Serie A 1995-96 - Milan


Il Racconto


IL FILM: NUMERI UNICI
È ancora Roby Baggio a infiammare il mercato: per 18,5 miliardi passa dalla Juventus (ove il rapporto con Lippi era ormai compromesso) al Milan, che ne spende altri 11 per Weah dal Paris Saint Germain. Massimo Moratti debutta da presidente dell’Inter spendendo 13,5 miliardi per Ince del Manchester United, 10 per Roberto Carlos del Palmeiras e 8 per Ganz dell’Atalanta. Il Parma si assicura Cannavaro dal Napoli per 13 miliardi e Stoichkov dal Barcellona per 12,1. Proprio a una iniziativa di Moratti si deve la prima novità stagionale: la maglia personalizzata dei giocatori, con cognome (o soprannome) e numero fisso. Le altre riguardano il regolamento: le sostituzioni si allargano a tre indipendentemente dal ruolo, l’“intenzionalità” come elemento-chiave del fallo viene sostituita da una formula più ampia («negligenza, imprudenza o vigoria sproporzionata»), il fuorigioco “attivo” e perciò punibile riguarda il giocatore che, «a giudizio dell’arbitro: 1) interferisce nel gioco, 2) influenza un avversario, 3) si avvantaggia dall’essere in quella posizione». Si parte e il Milan fa la voce grossa, battendo la Juventus alla sesta giornata e tentando la fuga. Lo raggiunge il Parma (Scala in novembre fa esordire in porta il diciassettenne Buffon) che prova a contrastarne il dominio e a cui dal quattordicesimo turno dà il cambio la Fiorentina di Ranieri. Il 14 gennaio 1996 i rossoneri sono campioni d’inverno con un punto sui viola, 3 sul Parma e 6 sulla Juve. Il distacco si allarga, i toscani cedono, subentra di nuovo la Juve, ma la musica non cambia. Intanto, il 16 e 17 marzo, dopo tante minacce, l’Aic, il sindacato calciatori guidato da Sergio Campana, ferma il calcio per sciopero (le rivendicazioni partono dalle effettive tutele del Fondo di garanzia); il ventiseiesimo turno sarà recuperato tre settimane dopo. Il 28 aprile il Milan è campione con due turni di anticipo. Chiuderà con 8 lunghezze sui bianconeri. In coda, al Padova nella caduta in B si uniscono Bari, Torino e Cremonese.

I CAMPIONI: IL CAPELLO IN QUATTRO
Il Milan parte con Fabio Capello allenatore a tempo. A maggio 1995 l’amministratore delegato Adriano Galliani aveva risposto alla richiesta di rinnovo del contratto del tecnico (in scadenza nel 1996) con una proposta condizionata a un successo nella stagione successiva. Una prova di scarsa fiducia che l’orgoglioso Capello ha rifiutato e dunque nel 1996 se ne andrà. In estate si è visto imbandire la tavola tecnica con un paio di nuove stelle: Roby Baggio e il liberiano Weah, designato erede di Van Basten che il 17 agosto ha annunciato il precoce ritiro per gli insoluti problemi alle caviglie. Invariati centrocampo e reparto arretrato, sono arrivati anche tre baby: i mediani Vieira dal Cannes (7 miliardi) e Ambrosini dal Cesena (3,7) e il fantasista Locatelli dall’Atalanta (2,8). Cosa farà il grande Fabio con tanto ben di calcio là davanti, dove non sarà facile far convivere due trequartisti-attaccanti come Roby il grande e Savicevic il Genio? La risposta arriva subito: spremerà capolavori. Il suo nuovo-vecchio Milan si appoggia dietro e al centro sui collaudati vecchi draghi: Rossi in porta, Panucci (degno erede di Tassotti), Costacurta, Baresi e Maldini nella linea difensiva, Albertini e Desailly a far diga e regia arretrata, Donadoni o Eranio tornante d’appoggio e poi o Boban sull’altra corsia a completare una linea a quattro dietro Weah e Simone o Baggio, oppure la formula tridente col liberiano sostenuto dal duofantasia Baggio-Savicevic. Una squadra che rade al suolo la concorrenza dall’alto di una superiorità schiacciante. A primavera il club torna all’attacco perché il tecnico firmi il rinnovo: niente da fare. Quando è Berlusconi in persona a scendere in campo, Capello rinuncia al contratto ormai in dirittura d’arrivo col Parma e accetta la corte del Real Madrid. Se ne va con quattro scudetti (e tanto altro) in cinque fantastici anni.

