Serie A 1991-92 - Milan


Il Racconto


IL FILM: POTERE VERO
A sbancare il mercato, più che i soliti acquisti boom – l’interno Doll dall’Amburgo alla Lazio per 13 miliardi, il centravanti Batistuta dal Boca Juniors alla Fiorentina per 12, stessa cifra sborsata dal Bari all’Aston Villa per il centrocampista Platt e dalla Roma alla Juventus per Hässler – è il gran giro che la società bianconera, tornata alla gestione Boniperti, allestisce per riportare in panchina Giovanni Trapattoni: per convincere l’Inter a rescinderne il contratto, gira in prestito per un anno al club nerazzurro il giovane centrocampista Dino Baggio (acquistato dal Torino per 9,8 miliardi) e vi aggiunge il versamento alla Roma di 3,5 miliardi, metà del prezzo del trasferimento alla stessa Inter del mediano Desideri. Eppure è proprio il grande assente dalle trattative-monstre, il Milan (unica eccezione: 10 miliardi alla Dinamo Zagabria per il giovane Boban, subito però prestato al Bari causa tre stranieri già presenti in rosa), a staccarsi quasi subito in vetta alla classifica. I rossoneri, allenati da Capello dopo l’addio di Sacchi, superata qualche esitazione iniziale, inanellano sei vittorie consecutive e provano la fuga tallonati dalla Juventus. Il 19 gennaio 1992 sono campioni d’inverno con tre punti di vantaggio sui bianconeri. Il girone di ritorno si apre con la caduta della Signora a Firenze e a quel punto il Diavolo vola. Lo scontro diretto del 9 febbraio finisce di nuovo in parità e quando i bianconeri scivolano nel derby il distacco diventa un fossato, in un calcio che va adeguandosi ai cambiamenti promossi dal gran capo della Fifa, Joseph Blatter, tra espulsioni per le interruzioni fallose di chiara occasione da rete, cancellazione del fuorigioco quando l’attaccante è in linea col difensore e divieto di retropassaggio di piede al portiere. Lo strapotere del Milan si concretizza il 10 maggio, con la conquista del titolo a due turni dalla fine. I rossoneri chiuderanno con 8 punti sulla Juventus e ben 13 sul Torino. In coda, pollice verso per il Bari, che accompagna nella caduta in B i già da tempo condannati Verona, Cremonese e Ascoli.

I CAMPIONI: DIAVOLO PER CAPELLO
Il Milan torna a Fabio Capello dopo le “cinque giornate” (più spareggio Uefa) della lontana primavera 1987 e la mossa del presidente Berlusconi suscita addirittura indignazione. Un altro allenatore, Franco Scoglio, ci va giù pesante: «Ogni mattina mi guardo allo specchio e mi dico che Capello è la più grande offesa per tutta la categoria. Mi vergogno di essere un allenatore». Motivo: l’ex regista della Nazionale è commentatore televisivo e manager patentato, la scarsissima esperienza di panchina ne suggeriva diversi sviluppi di carriera. Insomma, quella del presidente rossonero sembra una scelta di comodo e anche i più benevoli reputano Capello una sorta di morbido “yes man” agli ordini del padrone. Imperturbabile, il tecnico si mette al lavoro nelle condizioni apparentemente meno facili, visto che dal mercato, al di là della mossa futuribile legata a Boban (prestato al Bari) gli arrivano solo il ritorno del giovane Albertini, maturato in B nel Padova, e un terzino sinistro di complemento, Gambaro, dal Parma per 6 miliardi. Cosa potrà fare più di Sacchi, che alla resa dei conti ha conquistato solo uno scudetto in quattro anni? La risposta è nel campionato vinto in scioltezza, con disarmante superiorità su tutta la concorrenza. Semplicemente, Capello libera i giocatori dal giogo asfissiante degli schemi preparati in allenamento, restituendo al gruppo di campioni che popolano la rosa la gioia di giocare. Un giorno Van Basten confesserà: «Sacchi era bravo, ma troppo fanatico per la mia idea di calcio: con Capello non c’era quell’esasperazione che c’era con Arrigo». Il nuovo Milan conferma Rossi in porta, Tassotti, Costacura, Baresi e Maldini in difesa e stabilizza una linea a quattro a centrocampo, con Gullit, Albertini, Rijkaard e Donadoni, più Evani altro titolare in alternativa su entrambe le fasce; in attacco, la rinascita di Van Basten viene agevolata dall’affiancamento, in veste di incursore aggiunto, di Massaro, campione di eclettismo. La nuova disciplina tattica di Gullit, trasformato in tornante destro, la qualità della coppia di registi centrali Albertini- Rijkaard, il sorprendente rendimento di Massaro in attacco e l’esplosione dell’airone olandese promuovono l’abilità di un tecnico capace di costruire un Diavolo senza punti deboli, implacabile in difesa (solo il Torino subisce meno reti) e torrenziale in attacco, dove surclassa tutte le concorrenti. Una squadra che chiude imbattuta, stabilendo un primato assoluto. Roba da… vergognarsi.

