Serie A 1998-99 - Milan


Il Racconto


IL FILM: IL DUELLO DEL SECOLO
Esplode il mercato extra-large (alle fasi estiva e autunnale se ne aggiunge una invernale, dal 4 al 29 gennaio) nei due sensi, perché, a partire dai 27 miliardi incassati dal Milan per la cessione di Kluivert al Barcellona, sono tanti anche gli assi che partono dallo Stivale per contrade straniere. E a proposito di... scambi commerciali, la Lazio stabilisce il record stagionale riportando in Italia Christian Vieri, dall’Atletico Madrid, per 48 miliardi. Il Parma ne spende 35 per Veron dalla Sampdoria, l’inter 26 per Ventola dal Bari (23 in contanti più Spinesi), ma soprattutto appena 3,6 per Roberto Baggio dal Bologna. Il campionato, che compie un secolo di vita e vede il ritorno del sorteggio arbitrale (i 37 fischietti di A e B sono divisi in due gruppi di categoria, all’interno di ognuno dei quali la scelta viene affidata al caso), propone in pole position Inter, Juve e Lazio, ma in avvio è la Fiorentina, affidata a Giovanni Trapattoni (reduce dai fasti del Bayern Monaco) a prendere il largo, con 4 punti di vantaggio sul Milan alla tredicesima giornata. Il 17 gennaio 1999 i viola sono campioni d’inverno con 3 lunghezze su Lazio e Parma. Nel girone di ritorno sono i biancocelesti di Eriksson a piombare sugli avversari (penalizzati dai capricci di Edmundo), raggiungendoli alla ventunesima e sorpassandoli una settimana più tardi. I capitolini vanno in fuga e alla ventisettesima giornata hanno 6 punti sulla Fiorentina. Sembra un’ipoteca sullo scudetto, ma intanto sta rinvenendo a sorpresa il Milan, che approfitta degli scivoloni degli avversari nel derby e poi con la Juve per portarsi a un solo punto a cinque turni dalla fine. Il duello è appassionante, la Lazio continua a vincere esattamente come gli uomini di Zaccheroni, ma alla penultima pareggia a Firenze e i rossoneri sorpassano. La domenica sucessiva, vincendo a Perugia, il Milan è campione d’Italia con un punto sulla Lazio. In coda, all’Empoli, da tempo staccato (e penalizzato di 2 punti per un bizzarro illecito di corruzione “indiretta” dell’arbitro Farina) si aggiungono nella caduta in B Vicenza, Sampdoria e Salernitana.

