Serie A 1997-98 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: RONALDO IN CAMPO
Il mercato lungo (fino all’11 luglio e poi dal 1° agosto al 30 gennaio) è da botti senza frontiere. Al culmine di una interminabile trattativa, l’Inter di Massimo Moratti acquista Ronaldo, il Fenomeno del Barcellona, per 51 miliardi (48 più 3 di indennizzo Fifa); la Juventus cede per 34 l’“incedibile” Vieri all’Atletico Madrid e Boksic alla Lazio per 23,5. Il Milan prende Leonardo dal Paris Saint Germain per 18, la Fiorentina Edmundo dal Vasco da Gama per 13, l’Inter Simeone dall’Atletico Madrid per 13. E si potrebbe continuare. Quando si parte (per la prima volta vale la prova televisiva per i fattacci sfuggiti all’arbitro) i favoritissimi nerazzurri prendono lo steccato, seguiti dalla Juventus. Il distacco raggiunge anche i 4 punti, poi la caduta alla sedicesima in casa col Bari avvicina i bianconeri, che una settimana dopo attuano il sorpasso e sono campioni d’inverno con un punto sugli uomini di Simoni. Nel girone di ritorno la Juventus allarga il vantaggio a quattro lunghezze, l’Inter viene raggiunta dalla Lazio che le dà il cambio al secondo posto al ventiquattresimo turno e un mese dopo, il 27 aprile 1998, è il primo club italiano a quotarsi in Borsa. Due settimane più tardi i nerazzurri vincono il derby, sorpassano i biancocelesti e si portano a un punto dalla Signora. Alla trentunesima giornata lo scontro diretto a Torino si decide sulla prodezza di Del Piero nel primo tempo e sul rigore negato nella ripresa all'Inter da Ceccarini (Iuliano su Ronaldo in area), che sul rovesciamento di fronte lo concede invece allo stesso Del Piero (atterramento da parte di West), poi neutralizzato dal dischetto da Pagliuca. I giochi sono fatti, tra polemiche roventi: qualche mese dopo, Ceccarini confesserà di avere sbagliato, l’intervento di iuliano era da rigore. La Juventus è di nuovo campione d’Italia il 10 maggio, con un turno di anticipo. Chiuderà con 5 punti sull’Inter. In coda, pollice verso per Napoli e Lecce e all’ultimo tuffo anche per Brescia e Ataianta, che li accompagnano in B.

I CAMPIONI: NON C’È DUE SENZA TRIADE
La Juventus centra il bis-scudetto dopo aver conquistato al mercato il primato del saldo attivo: ben 22 miliardi e mezzo! La “triade” Bettega-Giraudo-Moggi si produce in una “veronica” gestionale, rinnovando l’organico con una lucrosa serie di cessioni eccellenti (Vieri, Boksic, Jugovic, Porrini, Lombardo e Padovano: 88,9 miliardi incassati) compensate da acquisti mirati: Inzaghi dall’Atalanta per 21 miliardi (7,6 ai nerazzurri, 13,4 al Parma), Pecchia dal Napoli per 10, Fonseca dalla Roma per 9, Birindelli dall'Empoli per 4 più un gruppo di giovani. A novembre, constatato il fallimento di Pecchia, aggiunge Davids, dal Milan per 9. Lippi non ha problemi a mutare il copione, a partire dall’attacco, che vira dalla precedente versione panzer alla coppia “leggera”. In porta Peruzzi, in difesa Birindelli e Dimas o Pessotto sulle fasce, i “mastini” Ferrara e Montero o Iuliano al centro, con Torricelli preziosa alternativa multiuso; a centrocampo, Di Livio e Davids sulle corsie esterne, Deschamps in regia arretrata e Zidane a inventare, con Conte eccellente alternativa per tutti; in attacco, le micidiali “zanzare” Del Piero e Inzaghi. Una macchina da gol dalla straordinaria tenuta atletica, “curata” dallo specialista Ventrone, e dall’impermeabilità difensiva non incrinata neppure dal grave infortunio di Ferrara, che, al culmine di un campionato monumentale, il primo febbraio a Lecce in un contrasto con Conticchio subisce la frattura scomposta di tibia e perone e deve rinunciare al resto della stagione (e al Mondiale). Il grezzo e sbrigativo Iuliano, in costante crescita, lo sostituisce al meglio, la squadra con l’exploit di Davids raggiunge e supera l’Inter di Ronaldo e nel ritorno regola i conti nella partita delle polemiche con i nerazzurri. Mancherà solo, all’ennesima stagione trionfale, la Champions, fallita per il secondo anno consecutivo in finale.