I RIVALI: LA FERMATA DEL TRAP
La Juventus prova a riportare indietro le lancette della storia: torna Boniperti come amministratore delegato e torna come allenatore Trapattoni, che subito vuole una Signora di lingua tedesca come la sua ultima migliore Inter. Oltre allo stopper Kohler (8,5 miliardi) e al mediano Reuter (4,6) dal Bayern, le novità sono rappresentate da un altro uomo di quantità, il leccese Conte, che a ottobre (per 7 miliardi) rimpolpa la rosa, e dal difensore Carrera dal Bari (1,8). In partenza Hässler, tedesco atipico, De Marchi e Fortunato. Appare subito chiaro che il tecnico pensa a una squadra atleticamente potente come quella con cui sbancò al primo colpo in bianconero nel 1977: così ripudia il giovane regista Corini e la sfarfallante ala Di Canio e schiera Tacconi in porta, Carrera e Kohler mastini corazzieri, De Agostini terzino d’attacco sulla sinistra e Julio Cesar libero; a centrocampo, Reuter e il tornante Alessio a garantire corsa, Marocchi inventato regista, Roberto Baggio trequartista (con obbligo di rientrare a fare filtro) in appoggio alle punte Schillaci e Casiraghi. La formula, dopo un avvio promettente in classifica soprattutto grazie al rodaggio del Milan, rivela parecchi punti deboli: Reuter non è che un modesto faticatore, Marocchi è talmente spaesato da regista da venire arretrato a metà stagione a terzino sinistro, Schillaci ha perso da tempo il feeling con la rete avversaria, Casiraghi dopo un ottimo avvio di campionato si spegne. Indispensabile allora liberare dalle briglie tattiche Roby Baggio, che potendo di nuovo scorrazzare in area riprende a segnare con continuità, fino a garantire il secondo posto finale, ancorché a distanza siderale dal Milan.

IL TOP: IL POSTO DELL’ANIMA
Frank Rijkaard sotto la guida di Capello continua a dar ragione a… Sacchi. Fu infatti quest’ultimo, nell’estate del 1988, a pretendere dal presidente Berlusconi che sacrificasse la sua passione per il vacuo trequartista argentino Borghi a favore dello statuario centrocampista dell’Ajax, peraltro al momento impantanato in una complicata vicenda contrattuale. Un incauto impegno firmato col PSV Eindhoven mentre era ancora sotto contratto con l’Ajax aveva provocato il forzato rinnovo, da parte del tribunale, del legame tra il giocatore e il club biancorosso, poi la partecipazione al “Mundialito” italiano con la maglia del Milan senza averne chiesto il permesso all’allenatore Cruijff ne aveva provocato un clamoroso litigio con quest’ultimo e la messa in quarantena. Si era allora fatto avanti Jorge Gonçalves che lo aveva acquistato per lo Sporting Lisbona (3,5 miliardi) per poi girarlo al Milan (5,8 miliardi) e lasciarlo sei mesi al Real Saragozza onde scongiurarne l’inattività. Nato ad Amsterdam da madre olandese e padre del Suriname (difensore, quest’ultimo, assieme al padre di Gullit in patria e poi nel Blauw-wit), Rijkaard cominciò a fare sul serio nel club di papà, poi a sedici anni venne notato da Beenhakker, che lo portò nel fertile vivaio biancorosso, da cui Frank esordì giovanissimo in prima squadra, per poi assaggiare la Nazionale già a 19 anni. Grazie a fisico da superman e a piedi eccellenti, in carriera ha fatto praticamente tutto: ala destra, mediano centrale o laterale, libero e pure stopper, fino a stabilizzarsi come regista arretrato. Raccolto il testimone di Ancelotti, che vive in questa stagione gli ultimi spiccioli in rossonero, l’accoppiata col giovane regista Albertini nel cuore del centrocampo ne esalta le doti di straordinario uomo-ovunque. Insuperabile in interdizione (nel 1988 ha vinto gli Europei giocando da difensore centrale), preciso nel rilancio, micidiale nelle incursioni offensive, Rijkaard si erge come il più completo giocatore del campionato: l’uomo che riassume in sé le ragioni di tutta la squadra, una sorta di pilastro fisico, tecnico e morale del primo Milan forgiato da Capello, decisivo nel favorire la rapida crescita del giovane Albertini nel cuore del gioco rossonero.

