Serie A 1996-97 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: IL SENNO DEL PAY
L’Italia di Sacchi ha rimediato una figuraccia agli Europei, la Federcalcio è commissariata, i calendari di A e B vengono forniti... a rate; i club si consolano svenandosi al primo e unico “mercato lungo” della storia della Serie A: trattative aperte dal 30 aprile 1996 al 30 gennaio 1997, con una parentesi di “fermo”, ma solo per i giocatori italiani, dal 13 luglio al 25 agosto. Vince la corsa il Parma, 25 miliardi alla Sampdoria per Chiesa, seguito dalla Fiorentina, 15 per Kanchelskis dell’Everton, e dalla Juventus, 14 per Boksic della Lazio. È tuttavia l’Inter, secondo la maggioranza dei commentatori, a conquistare l’oscar del mercato, spendendone 30 e mezzo per arredare una squadra con vista-scudetto. Parte l’avventura della Pay-per-view, che consentendo di assistere a pagamento in diretta televisiva alle partite del campionato promette grandi introiti per i club, e si allunga la panchina, fino a un massimo di sette giocatori a disposizione. In avvio l’Inter va fuggevolmente in testa, per un turno vi approda persino il Vicenza, poi la Juventus “normalizza” la classifica issandosi al vertice all’undicesimo turno e prendendo rapidamente il largo. Il 19 gennaio 1997 la squadra di Lippi è campione d’inverno con 4 punti sulla Sampdoria. I doriani provano a restare in scia, ma alla ventesima il distacco si allarga a 5 lunghezze, dopodiché è il Parma a salire alla ribalta: si avvicina fino a 3 punti alla ventisettesima giornata, poi il pari nel confronto diretto a Torino alla trentaduesima chiude i giochi. La Juventus torna campione d'Italia il 25 maggio, con un turno d’anticipo. Chiuderà con 2 punti sugli emiliani. In coda, a Reggiana e Verona, franate in anticipo, si uniscono nella caduta in B il Perugia, condannato dagli scontri diretti con Piacenza e Cagliari, e quest’ultimo, sconfitto (1-3) nello spareggio con lo stesso Piacenza, giocatosi a Napoli il 15 giugno.

I CAMPIONI: CARNE DA MARCELLO
La Juventus fa la rivoluzione. Conquistata la Champions, l’addio di Vialli (a fine contratto ha scelto il Chelsea) apre le porte a un gran repulisti. Se ne vanno anche Carrera, Vierchowod, Marocchi, il declinante Paulo Sousa e Ravanelli. La triade (Giraudo-Moggi-Bettega) innesta in difesa l’uruguaiano Montero (dall’Atalanta a costo zero), lo stopper Iuliano (dalla Salernitana per 500 milioni) e il terzino sinistro Dimas (dal Benfica per 1,5 miliardi); a centrocampo il nuovo astro francese Zidane (dal Bordeaux per 7,5 miliardi) e il mediano Ametrano (dall’Udinese per 4,5); in attacco ben tre centravanti: oltre a Boksic, i giovani Amoruso (dal Padova via Sampdoria per 7) e Vieri (dall’Atalanta per 7). Sembra la premessa di un torneo interlocutorio, ma Marcello Lippi impone subito una mentalità vincente che fa schizzare i valori della squadra. Dapprima la imposta sul tridente offensivo (Boksic e Del Piero con Vieri o Amoruso o Padovano), mentre Zidane sembra un oggetto misterioso. Poi il francese cresce, Jugovic svetta come interno a tutto campo ed ecco la nuova superJuve: Peruzzi in porta, difesa a quattro con Torricelli o Porrini a destra, Pessotto e poi Dimas a sinistra, Ferrara e Montero centrali; a centrocampo, il tornante Di Livio, il regista Deschamps, l’inventore Zidane e il faticatore Jugovic; in attacco, Boksic e Del Piero, con le alternative Padovano, Amoruso e Vieri a rotazione. Manca Conte, infortunatosi al ginocchio sinistro il 9 ottobre in azzurro contro la Georgia. Dopo lo scetticismo delle prime settimane, Zidane comincia a rivelare il suo talento e la stagione diventa trionfale, aggiungendosi allo scudetto i successi fuori dai confini, con l’unica eccezione della sconfitta in finale di Champions che nega un “pieno” memorabile.