I RIVALI: RIMPIANTO A DIROTTO
Per riportare l’Inter allo scudetto Massimo Moratti è disposto a fare follie: non bastano ovviamente Ronaldo e Simeone, per la rifondazione che ha in mente, così crea una rosa tutta nuova, a suon di miliardi: Zé Elias dal Bayer Leverkusen (10), Mezzano dal Torino (8), Recoba dal Nacional Montevideo (7), Sartor dal Vicenza (6,4), West dall'Auxerre (6), Cauet dal Paris Saint Germain (5), Milanese dal Parma (3,5), Rivas dal Danubio (3,2), Colonnese in comproprietà dalla Roma (1,5) e Moriero ancora dalla Roma (via Milan, 1,5). Non basta? Nessun problema: a gennaio per altri 13,2 torna in Italia Paulo Sousa, dal Borussia Dortmund, e dal Parma arriva in comproprietà per 3 Milanese. Per spremere adeguata gloria da un gruppo così straripante anche numericamente, si affida a Gigi Simoni, 58 anni e una carriera lunghissima e medagliata, ancorché lontana dalle rotte di vertice. Il tecnico non nasconde l’imbarazzo a trovare una formazione titolare e perciò ci rinuncia, affidandosi ad alcuni punti fermi, cui fa ruotare intorno il resto del (sontuoso) menu: in porta il sempre sicuro Pagliuca, in difesa un monumentale Bergomi che da libero classico vive una stagione luminosa, culminata nel meritato ritorno in Nazionale per i Mondiali dopo 7 anni (!), affiancato da Sartor e poi Colonnese sulla fascia destra, Galante e poi West come stopper, con Zanetti e lo stesso West ad alternarsi come terzino sinistro; a centrocampo, il regolare Winter e il combattivo Simeone a garantire quantità, un sontuoso Moriero sulla fascia destra e poi a rotazione Cauet, Zé Elias e da gennaio Paulo Sousa. In attacco, la coppia regina formata dall’irresistibile Ronaldo e dal guizzante Djorkaeff, con spiccioli per Ganz, Zamorano, Branca e Kanu. La corazzata si impone nel girone d’andata, prima di inciampare in casa contro il Bari e anche nella seconda parte sono gli stop improvvisi (micidiale quello a San Siro col Bologna) a minarne il cammino. Fino alla scena madre del rigore negato su Ronaldo nello scontro diretto con la Juve, che vede il mite Simoni sconfinare furioso in campo. Segue una scia di polemiche insufficiente a lenire il rimpianto per il secondo posto finale, solo in parte compensato dalla conquista della Coppa Uefa.

