Serie A 1999-00 - Lazio


Il Racconto


IL FILM: L’ORA LETALE
Il mercato è un’esplosione di miliardi in cui dominano le “sette sorelle”, i club con maggiori disponibilità economiche, che infatti finiranno esattamente ai primi sette posti in classifica: vale a dire - ordinate secondo l’ordine decrescente del rispettivo botto più costoso di mercato - Inter (90 miliardi per Vieri dalla Lazio), Parma (64 per Amoroso dall’Udinese), Lazio (52,5 per Veron dal Parma), Roma (43 per Montella dalla Sampdoria), Milan (41 per Shevchenko dalla Dinamo Kiev), Juventus (37 per Kovacevic dalla Reai Sociedad) e Fiorentina (30 per Chiesa dal Parma). Ovviamente sono i nerazzurri di Moratti, affidati a Marcello Lippi, in pole position, affiancando a Ronaldo la dirompente carica di Vieri. Il campionato prevede un sorteggio arbitrale diluito: due designatoli (Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto) decidono la griglia dei quattro fischietti da estrarre a sorte per ogni partita. In effetti l’Inter prova a scappare alla quinta giornata, ma è un fuoco di paglia: sconfitta a Venezia, viene sorpassata dalla Lazio, a sua volta raggiunta dalla Juventus alla decima giornata e poi anche dalla Roma in quella successiva. Il trio si sgretola e sono i biancocelesti a restare soli in vetta, ma al giro di boa il 16 gennaio vengono superati dalla Juventus, campione d’inverno. Nel ritorno gli uomini di Eriksson riescono a riprendere la testa al ventesimo turno, poi è solo Juve: la squadra di Ancelotti prende il largo, alla ventiseiesima giornata vanta 9 punti sui rivali e lo scudetto sembra ipotecato. I biancocelesti però, vincendo lo scontro diretto, il 1° aprile si portano a tre lunghezze; due giornate più tardi la Juve le riallarga a 5 e il discorso tricolore sembra esaurito quando, al terzultimo turno, la Signora cade a Verona e i biancocelesti arrivano a 2 punti, che mantengono fino alla vigilia dell’ultima giornata. Qui arriva il colpo di scena: mentre gli uomini di Eriksson all’Olimpico strapazzano la Reggina, la Juve, dopo oltre un’ora di interruzione per un nubifragio abbattutosi su Perugia, cade con gli umbri e perde il titolo sul traguardo. La Lazio è campione d’Italia con una lunghezza di vantaggio. In coda, a Piacenza e Cagliari, le prime a staccarsi, si sono aggiunte nel penultimo turno nella caduta in B Venezia e Torino.

I CAMPIONI: VIA COL CENTO
Sergio Cragnotti, presidente della Lazio, che ne coltiva la nuova dimensione di grande da quando, sette anni prima, l’ha acquistata da Gianmarco Calieri, ci riprova: vuole onorare con lo scudetto la stagione del Centenario (9 gennaio 2000), anche se il mercato parte dalla rinuncia a Vieri, che procura una plusvalenza di 42 miliardi in un solo anno. Il reinvestimento è colossale: oltre a Veron e Sensini dal Parma (62,5) al club quotato in Borsa arrivano Simone Inzaghi dal Piacenza (30), Simeone dall’Inter (21) e a gennaio anche Ravanelli dall'Olympique Marsiglia (1,5). Ci sarebbe pure lo svedese Kennet Andersson, preso dal Bologna per 15,5 miliardi in luglio, ma lo stangone svedese viene restituito per 10 a settembre. Eriksson ha a disposizione una rosa “monstre”, che giostra su quattro fronti gestendo il turn-over in modo magistrale, da fuoriclasse della panchina, così da partire vincendo il 27 agosto la Supercoppa europea e avere nel contempo a primavera la squadra fresca per la volata finale. Tiene Marchegiani in porta, Negro, Pancaro e Favalli ad alternarsi nei due ruoli di terzini, Nesta e Mihajlovic centrali difensivi; a centrocampo, il sontuoso Sensini insuperabile nel filtro davanti alla difesa, Veron a dirigere il traffico, Sergio Conceicao e Nedved assaltatori di fascia; in attacco, la giostra vede ruotare Boksic, Salas, Inzaghi e Ravanelli oltre a Mancini, il vecchio saggio che da aprile entra anche ufficialmente nello staff del tecnico. Sarebbe però ingiusto dimenticare altre colonne come Ballotta (portiere di Coppa Italia), Fernando Couto, Almeyda, Simeone, Gottardi, Lombardo, rincalzi dall’alto rendimento quando chiamati in causa. A primavera la turbo Lazio arriva in corsa su tutti e tre i fronti. Esce dalla Champions ai quarti, poi si gioca scudetto e Coppa Italia in cinque giorni. Il 14 maggio, dopo la vittoria sulla Reggina all’Olimpico, gente rimane ad aspettare l’inevitabile notizia del successo della Juve a Perugia e invece arrivano quelle del nubifragio e poi, in uno stadio sempre più elettrizzato, del tonfo bianconero, che consegna lo scudetto ai biancocelesti. Il 18 maggio, conquistando anche la Coppa Italia, Eriksson e i suoi renderanno trionfale la stagione biancoceleste.

