Serie A 1994-95 - Juventus


Il Racconto


IL FILM: L’ORA DEL TRE
Tre è il numero-chiave del campionato: da questa stagione indica quanti punti vale la vittoria e anche i cambi possibili per squadra (dalla panchina possono subentrare due giocatori di movimento più il portiere). I botti del mercato: Fonseca dal Napoli alla Roma per 25 miliardi (17,5 più Benito Carbone), Dino Baggio dalla Juventus al Parma per 14, Melli dal Parma alla Sampdoria per 12, Pagliuca dalla Sampdoria all’Inter per 12, Rui Costa dal Benfica alla Fiorentina per 11. Dopo i primi turni è il Parma a tentare la fuga, insidiato dalla Juventus, che alla quindicesima giornata va a vincere al Tardini e si issa al vertice, conquistando il 15 gennaio 1995 il titolo d’inverno con una domenica d’anticipo, grazie ai 4 punti sugli emiliani. Ormai lontano il Milan di Capello, distanziato di 11 lunghezze. Il canovaccio resta identico nel girone di ritorno, in cui il vantaggio dei bianconeri di Lippi lievita progressivamente. Intanto il 18 febbraio Massimo Moratti ha seguito le orme di papà Angelo (presidente nerazzurro dal 1955 al 1968) acquistando l’Inter da Ernesto Pellegrini sulla base di 55 miliardi. La Juventus vola: alla ventisettesima giornata il suo vantaggio sul Parma arriva a 11 punti. Il 25 aprile il mondo bianconero è in lutto: a soli 23 anni Andrea Fortunato perde all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia la sua lunga battaglia contro la leucemia. La tragedia di un giovane campione offusca il rush finale dei bianconeri, che il 21 maggio sono campioni d’Italia con due turni di anticipo. Chiuderanno con 10 lunghezze su Lazio e Parma. In coda, pollice verso per il Foggia, che si unisce nel finale a Reggiana e Brescia nella caduta in B, e per il Genoa, che perde ai rigori il 10 giugno lo spareggio col Padova e finisce ugualmente tra i cadetti.

I CAMPIONI: MARTELLO LIPPI
La nuova Juventus ha cominciato a prendere forma già da gennaio 1994, quando il passaggio di testimone nell’ambito della famiglia Agnelli da Gianni al fratello Umberto ha provocato un ribaltone, portando alla guida del club una coppia: l’amministratore delegato Antonio Giraudo e il vicepresidente Roberto Bettega, cui a fine maggio si è aggiunto in veste di direttore sportivo Luciano Moggi, dimissionario da consulente del presidente romanista Sensi. Una triade destinata a cambiare per sempre il mondo Juve. Il mercato è pesante: arrivano Paulo Sousa dallo Sporting Lisbona (10), Ciro Ferrara dal Napoli (10), Tacchinardi dall’Atalanta (3,5), Deschamps dall’Olympique Marsiglia (2,2), Jarni e Fusi dal Torino (1 a testa). Un patrimonio nuovo di zecca affidato al giovane Marcello Lippi, distintosi alla guida di Atalanta e Napoli, nuovo ai climi di vertice, cui dichiara in estate di puntare contando soprattutto sui muscoli: dal Golfo ha portato con sé il preparatore atletico Gianpietro Ventrone, un “marine” che torchia i ragazzi allo spasimo. Per l’esile artista Roby Baggio, “eroe” del Mondiale azzurro, la vita si fa dura: «Voglio costruire una Juventus non Baggio-dipendente» proclama il nuovo tecnico e il programma diventerà necessità a fine novembre, quando il Codino si romperà il già martoriato ginocchio destro, uscendo di scena per tre mesi e mezzo. La prima Juve di Lippi prevede Peruzzi in porta, Ferrara e Kohler mastini difensivi, Fusi e poi Carrera libero, Jarni e poi Torricelli terzino sinistro; a centrocampo, Paulo Sousa in regia tra i due faticatori Di Livio e Conte, e in attacco Vialli, Del Piero e Ravanelli, con Baggio più fuori che dentro. Frenato da qualche assenza in avvio (ben colmata dal giovane Tacchinardi), Paulo Sousa prende in mano la squadra imponendosi come sontuoso pilastro centrale del gioco, abile in interdizione come nel lancio in verticale. Così il reparto offensivo può dispiegare arte e fisicità e a primavera appare chiara la trasformazione di Vialli e Ravanelli, capaci di colpire in area come di ripiegare a sostegno del centrocampo dall’alto di una forza fisica dirompente radendo al suolo la concorrenza.