I RIVALI: OBIETTIVO EUROPA
La Juventus finisce seconda e dunque si fa preferire a Parma e Fiorentina, che pure più da vicino hanno insidiato il primato del Milan nel girone d’andata, per poi crollare alla distanza. La campagna estiva è stata ricca: dalla Sampdoria sono arrivati il tornante Lombardo (10,5 miliardi), il mediano Jugovic (8) e il trentaseienne stopper Vierchowod (0,5). In più, due alternative per la fascia sinistra della difesa: Pessotto dal Torino (7) e Sorin dall’Argentinos Juniors (1,6). Il primo guaio si registra il 1° agosto a Cesena in amichevole col Borussia Dortmund, quando Lombardo in un scontro con Reinhardt si frattura il perone della gamba sinistra. Tornerà a dicembre, ma con rendimento compromesso. Il secondo riguarda Paulo Sousa, irriconoscibile rispetto alla sontuosa stagione d’esordio con conseguenze inevitabili sul gioco, complicate dagli scricchiolii in difesa. Il terzo sono gli infortuni muscolari che frenano Jugovic emarginandolo in avvio. Lippi prova a ripartire dal positivo esperimento di Tacchinardi libero. Dunque: Peruzzi in porta, Ferrara e Vierchowod o Porrini marcatori e Pessotto sulla fascia sinistra, col giovane ex atalantino alle spalle e poi un centrocampo che sostiene il portoghese con l’applicazione di Di Livio e Deschamps; in avanti, il trio offensivo Vialli-Del Piero-Ravanelli. La sconfitta a casa Milan il 15 ottobre, nella quale Weah spazza via come un fuscello la vecchia roccia Vierchowod, segnala i problemi di una difesa in cui Tacchinardi tentenna e viene via via sostituito col più testuale Carrera. Ben presto la Juve punta sulla Champions, poi recupera le proprie misure di gioco grazie anche alle alternative di Jugovic e soprattutto Conte a centrocampo e di Torricelli terzino su entrambe le fasce. A primavera la squadra si impenna, anche se è troppo tardi per insidiare il Milan. Il trionfo finale sul fronte europeo ripagherà l’ambiente di ogni delusione.

IL TOP: IL LEONE D’ORO
Chi sia George Weah l’Italia lo apprende il 15 ottobre 1995, quando nel catino di San Siro sballotta come un fuscello il panzer Vierchowod sovrastandolo in potenza e annichilendolo con tocchi di classe pura. Una furia con i piedi di zucchero che stende la Juve muscolare di Lippi. Quel pomeriggio idealmente avviene il passaggio delle consegne tricolori e gran parte del merito va a questo colosso nato il 1° ottobre 1966 a Monrovia, capitale della Liberia. Cresciuto da nonna Emma (mamma By e papà William si sono separati quando lui aveva tre anni, affidandolo a lei) assieme a dodici tra fratelli e sorelle, tra amore e povertà. Esce da una infanzia turbolenta grazie alla fede (prima musulmana, poi cristiana) e al calcio, nelle file degli Young Survivors di Clara Town, sobborgo di Monrovia. Gioca in porta, poi in difesa, poi a centrocampo e infine in attacco, passando via via al Bongrange, al Righty Barolle e all’Invincible Eleven. A 21 anni è in Camerun, al Tonnerre Yaoundé, e il Ct del paese africano, il francese Claude Le Roy, lo raccomanda a Henry Biancheri, digì del Monaco. A Montecarlo trova con Arsene Wenger inediti allenamenti pesanti, ma anche un maestro che lo “lavora” e poi lancia con convinzione. Il cuore è rimasto in Africa, la Liberia è squassata dalla guerra civile, in cui perde il tredicenne fratello Bobby, promessa del pallone. Mentre comincia a segnare sul campo si occupa della sua terra: vi fonda un club di calcio (Junior Professionals) e una scuola intitolata al padre (William Tarpeh Weah). I gol fioccano, passa al Paris St. Germain, con cui conquista il titolo nazionale. Fisicamente devastante, tecnicamente raffinato, il suo gioco incontra ancora pause inspiegabili, come nelle due gare di Champions contro il Milan nella primavera del 1995. Poche settimane dopo, a 28 anni, approda nel club milanese. A dicembre fa incetta di premi: Pallone d’Oro europeo, Pallone d’Oro africano, premio Fifa come migliore del mondo; in campo le sue fughe in velocità sono incontenibili. Nonostante l’assenza a gennaio per la Coppa d’Africa e un grave spavento (il 26 febbraio 1996 si schianta con l’auto contro un guard-rail in autostrada ad Arma di Taggia), alla fine sotto il ritorno allo scudetto del Milan c’è la sua firma di fuoriclasse. Un giorno diventerà presidente del suo Paese.