I RIVALI: IL FIATO SUL CROLLO
La Juventus, chiusa traumaticamente l’era Lippi, punta ad avviarne una nuova con Ancelotti, già sedutosi in panchina nelle quindici giornate conclusive dell’ultimo campionato. La triade Giraudo-Moggi-Bettega, lasciati da parte gli equilibri economici, gli offre un gruzzolo di novità: una specie di sosia (solo fisico) di Vieri, il serbo Kovacevic (37 miliardi), l'esterno emergente Zambrotta dal Bari (27), il centrale di centrocampo Oliseh e il portiere Van der Sar dall’Ajax (22 e 17), l’altro esterno Bachini dall’Udinese (12) e il giovane interno Maresca dal West Bromwich Albion (11). Lo sbilancio viene solo in parte mitigato da cessioni eccellenti come quella di Peruzzi all’lnter (28), Deschamps al Chelsea (12), Blanchard al Lens (7) e soprattutto Henry - che Ancelotti ha invano provato a far decollare come tornante (!) - all’Arsenal (28). Il giovane tecnico, poco gradito (eufemismo) al tifo per il suo passato milanista, assembla una Juventus solida, cementata da una difesa a tre (davanti a Van der Sar, Ferrara e Iuliano protetti da Monterò) con Conte, Tacchinardi, Davids e Pessotto a centrocampo più il trequartista Zidane in appoggio a Inzaghi e Del Piero. Bocciato Oliseh, il regista arretrato deputato, recupera solo nel finale il terzo attaccante Kovacevic, atleticamente forte ma tecnicamente grezzo. L’impianto, un po’ carente di alternative di qualità, non regge in Europa dopo aver conquistato l’Intertoto, ma si scatena in campionato, fino al vantaggio di nove punti a otto turni dal termine, superando anche le “voci”, categoricamente smentite, di una rivalità accesa - fino alla lite di spogliatoio - tra Inzaghi e Del Piero. Il crollo finale ha qualcosa di surreale, anticipato dall’an-nullamento del gol del parmense Cannavaro alla penultima giornata e suggellato dal tempo infinito della gara di Perugia.

IL TOP: ALESSANDRO IL GRANDE
La prima volta che Alessandro Nesta salì agli onori (si fa per dire) delle cronache aveva 18 anni e giocava nella Primavera della Lazio: era il 7 aprile 1994 ed entrando temerariamente a forbice su di lui in allenamento Paul Gascoigne si procurò la frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra. Il “baby”, fresco esordiente in Serie A, non aveva colpe e l’asso inglese Io rassicurò immediatamente in proposito. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo, ma quella era al contempo l’alba di una grande carriera e l’avvio del tramonto di un’altra. Perché “Gazza” sarebbe poi stato eroe maledetto (anche dalla sorte), mentre il ragazzino Nesta nel giro di due anni e mezzo avrebbe esordito in Nazionale. Nato a Roma il 19 marzo 1976, aveva cominciato nel Cinecittà per poi entrare piccolissimo nei Pulcini della Lazio. Svezzato nel vivaio biancoceleste dal “mago” Volfango Patarca, ha mosso i primi passi tra i grandi da terzino destro, poi si è sistemato al centro svettando per tempismo ed eleganza, una specie di monumento alla scuola dei difensori italiani. Dotato di classe cristallina, è stato campione europeo Under 21 e avrebbe dovuto consacrarsi in azzurro già ai Mondiali di Francia, ma nella terza partita, contro l’Austria, uno scontro con Pfeifenberger gli rovinò il ginocchio destro (lesione del legamento crociato anteriore e del collaterale interno). Tornò in campo dopo sei mesi, per riprendere il filo di un discorso fatto di classe e potenza. Nella difesa della Lazio grande protagonista dello scudetto, la sua qualità assoluta consente a Eriksson di accoppiarlo a un ex centrocampista come Mihajlovic, che garantisce tocco e inserimenti offensivi (e tanti gol) ma non brilla per rapidità: a quella pensa lui, l’ex ragazzino delle giovanili che ormai è tra i grandi del calcio mondiale e lo dimostra a Euro 2000, svettando come il più forte difensore centrale della manifestazione.