I RIVALI: L’EUROZOLA
II Parma a luglio ha fatto la rivoluzione. Via Nevio Scala, il tecnico dell ’ascesa dalla B all’Europa, e, due giorni dopo la presentazione, anche il presidente Giorgio Pedraneschi, sostituito da Stefano Tanzi, figlio del patron Calisto. Il nuovo allenatore è Carlo Ancelotti, che al debutto in una squadra di club ha portato in A la Reggiana. Tanzi senior largheggia: spende 46 miliardi (record stagionale) per approntare un Parma nuovo e vincente: oltre a Chiesa dalla Sampdoria, il difensore Thuram dal Monaco, l’attaccante Stanic dal Bruges (dopo aver rispedito in Brasile il difensore Amarai appena preso dal Palmeiras), il centrocampista Pedros dall’Olympique Marsiglia, il baby bomber Crespo dal River Piate e il fantasista Strada dalla Reggiana. In avvio la squadra non ingrana. Ha Bucci in porta, Cannavaro, Thuram, Sensini e Mussi in difesa, Crippa, Dino Baggio, Bravo e Strada a centrocampo, Zola e Chiesa in attacco. Insoddisfatto, il tecnico rinuncia a Zola, ceduto al Chelsea a novembre per 12,5 miliardi, e con Crespo (rimasto fermo due mesi per una tendinite alle ginocchia contratta alle Olimpiadi) schiera un 4-4-2 classico, col giovane Buffon in porta, Mussi e Benarrivo sulle fasce, Cannavaro al centro della difesa assieme a Thuram, con Sensini spostato a interno in coppia con Dino Baggio in un centrocampo che prevede Stanic a destra e Strada a sinistra e, in attacco, l’argentino centravanti con Chiesa partner mobile. Il Parma si impenna, riduce i punti di distacco dalla Juve da nove (ventesima giornata) a tre (ventisettesima), poi la sconfitta interna con l’Udinese e il pari nello scontro diretto spengono le ambizioni tricolori. Ancelotti però, nonostante Zola divenga in Inghilterra un re del pallone, esce promosso e con lui l’ossatura di una squadra da primato con un gruppo di giovani campioni in sboccio.

IL TOP: L’EPOPEA DEL MILLE
Christian Vieri, bisonte sgraziato uscito dalle giovanili del Torino per peregrinare in B per tre stagioni, è figlio di Roberto, celebre fuoriclasse mancato del nostro calcio. Lui è nato a Bologna, il 12 luglio 1973, durante l’ultima tappa italiana della carriera di papà, prima che questi volasse in Australia a spendere il resto della sua immensa classe tra gli emigrati del Marconi Sydney. Cresciuto nel paese dei canguri, grazie al fisico da superman Christian ha primeggiato nell’atletica (100 e 200 metri) e nel cricket, ma a 14 anni è tornato in Italia per inseguire la passione per il calcio. A chiamarlo, nonno Enzo, in gioventù portiere del Prato, che lo ha fatto iscrivere a un club della città toscana, il Santa Lucia. Tre anni dopo, nel 1990, anche papà Bob e mamma Stephanie tornavano in Italia. Nello stesso anno dalle giovanili del Prato Christian passava a quelle del Torino. Tre stagioni più tardi, dopo il fugace esordio tra i grandi, eccolo a Pisa, in B, poi a Ravenna e infine a Venezia, sempre tra i cadetti. Irruento, fisicamente straripante, piedi grezzi, buon tiro di sinistro: queste le note caratteristiche, accompagnate da bottini di gol appena discreti. L’Atalanta scommetteva su di lui nel 1995 e dopo le 7 reti realizzate in nerazzurro eccolo alla corte della Signora, del tutto a sorpresa, per 7 miliardi investiti dall’occhio lungo di Luciano Moggi. Qui Vieri se la gioca con un altro giovane, Amoruso; in avvio sgomita e sembra fuori contesto, litiga di brutto con Lippi, poi si inquadra e comincia a far capire di che pasta è fatto, anche perché Cesare Maldini lo ha da... tempi non sospetti promosso leader della sua Under 21 ricavandone perle preziose, e ora che è passato alla Nazionale maggiore non ha dubbi a lanciarlo nella mischia, il 29 marzo 1997 contro la Moldavia a Trieste. Lui ripaga il suo mentore col gol numero 1.000 della squadra azzurra, entrando nella storia dalla porta principale. Il calcio italiano ha un nuovo campione, che presto emigrerà in Spagna, grazie ai 34 miliardi (!) messi sul piatto dall’Atletico Madrid.