IL FLOP: LA CORRIDA DI CORRADO
Per Corrado Orrico, tecnico di provincia da anni sulla breccia nelle serie minori con una fama di “modernista” ante litteram, l’Inter rappresenta la grande occasione della vita. Un po’ come accaduto dodici mesi prima al suo compare (di zona) Maifredi con la Juventus. L’ondata sacchiana ha convertito anche il presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, che, dovendo abbandonare con Trapattoni il più vincente degli italianisti, ha deciso di virare verso una rivoluzione tattica ingaggiando l’allenatore toscano. Il nuovo arrivato si dimostra subito prodigo di parole, fino a disegnare in occasione dell’esordio in nerazzurro una sorta di “piece” dell’assurdo: «I giocatori dell’Inter conosceranno metodi e schemi inediti. Il mio calcio sarà a zona, con la riscoperta del “WM”, che ha avuto il suo periodo di affermazione e splendore nel primo dopoguerra. Adotterò, all’interno di questo modulo, delle varianti, che lo renderanno moderno, valido e produttivo». Il fatto che il “doppiavuemme” o “Sistema”, ideato negli anni Venti da Herbert Chapman, si basasse in difesa (a tre) sulla marcatura a uomo sembra non turbarne le convinzioni, ma agli osservatori attenti il bizzarro proclama tattico suona subito come un sinistro presagio. Eppure Pellegrini non ha agito d’impulso: lo ha ascoltato e riascoltato, durante tre mesi da marzo a giugno, nella sua villa milanese, prima di convincersi che il tecnico nato a Massa il 16 aprile 1940 avesse «carisma, personalità e una volontà di ferro». La carriera di Orrico è cominciata prestissimo, a 26 anni, da giocatore-allenatore della Sarzanese in D (promozione al primo colpo) e si è dipanata tra D, C1 e C2 con un’unica, fallimentare puntata in Serie A, nell’Udinese 1979-80, chiusa dal siluramento dopo 22 giornate con la squadra penultima. I risultati non gli sono mancati, come lui stesso non manca di sottolineare pittorescamente in sede di presentazione: «Certo, ho vinto in C2 e C1, cioè là dove ho avuto la possibilità di allenare. Voglio dire che non mi ritengo Gesù Cristo, ma non sono nemmeno il poverello di Assisi». Per consentirgli di sfondare finalmente ai massimi livelli, il presidente gli acquista il “pupillo” Montanari, difensore centrale della Lucchese (6,3 miliardi), e ben tre mediani: l’aitante Dino Baggio, in prestito dalla Juventus, Desideri dalla Roma e il modestissimo Angelo Orlando dall’Udinese (2 miliardi). La partenza è disarmante. Fuori subito dalla Coppa Uefa per mano del modesto Boavista, la nuova Inter si nutre di esperimenti: con Zenga in porta, Paganin, Ferri, Bergomi e Brehme in linea, un mediano centrale che varia nella vana ricerca di un regista arretrato (Matthäus, Battistini, Desideri e Dino Baggio nelle prime quattro giornate), affiancato da un altro mediano e da un interno con due tornanti e un’unica punta (Klinsmann), il gioco finisce quasi sempre per essere avviato dai due centrali difensivi, i “mastini” Ferri e Bergomi, con ovvi risultati. La situazione diventa presto precaria, la squadra si stacca dal vertice e Pellegrini non sembra disponibile a una difesa a oltranza dei metodi del tecnico, nella cui conduzione non si ravvisa la logica di un filo conduttore. La sconfitta di Bergamo nell’ultima giornata di andata fa precipitare la crisi: rinunciando a quasi mezzo miliardo di lire di ingaggio, è lo stesso Orrico, pressato dall’ambiente, a rassegnare con grande dignità le dimissioni facendosi da parte. Viene sostituito da Suarez, che totalizzerà nel ritorno tre punti in meno.

