Serie A 1992-93 - Milan


Il Racconto


IL FILM: IL QUARTO D’ORO
Il botto del mercato è stato anticipato nel finale dell’ultimo campionato, il 22 maggio 1992, quando, al culmine di una serie di voci, un comunicato del presidente della Sampdoria, Paolo Mantovani, confermava un trasferimento da capogiro: Vialli alla Juventus per 30 miliardi di lire (22 in contanti più Corini, Bertarelli, Michele Serena e Zanini). È la stura a una giostra di miliardi, incoraggiata dall’ingresso nel gran circo della A di un nuovo paperone, il finanziere Sergio Cragnotti, fresco patron della Lazio: il Milan acquista Lentini dal Torino – dopo un’asta selvaggia con la stessa Sotto, da sinistra: Gianluigi Lentini, passato dal Torino al Milan per 22 miliardi di lire, e Sergio Cragnotti, nuovo patron della Lazio. A fianco, Gianluca Vialli, leader della Juventus, con la Coppa Uefa Juventus – per 22, l’Inter Shalimov dal Foggia per 17,4, il Napoli Fonseca dal Cagliari per 15 più Pusceddu, la Lazio Gascoigne dal Tottenham per 15, il Milan Papin dal Marsiglia per 14. E così via, grazie a un accordo Uefa-Cee che consente di acquistare giocatori esteri a volontà (col limite di 2 per gli extracomunitari), anche se il famoso “quarto straniero” è quasi teorico, visto che solo tre potranno scendere in campo contemporaneamente. Quando poi la giostra vera, quella del campo, prende il via, non è cambiato nulla: vincendo le prime sette partite, il Milan prende il largo, inseguito da Torino e Juventus e poi dall’Inter. I rossoneri, trascinati da uno straripante Van Basten poi costretto a fermarsi, sono campioni d’inverno già il 23 dicembre, in occasione del recupero della gara con la Sampdoria. Al giro di boa vantano 8 punti sull’Inter, che diventano 11 alla ventiduesima giornata e si riducono poi in sette turni a 4, causa una tardiva rimonta nerazzurra che peraltro si ferma lì. Il Milan vince il secondo scudetto consecutivo con un turno di anticipo, il 30 maggio. Chiuderà con 4 lunghezze sui cugini. In coda, lotta avvincente: ad Ancona e Pescara, da tempo staccate, si aggiungono nella caduta in B la Fiorentina (penalizzata dalla classifica avulsa nei confronti di Udinese e Brescia) e il Brescia, sconfitto 1-3 nello spareggio con l’Udinese il 12 giugno.

I CAMPIONI: STRAPOTERE ROSSONERO
Il Milan trascorre un’estate movimentata, soprattutto per la lunga diatriba legata a Lentini, strappato alla Juventus per una cifra iperbolica (si parla di oltre 60 miliardi tra costo e ingaggio e anche la magistratura ci vorrà vedere chiaro) e per gli altri movimenti sontuosi: oltre a Papin, Savicevic dalla Stella Rossa per 10 miliardi, Eranio dal Genoa per 9, De Napoli dal Napoli per 6,5. In più, torna Boban dal prestito al Bari. L’obiettivo? Una rosa di venti campioni per vincere sul fronte interno e su quello internazionale senza flessioni. Di tutto questo ben di calcio, Capello finirà con l’utilizzare ben poco oltre al suo collaudato gruppo vincente. Prova in avvio il giovane Antonioli in porta, salvo poi ripiegare su Rossi dopo una papera nel derby, prova Papin in coppia con Van Basten e pure Savicevic al posto di Gullit, ma alla fin della licenza il suo Milan assomiglia molto a quello passato, con Rossi in porta, il formidabile quartetto difensivo Tassotti-Costacurta-Baresi-Maldini, il centrocampo con Lentini, Albertini, Rijkaard e Gullit o Donadoni, l’attacco con Van Basten e Massaro. La squadra vola ad altezze siderali: con 31 punti in 34 partite nel girone d’andata stabilisce un primato assoluto, come le 58 giornate di imbattibilità (dalla penultima del campionato 1990-91 alla sconfitta col Parma alla ventiquattresima). Van Basten però si ferma dopo 12 gol in 12 partite e finisce sotto i ferri, per tornare nel finale di stagione a giocare gli ultimi spiccioli di una anticipata fine di carriera. Al posto dell’olandese trova spazio il francese Papin, in una squadra che forse proprio per il poco turn-over patisce a primavera un vistoso calo, culminato dopo il bis-scudetto nella scena muta in finale di Champions League.