I CAMPIONI: IL SEGNO DI ZAC
Per capire come un Milan «da quarto-quinto posto» (parole di un protagonista, Alessandro Costacurta) sia riuscito contro tutto e tutti a vincere lo scudetto bisogna partire da lui, Alberto Zaccheroni. Allenatore ruspante, modernista tattico che in provincia, partendo dalla Romagna, ha esibito coraggio e idee. Ha vinto tre campionati di Interregionale e uno di C2 (due col Riccione, due col Baracca Lugo), ha centrato una promozione in B (Venezia) e a Udine due consecutivi piazzamenti Uefa. Lo ha voluto Galliani all’indomani del fiasco del Capello-bis, consegnandogli un Milan ormai considerato “cotto” nel nucleo storico che ancora resiste. Per rinnovarlo, il braccio destro del patron Berlusconi gli mette a disposizione due suoi “ex”, peraltro voluti dal predecessore: il bomber Bierhoff (25 miliardi) e il laterale Helveg (17). Poi il difensore Ayala dal Napoli (17), il fantasista Morfeo in prestito dalla Fiorentina, l’ala Guglielminpietro dal Gimnasia y Esgrima (10), il difensore N’Gotty dal Paris St. Germain (7), il baby attaccante Aliyu dal Padova (7), il portiere Lehmann dallo Schalke 04 (5) e il centrocampista Giunti dal Parma (1 miliardo più Cardone). Tanta carne al fuoco, poca (lo dirà il tempo) di effettivo valore. Per dire, Lehmann è subito titolare, ma dopo sei turni Zac deve tornare all’usato sicuro di Seb Rossi e il tedesco, addirittura, torna in Germania. Come non detto. Quanto al modulo, lo stesso tecnico confesserà di avere convinto i ragazzi a passare al 3-4-3 brevettato con successo a Udine spiegando loro che con la difesa a tre potranno correre un po’ di meno e lui potrà schierare tre attaccanti veri. Però non è facile. Parte con N’Gotty, Ayala e Maldini in difesa, Ba, Albertini, Boban e Helveg a centrocampo, Ganz, Bierhoff e Weah in attacco. Poi si assesta riportando Costacurta a vertice basso difensivo e dopo qualche partita lanciando come centrale di destra il giovane Sala, mentre a centrocampo Helveg va a destra e Ziege a sinistra. In attacco, recuperato Weah dopo i mugugni iniziali («Non ci riesco: o gioco centrale o vado in panchina»), trova in Leonardo un più duttile protagonista come attaccante esterno a destra. È un Milan operaio, che non dà spettacolo, che stenta eppure insegue, in cui Zac continua a scavare. Inventa esterno l’attaccante Guglielminpietro e lo piazza prima a destra e poi a sinistra, lancia i giovani Abbiati (dopo una follia di Rossi, espulso contro il Perugia) e Ambrosini e infine, quando il gruppo, che ha cementato con la forza della pazienza e della persuasione, comincia a crederci, compie il capolavoro: dopo lo 0-0 strappato a casa Lazio, sposta lo scontento Boban trequartista e azzecca la formazione per il rush finale: in porta Abbiati, poi Sala, Costacurta e Maldini in difesa, Helveg, il regista Albertini, il mediano Ambrosini e l’altro laterale Guglielminpietro a centrocampo, Boban trequartista dietro le punte Bierhoff e Weah. Con otto vittorie di fila, grazie a una preparazione eccellente e all’assenza di impegni internazionali oltre che a un pizzico di fortuna (l’autorete di Castellini al 95’ di Milan-Samp), raggiunge e supera la Lazio sotto lo striscione del traguardo. Il sedicesimo scudetto è il più inatteso di tutti ed è soprattutto suo, di Alberto Zaccheroni, forlivese di Meldola, nato anche lui il 1 ° aprile come il conterraneo Arrigo Sacchi, anche se sette anni più tardi, nel 1953.

I RIVALI: A PASSO DI BORSA
La Lazio, primo club italiano quotato in Borsa, punta allo scudetto. Sergio Cragnotti, tornato presidente dopo la parentesi Zoff (passato in estate alla guida della Nazionale) mette sul mercato una cifra impressionante per radere al suolo la concorrenza: oltre ai miliardi spesi per Vieri (ne incassa peraltro rispettivamente 22 e 12 con le cessioni all’Atletico Madrid di Jugovic e Chamot), ne versa 31 per Salas, bomber del River Piate, 30 per l’interno De La Pena del Barca, 24 per l’altro interno Stankovic della Stella Rossa, 22 per il difensore Mihajlovic della Sampdoria, 18 per l’ala Sergio Conceicao del Porto, 4 per il ritorno di Fernando Couto dal Barqa, 2 per il terzino Lombardi del Genoa e infine a gennaio ne aggiungerà 1 per il ritorno di Lombardo in Italia dal Crystal Palace. Partono anche Casiraghi per il Chelsea (16) e Fuser per il Parma ( 12). Il nuovo direttore generale è Julio Velasco, già Ct vincente della pallavolo, in panchina è confermatissimo Sven-Gòran Eriksson, che prova subito a costruire un undici nuovo di zecca. Vince la Supercoppa italiana sulla Juventus, ma in campionato gli dice male, perché, già mancando di Boksic, che non guarisce, una lesione al legamento collaterale esterno del ginocchio sinistro gli sottrae Vieri dopo due giornate, in più De la Pena si rivela una bufala. Assesta la squadra con Marchegiani in porta, Pancaro, Fernando Couto, Mihajlovic e Favalli in difesa, Sergio Conceicao, Venturin, Almeyda e Nedved a centrocampo, Salas e Mancini in attacco. La squadra regge i tre fronti, ma in campionato ogni tanto sbanda. Poi, ecco i correttivi: Negro e poi finalmente Nesta - recuperato dal grave infortunio patito ai Mondiali - in difesa, Stankovic per Venturin a centrocampo. Il successo a casa Juventus del 6 dicembre è un segnale, la Lazio mette il turbo e vince nove gare di fila, corroborata dal rientro di Vieri che si conferma devastante ariete. Ripresa e distanziata la Fiorentina, lo scudetto sembra ipotecato, ma il Milan rinviene nel finale e i biancocelesti, vinta la Coppa delle Coppe, mentre il titolo vola in Borsa, perdono il tricolore sul filo di lana.

