Serie A 1993-94 - Milan


Il Racconto


IL FILM: CORSA TRIS
Il mercato è cominciato a metà febbraio, quando il presidente interista Pellegrini ha annunciato l’acquisto dell’asso olandese Bergkamp dall’Ajax per 18 miliardi (più altri 10 per il mediano Jonk, compreso nel pacco). La giostra si completa in estate: altri 18 li spende la Roma di Ciarrapico per Balbo dall’Udinese, 15 la Lazio per avere a novembre Boksic dall’Olympique Marsiglia e 13 per Marchegiani dal Torino. Per altri 14 l’Inter ha inoltre preso il regista Dell’Anno dall’Udinese e dunque al via del campionato è in pole position. Il calendario è modulato sulle esigenze della televisione, in quanto la Lega oltre al tradizionale contratto con la Rai ha ceduto a un gestore privato – Tele+2 – i diritti a pagamento di 28 posticipi serali di Serie A assieme a 32 anticipi di B per 45 miliardi l’anno. Dopo le prime giornate, è di nuovo il Milan a fare l’andatura, con la sorprendente compagnia del Parma. Grazie all’innesto di Desailly a novembre, il Diavolo scatta in classifica e il 2 gennaio è campione d’inverno con tre punti di vantaggio su Juventus e Sampdoria; nel girone di ritorno incrementa il distacco fino a 9 lunghezze sulle due rivali il 20 marzo, prima di attraversare l’ormai classica flessione di primavera: due sconfitte e quattro pareggi nelle sei gare conclusive. Gli uomini di Capello festeggiano il terzo scudetto consecutivo con due turni di anticipo il 24 aprile. Chiuderanno con 3 punti sulla Juventus. In coda, proprio la loro sconfitta interna dell’ultima giornata con la Reggiana salva quest’ultima, lasciando cadere in B, assieme all’ormai derelitto Lecce e all’Atalanta, Piacenza e Udinese.

I CAMPIONI: LE NOZZE DI GHANA
Il Milan centra il tris subito dopo aver perso i tre assi olandesi della recente epopea: Rijkaard è tornato in Olanda a chiudere la carriera; Gullit è stato ceduto alla Sampdoria per eccesso di polemiche e Van Basten è inutilizzabile dopo l’ennesimo intervento alle caviglie. Al mercato estivo il vicepresidente Galliani e il diesse Braida si sono limitati a pochi innesti: il giovane terzino Panucci dal Genoa (11,5 miliardi), il guizzante ma sterile attaccante Raducioiu dal Brescia (4,8), il terzino sinistro Alessandro Orlando dall’Udinese (3,2), l’etereo fantasista Brian Laudrup, fratello minore di Michael, dalla Fiorentina (1,3) e il portiere Ielpo dal Cagliari (960 milioni). Come successore di Rijkaard nel cuore del centrocampo Capello designa il croato Boban e la scelta si rivela felice, ma i risultati sono altalenanti. Alla decima giornata, sconfitto in casa dalla Samp di un travolgente Gullit, il Milan perde la testa della classifica dopo 72 giornate. Vi torna la settimana dopo vincendo il derby, nel quale tuttavia lo stesso Boban si procura una grave distorsione (tre mesi di stop). Tre giorni più tardi il tecnico ottiene al mercato di novembre Marcel Desailly, scultoreo difensore centrale francese nato in Ghana, e poi sorprende gli osservatori schierandolo a centrocampo al posto del croato. È la svolta. Il nuovo Milan, utilitaristico e imbattibile, ha Rossi in porta, Tassotti (o Panucci), Costacurta, Baresi e Maldini a blindare la difesa, Eranio (o Donadoni), Albertini, Desailly e Donadoni (o Savicevic) a centrocampo e in attacco Papin e Massaro (o Simone). Una squadra efficace che quando riesce a spremere scintille anche dal genio di Savicevic è pure in grado di dare spettacolo. Dal 23 gennaio al 20 marzo con nove vittorie di fila mette al sicuro il terzo scudetto consecutivo (a nessun allenatore nel dopoguerra era riuscito), per poi concedersi una pausa in vista del trionfo in Champions che chiuderà una stagione memorabile.