I RIVALI: BAGNOLI DI VAPORE
L’Inter vive una stagione sulle montagne russe. L’irriducibile Ernesto Pellegrini ingaggia il miglior allenatore disponibile, Osvaldo Bagnoli, reduce dall’exploit al Genoa, e poi – classifiche di rendimento alla mano – il miglior straniero su piazza, Shalimov del Foggia, ed eroga altri miliardi per strappare il centravanti Pancev alla Stella Rossa (12), il centrocampista Sammer allo Stoccarda (9), Schillaci e De Agostini alla Juventus (8,5 e 2) e Sosa alla Lazio (2,5). In tale abbondanza, con il limite dei tre stranieri impiegabili, Bagnoli, abituato a cesellare capolavori con rose limitate, rischia di perdere la bussola. Parte con Zenga in porta, Bergomi e Ferri marcatori, De Agostini terzino d’attacco, Battistini libero; Berti mediano, Bianchi sulla fascia destra, Shalimov e Sammer interni; Schillaci e Pancev di punta. Fa presto a capire che qualcosa non torna: Pancev è un animale d’area incapace di manovrare e senza una squadra al suo servizio sembra un principiante; Sammer non può rappresentare il seguito di Matthäus (che, rispedito in Germania come ferrovecchio, giocherà fino a 39 anni) in quanto si sente un interno offensivo e già a gennaio verrà ceduto al Borussia Dortmund per 9,5 miliardi. Il tecnico a novembre si fa acquistare un ex ragazzo del vivaio nerazzurro, il mediocre Manicone, dall’Udinese in cambio di Desideri, e lo schiera come uomo d’ordine davanti alla difesa. Poi rivitalizza l’attacco puntando tutto su Sosa e le cose cominciano ad aggiustarsi. Perde Ferri e Bianchi e i modesti Paganin e Orlando li surrogano con straordinaria forza di volontà. Con una serie positiva che si arresterà solo a 19 partite, l’Inter riduce il distacco dal Milan da 11 a 4 punti, arrivando a rimettere in discussione il titolo già virtualmente tinto di rossonero. Zenga e Bergomi (esclusi dalla Nazionale di Sacchi) vivono una stagione super, Berti si risveglia a primavera, Manicone sembra il regista perfetto, persino Schillaci, pungolato dallo straripante Sosa, ritrova antichi guizzi e non lo fa rimpiangere Fontolan quando lo sostituisce. Il miracolo sembra a portata col vantaggio nel derby del 10 aprile, ma il pareggio di Gullit a sette dalla fine fa svanire il sogno. Intanto, Pellegrini ha già riallargato la borsa, estraendone una cascata d’oro per riprovarci nel torneo successivo con l’asso olandese Bergkamp, sottratto alla concorrenza della Juventus e già annunciato a metà febbraio (28 miliardi).

IL TOP: LA PANTERA SOSA
Non doveva essere titolare, Ruben Sosa, attaccante ventiseienne acquistato dall’Inter a prezzo di realizzo (2,5 miliardi, la Lazio ne aveva versati 2,24 al Saragozza quattro anni prima) grazie soprattutto alla rottura tra il giocatore e il club capitolino. Il “trio delle meraviglie” doveva essere formato da Shalimov, Pancev e Sammer, acquistati a ben altre cifre, poi qualcosa è andato storto. E Bagnoli ha dato fiducia a questo attaccante di taglia ridotta e di movenze rapide, nato a Montevideo il 25 aprile 1966, settimo di dodici figli di un papà muratore, entrato in un piccolo club (il Potenzia) già a 5 anni e poi esordiente a 15 nella massima serie uruguaiana nelle file del Danubio. A 19 anni il ragazzo era già in Europa, al Real Saragozza, con cui nella terza stagione ha segnato 18 gol, meritandosi la chance nel “più bel campionato del mondo”. Con la Lazio è stato amore, ma non proprio a prima vista, dato il rendimento alterno dei primi tempi. Rapido e guizzante, dal sinistro mortifero, a prove da campione seguivano sgorbi inspiegabili. Poi l’ambientamento e la maturità agonistica ne hanno stabilizzato le prestazioni, facendo lievitare i suoi gol stagionali dagli 8 dei primi due campionati a 11 e poi a 13. Insomma, il rincalzo ideale per l’Inter. Invece, Pancev ha fatto fiasco, Schillaci è sembrato un fantasma e allora ecco il piccolo uruguaiano caricarsi la squadra sulle spalle e infilare la porta con una continuità mai fatta registrare in carriera. Irresistibile nell’uno contro uno, micidiale nelle fughe verso l’area avversaria, il suo sinistro diventa l’incubo dei portieri. Il suo piglio da trascinatore è l’emblema della “nuova” Inter che Bagnoli lancia a una rimonta-scudetto impossibile. E anche se il tricolore alla fine resta lontano, i 20 gol di Sosa ne fanno il giocatore migliore e più continuo del campionato.