I RIVALI: ARIA DA NEVIO
L’ascesa del Parma da quando gravita nell’orbita-Parmalat di Calisto Tanzi è stata continua. La collaborazione, cominciata nel giugno 1987 con la sponsorizzazione del club emiliano e contemporaneo acquisto del 25 per cento delle azioni dal presidente Ernesto Ceresini, si completava tre anni dopo, quando, promosso in A poche settimane dopo la scomparsa dello stesso Ceresini, il Parma diventava proprietà della multinazionale del latte. Con Nevio Scala al timone e una disponibilità economica praticamente illimitata, la squadra ha conquistato via via Coppa Italia, Coppa delle Coppe e Supercoppa europea, oltre ai piani alti della classifica di Serie A. Puntando allo scudetto, il diesse Pastorello potenzia ogni reparto: in difesa arrivano il terzino “sacchiano” Mussi (3,5 miliardi), lo stopper Maltagliati (1 per la comproprietà), il portiere Giovanni Galli a fine contratto e un giovane cadetto, lo stopper Castellini, dal Perugia; a centrocampo, il mediano Dino Baggio dalla Juventus; in attacco, il centravanti Branca dalla Roma (prestito). Esborsi mitigati dalla lucrosa rinuncia a Melli, passato alla Samp. Nevio Scala imposta la squadra con Bucci in porta, la prediletta difesa a cinque con Mussi (al posto dell’infortunato Benarrivo) e Di Chiara terzini arrembanti, Apolloni e Fernando Couto centrali protetti da Minotti; a centrocampo, Baggio regista arretrato con Crippa mediano e Brolin tornante, il trequartista Zola e Asprilla o Branca in attacco. L’avvio si snoda tra alti e bassi e allora il tecnico, orfano di un regista vero da quando l’età ha tolto di mezzo il fedele Zoratto, ha una intuizione: restituire Baggio a un ruolo di interno più congeniale e trasformare in direttore d’orchestra il raffinato svedese Brolin. La novità funziona, il Parma si stacca di due punti in testa alla classifica, ma la malasorte è in agguato: il 16 novembre, durante Svezia-Ungheria, un terrificante infortunio toglie di mezzo proprio l’ex attaccante svedese (frattura del malleolo e rottura completa dei legamenti della caviglia sinistra). La perdita è di quelle irreparabili, il recupero di Benarrivo apre nuove possibilità, ma il duello con la Juve sulla lunga distanza diventa proibitivo. Più a portata quello sul breve, che vedrà i ducali perdere in Coppa Italia coi bianconeri, ma affondarli trionfando in Coppa Uefa.

IL TOP: CUORE DI PENNA
Fabrizio Ravanelli sembra nato vecchio per via dei capelli ingrigiti già da ragazzino e finiti in una pubblicità ai tempi dei primi gol a raffica nel Perugia. Nel capoluogo umbro è nato l’11 novembre 1968 e nelle giovanili biancorosse è cresciuto al pallone, debuttando giovanissimo in prima squadra. A 19 anni con 23 reti in 32 partite trascinava il Grifone alla promozione in C1 e un anno più tardi provava il gran salto in B, nell’Avellino. Poche partite e una secca bocciatura lo rimandavano indietro, alla Casertana, nelle cui file 12 reti confermavano la stoffa del ragazzo. Ci riprovava con la B a Reggio Emilia nel 1990 ed era subito boom. Fisico da corazziere, dribbling vincente, tiro pronto, Ravanelli segnava 24 reti in due campionati e nel 1992 Boniperti lo portava alla Juve, alla corte di Trapattoni. A quei livelli pareva il rincalzo ideale (con un bel contorno di gol) e niente più: «Trapattoni» raccontava «ci dice sempre che c’è chi nasce per fare l’architetto, chi per fare il geometra, chi per fare il muratore. Ecco, io appartengo alla terza categoria e ne sono orgoglioso». Poi in bianconero arriva la coppia Lippi-Ventrone e tutto cambia. Messo sotto pressione in estate, il corazziere sboccia a un atletismo che anziché appesantirne il passo lo rende più elastico. Lippi gli offre una maglia da titolare in un trio d’attacco con Vialli e Del Piero lievemente più arretrato e gli effetti sono esplosivi: il 27 settembre 1994 in Coppa Uefa contro il CSKA Sofia fa saltare il banco con cinque reti tutte in una volta. Ormai “Penna bianca” (dal colore della chioma) è una stella e a primavera i suoi sfiancanti rientri in coppia con Vialli rendono d’acciaio la nuova turboJuve. Arrivano il debutto in Nazionale con Arrigo Sacchi e poi scudetto e Coppa Italia, con 21 reti complessive. Un centravanti che a 26 anni si scopre completo e inarrestabile, di manovra e di sfondamento, con la grinta e la “fame” dei vincenti di professione.