I RIVALI: SOGNI E TRAGEDIE
Sampdoria e Juventus provano a opporsi allo strapotere milanista ed entrambe vivono una stagione drammatica. Scossa dalla Coppacampioni mancata e dalla cessione di Vialli, la Samp è crollata nel finale dell’ultima stagione, mancando la qualificazione europea. Da anni ormai attento alle esigenze di bilancio («Non investo più nel calcio perché le proporzioni non sono più le stesse di quando ho cominciato»), Paolo Mantovani lascia fare al fido Borea, che gli rivoluziona la squadra con un saldo attivo di 9 miliardi: partono Lanna (Roma), Corini e Buso (Napoli) e Walker (Sheffield Wednesday); arrivano Platt dalla Juventus (5,5 miliardi), Salsano dalla Roma (1,5), Gullit (1,14) ed Evani (1,5) dal Milan. Eriksson sceglie Pagliuca in porta, Mannini, Vierchowod, Sacchetti e Serena (o Rossi) in difesa, Lombardo, Evani, Jugovic e Platt a centrocampo, Gullit e Mancini in attacco. La Samp parte forte, inciampa sulla Juve ma vola e intanto trepida per il suo presidente, dal 9 settembre ricoverato all’ospedale Galliera di Genova. Il 14 ottobre Paolo Mantovani cede a un male crudele, ad appena 63 anni. Il giorno dopo il funerale i suoi cadono in casa con la Roma, poi si riprendono. Enrico Mantovani, uno dei quattro figli, assume la presidenza. Eriksson sguinzaglia la squadra sulle piste del Milan, ma la sconfitta del 13 marzo interrompe il sogno. Sarà terzo posto finale. Trapattoni è all’ultimo tentativo-scudetto in bianconero. In estate Boniperti acquista lo stopper Porrini dall’Atalanta (11 miliardi), il terzino Andrea Fortunato dal Genoa (10), l’altro terzino Francesconi dalla Reggiana (5), il tornante Di Livio (4) e il baby attaccante Del Piero (2) dal Padova. La sfortuna colpisce già al secondo turno quando Vialli, battendo un rigore contro la Roma, si frattura il piede sinistro. Rifiutato l’intervento chirurgico, tornerà il 21 novembre contro il Cagliari ma l’8 dicembre a Tenerife, in Coppa Uefa, si romperà di nuovo nello stesso punto e finirà sotto i ferri. Perso l’attaccante principe, il Trap schiera una Juve tosta: Peruzzi in porta, Porrini e Fortunato sulle fasce, Kohler stopper e Torricelli libero; a centrocampo, il “soldatino” Di Livio, subito decisivo, Conte e Marocchi (o Dino Baggio) alle spalle dei trequartisti Roberto Baggio (premiato col Pallone d’Oro) e Möller e del centravanti Ravanelli. Dopo uno splendido avvio da erede di Cabrini, il ventiduenne Fortunato fa registrare un calo di rendimento, finché il 20 maggio viene ricoverato alle Molinette con una diagnosi terribile: leucemia acuta linfoide. La Juve arriva a fare il solletico al Milan, ma Eranio la castiga a domicilio a otto giornate dalla fine. Intanto, il 25 gennaio Roberto Bettega è diventato il nuovo amministratore delegato, a fianco di Boniperti. La gestione torna a Umberto Agnelli e il nuovo ciclo del Trap si chiude col secondo posto finale.