IL FLOP: DARKO DELLE RIMEMBRANZE
A chi riderà di lui, Darko Pancev potrà opporre le medaglie con cui si presenta all’Inter nell’estate del 1992: 84 reti in 151 gare di campionato nel Vardar Skopje, squadra della sua città natale, 84 in 91 in tre campionati nella file della Stella Rossa, con cui ha conquistato una Coppa dei Campioni (1990-91), una Coppa Intercontinentale (1991), una Scarpa d’Oro (1991) e un secondo posto nella graduatoria del Pallone d’Oro (1991). A 27 anni il “Cobra” di Macedonia vale una quotazione miliardaria e attese conseguenti da parte della tifoseria, stufatasi avventatamente di Klinsmann per qualche gol sbagliato di troppo al terzo anno in nerazzurro. I segnali del precampionato sembrano coerenti: 5 reti in due partite alla Reggiana in Coppa Italia. Poi la Serie A prende il via e Pancev si spegne: quattro gare senza lo straccio di un gol. Alla quinta, contro l’Atalanta in casa, mezz’ora prima del via il macedone annuncia una contrattura al bicipite femorale sinistro che lascia perplessi (eufemismo) i medici: «Domani ti visito io» promette scuro in volto mister Bagnoli, che lo lascia fuori squadra. Quando lo ripresenta, l’8 novembre in casa contro la Sampdoria, anziché un assatanato voglioso di bruciare l’erba si ritrova un corpo estraneo, che ciondola svagato per il campo. Qualcuno suggerisce che “gli slavi in fondo sono così” e Bagnoli replica secco: «Lui sarà slavo, ma io sono milanese e non sono un pirla». Seguono impieghi a singhiozzo e orrendi errori di mira (ad Appiano, dopo l’ennesimo strafalcione in un’amichevole, un magazziniere lo apostrofa in modo eloquente: «Anche oggi hai ucciso due piccioni!»). Pancev segnerà il suo primo e unico gol in campionato il 31 gennaio 1993 all’Udinese, chiuderà con 12 presenze e un fiasco clamoroso. Il rapporto con Bagnoli, ai minimi termini, spiega tutto, almeno secondo lui, che l’anno dopo, alla vigilia della terza stagione in nerazzurro (dopo una breve negativa parentesi al Lipsia), dirà: «Non ero l’ultimo arrivato, eppure nessuno si è sognato di dire, come si fa per tutti i giocatori stranieri, che avevo bisogno di tempo per adattarmi. Bagnoli mi mise subito in una posizione negativa. Ho capito che non gli piacevo e se uno non ti vuole bene, perché ti devi impegnare? Lavorare diventa quasi inutile». In realtà il seguito dirà che la sua carriera è agli sgoccioli: chiuderà a soli 31 anni dopo aver totalizzato 7 reti negli ultimi cinque campionati tra Inter, Lipsia, Fortuna Düsseldorf e Sion.