IL FLOP: TRE DI PICCHE
Sono tre i clamorosi fallimenti. Il Milan del dopo-Capello prova a battere strade nuove con Oscar Washington Tabarez, “maestro” uruguaiano dignitoso esordiente in Italia due anni prima a Cagliari. Per lui, un solo “grande acquisto”, il centravanti francese Dugarry, dal Bordeaux per 6 miliardi, ma anche un solo addio tra i big, Di Canio, e dunque una rosa di prim’ordine. Il suo Milan prevede Rossi in porta, Panucci, Costacurta, Baresi e Maldini in difesa, Albertini, Desailly e Boban a centrocampo, Weah, Baggio e Simone in attacco. I risultati non arrivano. A novembre si aggiunge lo svedese Blomqvist (4,5 miliardi al Goteborg). La sconfitta a Piacenza del 1° dicembre vede la squadra già a 7 punti dalla capolista, con la Champions quasi compromessa. Quella notte Berlusconi licenzia il tecnico sostituendolo con Arrigo Sacchi, che si dimette dalla Nazionale per tornare al primo amore. La caduta non si arresta: subito eliminato dalla Champions contro il Rosenborg a San Siro, l’ex mago di Fusignano si libera a gennaio di Panucci (al Reai di Capello per 9 miliardi), perde a febbraio la riserva Davids (frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra), emargina Roberto Bag-gio e alla fine piazza il Milan all’undicesimo posto, peggior piazzamento dal 1982, anno della caduta in B.
Dopo tre stagioni di assestamento, Franco Sensi è deciso a portare la Roma in orbita-scudetto. Affida il progetto a Carlos Bianchi, asso della panchina che ha fatto man bassa di trofei alla guida del Velez Sarsfield. La dotazione è costosa: 7 miliardi per il mediano Tommasi del Verona, 6 per la comproprietà dell'attaccante interista Deivecchio, 5 per il centravanti svedese Dahlin del Borussia Monchengladbach e altri 5 per il difensore centrale Trotta del Velez, pupillo del tecnico. Questi vuole una squadra “con gli occhi di tigre” e la imposta con Sterchele in porta, Annoni e Lanna difensori esterni, Trotta e Aldair centrali; Statuto, Tommasi, Thern o Di Biagio e Carboni a centrocampo; Balbo e Fonseca in attacco. L’eliminazione in Coppa Italia viene compensata da un avvio positivo in campionato con superamento del primo turno in Coppa Uefa. Sensi promuove il tecnico («Voglio prolungargli il contratto, l’unico ostacolo è che aspira a diventare Ct dell’Argentina»), poi scende la notte. Eliminata in Europa dal Karlsruher, sconfitta a Verona e a Bologna in campionato, la squadra frana e il presidente toma sul mercato: 4,5 miliardi per Candela (Guingamp), 3,5 per Tetradze (Alalanja), 1,1 per Berti (Genoa), 800 milioni per Pivotto (Carpi); via i fallimentari Dahlin (al Borussia per 1,5 miliardi) e Trotta (in prestito al River per 500 milioni). La rotta non si raddrizza e dopo la sconfitta di Cagliari del 6 aprile Sensi caccia Bianchi per chiudere il campionato col veterano Liedholm, affiancato da Ezio Sella. La Roma si inabissa fino al dodicesimo posto finale. Massimo Moratti ha affidato il suo sogno di una nuova grande Inter all’inglese Roy Hodgson, chiamato nel novembre del 1995 a rimediare ai primi fiaschi della propria gestione. Per non lasciare nulla di intentato, il presidente sfonda il muro del suono del mercato con una campagna faraonica: Djorkaeff dal Paris St. Germain per 7,5 miliardi, Fresi (riscattato) dalla Salernitana per 7, Sforza (Bayern) per 6, Galante (Genoa) per 5, Zamorano (Real Madrid) per 4, Kanu (Ajax) per 3,6, Tarantino (Napoli) per 3, Angioma (Torino) per 1,2, Winter (Lazio) a costo zero. Hodgson parte con Pagliuca in porta, Angoma, Paganin, Fresi e Pistone in difesa, Zanetti, Ince, Sforza e Djorkaeff a centrocampo, Zamorano e Branca o Ganz in attacco. L’avvio è col botto, tanto che dopo la goleada (5-1 ) sul Boavista in Coppa Uefa del 19 novembre, l’entusiasta patron rinnova in anticipo il contratto al tecnico (in scadenza nel 1999) per 1,5 miliardi a stagione. Dopodiché cala il sipario: 4 punti in 5 partite fanno svanire il sogno. Hodgson non finisce la stagione: si dimette dopo aver perso in finale la Coppa Uefa contro il modesto Shalke 04 - con “vaffa” in mondovisione di Javier Zanetti - e viene sostituito negli ultimi due turni da Castellini, che chiude al terzo posto.