IL TOP: E LO CHIAMARONO PROVVIDENZA
Daniele Massaro va per i 33 anni (li compirà il 23 maggio 1994), eppure per Capello è insostituibile: gli ha cucito addosso il ruolo di seconda punta e per la terza stagione consecutiva lo schiera titolare, contando sul suo fiuto tattico, che ne fa l’uomo d’appoggio ideale per un grande centravanti. Peccato però che Van Basten sia fermo e che Papin tecnicamente non ne valga nemmeno la metà. Dunque a Massaro è richiesto un passo ulteriore per salvare l’attacco rossonero. In carriera ha vestito tutte le maglie dalla 3 alla 11 tra Fiorentina, Roma e Milan e ha sempre segnato, tanto da essere, soprattutto grazie alla lunga milizia rossonera, il secondo cannoniere dell’era Berlusconi, proprio dopo il grande Marco. “Nacque” alla Serie A quasi per caso a 18 anni nella Fiorentina (il vicepresidente del Monza, Adriano Galliani, lo aveva inserito nel pacco col sedicenne centravanti prodigio Monelli, vero oggetto del desiderio), rivelandosi subito eccellente tornante fino a conquistare la Nazionale. Si è poi ritagliato nel corso degli anni il ruolo di uomo ovunque grazie a una curiosità professionale che gli ha fatto accettare ogni sfida. Ora non si smentisce, finendo col giocare la sua migliore stagione: serve un attaccante puro? Eccolo: con 11 reti Massaro è il capocannoniere del Milan che fa tris sulla ruota dello scudetto. Per i tifosi è “Provvidenza”, sempre al posto giusto per risolvere le situazioni più difficili. Otto anni dopo aver chiuso con la Nazionale (era Bearzot), viene richiamato in azzurro da Arrigo Sacchi per fare la riserva nell’avventura mondiale negli States: dopo il gol decisivo a Washington contro il Messico, anche lì Massaro diventerà titolare, fino a giocare la sfortunata finale.

IL FLOP: DENNIS DA TAVOLO
Dennis Bergkamp ha appena 24 anni, ma è una stella conclamata: titolare nell’Ajax da quando aveva 18 anni, grazie ai 48 gol equamente distribuiti negli ultimi due campionati è considerato l’erede di Van Basten e appetito da molti club europei. Ernesto Pellegrini, presidente dalla generosità pari solo alla irriducibile ostinazione, ha reagito all’ennesima stagione-beffa della sua Inter bruciando la Juventus sul filo di lana e vestendolo di nerazzurro assieme al mediano Jonk (imposto dagli olandesi) per farne il perno dell’ennesima rifondazione. Per non far mancare nulla a Osvaldo Bagnoli, ha aggiunto altri 29 miliardi per gli stopper Festa (Cagliari) e Massimo Paganin (Brescia) e il regista Dell’Anno (Udinese). Il tecnico, refrattario all’abbondanza, si cautela preferendo l’usato sicuro in difesa e a centrocampo e proteggendo con un gruppo di gregari le spalle di Bergkamp sguinzagliato in attacco con Sosa. Ben presto però si capisce che non è cosa. Dennis si estrania dal resto della squadra e anche in campo appare chiuso in un suo mondo di alti e bassi. Qua e là lampeggiano prodezze del suo repertorio e fioccano i gol (specie sul fronte europeo), in generale il biondino resta avulso dal gioco e il dissidio con Sosa sfocerà a primavera in lite aperta. L’Inter della nuova operazionescudetto precipita in classifica; salta il general manager Piero Boschi, Bagnoli viene esonerato il 7 febbraio 1994, sostituito da Giampiero Marini che a stento scamperà al precipizio, chiudendo un punto sopra la zona-retrocessione. Si consolerà con la Coppa Uefa, mentre Ottavio Bianchi starà già preparando una nuova rifondazione. Lo shock indurrà Bagnoli ad abbandonare l’attività a soli 59 anni. Bergkamp resterà interista inespresso e verrà ceduto nell’estate 1995 all’Arsenal, dove giocherà da campione per 11 anni. Un giorno (nel 2003) scriverà sul suo sito internet: «L’Inter mi prese con un sacco di promesse di calcio brillante, tutto d’attacco per sfruttarmi al meglio. Invece le ali diventarono terzini e io mi trovai solo davanti, con Ruben Sosa che da bravo sudamericano non giocava mai di prima, ti dava la palla dopo 20-30 secondi. I tifosi sono invadenti, uomini adulti che vogliono toccarti, che credono tu sia proprietà loro. E i giornalisti non mi lasciavano in pace, pretendevano interviste tutti i giorni. Sennò chiedevano al mio giardiniere dettagli sulla mia vita privata: assolutamente ridicolo». Come il suo rendimento in campo in maglia nerazzurra.