IL TOP: FENOMENOLOGIA DEL GOL
Luiz Ronaldo, ovvero “il Fenomeno”, è la nuova sensazione del calcio mondiale. Secondo lo scrittore Manuel Vazquez Montalban ha il fisico di un pugile e i piedi di Fred Astaire. Secondo le statistiche, la sua ancor breve carriera lo avvicina alla media di un gol a partita. È nato il 22 settembre 1976 a Itaguai, a breve distanza di Rio de Janeiro, è cresciuto a Bento Ribeiro, quartiere povero della metropoli, col padre Nelio operaio e la madre Sonia, che ha lasciato il lavoro dopo il matrimonio. Papà è stato modesto centravanti nel Portuguesa, gli zii Helio e Pipico hanno giocato con esiti modesti a calcio. Abbandona la scuola senza aver finito le medie in favore del pallone, l’unica materia in cui eccelle. Comincia a fare sul serio col calcio a 5, nel Valqueire di Bento Ribeiro e poi nel Social Clube di Ramos. Il dribbling e il tiro micidiale lo portano a un provino nel Flamengo, ma gli dicono di ripassare e lui deve dar buca mancandogli i soldi per l’autobus. Papà lascia la famiglia, la madre riprende a lavorare, la miseria è una stanza che soffoca. Fuori è sempre e solo pallone. All’inizio del 1990 entra nel Sào Cristovao e anche sui campi in erba va più forte di tutti. Lo spunto bruciante in velocità, la progressione, il dribbling mozzafiato e il tiro scoccato prima ancora del pensiero ne fanno un centravanti irresistibile. Passano due anni e due giovani laureati in economia, Alexandre Martins e Reinaldo Pitta, diventati procuratori di calcio, scommettono 7.500 dollari sul suo cartellino. In pochi mesi arrivano i frutti: 25mila dollari spesi dal Cruzeiro di Belo Horizonte, mentre il ragazzino, alto e secco, tiene il 15 per cento con l’impegno a confermare i due procuratori fino al 2009. Giovanissimo, a 17 anni è in Nazionale, Parreira lo porta ai Mondiali 1994 ma non gli fa mai toccare il campo, in polemica coi giornalisti che vorrebbero vedere “il nuovo Pelé” in quella squadra di medianacci. La carriera però ha già preso il volo. Di ritorno dagli Stati Uniti fa le valigie per l’Europa, acquistato per 6 milioni di dollari dal PSV Eindhoven. Nel Cruzeiro aveva segnato 12 gol in 14 partite, in Olanda in una stagione e mezza, prima di un grave infortunio alla rotula destra, sono 42 in 45. Il Barcellona spende 20 milioni di dollari e lo fa suo: lui ripaga con 34 reti in 37 gare di Liga (capocannoniere) e la Coppa delle Coppe. Non ha ancora 21 anni e in cinque anni la sua quotazione è passata da 7.500 a 31 milioni di dollari, la cifra con cui approda allTnter. Vince il Pallone d’Oro e in nerazzurro non ha problemi di ambientamento: scende in campo, riceve palla spalle alla porta e in un lampo è già girato e spara in rete prima che il difensore si raccapezzi: il suo primo gol in campionato, al Bologna, è un biglietto da visita. Segna 25 volte in 32 partite, sfiora lo scudetto e vince la Coppa Uefa, poi vola in Francia a guidare la Selecào a un titolo mondiale che sembra inevitabile e invece naufragherà nelle ore precedenti la finale, causa una crisi convulsiva, primo capitolo di un lungo libro di sfortune fisiche che ne limiterà la carriera.

IL FLOP: AD ALTO FISCHIO
Il Napoli, ovvero, storia di un disastro. Chiusa l’epoca Maradona, a curare il dissesto finanziario è stato chiamato nel luglio 1995 Gian Marco Innocenti, che in veste di amministratore unico (con Feriaino azionista di maggioranza) ha risanato i conti a spese della squadra, le cui sorti tecniche sono in ribasso: in quattro anni, dal sesto al tredicesimo posto. Per raddrizzare la schiena alle ambizioni, prova a fare miracoli sul mercato Salvatore Bagni. Come allenatore viene scelto Bortolo Mutti, reduce da una buona stagione a Piacenza, mentre i pezzi forti per potenziare la rosa sono gli interni di quantità Rossitto dall’Udinese (7 miliardi) e Goretti dal Perugia (3), gli attaccanti Calderon dall’Independiente (5,5), Protti dalla Lazio (5) e Beliucci dalla Sampdoria (4), più il terzino Conte dal Piacenza (2,5); se ne va alla Juventus il gioiello Pecchia. Mutti ci prova con Tagliatatela in porta, Conte e Sergio difensori esterni, Baldini stopper e Ayala libero; a centrocampo, il tornante Turrini con i mediani Rossitto, Goretti e Longo; Protti e Beliucci o Calderon in attacco. In breve risulta evidente che quest'ultimo è un pesce fuor d’acqua e che di acqua la squadra comincia a farne da tutte le parti. Mutti dopo cinque turni viene sostituito da Mazzone, che rimedia quattro sconfitte di fila e si dimette, sostituito da Galeone. Registi arrembati come Allegri, Giannini e Asanovic non risollevano la situazione, persino colonne difensive come Tagliatatela e Ayala perdono la bussola. Galeone invece perde sette partite su dieci e poi fa le valigie, sostituito da Montefusco, che accompagna la squadra, fischiatissima al San Paolo, verso una retrocessione catastrofica, con appena 14 punti. Il Napoli torna in B dopo 33 anni.