IL GIALLO: AFFARI DI CUORE
Può un trionfatore olimpico essere affetto da un male invalidante? La risposta la riceve l’Inter il 2 settembre 1996, con gli esiti delle visite mediche di rito cui ha sottoposto il nigeriano Nwankwo Kanu: questi, promettentissimo ventenne centravanti appena acquistato dall’Ajax, il 3 agosto ha trascinato la Nigeria all’oro olimpico ad Atlanta e dopo le meritate ferie è approdato in Italia. Il 24 agosto ha giocato in nerazzurro un’amichevole a Vicenza e due giorni dopo ha trovato il tempo per farsi visitare. Il responso dei medici dell’Istituto di medicina dello sport, comprovato da una serie di verifiche, è drammatico: il giocatore soffre di insufficienza valvolare aortica, deve essere operato e non potrà più giocare a calcio. Il cardiologo Bruno Carù accusa di “malafede assoluta” i medici dell’Ajax, che sostengono di non essersi mai accorti di nulla. L’Inter invia il ragazzo a Cleveland, negli Stati Uniti, nel miglior centro cardiologico del mondo, dove Kanu viene operato il 28 novembre. Il 15 gennaio 1997 i medici sciolgono le riserve e annunciano una nuova incredibile notizia: l’intervento non solo è perfettamente riuscito, ma consentirà al giovane di tornare a giocare. Quando il 28 luglio 1997 Kanu disputerà i dieci minuti finali dell’amichevole col Manchester United a San Siro la sua odissea sarà davvero conclusa. Anche se la sua carriera sarà solo modesta.

LA RIVELAZIONE: IL PREDESTINATO
Gianluigi Buffon ha esordito a sorpresa in A a 17 anni, il 19 novembre 1995 nella partitissima casalinga contro il Milan. Nevio Scala, allenatore del Parma, aveva perso per infortunio il titolare Bucci cinque giorni prima e nelle prove il ragazzino-fenomeno della Primavera aveva surclassato il “secondo”, Nista. Così la sera prima gli aveva chiesto se se la sentiva di giocare. «Mister, che problemi ci sono?» si era sentito rispondere. Il giorno dopo tra i presenti al Tardini l’incredulità per la scelta si era sciolta presto in ammirazione pura, in particolare per la prodezza su un tiro da pochi passi di Simone che ai meno giovani aveva ricordato il leggendario Jascin. Il nuovo prodigio è nato a Carrara il 28 gennaio 1978 in una famiglia di sportivi: la madre, Maria Stella, è stata campionessa italiana e detentrice del record nazionale sia di getto del peso che di lancio del disco, papà Adriano è stato campione italiano juniores di getto del peso e un suo cugino, Lorenzo Buffon, è stato grande portiere anche della Nazionale tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Lui ha cominciato da centrocampista, poi a 12 anni è arretrato in porta e nel 1990 è entrato nelle giovanili del Parma. Quando aveva 14 anni, l' allenatore, Ermes Fulgoni, gli elargì una impegnativa profezia: a vent’anni giocherai titolare in Serie A. Risposta: «E cosa faccio fino ad allora?» Al fantastico esordio ha fatto seguito il ritorno dietro le quinte dopo cinque partite da titolare. In questo campionato, dopo sette turni, il nuovo allenatore, Carlo Ancelotti, lo promuove al posto di Bucci: a 18 anni Buffon difende con sicurezza i pali di una squadra in lotta per lo scudetto, mostrando una personalità debordante soprattutto nell’“attacco al pallone”, cioè il coraggio nelle uscite incontro all’avversario. A fine ottobre del 1997 arriverà anche l’esordio in Nazionale, per un baby destinato a segnare la storia del calcio.