IL GIALLO: BAGGIO D’AZIONE
Cosa sta succedendo a Roberto Baggio? Se lo chiedono in parecchi, nelle prime giornate di campionato, osservando il “Codino” nazionale impegnato spesso a centrocampo, in lotta con gli avversari e, a quanto pare, col se stesso migliore che quasi mai riesce ad affacciarsi in area per inventare magie. Il mistero è presto svelato: tornato in bianconero, Trapattoni vuole una squadra “tempesta e assalto” in cui l’arte del ventiquattrenne asso di Caldogno faticherebbe a entrare. Così ha provato a cucirgli addosso un ruolo di trequartista-interno di centrocampo: rifinitore al servizio degli attaccanti puri Schillaci e Casiraghi in fase d’attacco, ma anche, nei ripiegamenti, tenuto a dare una mano in interdizione. Un impegno cui il ragazzo si assoggetta per obbedienza, con evidenti riflessi sul rendimento, che risente pesantemente della maggiore distanza dalla porta in cui si trova ad operare. La polemica monta: accusato di svalutare un capitale tecnico di tutto il calcio italiano, “normalizzando” un campione impastato di fantasia e imprevedibilità, il tecnico bianconero ribatte rivendicando il tentativo di far lievitare Baggio – che a suo parere non può fare l’attaccante – ai livelli massimi facendone il nuovo Platini. Cioè un regista-goleador. Peccato che al duplice compito, per caratteristiche fisiche e tecniche, il ragazzo non appaia decisamente portato. Alla fine è proprio il maggiore amante degli schemi, Arrigo Sacchi, a risolvere in qualche modo la situazione, convocando l’artista bianconero in Nazionale e schierandolo a Foggia contro Cipro a fine anno di punta in coppia con Vialli. Al di là della modesta prova della squadra azzurra nella circostanza, il Trap ne trae lo spunto per arrendersi: a partire da gennaio sbriglia finalmente il suo puledro, lasciando che riprenda a segnare per la gioia degli appassionati. Da provetto attaccante, sia pure atipico.

LA RIVELAZIONE: STAR TRE
Anche Paolo Maldini ha dovuto in avvio di carriera fare i conti con le malignità del “figlio di”: giocava nelle giovanili del Milan solo perché era il figlio di Cesare, l’ex grande campione rossonero. Poi a sedici anni arrivò in prima squadra e fu subito chiaro che papà c’entrava, ma solo perché gli aveva trasmesso i cromosomi giusti, a partire dalla serietà professionale e da un alto tasso di competività. Al primo provino col Milan (dopo aver tirato i primi calci nell’oratorio milanese di piazza San Pio X), Paolino era approdato a dieci anni: quella volta papà si era messo in un angolo per non disturbare, lui aveva provato all’ala destra, era stato promosso a pieni voti e ben presto aveva dimostrato che la sua vocazione di campione in sboccio era prettamente da difensore. Destro naturale, la voglia di migliorarsi lo spinse a esercitare il sinistro, fino a dare il meglio proprio sulla fascia mancina. Un intenditore ex compagno di papà, Nils Liedholm, lo fece esordire in prima squadra a 16 anni, a Udine, e da allora l’ascesa è stata costante, coronata dall’esordio in Nazionale (Ct Azeglio Vicini) a 19 anni, a Spalato contro la Jugoslavia. Insomma, ci si è accorti presto che il calcio italiano aveva trovato un nuovo campione. Questa stagione tuttavia aggiunge qualcosa che può essere rubricato alla voce “rivelazione”, perché la continuità di rendimento, il piglio da trascinatore, la qualità del gioco e lo strapotere fisico di Paolo Maldini ne certificano ad appena 23 anni la caratura di fuoriclasse epocale, degno in tutto e per tutto della grande tradizione dei terzini sinistri italiani, partita dal “figlio di Dio”, Renzo De Vecchi, e proseguita con Maroso, Facchetti e Cabrini.