IL TOP: STREGATO DALLA LUPA
Che Francesco Totti fosse un predestinato, ci voleva poco a capirlo. Da quando palleggiava a cinque anni nella Fortitu-do, la squadra sotto casa, per poi passare alla Smit Trastevere, all’Eur, e infine ai pulcini della Lodigiani, scaricando invariabilmente caterve di palloni nelle reti altrui. Nato a Roma il 27 settembre 1976, divenuto presto il biondino di porta Metronia che faceva impazzire i difensori, nelle giovanili giallorosse vinse un titolo con gli Allievi Nazionali e poi una Coppa Italia Primavera, ma a 16 anni era già con la prima squadra e Vujadin Boskov lo faceva esordire in A il 28 marzo 1993 a Brescia, quando i 17 non erano ancora compiuti. Un raggio di sole su stagioni sofferte per il club giallorosso, che però aveva il gioiello in casa. Quel gioiello è diventato il “Pupone” coccolato dai tifosi e secondo i soliti pessimisti incapace di diventare adulto. Ha spesso incantato con Mazzone, si è scontrato con Carlos Bianchi, ha avuto molte pause. Al suo arrivo in giallorosso, Zeman ne ha subito programmato il decollo come campione, affidandogli senza tentennamenti la maglia da titolare fisso. Detto e fatto. La discontinuità diventa un ricordo: schierato attaccante esterno con libertà di agire da trequartista, solido fisicamente, irresistibile nel dribbling e capace di magie nell’assist e sotto rete, il ragazzino, romanista fino al midollo, a 22 anni è una stella del campionato e anche se si concede qualche uscita oltre le righe (la maglietta “Vi ho purgato ancora” subito dopo il gol del 3-1 nel derby dell’ 11 aprile 1999), è ormai maturo per l’azzurro dei grandi, dopo aver cavalcato tutte le giovanili azzurre. Il 10 ottobre 1998, contro la Svizzera a Udine per le qualificazioni europee, Zoff lo manda in campo a venti minuti dalla fine al posto di Del Piero. Una staffetta tra campioni.

