lodigiani, per proseguire in quelli del Napoli (dove ha imparato da Zola a sganciare micidiali punizioni), del Palermo e del Cagliari. Seconda punta o centrocampista, sempre sul punto di esplodere, da Cagliari fu mandato alla Nocerina, in C1, dove l’allenatore Maestripieri lo confinò tra i rincalzi: due presenze e già a dicembre veniva spedito in C2, alla Viterbese. Qui Morrone gli diede spazio, ma soprattutto dopo un paio di stagioni il club passò nell’orbita di Luciano Gaucci e con il mancino di Liverani a dirigere l’orchestra arrivò la promozione in C1. Gaucci così ha deciso di portare quel ragazzo tra i grandi, sicuro che non avrebbe sfigurato. La maestria con cui Liverani domina a centrocampo è semplicemente straordinaria, tanto che il 25 aprile 2001 il Ct Trapattoni gli offre il debutto in azzurro, subito titolare, in amichevole contro il Sudafrica a Perugia.

LA SARACINESCA: DI BENE IN MAGLIA
Ivan Pelizzoli, chi se l’aspettava? E sì che l’inesauribile vivaio dell’Atalanta dovrebbe aver abituato un po’ tutti allo sbocciare dei talenti. Dunque: capita che il veterano Fontana abbia portato alla grande con le sue parate la squadra bergamasca in Serie A. In ritiro però il portiere si è subito rotto un dito, è stato fermo e intanto alla base era tornato Ivan Pelizzoli, ragazzone cresciuto a Zingonia, reduce da un eccellente campionato alla Triestina in C2 e convocato da Tardelli nell’Under 21. Fontana è rientrato la sera della prima di campionato contro la Lazio e ha preso gol su una punizione un po’ così di Mihajlovic. Qualcuno lo ha criticato e il giorno dopo lui ha risposto prendendo cappello, perché in estate aveva aspettato invano il rinnovo del contratto, dunque ora ha chiesto platealmente che il club gli ufficializzasse il posto da titolare, altrimenti addio tranquillità. Risposta del club: Fontana relegato ai margini, e titolare il trentaseienne Pinato, col giovane Pelizzoli in panchina. Alla quinta giornata, sul campo del Milan, dopo sette minuti il portiere si fa male alla coscia sinistra e tocca al ragazzino. In procinto di compiere vent’anni (è nato a Bergamo il 18 novembre 1980), il nuovo arrivato sulla ribalta, una pertica di 1,93 di statura, dimostra subito di non avvertire l’emozione e nell’occasione l’Atalanta si conferma rivelazione del torneo strappando un pari a suon di gol. Da quel momento Pelizzoli non lascia più il posto e diventa la grande sensazione della stagione. Tanto da farlo diventare uomo mercato e portarlo, in estate, alla Roma per la cifra shock di 21 miliardi.

IL SUPERBOMBER: TUTTO L’UOMO DEL PRESIDENTE
Aveva 21 anni, Hernan Crespo, quando approdò in Italia nell’estate del 1996, ingaggiato dal Parma. Si era imposto nel River Piate e soprattutto era fresco di medaglia d’argento alle Olimpiadi, di cui era stato capocannoniere con 6 reti, una in più di un certo Ronaldo. Era costato relativamente poco, 6 miliardi, e se ne parlava soprattutto per le polemiche suscitate in Argentina, dove addirittura il presidente della Repubblica, Carlos Menem, tifoso della Repubblica, Carlos Menem, tifoso sfegatato del River, aveva lanciato un pubblico appello contro l’addio del giovane bomber. Il fatto è che Gustavo Mascardi, il procuratore del ragazzo, aveva convinto il presidente del Parma, Giorgio Pedraneschi, a comprarlo già a marzo di quell’anno, quando Crespo non era che una riserva nel suo club. Hernan è nato a Florida, nella periferia di Buenos Aires, il 5 luglio 1975. A sette anni è entrato nelle giovanili del River e le ha percorse, passo dopo passo, fino all’esordio in prima squadra a 18 anni, l’8 novembre 1993, mandato in campo da Daniel Passarella a due minuti dalla fine contro il Newell’s Old Boys. Lo stesso Passarella, nelle vesti di Ct, lo convocò poi nella selezione che a marzo 1996 si qualificava per le Olimpiadi. Un gol stratosferico contro la Colombia induceva Ramon Diaz a dargli spazio anche nel River e lui ricambiava a giugno con la doppietta all’America di Cali che valeva la Libertadores. A quel punto tutti - a partire da Menem - sapevano chi era e presto lo avrebbero conosciuto ancor meglio, ad Atlanta, quando ormai però il biglietto aereo per l’Italia era stato prenotato. Crespo ha fisico che spacca, buona tecnica e un fiuto quasi animalesco per il gol. Nel Parma ha cominciato in ritardo, causa infortunio rimediato proprio nella finale olimpica contro la Nigeria, poi si è scatenato: non è uomo da raffinatezze stilistiche e per questo soprattutto nei primi mesi ha preso tanti fischi dal pubblico del Tardini, ma in quattro stagioni ha regalato ai colori gialloblù 81 reti tra campionato e coppe, diventando il più prolifico goleador della storia del club emiliano, contribuendo a una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana. Quando la Lazio spende 110 miliardi per portarlo in biancoceleste, qualcuno grida allo scandalo. Il pronto titolo di capocannoniere, con 26 reti in 32 partite, chiude la bocca a tutti. “Valdanito”, come è stato soprannominato in patria per la somiglianza anche tecnica col campione del mondo Jorge Valdano, è davvero un re del gol.



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Terzo scudetto per la Roma


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