LA SARACINESCA: TUFFO O NIENTE
Non è uno dei tanti “portieri per caso”, Luca Marchegiani, non è un estremo difensore costruito a tavolino, ma la realizzazione di un sogno, coltivato da bambino. «La vocazione del portiere è una questione di pelle» dichiara: «io me ne accorsi da ragazzino, in cortile, quando passavo i pomeriggi ad imitare la Domenica Sportiva mimando le azioni. Facevo l’attaccante e il portiere, tiravo il pallone contro un muro e poi mi tuffavo: la seconda cosa mi riusciva meglio della prima. Poi fui conquistato dalle parate di Bordon nella famosa partita dell’Inter contro il Borussia, quella ripetuta dopo il giallo della lattina. Fu lui il mio primo, vero idolo calcistico». Al pallone di vertice, però, è arrivato quasi per caso. Nato ad Ancona il 22 febbraio 1966, ha sempre abitato a Jesi e nelle file dello Jesi cominciò, disputando poi il primo campionato vero nel Latini Jesi, in Promozione, per poi tornare alla base e giocare titolare a vent’anni in C2. Finito il liceo scientifico, pensava all’Università (Economia e Commercio ad Ancona), quando arrivò la chiamata del Brescia, che lo portò in Serie B a fare il secondo di un maestro di eccezione, proprio il suo antico idolo Ivano Bordon. Gli toccarono tuttavia appena 28 minuti di esordio in prima squadra, a Modena, in occasione dell’unico infortunio del titolare. L’anno dopo – 1988 – il fiuto di Federico Bonetto lo portava al Torino, dove la scuola di Lido Vieri lo faceva maturare in fretta, regalandogli le perle di tecnica pura mancategli nei primi anni: mezzo campionato alle spalle di Lorieri e poi via con la maglia da titolare addosso, che non ha più abbandonato. Guardiano di gran colpo d’occhio e reattività tra i pali, eccellente nelle uscite, il fisico “normale” lo ha probabilmente costretto a superare i propri limiti curando soprattutto la concentrazione. A 25 anni Marchegiani gioca il campionato della maturità, che lo vede alla fine il meno battuto della Serie A, con appena 20 reti, pronto all’esordio in Nazionale, concessogli puntualmente il 6 giugno a Chicago da Arrigo Sacchi. Un sogno diventato realtà.

IL SUPERBOMBER: C’È DUE SENZA TRE
Il Marco Van Basten edizione 1991-92 sfiora la perfezione del calcio: un appunto da segnare sull’agenda della storia, perché purtroppo è vicino il canto del cigno di Utrecht. Uscito da una stagione da dio minore, qualche osservatore già ne consigliava l’arretramento a centrocampo a spremerne l’immenso magistero da suggeritore per compagni più giovani e pimpanti sul piano atletico. Marco però non era affatto passato di cottura. Insofferente ai lacci e lacciuoli della dittatura sacchiana, a 27 anni esce dal tunnel sprigionando le scintille di una classe immensa. Nel nuovo Milan che inventa calcio dall’alto di una superiorità schiacciante sulla concorrenza, l’artista olandese sguinzaglia il proprio estro. Danzando sui bulloni come un inafferrabile fattucchiere del gol, colleziona opere d’arte nelle aree altrui disegnando capolavori con la leggerezza che gli consentono doti fisiche e tecniche strepitose. Così, con la naturalezza di chi semplicemente estrae dalla materia informe del pallone le sculture in movimento di traiettorie micidiali, si prende per la seconda volta il trono dei cannonieri. Purtroppo non ce ne sarà una terza. Nella stagione successiva, in cui segnerà 13 reti in 15 partite, le caviglie di vetro riprenderanno a riportarlo sotto i ferri – ben tre volte dal dicembre 1992 al luglio 1994 – per non restituirlo mai più all’impegno agonistico. Il 17 agosto 1995, ad appena 30 anni, Van Basten dirà addio, avendo totalizzato col Milan 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe europee e 2 Supercoppe italiane, 147 presenze e 90 gol in campionato, 32 partite e 21 reti nei tornei internazionali, 22 e 13 in Coppa Italia. Con la Nazionale olandese, un titolo europeo, 58 gare e 24 gol.



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La rosa del Milan campione d'Italia


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