IL FLOP: GAMBE ALL’ARIEL
La Sampdoria, dopo la scomparsa di Paolo Mantovani, si è barcamenata poco sopra la metà classifica. Enrico Mantovani, figlio del grande presidente, è riuscito a mantenere una linea di dignità tecnica, sempre sperando di tornare prima o poi a spiccare il salto. Ci aveva provato nel 1997, ma il “Flaco” Menotti era naufragato. Ci riprova nell’estate del 1998, quando la cessione di tre talenti pienamente valorizzati (Veron e Boghossian al Parma e Mihajlovic alla Lazio) gli mette in cassa 71 miliardi e la possibilità di reinvestire su possibili campioni di domani. Così ne versa 23 al Valencia per Ariel Ortega, che al Mondiale 1994 ereditò la maglia di Maradona, ne aggiunge 10 per il difensore Grandoni della Lazio, 6,5 per il mediano Ficini dell’Empoli, 6 per l’interno Sgrò dell’Atalanta, 5,5 per il difensore Sakic del Lecce, 3,5 per l’attaccante Caté dell’Universitad Catolica, 3 per il centravanti Palmieri del Lecce, 3 a testa per l’interno Zivkovic e l’attaccante Jovicic della Stella Rossa e 2,2 per il centrocampista Cordoba del Racing Avellaneda. Affida la ricostruzione a un tecnico giovane, Luciano Spalletti, reduce dagli exploit di Empoli, e all’ulteriore crescita del baby bomber Montella, che ha già segnato 42 reti nei suoi due primi campionati blucerchiati. La prima Samp vede Ferron in porta, Sakic, Grandoni e Nava in difesa, Balleri, France-schetti, Laigle, Ortega e Castellini a centrocampo, Montella e Palmieri in attacco. La sfortuna tuttavia toglie di mezzo Montella, che il 14 ottobre 1998 viene operato alla caviglia destra. Spalletti è costretto a lanciare il deludente Ortega come seconda punta in appoggio a Palmieri e tre sconfitte di fila mettono la stagione di traverso. Dopo il 2-5 patito a casa Lazio il 13 dicembre, Mantovani caccia Spalletti e lo sostituisce con David Platt, privo peraltro di patentino e quindi affiancato da Giorgio Veneri. L’Assoallenatori protesta, il presidente Vicini il 30 gennaio si dimette e tre giorni dopo Platt lascia per “problemi burocratici”. Spalletti ritorna ma ormai, nonostante l’acquisto per 10 miliardi del centrocampista Doriva del Porto, non è più cosa e dopo 17 anni - il periodo più felice della sua storia - la Sampdoria toma malinconicamente in B.

IL GIALLO: PRIMA E DOPING
Il 25 luglio 1998 Zdenek Zeman, allenatore della Roma, rompe il clima estivo facendo deflagrare una dichiarazione “pesante”: «Io dico che il calcio sta cambiando. Purtroppo. Perché vorrei che questo sport uscisse dalle farmacie e dagli uffici finanziari in cui s’è ficcato e che rimanesse un gioco, un divertimento». Non ci sono nomi né riferimenti specifici, ma subito arriva la replica di Ciro Ferrara, difensore della Juventus («Quelle di Zeman sono solo chiacchiere, forse questa per lui è l’unica possibilità di uscire sui giornali, visto che di argomenti e di risultati ne ha piuttosto pochi. In farmacia ogni tanto farebbe bene a entrarci lui, per darsi una controllata») e una minaccia di querela da parte di Eugenio Pascetti, allenatore del Bari. Così il tecnico boemo il 7 agosto torna sull’argomento: «Forse se Ferrara non si fosse chiuso gli occhi sulla tossicodipendenza di Maradona, l’argentino sarebbe stato salvato da una mesta parabola discendente. Quanto alla Juve, s’è tirata in ballo da sola nella storia. Il mio è uno sbalordimento che comincia con Gianluca Vialli e arriva fino ad Alessandro Del Piero. Io, che ho praticato diversi sport, pensavo che certi risultati si ottenessero solo con il culturismo, dopo anni e anni di lavoro specifico in palestra. Sono convinto che il calcio sia tutto un altro tipo di attività». Vialli ribatte a muso duro: «Sono coglionate di un terrorista: dopo 15 anni di calcio a questi livelli penso di meritare più rispetto». Interviene la magistratura ordinaria, Del Piero e Vialli vengono interrogati in Pretura a Torino, mentre si scoprono le pesanti deficienze del laboratorio anti-doping del Coni. Il 21 settembre la Federmedici viene commissariata. Sette giorni dopo si dimette Mario Pescante, presidente del Coni. Il 12 ottobre il sindacato dei calciatori accetta i controlli incrociati sangue-urina. Il 16 novembre 2000 il doping diventerà reato penale. L'inchiesta del procuratore Raffaele Guariniello sfocerà in un procedimento contro Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus, e Mauro Agricola, medico del club bianconero, per frode sportiva e somministrazione di farmaci pericolosi agli atleti. La Corte d’Appello di Torino chiuderà la lunga vicenda solo il 14 dicembre 2005 con l’assoluzione di entrambi con formula piena.