IL FLOP: POVERO HRISTO
Hristo Stoichkov, 29 anni, arriva al Parma dopo aver rotto col suo tecnico Johan Cruijff al culmine della sua prima stagione blaugrana in chiaroscuro, nella quale ha segnato solo 9 reti, dopo le 36 complessive dei due campionati precedenti. Fisico solido, tecnica raffinata, senso del gol, il ragazzone nato a Plovdiv l’8 febbraio 1966 ha fatto le fortune del Barcellona – conquistando in cinque anni 4 titoli nazionali, una Champions League, una Supercoppa europea e 3 Supercoppe di Spagna – oltre a quelle della Bulgaria, quarta ai Mondiali 1994 (di cui è stato capocannoniere). Il Parma si svena per lui, considerato il trascinatore internazionale capace a suon di gol di colmare finalmente l’annoso gap-scudetto, e per questo non esita a riconoscergli un mastodontico ingaggio (6 miliardi). L’idea iniziale di Scala è schierarlo sul lato sinistro di un tridente offensivo col giovane Inzaghi sull’altro versante e Zola trequartista incursore. Il piano non funziona e Scala mette Inzaghi sul mercato di novembre (il futuro Super- Pippo finirà col restare, subendo quasi subito una frattura al piede sinistro) e imposta l’attacco sul duo-fantasia Zola-Stoichkov. Come andar di notte: entrambi interni di origine, i due non fanno reparto e le ambizioni emiliane si appannano. Atleticamente in declino nonostante l’età, il bulgaro appare l’ombra dello sfolgorante campione ammirato a Barcellona e prima ancora nel CSKA Sofia. Il tecnico prova a pungolarne l’orgoglio confinandolo in panchina, ma non è cosa. Il vero Stoickov non c’è più e il club lo rispedisce in Catalogna a fine stagione.

IL GIALLO: LA CORTE DEL MIRACOLO
La faccenda è partita in sordina. Un centrocampista belga, Jean-Marc Bosman, ex promessa non mantenuta dello Standard Liegi, passato al meno nobile Royal Club della stessa città, nel 1990 si ritrovò dopo due stagioni con la proposta di un contratto al minimo di stipendio. Rifiutò, si cercò un altro ingaggio e lo trovò nella Serie B francese, al Dunkerque, ma il mancato accordo tra i due club sull’indennizzo ne bloccò il trasferimento; il 31 luglio 1990 il Royal Club sospendeva il giocatore, tenendolo fermo per tutta la stagione. Bosman reagì trovando due avvocati, Luc Misson e Jean Luis Dupont, che in breve decisero di montare l’azione legale a caso esemplare per chiedere l’equiparazione dei calciatori ai lavoratori dei Paesi dell’Unione europea, concedendo loro libera circolazione all’interno della Comunità. La pretesa dell’inapplicabilità delle norme sui trasferimenti e sugli stranieri in quanto incompatibili con l’ordinamento comunitario, avversata dal Royal Club Liegi, dalla Federcalcio belga e dall’Uefa, giungeva alla Corte d’Appello di Liegi, che sospendeva il procedimento chiedendo in via pregiudiziale alla Corte Europea di giustizia di pronunciarsi. La questione diventava di principio generale. Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee (questo il nome ufficiale) esprime il proprio parere con una sentenza di cui dovrà tener conto non solo la Corte d’Appello di Liegi, ma tutto il calcio continentale: essa sancisce l’abolizione degli indennizzi nei trasferimenti di calciatori da un Paese all’altro dell’Unione e i limiti di impiego dei giocatori “comunitari” nei rispettivi Paesi. Mentre il “vincitore” Bosman si avvia alla rovina emarginato da tutti, il mondo del calcio cambia, aprendo incondizionatamente le frontiere dei paesi dell’Unione ai trasferimenti di calciatori europei.