IL FLOP: C’È DEL MARCIO A FIRENZE
Il brasiliano Marcio Santos il 17 luglio 1994 è diventato campione del mondo. Fisico torreggiante, 25 anni in dirittura d’arrivo (è nato a San Paolo il 15 settembre 1969), due stagioni in Francia, al Bordeaux, ne hanno completato la maturazione dopo gli anni di Norizontino – la squadra in cui è cresciuto tra i dilettanti e poi nella serie cadetta – Internacional e Botafogo. Nella Seleção operaia di Parreira ha fatto una discreta figura, esibendo un gioco di testa eccellente (con una rete all’attivo, contro il Camerun) e grande applicazione a fianco del veterano e ben più tecnico Aldair. La Fiorentina, appena tornata in A con propositi bellicosi, punta forte su di lui per fare il salto di qualità in difesa e completare con l’asso Rui Costa una rosa da primi posti: versa 5 miliardi e mezzo al Bordeaux e lo accoglie con un entusiasmo senza limiti: il presidente Vittorio Cecchi Gori, produttore cinematografico, arriva a promettere al nuovo viola che al nono gol segnato gli farà trascorrere una serata con l’attrice dei suoi sogni, Sharon Stone. L’allenatore Ranieri lo piazza nel cuore della difesa, dove le sue caratteristiche di stopper arcigno potrebbero sposarsi al meglio col libero di costruzione Malusci, giovane di (apparente) grande avvenire. Le cose non vanno però per il verso giusto. La retroguardia si dimostra ben presto il tallone d’Achille della squadra, anche perché il (presunto) asso brasiliano appare legnoso e lento, una manna per gli attaccanti capaci di guizzare in slalom nell’area di rigore. A fine stagione, l’unica consolazione: viene ceduto all’Ajax per 6,7 miliardi. Un affare.

IL GIALLO: IL COLTELLO NELLA PIAGA
Non era mai accaduto che la Serie A si fermasse un turno per protesta. Protesta contro un omicidio perpetrato a contorno di una partita di calcio. E sì che di tragedie ne conta, purtroppo, il nostro mondo del pallone. E allora, perché questa volta è diverso? Per un granello di polvere che si insinua nel meccanismo abituale dell’oblio e dell’antico refrain “lo spettacolo deve continuare”: la terribile notizia diffusa quasi in tempo reale da una radio privata di Genova domenica 29 gennaio 1995 alle 15,10, durante l’intervallo delle partite. Alle 13,45, tre quarti d’ora prima di Genoa-Milan, a pochi metri dallo stadio Ferraris di Genova, in via Bobbio, quartiere Marassi, sono scoppiati tafferugli tra le “opposte tifoserie” e un ragazzo è stato accoltellato a morte. Si chiama Vincenzo Spagnolo: soccorso da un capo storico rossoblù richiamato dalle urla, è spirato all’ospedale San Martino alle 14,45 durante un disperato intervento chirurgico. La tragedia si diffonde via etere e quando i giocatori di Genoa e Milan rientrano in campo per il secondo tempo, alle 15,20, i tifosi di casa lanciano in campo oggetti di ogni genere e al capitano Torrente, accorso per calmarli, spiegano che non si può giocare dopo che un tifoso è stato assassinato. Alle 15,37 i due capitani, Torrente e Baresi, all’altoparlante annunciano che la partita è sospesa per lutto e pregano i tifosi di uscire con la massima calma dallo stadio per evitare ulteriori incidenti. All’esterno gli scontri dureranno parecchi minuti, mentre gran parte dei tifosi del Milan resteranno assediati dentro l’impianto. Alle 22.30, previa identificazione, uno a uno verranno caricati su mezzi di trasporto pubblici per far ritorno a Milano. Il giorno dopo l’assassino, un ragazzo di diciannove anni, viene arrestato nel capoluogo lombardo. In serata, il presidente federale Matarrese, d’accordo coi vertici dei club e dei sindacati allenatori e calciatori, annuncia una giornata di stop dei campionati.