IL FLOP: CAMPANE A MARCELLO
Un’Inter da scudetto: questo è il chiodo fisso di Massimo Moratti, pronto ogni anno a insistere come tanti anni prima aveva fatto suo padre Angelo prima di rompere il tabù. Così in una estate rovente mette sul tavolo una quantità impressionante di denaro: oltre ai 90 miliardi (record) per Vieri dalla Lazio, ne spende 30 per Peruzzi dalla Juventus, 19,8 per Panucci dal Real Madrid, 18 per Jugovic dall’Atletico Madrid, 15 per Georgatos dall’Olympiakos, 8 per Domoraud e 5,5 per Blanc dall’Olympique Marsiglia, 4,5 per Fresi dalla Salernitana. Il 15 luglio 1999 torna in sella dopo un breve periodo da presidente dimissionario e annuncia all’assemblea degli azionisti l’obiettivo di «costruire la squadra più forte del mondo». Per il quale a gennaio spenderà altri 42 miliardi per Seedorf dal Real Madrid, 27 per Cordoba dal San Lorenzo e 4 per il giovane Mutu dalla Dinamo Bucarest, raggiungendo una esposizione (detratte le cessioni) di 166 miliardi. Per gestire una simile corazzata di campioni ha chiamato Marcello Lippi, reduce dai trionfi e da una chiusura un po’ amara e anticipata con la Juventus. Che la fortuna non sorrida lo si capisce presto. Il piatto forte dovrebbe essere la coppia d’attacco atomica Ronaldo-Vieri, ma il brasiliano, dopo un avvio contrastato per gli impegni con la Nazionale (l’Inter costringe il Brasile a farlo tornare dalle Olimpiadi di Sydney), il 21 novembre 1999 contro il Lecce infilando una scarpa nel fango si procura la lesione del tendine rotuleo del ginocchio destro. Operato a Parigi, tornerà in campo dopo cinque mesi, il 12 aprile 2000 nella finale di Coppa Italia contro la Lazio, e qui dopo uno scatto si accascerà a terra urlando di dolore: nuova rottura del tendine rotuleo dello stesso ginocchio. E questa volta il chirurgo parigino (Gerard Saillant) non garantirà il pieno recupero. Lippi prova a nuotare nell’abbondanza schierando Peruzzi in porta. Panucci, Blanc e Simic (o Domoraud o Fresi) in difesa, Moriero e poi Zanetti, Zanetti e poi Cauet, Di Biagio, Jugovic e Georgatos a centrocampo, Vieri e Zamorano in attacco. A gennaio Cordoba diventa il nuovo difensore centrale di sinistra e Seedorf rimpiazza Jugovic. Dopo il buon avvio, la stagione piega alla malinconia: la squadra non entra mai nella lotta per lo scudetto e solo grazie alle prodezze di Roby Baggio, emarginato sistematicamente dal tecnico e poi titolare nelle ultime quattro partite e nello spareggio di Verona contro il Parma, si piazza al quarto posto e centra la qualificazione alla Champions League, dopo aver perso la finale di Coppa Italia.