IL GIALLO: ROBY DA MATTI
Cos’ha che non va Roby Baggio, il più talentuoso giocatore italiano? È stato emarginato da Sacchi nel Milan e quando a fine stagione in rossonero è tornato Capello, questi ha preteso subito che si togliesse dai piedi. L’avevano ceduto al Parma, ma Ancelotti ha fatto saltare l’affare e pure Ulivieri, “manico” del Bologna cui l’asso di Caldogno approda dopo la lunga vicenda estiva, non ne vuole sapere. Il tecnico presenta le dimissioni che vengono rifiutate e allora si adatta a violentare il sacro quattroquattrodue. Il 14 dicembre, dopo il successo sul Lecce, sbotta contro il “tridente” Baggio-Andersson-Kolyvanov: «Non voglio morire in panchina per usarli assieme». La domenica dopo manda in panca l’ex codino (se l’è tagliato in agosto) a casa Milan e sabato 13 gennaio si ripete, annunciandogli analoga penitenza l’indomani sul campo amico contro la Juve. Roby, capocannoniere della squadra, prende cappello, litiga e “scappa” a casa, lasciando il ritiro. In campo poi il Bologna perde di brutto e lo stadio espettora il proprio malumore nei confronti del tecnico, poiché la notizia è filtrata e ovviamente non è piaciuta. Scoppia la polemica. A Casteldebole, ritiro rossoblù, arriva la Digos per timore di disordini di popolo. Ulivieri vorrebbe essere cacciato, ma il digì Lele Oriali prova a mediare. Si muove la politica. Filippo Berselli, onorevole bolognese di Alleanza nazionale e tifoso rossoblù, organizza una cena a casa di Ulivieri, comunista col busto di Lenin in sala da pranzo. Vi partecipano anche Gazzoni e Gianfranco Fini, altro politico bolognese ai piani alti del Palazzo: si mangia bene, si ride, il clima si scioglie. Il giorno dopo, mercoledì, Baggio si scusa coi compagni negli spogliatoi ricompattando il gruppo, dopodiché i due litiganti escono insieme, salgono sulla stessa auto e salutano la folla. Pace fatta. La domenica dopo Roby va in panchina a Roma contro la Lazio, poi torna titolare e riprende a incantare, giocando un sensazionale girone di ritorno. Il record personale di reti - 22 - lo riporterà trionfalmente in Nazionale e ai Mondiali. E qui si svelerà il mistero. Ecco cos’ha Baggio che non va: è troppo bravo.

LA RIVELAZIONE: LA GRANDE MELA E IL TRE DI COPPA
Poltrona per due. Edgar Davids, olandese “totale” di 24 anni, approdato nel 1996 al Milan a costo zero (grazie, Bosman), sembra una bufala: problemi extracalcio e un grave infortunio (frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra) lo hanno messo ai margini. A dicembre 1997 la Juventus scommette su di lui 9 miliardi e Costacurta si compiace per la “mela marcia” uscita da Milanello. Lippi getta il pitbull nella mischia e subito è spettacolo: corsa a perdifiato, qualità, grinta e incursioni sulle fasce fanno impennare la manovra bianconera. Un campione ritrovato. L’Udinese di Zaccheroni si è staccata dal coro il 13 aprile 1997, quando, ritrovatosi senza il terzino Genaux espulso a Torino contro la turbo-Juve proiettata verso lo scudetto, il tecnico ha sacrificato un centrocampista (Locatelli per Gargo) e schierato la difesa a tre, trionfando per 3-0. In questa stagione ha in mano una rosa ricca di incognite (al mercato sono arrivati, grazie all’organizzazione esemplare del patron Giampaolo Pozzo, tante novità a costo zero, da DTgnazio a Bachini, da Jòrgensen a Walem, da Appiah a Ramzi, da Fernandez a Sanda) e decide di dare continuità all’idea schierandola stabilmente con un modulo inedito, il 3-4-3. Dunque, davanti al portiere Turci, tre difensori - Ber-totto, Calori e Pierini - poi quattro centrocampisti - Helveg, Giannichedda, Walem e Locatelli - e tre attaccanti - Amoroso, Bierhoff e Poggi. La squadra dopo un breve rodaggio prende il volo, dando spettacolo e scalando la classifica fino al terzo posto finale, che vale la partecipazione alla Coppa Uefa. Un exploit destinato a fare scuola di tattica e gioco.