LA RIVELAZIONE: CHIESA CONSACRATO
Quella di Enrico Chiesa è una una lunga vicenda di volontà, di carattere più forte di ogni ostacolo. Nato a Genova il 29 dicembre 1970, dalle parti di Mignanego, quando ha cominciato a dribblare il mondo nelle file del Pontedecimo in tanti gli hanno consigliato di lasciar perdere: troppo gracile per il pallone. Scartato dalla rappresentativa ligure dei giovanissimi regionali, scartato a un provino del Genoa per lo stesso motivo, a 15 anni faceva il lattoniere alla Mongiardino, ma insisteva a darci dentro con la sfera di cuoio, finchè un giorno Arnuzzo lo promosse a un provino con la Samp e lui si ritrovò nella Primavera blucerchiata, a sperimentare le punizioni micidiali, i dribbling e gli assist con entrambi i piedi con cui aveva illuminato i campetti della Valpolcevera. Ammirato, Roberto Mancini gli preconizzava un futuro luminoso. A 19 anni cominciarono a mandarlo in giro nella speranza che si irrobustisse: Teramo in C2, poi Chieti in C1, sempre titolare, da seconda punta; indi il ritorno a Genova, l’esordio in A con Eriksson, da tornante o mezzapunta, e la nuova partenza: questa volta a Modena, in B, quando finalmente il ragazzo comincia a segnare a raffica, guadagnandosi il ritorno stabile in Serie A. Nello scorso torneo alla Cremonese Simoni lo ha studiato per poi farlo partire da attaccante esterno sulla destra e gli effetti sono stati eccellenti. Ora la Samp lo ha ripreso di nuovo, per scoprire che il fisico è diventato di fil di ferro, il dribbling è ancora saettante, ma soprattutto Chiesa a 25 anni va sbocciando a un senso del gol da bomber puro: tiro secco con entrambi i piedi, punizioni mortifere, tocco da centrocampista, scatto e velocità da contropiedista. Alla fine le reti saranno 22. Il 29 maggio 1996 Sacchi lo fa esordire in azzurro a Cremona contro il Belgio e il ragazzo non tradisce l’emozione. Abile e arruolato per la trasferta in Inghilterra, per una carriera che si impenna all’improvviso, grazie a una determinazione pari solo alla classe purissima.

LA SARACINESCA: CON RISPETTO PARANDO
Per Francesco Toldo l’ora del destino scocca nel pomeriggio di un sabato, il 7 ottobre 1995: finito l’allenamento con la Fiorentina, telefona alla fidanzata Simona per accordarsi sul week-end romantico programmato all’isola d’Elba approfittando della sosta di campionato per la Nazionale; all’uscita dallo spogliatoio, tuttavia, viene fermato da Giancarlo Antognoni, dirigente viola: «Sacchi ti aspetta a Coverciano». Il ragazzo dapprima pensa a uno scherzo, poi l’allenatore Ranieri e Batistuta gli fanno i complimenti e allora capisce che è tutto vero. Si precipita a casa a prendere una giacca e le scarpe (casomai a casa azzurri mancassero le numero 47) e in pochi minuti è nel ritiro dell’Italia. Qui, infortunato il titolare Pagliuca, si è fatto male anche il “secondo”, Peruzzi, e allora, dovendo partire per Spalato per la partita-chiave delle euroqualificazioni contro la Croazia, al Ct non restava che chiamare, se non altro per vicinanza, il portiere viola, titolare dell’Under 21. Il giorno dopo a difendere la porta della Nazionale è Bucci, che dopo dieci minuti tocca il pallone con le mani fuori area e viene espulso. Entra il debuttante Toldo, che gioca alla grande, contribuendo all’ottimo 1-1 finale. Il nuovo numero uno azzurro da ragazzino passò dalla pallavolo al calcio dell’oratorio. Era mezzala nell’Unione Sportiva Maria Ausiliatrice, ma a forza di crescere gigante giovinetto si ritrovò in porta. Un tecnico padovano, Giancarlo Caporello, lo portò al Montebelluna e da lì un provino nelle giovanili del Milan. In rossonero conquistò il titolo italiano Berretti e poi fece le valigie, peraltro col cordone ombelicale ancora intatto: dalla Primavera del Verona passò al Trento in C2 nel 1991, subito titolare a neanche vent’anni (è nato a Padova il 2 dicembre 1971), avviando una scalata che non si sarebbe arrestata più: la C1 nel Ravenna, la Fiorentina in B e poi in A, infine i 5 miliardi viola al Milan per trasformarne il prestito in comproprietà. Il ragazzone (1,96 per 90 chili) vola alla grande, ha nervi saldi e non conosce l’emozione. A fine stagione sarà il secondo di Peruzzi agli Europei.