IL GIALLO: LA STRADA DELLA PAURA
Tutto accade alle 2 del 2 agosto 1993. Giocato alla grande il torneo amichevole di Genova, Lentini è salito sulla sua Posche nuova in direzione Torino. In autostrada, ha forato e ha montato il “ruotino” di scorta, quello che al massimo “tiene” gli 80 all’ora. Lui però aveva fretta, sulla Piacenza- Torino ha probabilmente esagerato con l’acceleratore e a quell’ora, tra le uscite Asti ovest e Villanova, in una curva sbanda a sinistra e perde il controllo della vettura, che vola via atterrando parecchi metri più avanti su una cunetta ai bordi della carreggiata prendendo fuoco. Non avendo allacciato la cintura, il giocatore viene sbalzato fuori dall’abitacolo. Esanime sull’asfalto, lo salva un camionista di passaggio, poi un’ambulanza lo porta al Cto di Torino. Il trauma cranico sembra gravissimo, una profonda ferita sopra l’occhio destro fa temere il peggio e assieme allo stato di incoscienza induce i medici a riservarsi la prognosi. Alle 16 del 3 agosto il giocatore viene dichiarato fuori pericolo. Non ha fratture, ma è in stato confusionale. Si salverà, ma recupererà molto lentamente e tornerà in campo solo tre mesi dopo, il 10 novembre nei tre minuti finali del match col Piacenza in Coppa Italia. Due le domande, prima e dopo. Dove correva a rotta di collo sulla sua fuoriserie nella notte in autostrada? Da Rita, moglie separata di Totò Schillaci. E poi: dove è finito il Lentini che, scollinata la prima stagione di ambientamento da “mister 50 miliardi” (tra prezzo e ingaggio triennale) stava elevandosi in precampionato come l’atteso fuoriclasse in sboccio del calcio italiano? In quel maledetto tratto di asfalto. I mesi e gli anni successivi, infatti, diranno che niente sarà più come prima. L’uomo, prima ancora che il calciatore, uscirà profondamente cambiato. E il grande campione non sboccerà più, nonostante la lunga carriera.

LA RIVELAZIONE: COSE DELL’ASTRO MONDO
È una fortunata congiunzione astrale a portare Marcel Desailly al Milan e in cima al campionato. Da una parte, Fabio Capello, con un’idea assurda per ogni benpensante del pallone: lo statuario e un po’ grezzo stopper dell’Olympique Marsiglia campione d’Europa può essere un ottimo centrocampista centrale. Dall’altra, la rovina del club francese e del suo demiurgo Bernard Tapie, precipitati dai vertici europei nella B transalpina per un caso di illecito e costretti a cedere i gioielli di famiglia: dopo Papin, anche Sauzée, Boksic e Futre nel giro di poche, drammatiche settimane. Non basta, servono altri 10,7 miliardi per scongiurare il fallimento. Alla richiesta di aiuto non è insensibile Silvio Berlusconi, tanto più quando Boban, brillante erede di Rijkaard, si rompe nel derby del 7 novembre 1993. Tre giorni dopo, per 10,7 miliardi Desailly diventa rossonero. Le critiche si sprecano: a che serve un altro centrale difensivo, perdipiù settimo (!) straniero della rosa? Desailly è nato ad Accra, capitale del Ghana, il 7 settembre 1968. Non ha conosciuto che da adulto il suo vero padre. Da piccolo è stato adottato assieme ai fratelli da Marcel Desailly – console generale di Francia ad Accra, che ha sposato sua madre e gli ha dato il nome – e a quattro anni si è ritrovato in Francia. Papà è morto presto, il fratello Seth, campione in erba, è diventato capofamiglia e ha fatto entrare Marcel nelle giovanili del Nantes, il suo club, prima di morire a 24 anni in un incidente stradale quando era alle porte della Nazionale francese. Marcel è cresciuto in fretta, nel 1992 è passato al Marsiglia e ora giunge in Italia. Basta una partita per capire che Capello ha azzeccato un magnifico sproposito: avanzato a centrocampo, a far diga davanti alla difesa, Desailly diventa la pietra angolare del nuovo Milan, l’equilibratore che consente ai tanti piedi buoni di sprizzare scintille di gioco offensivo, ma anche l’eccellente prima base del gioco, grazie a insospettate doti di rilancio.