IL GIALLO: VIOLA DI RABBIA
Il 3 gennaio 1993 la Fiorentina di Gigi Radice, seconda in classifica e tra le squadre più brillanti alle spalle del Milan stellare, affronta in casa l’Atalanta. L’esame di maturità si chiude con una sconfitta di misura: 0-1. Il vicepresidente, Vittorio Cecchi Gori (figlio del presidente Mario, a casa indisposto), si precipita negli spogliatoi e aggredisce verbalmente il tecnico, imputandogli la difesa a zona e di far giocare una Fiorentina “mascherata”. I toni sono talmente accesi che si sfiora la rissa, scongiurata da Romano Cazzaniga, il secondo di Radice. Cecchi Gori se ne va e alle 22 esonera l’allenatore. Due giorni dopo, a conclusione di una lunga trattativa, arriverà come successore Aldo Agroppi, a piedi da un anno e mezzo, cioè dalla retrocessione in B alla guida dell’Ascoli. Intanto nella serata di lunedì lo stesso vicepresidente per spiegare l’inspiegabile ira si lascia andare a una piazzata in televisione («Io non bevo» gorgoglia «io sono un imprenditore che ha datto tutto alla Fiorentina che i Pontello avevano ridotto a brandelli. Il “povero” Radice è uno che guadagna, con il suo vice Cazzaniga, due miliardi e trecento milioni. Cifre che io sono costretto a pagare. Io, che ho investito miliardi. Lo sapete che sono stato solo io a fare la campagna acquisti della Fiorentina? Radice non conosce neppure i giocatori. Lui mi ha consigliato solo Di Mauro. Mi chiese chi era Effenberg e se Carnasciali giocasse nel campionato di Eccellenza. Quando gli parlai di Brian Laudrup, mi disse di occuparmi di hockey su ghiaccio…»). I problemi della Fiorentina, a suo dire, hanno rischiato di mandare in crisi il suo matrimonio, il che scomoda risvolti boccacceschi che lui stesso, a freddo, proverà a dissipare: «Rita, mia moglie, quando l’ho conosciuta era juventina e per sposarmi ha dovuto abiurare la sua fede. In questi mesi le ho trasmesso le mie tensioni, l’ho gettata nell’inferno. Per un po’ ha resistito, ma nelle ultime settimane cominciava a scocciarsi. Ho due figli, una bambina di sei anni e un bimbo di sei mesi: sono più importanti della Fiorentina». Agroppi verrà esonerato a cinque turni dalla fine e sostituito con Chiarugi quando Batistuta, Effenberg, Brian Laudrup e soci saranno un solo punto sopra la zona retrocessione. Il campionato viola si chiuderà con una caduta in B dopo 54 anni di A e un inizio torneo da squadra-rivelazione.

LE RIVELAZIONI: GEPPETTO E GLI INSOLITI IGNOTI
Poltrona bis per due exploit sensazionali. Il primo, individuale, ha per protagonista Moreno Torricelli, ventiduenne difensore della Caratese (Interregionale). Nativo di Erba in provincia di Como, ha giocato nell’Oggiono, in Eccellenza, per due stagioni, e nel 1990 è passato alla squadra di Carate Brianza. Faceva il libero, poi si è trasformato in terzino incursore. Dilettante, lavora come operaio in un mobilificio. In estate sta per passare al Pavia (C1), quando Claudio Gentile, direttore sportivo del Lecco, lo segnala al vecchio maestro Trapattoni che va chiedendo agli amici un consiglio per un rinforzo temporaneo avendolo lasciato gli infortuni a corto di difensori per le amichevoli. Il Trap lo convoca, lo impiega tre volte, lo prende in prova e nel giro di pochi giorni lo fa acquistare. Costo: 50 milioni. Sembra una favola, la favola di “Geppetto”, come affettuosamente Roby Baggio soprannomina il nuovo arrivato dopo averne assaggiato le randellate in allenamento, poi tutto si trasforma in realtà: Torricelli esordisce in A alla seconda giornata da terzino destro contro l’Atalanta e diventa titolare inamovibile della Juventus. Il secondo è di squadra, il Foggia. Zeman l’ha portato in Serie A e poi l’ha brillantemente salvato, prima di approvare, nell’estate del 1992, il piano-mercato apparentemente suicida del direttore sportivo Giuseppe Pavone. Questi mette in vendita i gioielli di famiglia, incassando 57 miliardi: Shalimov all’Inter, Baiano alla Fiorentina, Signori alla Lazio, Rambaudi all’Atalanta, Matrecano al Parma. Poi allestisce una rosa nuova di zecca pescando in Interregionale (Sciacca dal Trapani), C2 (Bianchini dalla Lodigiani e Di Bari dal Bisceglie), C1 (Bacchin e Fornaciari dal Barletta, Caini dal Catania, De Vincenzo dalla Reggina, Di Biagio e Mandelli dal Monza, Gasparini dalla Pro Sesto, Grassadonia dalla Salernitana, Nicoli dal Catania, Seno dal Como), B (Biagioni dal Cosenza, Bresciani dal Palermo e Medford dai cadetti spagnoli del Rayo Vallecano). Dopo l’inevitabile disastroso avvio, a novembre viene acquistato dall’Ajax il giovane Roy (che si rivelerà ininfluente) per 2,2 miliardi, portando il totale della spesa a 18. Ultimo in classifica dopo sette giornate, il Foggia stabilizza la formazione titolare e in dieci turni passa al decimo posto per chiudere all’undicesimo: una salvezza tranquilla che vale come un miracolo. Questi gli undici titolari: Mancini in porta, Petrescu, Di Bari, Bianchini e Caini in difesa a zona, Di Biagio, Seno e De Vincenzo a centrocampo, Bresciani, Kolyvanov e Biagioni o Roy in attacco. Su tutto e tutti, Zdenek Zeman, che firma un capolavoro.