LA RIVELAZIONE: DAL CHINO CON FURORE
Alvaro Recoba arrivò all’lnter nell’estate del 1997, portato da Luis Suarez che giurava sulle sue qualità. Nato a Montevideo il 17 marzo 1976, campione nazionale scolastico dei 100 metri piani, ha cominciato nell’Arbolito e poi nel Celiar, è cresciuto nel Danubio esordendo giovanissimo nella massima categoria e a vent’anni è passato al Nacional, con cui ha segnato 17 gol in una stagione e mezza. Arrivato nel Bel Paese, esordiva alla prima giornata subentrando dalla panchina e risolvendo la partita col Brescia con una strepitosa doppietta, sicché i 7 miliardi versati da Moratti per il suo cartellino sembrarono subito ben spesi. Poi, Simoni lo emarginò e alla fine al baby fantasista restarono in mano solo due partite da titolare e cinque scampoli in tutto il campionato. La nuova stagione per lui è ancora peggiore: gli ultimi ventidue minuti della partita di Firenze e stop. Così il genietto uruguaiano chiede di emigrare e a gennaio l’inter lo cede in prestito al Venezia, terzultimo in classifica e in forte odore di retrocessione. Sembra un azzardo: che ci farà un trequartista ricamatore là dove invece occorre mulinare il randello per cercare di salvarsi? L’allenatore Novellino gli affida il ruolo di seconda punta al fianco del centravanti Maniero, fin lì a secco. Il Venezia coglie un pari in casa di una Juve in crisi, ma il “Chino” (soprannome dovuto ai tratti asiatici del volto) delude e non va molto meglio la domenica dopo, col Bari. Esaurito il rodaggio, dal 31 gennaio 1999, col clamoroso pareggio colto al Tardini, cominciano i fuochi artificiali. Rapido, irresistibile nel palleggio, geniale nell’assist, micidiale nel tiro su punizione, il mancino sudamericano rivitalizza Maniero, che comincia a segnare a raffica, e trascina il Venezia a una salvezza tranquilla, col decimo posto finale. Segna 10 reti in 19 partite e dà spettacolo, anche se talvolta Novellino deve ignorare qualche gesto insofferente in occasione di una sostituzione non gradita. Il calcio italiano ha trovato un nuovo campione.

LA SARACINESCA: ABBIATI FEDE
Christian Abbiati è uno dei “nuovi” del Milan di Zaccheroni. Milanese di Abbiategrasso, dove è nato l’8 luglio 1977, ha imparato a stare tra i pali nel Corsico e poi nelle giovanili del Monza, da cui, dopo un fugace esordio in C1, è andato al Borgosesia, tra i dilettanti, a cominciare a fare sul serio. Un signor campionato da titolare gli ha assicurato la maglia numero uno al suo ritorno al Monza. La promozione immediata in B, il passaggio per 1 miliardo e mezzo al Milan che lo lascia una stagione ancora tra i cadetti per un ottimo torneo ed eccolo a Milanel-lo. È l’estate del 1998 e il ragazzino, secco e lungo, si accinge a farla da spettatore: davanti ha Lehmann, portiere della Nazionale tedesca, e l’eterno Seba Rossi. Poi succede che il primo trapana l’acqua e il secondo, ripreso il posto, il 17 gennaio 1999 al Meazza, all'ultimo minuto della partita col Perugia, non gradendo il rigore con cui lo ha appena perforato Nakata, stende Bucchi, accorso a recuperare il pallone, e poi prende per il colletto l’arbitro Beschin. Abbiati esordisce in A al terzo di recupero e il 2-1 per il Milan non cambia. Rossi viene appiedato per cinque turni e Christian si trova in mano le carte giuste per far svoltare a 21 anni una carriera in sboccio. Non tradisce l’emozione e diventa uno dei punti di forza della risalita del Milan. Riflessi felini, colpo di reni e un’abilità istintiva nelle uscite gli cuciono addosso la maglia da titolare. Il presidente Berlusconi applaude: «Nei miei anni di presidenza del Milan ho avuto tanti bravi portieri, ma mai uno coraggioso nelle uscite come Abbiati. È un punto fermo per il Milan del futuro». Tardelli lo convoca nell’Under 21 e lo fa subito titolare al posto di De Sanctis nella corsa all’Europeo di categoria, che sarà coronata dal trionfo nel giugno del 2000. E intanto arriva lo scudetto, con la firma del giovane portiere lombardo ben chiara e leggibile.