I SUPERBOMBER: GEMELLI DEL GOL
Trono per due. Igor Protti, riminese di Spadarolo (vi è nato il 24 settembre 1967), parte ragazzino nella Gladiatori come regista, poi comincia a fare sul serio in C1: due stagioni nel Rimini, tre nel Livorno, una alla Virescit. L’ultimo anno in Toscana l’allenatore Elvio Mattè lo ha avanzato in attacco, nell’89 il Messina lo prende in B per sostituire Schillaci. Piccolo, compatto, palleggio stretto e buon senso del gol, mette insieme discreti bottini e dal 1992 si ripete nel Bari, con cui nel 1994 conquista la Serie A, segnando 6 reti nonostante un grave infortunio (rottura dei legamenti crociati del ginocchio sinistro). Attaccante di manovra, si ripete tra i grandi: apre spazi per Tovalieri e infila la porta 7 volte. Un po’ poco per le ambizioni del club, che a fine torneo, nell’estate del 1995, anche per certi screzi col tecnico Materazzi, non gli rinnova il contratto appena scaduto e lo mette in vendita. Nessuno si fa avanti causa parametro troppo alto, Igor viene convocato per il ritiro di Mezzano e nella prima partitella crivella il portiere con tre reti, convincendo Materazzi. Firma in bianco col presidente Vincenzo Matarrese ed ecco, del tutto inatteso, il boom: comincia dalla prima giornata a segnare a raffica e non smette più. Cambia la panchina, da Materazzi a Fascetti, e succede che il bomber dei poveri, dopo aver messo insieme 22 reti negli ultimi tre campionati, ne centra 24 in uno solo: anche se non bastano a salvare il Bari, gli valgono una inattesa corona dei cannonieri. Beppe Signori fa tris. Nato ad Alzano Lombardo in provincia di Bergamo il 17 febbraio 1968, ha tramutato da tempo in realtà il saluto profetico rivoltogli da Zeman all’arrivo al Foggia nel 1989 da interno offensivo: «Ciao, bomber!». Quanto a lui, sintetizza così: «Prima di conoscere Zeman giocavo a pallone, con lui ho cominciato a giocare a calcio». Il suo sinistro è implacabile sui calci franchi, che batte da fermo, senza rincorsa, i “tagli” dalle corsie esterne lo fanno arrivare in area pronto a colpire. Piccolo e minuto, irresistibile nelle serpentine sullo stretto, era diventato un punto fermo della Nazionale di Sacchi. Al Mondiale negli Stati Uniti, dopo un tentativo di giocare a tre punte durante la preparazione, il Ct chiese alla squadra chi preferisse giocare col 4-3-3. Solo Signori alzò la mano e Sacchi concluse: mi spiace, dobbiamo tornare al 4-4-2. Con Casiraghi e Roby Baggio di punta, Signori arretrava a esterno di centrocampo, sottoposto a pesante sacrificio tattico e fisico nel clima torrido e umido. Titolare nelle prime tre gare, Signori finiva in panchina contro la Spagna, entrava nel secondo tempo e regalava l’assist decisivo a Baggio, per poi prendere di petto il Ct negli spogliatoi: «D’ora in poi, se vuol farmi giocare, mi schieri di punta, altrimenti mi lasci in panchina». Così condannandosi a riserva anche in finale, nonostante i problemi di Baggio.



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Quarto scudetto in cinque anni per il Milan


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