LA SARACINESCA: COME SEB NON C’È NESSUNO
Sebastiano Rossi è stato svezzato al calcio da Arrigo Sacchi nelle giovanili del Cesena (la squadra della sua città, dove è nato il 20 luglio 1964). Si è fatto le ossa in C1 prima a Forlì e poi, come titolare, nella Rondinella, prima di tornare nel Cesena e conquistare la A a 23 anni. Dopo tre buoni campionati tra i grandi, Sacchi lo volle al Milan, tenendolo però poi perlopiù in panchina. Partito l’ antico maestro, Capello ha puntato su Antonioli sia nel suo primo torneo che nel secondo, salvo poi ripiegare su Rossi, che presto si è fatto la fama di pararigori. Quest’anno, per la prima volta, il “Seb” di Romagna ha avuto subito la maglia numero 1 e non avrebbe potuto onorarla meglio, visto che dopo 21 anni fa cadere il record d’imbattibilità stabilito con 903 minuti da Zoff nel 1972-73. Dal gol segnatogli da Villa al 37’ di Milan-Cagliari il 19 dicembre 1993 a quello di Kolyvanov al 66’ di Milan-Foggia del 27 febbraio 1994 passano ben 929 minuti senza gol, nuovo primato per la A. È lui uno dei segreti della ferrea tenuta difensiva del Milan di Capello, che alla fine conta appena 15 (!) gol subiti in 34 partite. Peccato per il carattere fumantino, che ogni tanto tradisce questo portiere dal gran fisico (1,94 di statura) e dal gran piazzamento, timido fino a sembrare antipatico: contro il Foggia, all’andata, ha rilanciato in curva un fumogeno piovutogli vicino, nel ritorno ha rivolto un gestaccio ai tifosi avversari. Forse è per questo che il suo mentore Sacchi non gli darà la soddisfazione di colorarlo d’azzurro.

IL SUPERBOMBER: L’ANNO DEL SIGNORI
La storia di Beppe Signori comincia a Villa di Serio, dove Beppe tira i primi calci nella Polisportiva Villese, conquistando la vittoria nel campionato provinciale e un provino per l’Atalanta, che lo acquista per 800mila lire. Poi però per due volte il pulmino diretto all’allenamento non si fa vedere e il biondino rompe con l’Atalanta. Un giorno legge sull’Eco di Bergamo di una selezione dell’Inter a Selvino, vicino a casa: si presenta e a 11 anni si ritrova tra i baby interisti. Per quattro anni sogna e segna con la maglia numero 10, poi gli spiegano che sì, è bravino, ma troppo piccolo e gracile per sperare di sfondare nel calcio. Beppe rifiuta il prestito e decide di cercarsi una squadra: trova ingaggio al Leffe, in Interregionale, e un anno più tardi, quando ne ha 17, con 5 gol contribuisce alla promozione in C2. Il presidente Maurizio Radici lo assume come elettricista nella sua azienda, lui gioca spesso titolare da trequartista ma segna solo tre reti e non riesce a scongiurare la retrocessione. Diventa professionista e lascia il lavoro, accettando a fine campionato la chiamata del Piacenza, che gioca la C1. Signori è un semplice rincalzo, arriva la promozione, ma per lui la B resta un miraggio. Lo mandano in prestito al Trento, ancora in C1, e qui dopo aver fatto baruffa con l’allenatore Ferrario diventa titolare come interno di punta, qualche volta pure di regia. Torna a Piacenza a vent’anni e Catuzzi e poi Perotti lo impiegano come trequartista in un campionato sfortunato, chiuso col mesto ritorno in C1. Non per lui: un anno prima, in un’amichevole contro il Foggia, Signori aveva segnato una doppietta ed ecco che in Puglia si ricorda di lui un allenatore di nome Zdenek Zeman, che lo ha visionato anche al Piacenza ed è convinto di poterne fare un grande attaccante, al punto da indurre il presidente Casillo a sborsare 2 miliardi per portarlo in rossonero. Spianandogli la via della gloria. In questa seconda stagione alla Lazio coglie il secondo consecutivo titolo di miglior cannoniere della Serie A.



Foto Story

Terzo scudetto consecutivo per i rossoneri


Video Story



Condividi



Commenta