IL SUPERBOMBER: C’È DEL MARCIO A UDINE
A vent’anni Marcio Amoroso aveva il mondo in mano: vincitore, capocannoniere e miglior giocatore del campionato brasiliano 1994, era considerato alla pari con l’emergente Ronaldo. Gino Pozzo, figlio del patron dell’Udinese, lo vide a dicembre 1994 in un Guarani-Fluminense, ne rimase incantato e poi frenato dalla quotazione stratosferica. Pochi giorni dopo, il “10” del Guarani conquistava il Pallone d’Oro del Sudamerica e il Ct brasiliano Zagallo non aveva dubbi: «La mia squadra è Amoroso più dieci giocatori». Il Barcellona offrì 11 miliardi, il Deportivo La Coruña 12, ma il presidente del Guarani, Beto Zini, opponeva secchi “no”, voleva di più. Poi il ginocchio destro cedette di schianto nell’aprile 1995. Dopo un primo intervento, il baby d’oro dovette subirne un altro e restò fermo sette mesi. Nato a Brasilia il 5 luglio 1974, il ragazzo a 16 anni era entrato nelle giovanili del Campinas e due anni dopo era partito per il Giappone, una stagione e mezza nello Yomiuri Verdy Kawasaki, preziose per diventare adulto, tornare nel 1994 al Guarani e lì catturare applausi. Ora, dopo la catena di sfortune, i pretendenti spagnoli erano spariti, Pozzo restava sulla soglia. Scadendo il contratto a gennaio 1996, Zini offriva al ragazzo un rinnovo astronomico e poi, non potendolo onorare, a gennaio lo prestava al Flamengo. In maglia rossonera Marcio segnava appena 12 reti in 40 partite. Sul suo pieno recupero scommetteva però nell’estate di quell’anno l’Udinese, acquistando l’ex stellina per 6 miliardi e 132 milioni. Amoroso arrivò a Udine il 16 luglio 1996 assieme a Zico, che garantiva per lui, e fu festa popolare. Meno felice l’avvio dell’avventura in maglia bianconera, l’ambientamento in un calcio diverso, la voglia di divertirsi da mezzapunta. Il dissidio con Zaccheroni, l’alternativa con Bierhoff; poi, 12 reti, tante belle giocate e un ottimo inserimento nel tridente finale del nuovo modulo del tecnico. Nella seconda stagione, un malanno ai polmoni e solo 5 reti. Il suo terzo campionato, grazie anche a Guidolin che in estate ne ha stimolato la rabbia per l’esclusione dai 22 del Mondiale responsabilizzandolo come erede di Bierhoff, lo consacra campione. A 24 anni la maturità ne fa un micidiale attaccante esterno e il “Friuli” esplode alle sue prodezze riandando ai tempi di Zico. Il titolo di capocannoniere gli varrà in estate una quotazione stratosferica e il passaggio al Parma.



Foto Story

La rosa rossonera vittoriosa nella stagione 1998-99


Video Story



Condividi



Commenta