LA RIVELAZIONE: BEL PIERO
Alessandro Del Piero, su un lungo cross da sinistra di Orlando, in un lampo si coordina e colpisce il pallone al volo di destro dal limite dell’area, mandandolo nell’angolino opposto della porta della Fiorentina. Così, a tre minuti dal termine, la Juve al Delle Alpi completa la rimonta da 0-2 a 3-2 e si scopre definitivamente grande. È il 4 dicembre 1994, Giampiero Boniperti si lucida gli occhi: quel fiore in sboccio è il suo ultimo regalo alla Signora in bianconero. Già: è stato lui a suo tempo a scommettere forte sul ragazzino veneto che a vent’anni appena compiuti diventa una stella di prima grandezza. A consigliarglielo fu l’amico Piero Aggradi, ai tempi in cui era il diesse del Padova, che ricorda: «Venne a vederlo un osservatore della Juventus in una partita casalinga con l’Inter. Aveva fretta di andare a casa e lasciò il campo a un quarto d’ora dalla fine sullo 0-0. Poco convinto. Non mi piace, mi disse, non mi sembra da Juve. Bene: in quell’ultimo quarto d’ora Del Piero segnò una doppietta: il primo gol scartando quattro giocatori, il secondo beffandone cinque. Quando avvertii l’osservatore, mi disse che aveva già telefonato a Boniperti dicendo che l’affare non era conveniente. Così Giampiero dovetti chiamarlo io». Giampiero si fidò, anche a costo di sborsare 2 miliardi sull’unghia per sventare l’interesse del milanista Adriano Galliani. Del Piero è nato a Conegliano (Treviso) il 9 novembre 1974. Ha cominciato presto a divertirsi col pallone a casa sua a San Vendemiano, dove papà Gino aveva realizzato l’illuminazione del campetto del paese per consentirgli di allenarsi anche di sera, mentre nel garage di casa affinava la mira calciando una pallina da tennis. Il fratello maggiore Stefano è arrivato alle giovanili della Sampdoria, ma non aveva il carattere per sfondare. Alessandro invece sotto i modi gentili da ragazzo per bene nasconde la grinta del combattente. Gioca tra i ragazzi del San Vendemiano e nell’agosto 1988 passa al Padova su segnalazione di Vittorio Scantamburlo. Nelle giovanili biancoscudate semina gol a tutto spiano, i piedi di velluto e il dribbling vincente gli fanno affibbiare l’appellativo di “piccolo Van Basten”. A 17 anni esordisce in B contro il Messina e neanche due settimane dopo aver compiuto i 18 anni è già in gol, contro la Ternana. Aggradi lo segnala alla Juve, Galliani considera per il Milan i 2 miliardi una follia per un ragazzino e così il 28 giugno 1993 Del Piero firma in bianco il suo primo contratto con la Juventus. Il 12 settembre 1993 debutta in A contro il Foggia subentrando nel finale a Ravanelli. La domenica dopo entra in campo a dieci minuti dalla fine contro la Reggiana al Delle Alpi e segna il suo primo gol in A. Un campionato di rodaggio è stato sufficiente. Lippi gli assegna subito un posto da titolare, con Vialli e Baggio, poi con Vialli e Ravanelli dopo l’infortunio del Codino nazionale. In aprile arriva l’esordio in Nazionale, a Salerno contro l’Estonia. Sono i primi capitoli di un romanzo fantastico.