IL GIALLO: FISCHI VOLANTI
Quanto “contano” gli arbitri? Il mistero si disvela in questo campionato solo... fuori tempo massimo. Ne ha un concetto molto alto Franco Sensi, presidente della Roma, che per ringraziarli del loro prezioso contributo alla causa del pallone per Natale spende 350 milioni di lire in regali: ai designatori Bergamo e Pairetto un Rolex d’oro a testa del valore di circa 25 milioni, a ogni arbitro un Rolex d’acciaio (prezzo da 3,5 a 7 milioni) e a ogni guardalinee un Philippe Watch da circa mezzo milione di lire. Dopo una furiosa polemica, il presidente della Federcalcio, Luciano Nizzola, impone a tutti, designatori, arbitri e guardalinee, di restituire i costosi doni. È però nel finale di campionato, un anno dopo il “caso” Iuliano-Ronaldo, che i fischietti tornano alla ribalta con tutto il loro peso. Penultima giornata: al penultimo minuto di Juventus-Parma, l’arbitro De Santis concede agli emiliani un inesistente angolo, che Amoroso batte per la testa di Cannavaro, abile a infilare il gol del pareggio. L’arbitro annulla senza apparente motivo e un’ora dopo, in un comunicato dettato all’agenzia Ansa, spiega di aver fischiato prima del colpo di testa del difensore gialloblù, in quanto due suoi compagni spingevano due avversari; le immagini televisive lo smentiscono (ha fischiato dopo e non c’era alcun fallo da punire) e il presidente laziale Cragnotti si ribella: «Ancora una volta è venuta meno la lealtà sportiva, non è possibile investire tanti miliardi per poi ritrovarci davanti a certe situazioni, questo campionato sta perdendo credibilità, per il secondo anno consecutivo non riusciamo a cucirci lo scudetto sulle maglie non per nostri demeriti». In settimana i tifosi della Lazio celebrano il “funerale del campionato”. Manca però ancora una giornata e in quella, il 14 maggio 2000, accade l’imprevedibile. Sul campo di Perugia nell’intervallo di Perugia-Juventus (ferma sullo 0-0) si scatena un nubifragio e ancora una volta l’arbitro, questa volta il numero uno della categoria, è protagonista: Collina attende ben 70 minuti prima di far riprendere il gioco: non era mai accaduto. Calori segna, i locali vincono 1-0 e all’Olimpico di Roma, dopo la vittoria della Lazio sulla Reggina, spettatori e atleti biancocelesti rimasti in attesa si scatenano in una festa senza limiti, dimenticando il “funerale” e le polemiche sulle direzioni di gara.

LA RIVELAZIONE: FIORE ALL’OCCHIELLO
Stefano Fiore è un ragazzo testardo. Papà Pasquale è stato un buon mediano ai margini del grande calcio (Cosenza, Empoli, Acireale, Rende) e avrebbe voluto vederlo dottore, mentre lui decise presto che ne avrebbe seguito le orme e avrebbe fatto il calciatore. Nato a Cosenza il 17 aprile 1975, cominciò nella Villaggio Europa, la squadra del quartiere, poi fu “lavorato” nelle giovanili del Cosenza dallo specialista Gramoglia e da lì arrivò fino alla prima squadra, esordendo in Serie B. Aveva diciannove anni, era un centrocampista dai piedi buoni; il Parma lo acquistò, gli fece bagnare i piedi nella massima categoria per poi mandarlo a irrobustirsi a Padova, dove tuttavia Mauro Sandreani, complice il servizio militare, lo bocciò come fragile artista. Il Parma allora lo mandò al Chievo, ancora tra i cadetti, e qui Alberto Malesani ne intuì le doti, schierandolo centrale di centrocampo e ricavandone prestazioni super. Il ritorno a Parma non ha portato grande fortuna al ragazzo, arricchendogli la bacheca dei trofei (Coppa Italia e un’altra Coppa Uefa), ma non la reputazione, nonostante l’arrivo del pigmalione Malesani. Così nell'estate del 1999 a Pierpaolo Marino che lo vuole fortissimamente a Udine, Stefano Fiore risponde con entusiasmo. Ha 24 anni, è deciso a ripartire da zero. Gigi De Canio prima lo prova sulla fascia destra, poi gli dà carta bianca come centrocampista con licenza di offendere e finalmente sboccia il campione. L’interno più completo del torneo, che vince la classifica degli assist (10), che sa difendere e impostare il gioco, abile a rientrare ma anche a inserirsi in avanti, dove segna 9 reti. Dino Zoff lo prova in Nazionale a febbraio 2000 contro la Svezia per promuoverlo titolare agli Europei. E adesso anche papà Pasquale è contento.