LA SARACINESCA: PANTERA VERA
Michael Konsel è una delle novità della stagione e il suo arrivo alla Roma (per 1 miliardo e 80 milioni: 680 più una penale di 400 per averlo subito nel ritiro da luglio) provoca più d’una perplessità. Ma infatti già 35 anni e solo da tre è titolare nella Nazionale austriaca. Nato a Vienna il 6 marzo 1962, ha cominciato da centrocampista a 16 anni nel Fortuna 05, squadra della capitale, per poi arretrare tra i pali e giocare parecchie stagioni da titolare in prima squadra. A 21 anni fu consigliato da Hans Krankl, indimenticato centravanti della Nazionale, al Vienna, con cui esordiva nella massima categoria, e dopo una stagione e mezzo, nel febbraio 1985, passava al Rapid Vienna, dove dalla stagione successiva era titolare. Nel 1986 debuttava in Nazionale. In 12 anni col Rapid ha vinto tre titoli e tre coppe nazionali. Soprannominato “Pantera” per i balzi strepitosi e i riflessi felini, è stato premiato tre volte come giocatore dell’anno in Austria. In giallorosso dovrebbe giocarsi il posto con Chimenti, voluto da Zeman per la capacità di giocare coi piedi, ma la sua personalità lo promuove subito titolare. La squadra lo lascia spesso a tu per tu con gli attaccanti avversari e lui dimostra scatto bruciante, freddezza glaciale, eccellente proprietà di tocco e il coraggio nelle uscite basse che talora (vedi partita con l’Atalanta) sembra renderlo impossibile da battere. Una specie di fenomeno che strappa la palma di miglior portiere del campionato a Peruzzi grazie a una continuità di rendimento che ne fa il beniamino dei tifosi giallorossi.

IL SUPERBOMBER: IL BRUTTO ANATROCCOLO
Oliver Bierhoff sul trono dei cannonieri ricalca una vecchia favola, anche se del brutto anatroccolo il ragazzone tedesco - volto da attore, fisico da modello - ha ben poco. Quando è arrivato in Italia, a 23 anni, il suo impatto è stato talmente negativo da procurargli la messa fuori rosa per scarso rendimento e poi, tre anni e mezzo dopo, addirittura un’aggressione da parte dei tifosi inferociti: capitò il 2 aprile 1995, vicino a Villapigna, mentre il suo Ascoli scivolava verso la C1. Già, i livelli erano questi. Oggi, a trent’anni, Bierhoff è capocannoniere della Serie A, due anni dopo avere deciso il trionfo tedesco agli Europei. In mezzo, c’è stata tanta voglia, tanta applicazione, tanta tenacia. È nato a Karlsruhe il 1° maggio 1968 in una famiglia agiata, lui ha cominciato col pallone nelle giovanili dell’EsG 99/06 di Essen. Giocava mediano, poi attorno ai dodici anni una rapida crescita di statura ne consigliava l’avanzamento in attacco. A 14 anni passava allo Schwarz-Weiss, sempre a Essen, la sua città, e a 17, distintosi nella Nazionale juniores di Berti Vogts, veniva ingaggiato dal Bayer Uerdingen, con cui esordiva giovanissimo in Bundesliga e in Coppa Uefa. Nel 1988 emigrava nell’Amburgo e nel gennaio 1990 al Borussia Mònchengladbach; qui il fiasco lo induceva a passare in Austria a fine stagione; nelle file del Salisburgo infilava 23 reti in 32 partite, inducendo il presidente dell’Inter, Pellegrini, a prenderlo per 750 milioni, parcheggiandolo all’Ascoli. Il primo campionato fu quasi drammatico: dopo poche settimane gli fu chiesto di togliersi dai piedi per consentire al club, liberato un posto di straniero, di prendere un attaccante “vero”, onde evitare la retrocessione. Lui rifiutò, resistette a insulti e minacce, restò anche in B e qui cominciò a segnare a raffica. Tre stagioni tra i cadetti, poi la caduta in C1 e la chiamata dell’Udinese, dove incontrò Alberto Zaccheroni, che gli accordò fiducia e gli costruì il gioco su misura per eccellere sotto rete, soprattutto di testa. I gol presero a fioccare, Vogts lo chiamò in Nazionale e nella finale di Euro 96 alzandosi dalla panchina segnò alla Repubblica Ceca i due gol decisivi. E siamo alle 27 reti in 32 partite di questo fantastico campionato che portano l’Udinese al terzo posto e lui al trasferimento al Milan assieme a Zaccheroni. Mai nessuno con la maglia friulana aveva segnato tanto in un solo campionato.



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La Rosa della Juventus campione d'Italia


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