LA SARACINESCA: LE AVVENTURE DI BATMAN
Per Giuseppe Taglialatela il Napoli è un sogno coltivato da ragazzino, quando giocava con compagni più grandi sui campetti di Ischia. Nato nell’isola il 2 gennaio 1969, aveva sempre giocato in porta, per vocazione, e a 16 anni il sogno divenne un provino proprio al Napoli con Luciano Castellini, l’antico “giaguaro” che lo promosse a pieni voti e gli avrebbe fatto scuola per tre anni. I primi passi nella Primavera partenopea, il tempo di vedere il Napoli di Maradona spezzare il tabù scudetto e a 19 anni eccolo a Palermo a farsi le ossa in C1, subito titolare, subito a proprio agio come un veterano. Veste la maglia della rappresentativa di categoria e l’anno dopo è in B, titolare ad Avellino a prepararsi al rientro alla base. Un campionato da “secondo” di Giovanni Galli con lo scudetto sul petto e via di nuovo, ancora in B, ancora un torneo tutto d’un fiato a difendere ancora la porta del Palermo e l’anno dopo quella del Bari. Nel 1993, finalmente, l’apprendistato si conclude con il ritorno stabile nel Golfo e la maglia da titolare. Alla forza esplosiva e ai voli tra i pali ha aggiunto il calcolo del tempo nelle uscite, amalgamando il tutto con la freddezza che da sempre rappresenta la sua dote migliore. Soprannominato “Batman” dai tifosi partenopei, Taglialatela si conferma pararigori su Ruben Sosa e Crippa e, nonostante una difesa non irreprensibile, si rivela come la miglior novità dell’anno nel panorama degli estremi difensori.

IL SUPERBOMBER: IL REGNO DI BATIGOL
I primi mesi di Gabriel Batistuta in Italia non furono entusiasmanti, tanto da evocare il fantasma di un suo sfortunato predecessore (Dertycia). Poi, come d’incanto, quel fisico apparentemente legnoso dai piedi poco educati si sciolse nell’abbraccio del gol e Firenze trovò un nuovo idolo. Era il campionato 1991-92, il gol apriva una memorabile vittoria sulla Juventus, il ragazzino venuto dalle pampas prometteva un futuro radioso. Non tutto era stato facile anche prima. Gabriel è nato a Reconquista, nell’estremo nord-est dell’Argentina, il 1° febbraio 1969; ha cominciato nel Platense, a 18 anni è entrato nel Newell’s Old Boys. Un ragazzo in gamba, che alla sua prima puntata in Italia – al Torneo di Viareggio 1989 – infilò una tripletta al Cska. Un ragazzo come tanti, quantomeno secondo Daniel Passarella, che quando approdò alla panchina del River Plate, dove il ragazzo era giunto a vent’anni, lo bocciò nonostante i 4 gol segnati in 7 partite, inducendolo a lasciare il club. Il suo manager, Settimio Aloisio, non si perse d’animo e lo portò sull’altra sponda del calcio di vertice della capitale, al Boca Juniors. Anche qui, un avvio difficile e il naso storto di critica e tifosi per i troppi gol sbagliati, ma il vicepresidente, Carlos Heller, rifiutò le invocazioni ad acquistare un centravanti: lo abbiamo già, diceva, è quel ragazzone biondo che prima o poi comincerà a metterla dentro e non si fermerà più. Dopo pochi mesi la profezia si avverava, “Batigol” – come i supporter lo avrebbero soprannominato – cominciò a segnare da campione e nell’estate del 1991 trascinò l’Argentina a vincere in Cile la Coppa America ergendosene a capocannoniere. La Fiorentina, che da tempo seguiva il suo amico Diego Latorre, fantasista poi mai sbocciato del tutto, si decise a investire 6 miliardi sul nuovo bomber. L’idolo della Fiesole non ha lasciato la Viola neppure nella caduta in B e ora, alla quarta stagione italiana, la sua classe scabra ma immensa lo porta sul trono dei marcatori con 26 reti in 32 partite, a suggello di una sfolgorante maturità: micidiale su punizione, rapido e implacabile in area, il ragazzo argentino si conferma tra i migliori centravanti del mondo.



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La rosa juventina campione d'Italia


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