LA SARACINESCA: LA COPPA DEL NONO
Il nonno di Sebastien Frey, André, era un difensore energico e dal buon tocco di palla: campione di Francia durante la Seconda guerra mondiale nelle file del Tolosa, giocò sei partite in Nazionale. Il papà, Gilbert, è stato portiere in Seconda divisione (Tours e Thonon) e dunque sarebbe stato difficile per il terzo della dinastia sfuggire alla tradizione di famiglia. Nato a Thonon-les-Bains il 18 marzo 1980, a dieci anni Sebastien entrò tra i baby del Cannes, già allenato a respingere con le mani le palline da tennis nei giochi in famiglia. Sette anni più tardi una coincidenza fortunata (per lui) toglieva di mezzo i tre portieri della prima squadra, proiettandolo in campo in Prima divisione: refrattario all’emozione, esibiva la reattività muscolare dei portieri per vocazione e si ritrovava promosso sul campo. Ventiquattro partite, un’occhiata di Walter Zenga, il “placet” di Sandro Mazzola ed eccolo all’Inter per 3 miliardi. Era l’estate del 1998. Qualche settimana era sufficiente per la promozione dalla Primavera alla panchina della prima squadra. L’esordio in A (grazie al primo infortunio di Pagliuca dopo quattro anni e mezzo) e sette partite complessive erano sufficienti a dimostrare che il ragazzo aveva stoffa, coraggio nelle uscite alte e personalità da categoria e dunque bisogno di giocare con continuità. Così a soli 19 anni si ritrova in prestito al Verona e a Cesare Prandelli bastano cinque partite per capire che il titolare di una non facile salvezza non sarà Battistini, ma il ragazzone francese col fisico da corazziere e il sorriso beffardo di chi non ha paura di niente. Ecco, nella comoda salvezza della squadra gialloblù, che chiude al nono posto, ci sono in primo piano le prodezze di questo portiere che a vent’anni è già campione a tutto tondo. L’Inter nell’estate 2001 lo cederà al Parma per 45 miliardi, realizzando una plusvalenza da primato.

IL SUPERBOMBER: KIEV DI DOVERE
Andriy Shevchenko è nato a Dvirkivshchyna, città dal nome quasi impronunciabile dell’Urss, poi dell’Ucraina diventata nazione autonoma, il 29 settembre 1976. A nove anni in un torneo di pallone fu scoperto da Alexandr Shpakov, tecnico delle giovanili, e da questi portato alla Dinamo Kiev, nelle cui file presto si è imposto per la naturale eleganza nel dribblare gli avversari e la precisione del tiro. Nell’inverno del 1993, a 17 anni, ha cominciato a giocare nella seconda squadra della Dinamo, di cui è stato capocannoniere con 12 reti; a 18 era stabilmente in prima squadra e cominciava a vincere regolarmente il campionato. Poco dopo, il 25 marzo 1995, esordiva in Nazionale contro la Croazia. Era un diamante purissimo, in un calcio tuttavia destinato a essere ignorato dai riflettori internazionali con l’eccezione delle sortite in Champions League. Proprio nella massima competizione continentale il ragazzino Shevchenko conquistò la ribalta con la prepotenza dei grandi: il 5 novembre 1997 tra le muraglie umane del Camp Nou rifilava tre reti al Barcellona, premessa del trono dei cannonieri della massima competizone continentale. I grandi club cominciarono a bussare alla porta della Dinamo, che tuttavia preferiva attendere e godersi un simile talento. Con cinque titoli e tre coppe nazionali già in bacheca, nell’estate del 1999, dopo una lunga trattativa che porta nelle casse del club ucraino 41 miliardi, Shevchenko approda nelle file del Milan. Inevitabile chiedersi quanti mesi gli richieda ambientarsi in un calcio e in un clima così diversi da quelli di casa. La risposta arriva subito ed è esplosiva: Sheva debutta in Serie A alla prima giornata, a Lecce, e segna il suo primo gol. Dopo sette giornate, conta sei presenze e sette reti. Non è una grande stagione, per il Milan scudettato di Zaccheroni, ma il primo giocatore ucraino a calcare le scene italiane ne esce da trionfatore, con lo scettro di capocannoniere, grazie a 24 reti in 32 partite. Il palleggio da funambolo coniugato alla spietata concretezza del gioco e al micidiale fiuto del gol ne fanno l’erede di Van Basten.



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La Lazio campione d'Italia per la seconda volta nella sua storia


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