LA SARACINESCA: LA FORZA DI TYSON
Sin dal suo apparire - precocissimo - sul massimo palcoscenico Angelo Peruzzi aveva dimostrato di saperci fare: quel giorno, il 13 dicembre 1987, entrato in campo a 17 anni per sostituire Tancredi colpito a San Siro da un petardo durante la partita contro il Milan, aveva inanellato prodezze e alla fine Liedholm serafico aveva spiegato ai cronisti: per lui è normale parare così. Il ragazzone era cresciuto nelle giovanili giallorosse e dopo l’esordio-boom aveva fatto un anno di gavetta a Verona ed era tornato alla casa madre, ma il “caso Lipopill” lo aveva sbattuto fuori dal ring. Ceduto alla Juventus, superato l’anno di squalifica, si è ritrovato titolare a 22 anni, maturando in fretta. Nato a Viterbo il 16 febbraio 1970, esibisce fisico da culturista (Liedholm l’aveva soprannominato “Tyson”), reattività muscolare da saltimbanco del ruolo e coraggio super nelle uscite basse e nei duelli con l’avversario lanciato a rete. Con la Juventus sale in cima al mondo e rivince lo scudetto da portiere meno battuto della A; in Nazionale il nuovo Ct Cesare Maldini lo promuove titolare e lui lo ripaga il 12 febbraio 1997 con una sontuosa prestazione a Wembley.

IL SUPERBOMBER: IL GENIO DELLA RAPINA
Filippo Inzaghi sembrava aver perduto il treno della gloria a Parma, a causa di un banale infortunio (frattura del quinto metatarso del piede sinistro, guarigione ritardata da problemi alla caviglia). In estate ha scelto lui l’Atalanta, come approdo ideale per la maglia da titolare che voleva fortemente e il Parma non era più disposto a concedergli: lì ha ritrovato Maurizio Radici, suo presidente nell’anno al Leffe, lì soprattutto ritrova l'ambiente ideale per sprigionare la forza caratteriale troppo a lungo compressa in Emilia. “Superpippo”, come tanti cominciano a chiamarlo, è nato a Piacenza il 9 agosto 1973, ha tirato i primi calci tra i pulcini della squadra del suo paese, il San Nicolò, e a dodici anni è entrato nelle giovanili del Piacenza, con cui ha esordito in prima squadra a 18 anni in Serie B. Ha brillato nella gavetta a Leffe (C1) e poi a Verona (B), segnando 13 reti a stagione. Ne ha infilate 15 al ritorno alla casa madre, trascinando il Piacenza in A e poi il Parma ha scommesso 5,9 miliardi su di lui. In questo campionato c’è lui nel ribollire delle aree di rigore: fisico leggero, dribbling stretto, la capacità di scattare invariabilmente sul filo del fuorigioco per trovarsi all’appuntamento con la rete, per la quale esibisce il fiuto dei predestinati. Mondonico gli affianca la fantasia e i piedi buoni di Morfeo e Lentini, ideali serventi al pezzo per un rapinatore di gol che segnandone 24 in 33 partite conquista il trono dei cannonieri e spicca il salto verso una straordinaria carriera.



Foto Story

Ventiquattresimo scudetto per i bianconeri


Video Story



Condividi



Commenta