LA SARACINESCA: L’AVVOCATO DEL DIAVOLO
Diventa il miglior portiere del campionato, Mario Ielpo, a 29 anni, quando ormai tutti i treni di carriera sembravano passati, e gli viene da sorridere: l’anno prima aveva chiesto al presidente del Cagliari il rinnovo anticipato del contratto con un ritocco all’ingaggio (da 270 a 450 milioni l’anno), aveva ricevuto rassicurazioni, poi il cambio della guardia alla guida del club aveva fermato tutto. Ora, col contratto in scadenza, i grandi club se lo contendono. Cresciuto nelle giovanili della Lazio, un campionato boom nel Siena in C2 a 21 anni sembrava proiettarlo verso i vertici. L’anno dopo, tornato alla base, sostituiva il titolare Malgioglio in difficoltà e conquistava il posto da titolare. Poi arrivò Fascetti in panchina e gli spiegò che dopo aver perso a Lecce un campionato per via di un portiere troppo giovane, si era fatto acquistare il vecchio Terraneo per stare sul sicuro. A 24 anni Ielpo ripartiva dal Cagliari in C1, scoprendo la città e l’ambiente ideali per conciliare il calcio con gli studi. Laureato in giurisprudenza, segue le orme di papà Nicola e diventa avvocato, mentre col Cagliari guidato da Claudio Ranieri sale in B in due stagioni e poi in A in una sola. Nel terzo torneo nella massima serie fisico agile, reattività muscolare e colpo d’occhio sui tiri ravvicinati lo proiettano ai vertici. Tanto da passare a fine torneo al Diavolo milanista campione d’Italia.

IL SUPERBOMBER: ECCO BEPPE
Giuseppe Signori divenne attaccante grazie a Zeman. Fu quest’ultimo, nel 1989, a volerlo al Foggia, in B, inducendo il presidente Casillo a sborsare 2 miliardi al Piacenza, con cui il ragazzo da trequartista aveva segnato 5 reti senza scongiurare la retrocessione. Il tecnico boemo lo sottopose ad allenamenti massacranti e appassionanti lezioni di tattica. Alla vigilia del campionato si infortunò il centravanti Meluso, e dopo un paio di esperimenti falliti Zeman consegnò al giovane ex piacentino la maglia numero 9, con ai fianchi Rambaudi e Fonte. Il Foggia si salvò e Zeman avrebbe ricordato il rapporto speciale col biondino bergamasco: «Signori è stato l’unico giocatore che ho espressamente chiesto. Sono orgoglioso di lui, per quel che fece allora, nel nostro primo anno insieme. Eravamo partiti molto male e lui reagì meglio di tutti. Non solo facendo gol, ma prendendosi molte responsabilità: allora, a 20 anni, si è sentito di guidare la squadra. Contro il Messina, in una gara decisiva per tutti, stava male, eppure fece di tutto per rimanere in campo. Fino al suo gol. Fondamentale». Fondamentale per scongiurare un esonero che avrebbe cambiato la storia del calcio. I suoi 14 gol erano la firma di un bomber vero, che si confermò l’anno dopo, quando, schierato esterno con Rambaudi ai lati del centravanti Baiano, trascinava il Foggia di Zeman alla promozione in A. E qui, nella massima serie, Signori si è ripetuto, fino ad arrivare per 8 miliardi nell’estate del 1992 alla corte di Cragnotti, deciso a proiettare ai vertici la Lazio. Ecco: “questo” Signori, attaccante esterno di qualità, un peperino che fa ammattire gli avversari, arriva a Roma a 24 anni pronto a incassare con gli interessi gli anni passati a imparare alla scuola di Zeman. Alleggerito dei pesanti carichi di lavoro, ormai psicologicamente maturo, Signori esplode e con 26 reti in 32 partite vince la classifica cannonieri con una media-gol da calcio d’antan.



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Foto di squadra del Milan campione d'Italia 1992-1993


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